martedì, gennaio 31, 2012

GUERIN SPORTIVO: Adrián López, l'apriscatole.

Il mio nuovo pezzo per il sito del Guerin Sportivo.

http://blog.guerinsportivo.it/ilmondosiamonoi/2012/01/31/adrian-lopez-
l%E2%80%99apriscatole/

Qui invece il link al "38Ecos" sull'ultima giornata di Liga, al quale ho partecipato.
http://www.ecosdelbalon.com/2012/01/30/38-ecos-jornada-21/

lunedì, gennaio 16, 2012

Loro soffrono, lo spettatore gode.

La Liga scozzese ma livellata verso l’alto offre un nuovo capitolo. Madrid e Barça vincono, non sia mai, ma vedono i sorci verdi contro Mallorca e Betis che ribadiscono come, dopo il derby di Barcellona della scorsa settimana, il dominio delle prime due non sia certo demerito delle altre diciotto.

Stranissima partita quella del Barcelona, che non dava la sensazione di controllo totale nemmeno sul 2-0 dopo dieci minuti. Strana come strano era il centrocampo di Guardiola. Con la difesa a tre è FONDAMENTALE che il centrocampista del lato opposto a quello dove si trova il pallone si allarghi per ricevere il cambio di gioco. Poi può pure accentrarsi, ma deve sempre offrire questo riferimento iniziale. Solo così il Barça può concretizzare il vantaggio della difesa a tre e creare superiorità, perché se l’avversario difende con un 4-4-2/4-2-3-1 può coprire sulle fasce solo con due giocatori (perché il doble pivote è già impegnato da Messi e Fàbregas), il terzino e l’esterno, mentre il Barça ne aggiunge un terzo.
Quindi, se sul lato destro porta palla Puyol, Iniesta si allarga sul lato opposto, quasi un terzo esterno fra Abidal e Alexis. Se l’avversario si sposta verso Puyol, scopre Iniesta, se non si sposta verso nessun lato ha troppo campo da difendere in ampiezza e magari lascia più spazio centralmente per Messi e Fàbregas. È questa la “superiorità di posizione” che cerca sempre il Barça, e che il modulo con la difesa a 3 dovrebbe esaltare. L’ha esaltata in altre partite, ma non in quella di ieri.
Iniesta è forse il più bravo di tutti nell’interpretare questo movimento, allontanarsi un po’ da chi porta palla per smarcarsi negli spazi intermedi, “zone di nessuno”. Per questo ha sorpreso la sua posizione ieri, molto accentrata, troppo accentrata, non si sa se per preciso volere di Guardiola o per ispirazione sua (e bisogna dire che se tatticamente ha lasciato questi dubbi, col pallone fra i piedi è stato ispiratissimo, anche se una sua palla persa ha avviato il 2-2 del Betis); a un certo punto del primo tempo si è pure scambiato con Xavi, che è passato a sinistra e per sue caratteristiche ha accentrato ancora di più la manovra.
Troppo schiacciato il rombo (o pentagono) blaugrana centrale, e se a questo aggiungiamo che Alexis tagliava troppo presto, si capisce come il Barça non riuscisse a distendersi col massimo ordine. Cesc Fàbregas è il “meno peggio” in questo contesto tattico: più di una volta è lui a compensare questi squilibri allargandosi negli spazi che dovrebbero essere di Iniesta, Xavi e soprattutto Messi (male, nonostante i tre gol).
Nonostante questo, il Barça riesce a passare in vantaggio e creare occasioni ugualmente, perché pur restringendoseli da solo, in quegli spazi risibili è capace di cose che voi umani non potete immaginare, e perché qualche pecca nella sua fase difensiva il Betis come sempre la mostra (Salva Sevilla ripiega poco e sceglie male quando temporeggiare e quando accorciare su chi porta palla; la difesa gioca alta e si fa sorprendere alle sue spalle, sulle verticalizzazioni).
Il Barça non si distende bene e quando perde palla non è ben piazzato per la transizione difensiva. Il Betis, dopo la crisi di fede e le tentazioni difensiviste di Mel, è tornato al modulo e allo stile di gioco tipico della promozione e della striscia positiva di inizio campionato. Due punte (Rubén Castro e Jorge Molina) bloccano i tre difensori blaugrana, e con Jefferson Montero largo a destra creano spazio al falso esterno Salva Sevilla, che in più di un’occasione può ricevere palla fra le linee e rifinire. Valdés impegnato più del solito (basta dire che prima di ieri il Barça in casa aveva subito zero gol).
Guardiola ha raddrizzato la rotta nella ripresa, passando alla difesa a 4 dopo il pareggio del Betis. Questa non è la parola ultima definitiva inappellabile sulla questione “difesa a 3 o difesa 4?”, vuol dire soltanto che ieri ha funzionato meglio la difesa a 4. Con Alves e Messi (solo in partenza) sulla destra e Iniesta (lui più largo di Messi) e Abidal sulla sinistra, i blaugrana hanno avuto più riferimenti per allargare il gioco e quindi anche le maglie del Betis, creando perciò più spazio pure al centro, questo anche prima dell’espulsione di Mario.
Da centravanti, Alexis ha tolto le castagne dal fuoco con uno dei suoi generosi e incisivi movimenti ad allungare la difesa avversaria. Il problema del cileno è l'eccessiva precipitazione nelle scelte effettuate con e senza palla.

