sabato, novembre 02, 2013

Il Granada dei giocatori fichissimi.


In principio era Guilherme Siqueira, un terzino sinistro brasiliano tecnicissimo che quasi aumentava la precisione delle sue giocate al crescere della velocità, spettacolari uno-due e sovrapposizioni interne; poi c’era Aranda, l’attaccante autosufficiente, uno che prometteva nella cantera del Real Madrid ma non ha mai sfondato, ma che comunque nella partita secca, era capace di portare a crisi di nervi i migliori difensori della Liga, con la sua capacità di gestire qualunque pallone, anche il più ingiocabile, e trasformarlo in qualcosa di utile, un po’ col mestiere, un po’ col fisico, un po’ con giocate inventate dal nulla. Ora Aranda non c’è più, e Siqueira è volato al Benfica, ma il Granada rimane una squadra di “freaks”.

Sì, come quel film stupendo di Tod Browning, ma spogliato di ogni connotazione horror: scherzi di una natura calcistica nella quale già nessun giocatore è completamente uguale a un altro, ma alcuni sono proprio bestie strane, per alcune caratteristiche particolari, originali, non necessariamente le più indicate per vincere i trofei ma sì per stimolare gli appassionati, specie per il piacere di cantarne le lodi in circoli il più possibile clandestini, lontani dai titoloni. Un po’ quello stesso piacere che si prova a condividere un video di Le Tissier o Mágico González e sostenere che Pelé, Maradona e Cruijff scherzavano e che loro in realtà sono stati i più grandi giocatori di tutti i tempi.

Il bello è che il Granada dei giocatori fichissimi come squadra è in realtà una delle più grigie. Lucas Álcaraz, allenatore ancora con lo stampo degli anni ’90, serio ma un po’ datato con quel suo 4-4-2 simmetrico, lineare, senza scambi di posizione sulla trequarti, con pochi effettivi in area avversaria e senza particolari situazioni offensive studiate (nelle ultime partite comunque si è passati a un 4-5-1 con più controllo nei tre centrocampisti centrali). Una squadra che fa una fatica tremenda a creare occasioni e segnare (solo 7 reti finora), che non tratta male il pallone ma che comunque punta più a addormentare i ritmi, far sì che non succeda nulla e poi monetizzare l’episodio.

Eppure, in tutto questo piattume, una sua partita va sempre tenuta d’occhio perché può comunque riservare alcuni fra i momenti più divertenti della Liga attuale. La colpa è di Yacine Brahimi: non azzardiamo se definiamo il 23enne algerino il secondo miglior dribblatore della Liga dopo Messi (concorrono anche Neymar e un Marko Marin purtroppo ancora incapace di ritrovarsi). Naturalmente ciò non coincide con l’essere fra i migliori giocatori in assoluto del campionato, anzi la sensazione è che Brahimi sia uno di quelli che nello stesso istante in cui raccogli la tua mascella dopo una giocata inverosimile ti fa pensare anche che non diventerà mai un grande giocatore.
E in fondo è proprio questo il bello, perché se lo diventasse andrebbe a una grande squadra, diventerebbe ”commerciale”, verrebbe prontamente banalizzato col  metro di giudizio dei risultati, e tu magari discutendo con gli amici ti troveresti costretto a difenderne la competitività, e pur sapendo che non è così non ti va di ammetterlo, perché lo sentiresti come un tradimento verso la tua passione insana.


La “stranezza” di Brahimi è la capacità di dribblare su entrambi i lati partendo da entrambe le fasce, perché sui primi metri è un proiettile, e in più l’agilità e il controllo di palla gli permettono indifferentemente di lanciarsi verso il fondo o sgusciare all’interno fra nugoli di avversari.  La capacità di calamitare il pallone fa quasi sembrare che più avversari lo circondano più sia difficile togliergli palla. Quando poi fa scudo col corpo, torna indietro per proteggere la palla e magari ripiegare su un passaggio semplice, ma all’improvviso arresta la sua marcia e riparte come un razzo sul lato opposto, beh, siamo proprio ai cartoni animati.
Il problema però è che nessuno in più di un anno ha ancora capito quale sia il suo ruolo, e probabilmente resterà un mistero che lo accompagnerà fino a fine carriera. Sembra più un solista senza una collocazione precisa: l’anno scorso a lungo impiegato al centro della trequarti nel 4-2-3-1 di Anquela, spunti buoni ma poche capacità da rifinitore, poi col cambio in panchina si è trovato sulla destra, senza per questo essere un esterno.  Ora invece a sinistra, dove la propensione a rientrare sul destro fa un po’ a pugni coi movimenti di un altro destro, il promettente terzino sinistro francese Foulquier. Resta comunque l’unica scintilla nel gioco di Lucas Álcaraz.