Se guardiamo al numero di occasioni non è così, ma nel rapporto fra mezzi e gioco prodotto si può dire che il Mallorca di sabato meritava di vincere. Caparrós si conferma un animale da bassifondi: limitato quando ha giocatori di talento che richiedono qualcosa di più elaborato, bravo come pochi a fare le nozze coi fichi secchi. Nel caso del Mallorca sono secchissimi, quindi scommetto che si salverà. Giocando un calcio così, tanto pragmatico, intenso e determinato, l’esito è per forza quello.
Il problema iniziale contro il Real Madrid è come affrontare la sua prima linea di tre, con Xabi Alonso che si abbassa ad aiutare Pepe e Ramos in fase di possesso per poi aggiungersi al centrocampo. Pressarla è difficile perché apre il campo e da qualche parte filtra, allora l’idea di Caparrós è stata semplicemente di ignorare questa prima linea, non studiare nessuna marcatura specifica su Xabi Alonso (in un periodo evidente di calo, a dir la verità) e concentrarsi semmai sulle linee di passaggio che il Real Madrid poteva creare più avanti, sulla trequarti. Quindi i due attaccanti Víctor e Hemed ripiegano nella loro metacampo, mentre i centrocampisti centrali Tissone (gran prestazione) e Joao Victor si abbassavano vicino ai difensori centrali (bassissimi per non lasciare a Ronaldo & C. l’opportunità di scattare alle proprie spalle), “intrappolando” Özil, Cristiano Ronaldo e Benzema, senza spazi per ricevere tra le linee. Michael Pereira, esterno destro, seguiva Marcelo, mentre l’esterno sinistro Castro tendeva più a stringere vicino a Tissone e Joao Victor che a coprire la fascia.
In tal modo il Mallorca inaridiva le fonti di gioco principali del Real Madrid e lasciava relativamente scoperta la fascia destra, dove però i merengue possono produrre ben poco. Arbeloa può sorprendere solo una volta che gli viene liberato lo spazio per sovrapporsi, non certo portando palla, mentre Callejón non è un riferimento sul quale allargare il gioco per cercare poi il fondo, come invece avverrebbe con l’assente Di María. L’ex Espanyol è un esterno portato a tagliare centralmente, ma non per fare il rifinitore, al massimo per cercare l’inserimento in area. Non può creare gioco.
Il Mallorca così controlla e riparte alla perfezione, appoggiandosi sul gran lavoro in appoggio di Víctor (non vedrebbe la porta nemmeno se la allargassero fino alle bandierine, però ha un certo senso del gioco) che libera le ripartenze di Castro e Pereira, i quali hanno una certa facilità di corsa in campo aperto. Tutto molto da Caparrós.
Mourinho reagisce alla sua maniera, aggiungendo giocatori offensivi fino a restare con soli tre dietro, uno dei quali è Coentrão (sostituito Marcelo, anche lui in calo come Xabi). Più che Kaká è una buona mossa l’arretramento di Özil al posto di Lassana Diarra: il tedesco se non altro riceve più libero dalle marcature che lo soffocavano dalla trequarti e imposta qualche passaggio un po’ più verticale e incisivo di Lass. Gioca con un 3-3-4 il Madrid, non molto ordinato, si sbilancia e rischia anche un gol in contropiede (Víctor scatta dietro la linea di metacampo, lì il fuorigioco non vale ancora: erroraccio) ma alla fine più con la caparbietà (si scrive caparbietà si legge Higuaín) che con il gioco ottiene tre punti potenzialmente molto pesanti.

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martedì, dicembre 20, 2011

Collaborazione: Ecos38

"Ecos del Balón", il miglior sito spagnolo di calcio, mi ha invitato a partecipare all'ultima puntata di "Ecos38", il Podcast che analizza la giornata di Liga appena conclusa. Con Miguel Quintana, Marc Roca, Alejandro Arroyo e Carlos Rosende commentiamo le gare più importanti della giornata: Sporting-Espanyol, Osasuna-Villarreal, Sevilla-Real Madrid, Atlético Madrid-Betis, Athletic Bilbao-Zaragoza e Valencia-Málaga (io intervengo su queste ultime tre).

Qui sotto trovate il link. Il programma poteste ascoltarlo direttamente nella pagina oppure scaricarlo.

http://www.ecosdelbalon.com/2011/12/19/mundial-de-clubes-2230h-38-ecos-2300h/

L'Utopia si avvicina.


Il bello del calcio è anche il contatto fisico. Sentire l’avversario vicino, sudare e lottare con lui per uno stesso pallone, e poi, perché no?, provocarlo, dargli calcetti, trattenerlo, sussurrargli apprezzamenti su sua madre…tutto ciò ha sempre costituito parte del fascino di questo sport, e in particolare dei difensori sudamericani.
Perciò, quanto andato in scena ieri allo Yokohama Stadium va considerato un affronto alla tradizione di questo gioco: scesi in campo come tutti i fine settimana, i signori Bruno Rodrigo, Edu Dracena e Durval hanno avuto come unico fugace contatto con l’avversario la stretta di mano prima del fischio d’inizio. Dopo invece il tempo lo hanno passato a chiedersi chi diavolo dovessero mai marcare. E non appena cominciavano a considerare l’ipotesi di ritirarsi dal campo per mancanza di lavoro, ecco che il Barcelona aveva già segnato.

Se il Barça generalmente le semifinali le supera in modo discutibile (Ovrebo e l’espulsione di Pepe), ad ogni finale invece ci tiene a fare le cose in grande. Roma 2009 e Londra 2011 sono non a caso fra le gare migliori di tutta la gestione Guardiola, e la partita di ieri non fa eccezione, se non per la qualità minore (ma tutt’altro che bassa!) di un avversario forse poco abituato al giorno dopo giorno degli avversari europei e spagnoli del Barça, che ne seguono l’evoluzione da vicino e quindi non esitano a modificare il loro assetto abituale pur di trovare la giusta contromisura difensiva.
Il Santos non è sembrato nutrire eccessivamente questa preoccupazione, e si è presentato con le sue due punte più trequartista per giocarsela senza tante storie. Premettendo che non sono un esperto della squadra brasiliana, forse mantenere il terzetto offensivo non è stata la migliore idea.
Paulo Henrique "Ganso", della cui ostentata e anticonformistica lentezza mi dichiaro fan, può costituire un’arma difensiva in partite nelle quali la sua capacità di tenere palla permette alla squadra di raccogliersi nella metacampo avversaria, ma contro il Barça questa non è una strategia realistica. Privato di tale contesto, Ganso rimane soltanto un tizio che trotterella, e che difficilmente può darti qualcosa in ripiegamento o costituire un serio ostacolo alle linee di passaggio blaugrana nel primo pressing.
Se a questo aggiungiamo che il Barça col 3-4-3 già di suo è difficilmente difendibile sui cambi di gioco (perché le opzioni di passaggio da difendere in zona centrale son talmente tante che cambiando fronte un centrocampista catalano si trova quasi sempre libero), dover coprire in ampiezza con soli 3 mediani, una volta tagliati fuori Ganso-Neymar-Borges, diventa quasi impossibile. Forse un 4-4-1-1 più bloccato, con Ganso staccato dal centrocampo a supporto del solo Neymar avrebbe potuto limitare i danni. Forse.