Dopo il dribblomane patologico passiamo a un altro caso di devianza….Avete presente Quegli attaccanti che giocano giocano giocano, fanno in ogni istante la cosa migliore per la squadra, meno la più importante, e cioè il gol? Figure romantiche come il primo Higuaín, o Jonas del Valencia prima che si abbandonasse al vizio del gol?
Ebbene, il Granada vanta anche il primato del romanticismo, nel suo centravanti Ighalo (e la coppia con Aranda la scorsa stagione era sentimentale come nessuna). Se il calcio si giocasse senza porte, questo sarebbe un fuoriclasse. La porta non la vede nemmeno col binocolo (il gol dell’altro giorno all’Atlético, comunque un male minore perché gol ininfluente, non diminuisce la nostra stima), però i tifosi continuano a idolatrarlo per il gol all’Elche nello spareggio-promozione di due anni fa.
La cosa che colpisce di Ighalo è sostanzialmente una sola: il gioco spalle alla porta. Qualsiasi pallone rasoterra, o a mezz’altezza (come torre sulle palle alte se la cava ma resta nella norma), esige molta pazienza in chi lo marca, perché il nigeriano ti si pianta davanti, mette le radici sulla zolla designata e non lo smuovi. Devi avere pazienza e sperare in qualche dissuasione indiretta, aspettare un raddoppio o non lasciarlo girare (anzi  no, meglio lasciarlo girare perché questo scherzo della natura gioca più scomodo fronte alla porta), perché il primo controllo sarà suo nel 99% dei casi. Un po’ la kryptonite per i difensori troppo convinti dei propri mezzi e tendenti all’anticipo sconsiderato, tipo Koscielny o David Luiz (invece un centrale composto come Miranda dell’Atlético lo ha alla lunga domato).
Otto-nove righe dedicate solo al gioco spalle alla porta di Ighalo sono totalmente inutili, cazzeggio puro, ancor di più dopo mesi di assenza dal blog in cui la prima cosa da fare sarebbe parlare della polemica fra Blatter e Cristiano Ronaldo, ma questa cosa l’ho tenuta dentro per mesi ed era diventata ormai un’esigenza insopprimibile, scusate.


Il terzo “freak” è un giocatore bravo sul serio, e fin qui (ha già 29 anni, e un paio di anni fa ancora mangiava la polvere della Segunda) forse sottovalutato: Manuel Iturra. Ora, se c’è uno stereotipo del calcio che mi ha sempre infastidito è quello del “ruba palloni”, del giocatore che di per sé darebbe equilibrio a una squadra fornendo individualmente qualcosa che invece deriva sempre e soltanto da equilibri collettivi (conseguenza deleteria di questa credenza sono le squadre costruite col bilancino: un ruba palloni per uno coi piedi buoni, e così via…). Se c’è però un giocatore che più di tutti fornisce quest’illusione è il cileno ex Málaga, giocatore incredibilmente reattivo e dinamico, che ha pure deciso unapartita l’anno scorso con un pallone rubato(vittima uno svampito ThiagoAlcantara).
Il guaio di Iturra è che è pure tatticamente avveduto, per cui nel ruolo in cui sta giocando attualmente, vertice basso del centrocampo dietro le mezzeali Recio e Fran Rico, ne apprezzi le capacità di copertura, ma al tempo stesso ne rimpiangi il mancato utilizzo proprio sulla linea delle mezzeali, dove la sua capacità nel pressing sposterebbe di non pochi metri in avanti il baricentro della squadra, sempre che il conservatore Álcaraz lo volesse. Insomma, di Iturra ce ne vorrebbero pure due.
Le capacità di mastino poi ne nascondono anche l’apporto in fase di possesso: più che col tocco, aumenta la fluidità della manovra col suo movimento, la capacità di offrire costantemente una linea di passaggio più avanzata rispetto a chi porta palla: capacità che si notava anche al Málaga soprattutto confrontata con l’alternativa Camacho, che ancorava la squadra a un “doble pivote” molto più rigido quando sostituiva Iturra al fianco di Toulalan.


E non è finita, il Granada dei “freaks” è anche la squadra di Diego Buonanotte, il giocatore più basso del campionato che visto in tv a volte sembra più piccolo del pallone, la cui qualità nello smarcarsi tra le linee e il cui sinistro sono abbastanza sacrificati dall’atteggiamento di Alcáraz (che infatti ora lo sta lasciando in panchina, preferendo un esterno classico come Pereira sulla destra invece di lasciare a briglia sciolta lui che parte da destra e Brahimi che parte da sinistra). E infine c’è anche il 21enne difensore centrale Jeison Murillo, un prospetto sempre più serio, grande fisico, concentrazione e personalità. Ma per sua sfortuna è colombiano, quindi alla moda, quindi pronto a finire sulla bocca di tutti e per questo destinato presto a non piacerci più.

2 Comments:

Blogger Francesco said...

Bravo! Speriamo non passino altri nove mesi per il prossimo articolo!!

3:48 PM  
Blogger valentino tola said...

grazie Francesco, vediamo cosa si può fare ;-)
Intanto ho pubblicato su "L'Ultimo Uomo", però siccome son scemo mi ero dimenticato di pubblicare i link agli articoli su questa pagina..ora provvedo

Non mi ero accorto che erano nove mesi, giuro che è casuale!

4:07 PM  

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