Ipotesi che lasciano il tempo che trova viste le dimensioni della superiorità culè, e la non eccezionale rigidità difensiva dell’avversario non ha fatto che esaltare l’idea di Guardiola. A ragione si parla di idea, e non di modulo, perché è impossibile schematizzare, fissare in qualche formula numerica come gioca questa squadra. Non esiste lo schema, esiste il sistema di gioco, e all’interno del sistema non esistono i ruoli ma solo e soltanto il concetto di spazio. In fondo è quello che ha sempre contato, che gli spazi vengano coperti da tutta la squadra, e non conta a chi tocca rubare palla, a chi crossare e a chi concludere. Quelle sono forzature che non rendono giustizia alla complessità di un gioco nel quale non esiste una separazione netta fra difesa e attacco e ogni fase prepara l’altra.
Quindi tre difensori, cui non per questo viene impedito di aggiungersi al centrocampo in fase di costruzione, due ali in partenza molto larghe (ma un po’ meno rigide rispetto ai primi tentativi con questo modulo: ora nelle sporadiche occasioni in cui tagliano dentro sono Messi da un lato e Iniesta dall’altro ad allargarsi un po’, senza dimenticare gli spostamenti di Cesc) e il resto un caos super-organizzato del quale il Santos non ha capito nulla. 3-4-3? 3-3-4? 3-7-0 come dice Muricy Ramalho? Che importa, gli spazi erano comunque tutti loro.
Emblematiche le azioni del primo e del secondo gol: non si tratta di un semplice vezzo per dire “quanto sono figo che gioco senza ruoli”, è che se l’avversario non sa mai chi occuperà quello spazio, se nessuno lo presidia staticamente ma c’è comunque sempre qualcuno che vi si inserisce, difendere diventa un rompicapo.

Si può leggere la storia stessa della gestione di Guardiola come la corsa verso un livello sempre superiore di astrazione, anno dopo anno. Senza mai fare il passo più lungo della gamba, ma avvicinandosi pian piano all’utopia.
Ereditate le mollezze degli ultimi anni di Rijkaard, la prima preoccupazione fu quella del pressing e della profondità. Confrontato con quello di adesso, il Barça tanto mitizzato del Triplete era una macchina dalla complessità minima. Squadra che nell’elaborazione del gioco si limitava sostanzialmente al lato destro: Alves terzino, Xavi mezzala e Messi attaccante esterno. Da questa parte si dettano i tempi, si fraseggia più fitto, si attira l’avversario e si crea lo spazio per poi concludere sul lato sinistro, che si limita più ad attaccare lo spazio senza palla (Henry, Abidal). La variante per creare superiorità è Iniesta mezzala sinistra, che però fa più la differenza con le sue accelerazioni palla al piede che all’interno di un circuito sviluppato come quello del lato destro.
Un assaggio di quello che verrà lo si ha però nella funzione dei difensori, il cui ruolo specifico sfuma fino ad assumere le sembianze di centrocampisti aggiunti: Piqué e Márquez non solo cambiano gioco verso le ali come avveniva con Rijkaard, ma in maniera sempre più pronunciata fanno filtrare passaggi verso la trequarti e portano palla fino a dividere l’attenzione dei mediani avversari e liberare più spazi per Messi, Iniesta e Xavi.

La stagione dopo la tattica è molto condizionata dal problema-Ibrahimović, il cui inserimento si rivela infelice, costringendo Guardiola a soluzioni provvisorie come il 4-2-3-1 per liberare Messi nella celebre quaterna all’Arsenal e nelle altre ordinarie follie dell’argentino. È nella stagione scorsa, la 2010-2011, che Guardiola tenta un passo avanti sulla strada dell’astrazione con due mosse soltanto intraviste nelle stagioni precedenti.
La prima è l’ormai famosa "salida lavolpista". Di cosa si tratta? Ad inizio azione, il vertice basso del centrocampo retrocede fra i due difensori centrali per avere la superiorità sul pressing avversario, che solitamente prevede due attaccanti. Nel mentre, la posizione molto avanzata dei terzini permette alle due ali di accentrarsi e quindi guadagnare opzioni di passaggio in mezzo. Guardiola insiste su questo meccanismo nel primo mese, ma poi si accorge che non funziona, perché Busquets retrocede ma non dà un reale vantaggio sulla prima linea avversaria, fatica a superarla e ad aggiungersi poi a centrocampo, che è il momento in cui si concretizzerebbe il reale vantaggio di questo stratagemma. Pep torna sui suoi passi, e a una normale “salida” nella quale ai due difensori si avvicina di volta in volta una delle due mezzeali per ricevere.
Se Busquets “falso difensore” non ha successo, ha un successo clamoroso invece Messi falso centravanti in pianta stabile. Storia arcinota: nello spazio fra le linee i movimenti dell’argentino non solo risultano di difficile lettura, ma calamitano gli avversari liberando i compagni. A differenza dell’anno del Triplete, Messi al centro attiva entrambi i lati. In tutto il fronte offensivo, il Barça crea agevolmente situazioni di superiorità.
Infine, siamo alla cronaca. L’ultima evoluzione è il "3-3-quello-che-vi-pare". Cesc diventa un secondo falso centravanti, Iniesta un po’ mezzala un po’ trequartista un po’esterno, Alves terzino ala e centrocampista nel corso della stessa partita. Tutti, non più solo Messi, diventano un “falso qualcosa”. È la bugia meglio raccontata al mondo.

FOTO: elpais.com

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domenica, dicembre 11, 2011

La rincorsa continua.


Non è ancora il momento. Non si sa quanto per calcolo, non si sa quanto per spavalderia, José Mourinho stavolta ha deciso di giocarsela completamente alla pari. Cioè mettere in campo tutte le proprie carte, giocare con la stessa formazione che userebbe contro un Mallorca o un Racing, senza accorgimenti ad hoc come il Pepe a centrocampo della scorsa stagione. A viso aperto, pensava che il suo Madrid avesse raggiunto una maturità tecnica e psicologica tale da imporsi anche sul Barça. Facile dire a posteriori che si era sbagliato, trascurando che il primo tempo un po’ di ragione gliela stava dando, però alla lunga il Barça si è dimostrato ancora una volta più forte.

Maggior qualità (e per avere più qualità di questo Real Madrid ce ne vuole!) e maggior tenuta, più che dal punto di vista atletico dal punto di vista psicologico: subire gol al primo minuto, in quel modo poi, poteva aprire la strada ad un’umiliazione vera e propria (una delle tante che le due squadre si sono scambiate reciprocamente nella storia del Clásico), ma i blaugrana sono rimasti in partita fino a rimontare al Bernabeu. Ad oggi è difficile pensare a sviluppi del genere a parti invertite al Camp Nou: alla fine si è rischiato addirittura il quarto gol. Sarebbe stato tremendamente bugiardo, ma la sensazione concreta c’è stata, e testimonia della padronanza mostrata nella ripresa da un Barça pure tutt’altro che perfetto.

Alla vigilia c’era grande curiosità per le formazioni, da un lato per per vedere quale declinazione potesse assumere il modulo flessibile di Guardiola, dall’altra per vedere se Mourinho in qualche modo avrebbe “imbastardito” in chiave più difensiva il Madrid strabiliante di quest’ultimo periodo.

Alla fine la formazione del Barça è stata quella prevista nei commenti su questo blog da Flavio, ma la posizione in campo è stata diversa da come molti si aspettavano. Si pensava che Guardiola non avrebbe rischiato la difesa a 3 ma al tempo stesso non avrebbe voluto perdere i quattro palleggiatori in mezzo al campo: quindi Iniesta a sinistra nel tridente per poter stringere in appoggio alla manovra e liberare gli inserimenti di Cesc, “falso centravanti” insieme a Messi. Al tempo stesso Alexis Sánchez sarebbe rimasto largo a destra per tenere impegnato Marcelo e impedirgli sia di raddoppiare al centro sui trequartisti blaugrana, sia di avanzare alla sua maniera.

Invece niente: Iniesta va a sinistra sì, ma Cesc fa più chiaramente il centrocampista, e al centro dell’attacco ci gioca Alexis, muovendosi fra Pepe e Ramos. A destra ci va teoricamente Messi, ma la fascia in più di un momento risulta scoperta, costringendo Xavi ad allargarsi, movimento storicamente non alla portata del giocatore di Terrassa.

Dall’altra parte invece Karanka aveva annunciato il giorno prima un 4-3-3, e subito ci si era fatti un’immagine chiara di quella che sarebbe stata la condotta tattica del Real Madrid. Con 6 punti di vantaggio, perché rischiare di allungarsi per andare a pressare i difensori del Barça? Meglio aspettare all’altezza del cerchio di centrocampo, con tre centrali, due per limitare Xavi e Iniesta/Cesc, l’altro “libero” alle spalle che vigila lo spazio tra le linee, per impedire che Messi riceva e costringa magari uno dei due difensori centrali ad uscire (proprio quello che succederà sul gol dell’1-1). Invece no, Khedira a sorpresa fuori e dentro Özil, 4-2-3-1 duro e puro, a centrocampo doble pivote Lass-Xabi Alonso senza nessun terzo uomo a protezione della difesa. Coentrão a destra lo si era già visto a Gijón, ma la scelta compiuta da Mourinho, a scapito di Arbeloa, sorprende comunque.

L’azione-shock dell’immediato vantaggio madridista fotografa alla perfezione il contesto tattico dei primi 30 minuti. La linea dei 4 fra attaccanti e trequartisti del Madrid aggredisce le primissime linee di passaggio blaugrana che vanno da Valdés ai difensori. Benzema e Özil pressano Puyol e Busquets (retrocesso fra i centrali per dare una mano ad impostare), Cristiano su Alves, mentre anche l’esterno del lato opposto, Di María, stringe verso la zona della palla. Rimarrebbe quindi libero Abidal, e Valdés dovrebbe allargare su di lui per scavalcare questo pressing, come fatto tante volte, ma stavolta qualcuno gli ha messo il piombo nelle scarpe e esce un cosino strozzato che avvia il vantaggio madridista di Benzema, e scatena i sogni di “contro-manita” del pubblico del Bernabéu.

Alla fotografia dell’azione del vantaggio bisogna aggiungere il lavoro di Xabi Alonso e Lass. Mentre trequartisti e attaccanti agiscono sulle linee di passaggio, loro tendono a seguire più l’uomo, rispettivamente Xavi e Fàbregas. Fra Lass e Alonso (premettendo che Coentrão è impegnato da Iniesta e Pepe e Ramos da Alexis), ai loro lati e alle loro spalle, rimane uno spazio potenzialmente a disposizione di Messi. Il rischio del Madrid è quello di dover inevitabilmente lasciare margine di manovra all’argentino, dovendo concentrare il suo pressing già così alto sui difensori e i centrocampisti del Barça. Ma di questo si parlerà più avanti, perché per il momento sono i padroni di casa a fare la partita e intimidire l’avversario (anche se Messi al 6’ approfitta di una dormita di Ramos per costringere Casillas a una gran parata).

Xavi si vede sopraffatto, il pressing lo ricaccia esageratamente indietro e lui non sa che pesci pigliare. Tutto il Barça è contratto, e le iniziative di Messi palla al piede servono al massimo per sopravvivere, non certo per stabilire fasi di possesso prolungate nella metacampo avversaria. Il Barça non può ordinarsi come vorrebbe col pallone, e questo significa un susseguirsi a ritmi altissimi di transizioni da una metacampo all’altra nel quale il Madrid per caratteristiche si trova più comodo.

Infatti arrivano al 18’ un contropiede di Ronaldo (il tiro da fuori però è potente ma centrale) e al 24’ l’occasionissima che forse poteva chiudere tutto. Ancora una palla persa dal Barça mentre prova a distendersi, Marcelo che riparte, salta la debole opposizione di Alves e scucchiaia in profondità sul taglio di Benzema: il francese si porta via sia Puyol che Piqué, apre il Mar Rosso a Cristiano Ronaldo che però dal limite dell’area abbastanza incredibilmente storpia il destro.

Questo è uno dei pochi lampi di Marcelo, e dire che entrambe le squadre, visto come si schierano (il Barça senza attaccanti a coprire la destra, il Madrid con Cristiano che si accentra più che restare largo) avrebbero spazio per sfruttare i loro migliori terzini. Nessuno dei due lo fa, il Barça perché non può (se non riesce a distendersi coi primi passaggi non può dare nemmeno il tempo ad Alves di salire), il Madrid perché non si preoccupa troppo di cercare il suo geniale lateral, peraltro poco ispirato.

Al 29’ però Messi ci ricorda perché è il migliore del mondo. Si diceva di come lui potesse costituire la possibile via di fuga al pressing madridista…ebbene in un’azione concitata, fra Lass e Xabi Alonso che stringono spunta lui, chiede un semplice triangolo, parte e in un colpo solo salta un’intera linea avversaria. Ora è lanciato, ha campo e tempo per scegliere. Quelli che a questo punto qualunque cosa scelgano scelgono male sono i difensori di casa: con Messi che arriva palla al piede e Alexis che detta il movimento alle sue spalle, Ramos è preso tra due fuochi, idem Pepe, a quel punto Messi imbuca millimetrico, Alexis ruba il tempo sulla diagonale a Coentrão e fredda Casillas.

Proprio intorno a questi minuti Guardiola cambia e passa alla difesa a 3. In realtà non è la versione “estrema”, quella che si pensava troppo rischiosa alla vigilia: Alves avanza fino a duellare con Marcelo e lasciare tutto lo spazio centrale a Messi, Xavi, Fàbregas e Iniesta (quando si aggiunge), ma più che come ala rimane come quarto di centrocampo, risparmiando a Xavi gli spostamenti laterali in chiusura. Al tempo stesso Busquets si sobbarca un notevole lavoro, dovendo fare al tempo stesso il primo centrocampista e il quarto difensore. Ciò consente a Puyol di scalare per fare praticamente il terzino destro, e tutto il Barça può concentrare maggiormente le proprie attenzioni difensive verso quel lato, perché dall’altro il rischio del due contro uno contro Abidal è molto più ridotto. C’è un Di María generosissimo, a tratti incontenibile palla al piede, ma in più di un’occasione confusionario nelle rifiniture, ma c’è solo lui: Coentrão da terzino destro deve fare un po’ più di fatica per controllare e portare palla, e non può dare profondità.

Al 52’ la svolta: fortunatissima la deviazione di Marcelo sul destro al volo di Xavi da fuori area, palla in rete e gara in discesa per il Barça. Più che avere un calo atletico, il Real Madrid accusa la mazzata psicologica, e il campo si fa sempre più largo e sempre più lungo con quelli là che fanno girare palla senza nessuna fretta. Da un lato all’altro, e poi sbuca sempre qualcuno tra le linee. Se Messi è il giocatore decisivo, quello che tira fuori di peso dalle sabbie mobili del primo tempo, in questa fase si esalta Iniesta, che porta a spasso Coentrão (imbarazzante un controllo a seguire/dribbling lungo la linea del fallo laterale eseguito pizzicando la palla con la punta per scavalcare la scivolata del portoghese) e ogni volta che stringe chiede triangolo finta gira su se stesso risulta illeggibile per Lass.

Si avvicina con facilità sempre maggiore all’area merengue il Barça, anche se Cristiano Ronaldo si mangia un gol bello grosso al 64’, solo in area per il colpo di testa, sbucato fra i difensori blaugrana evidentemente usciti male per il fuorigioco dopo il calcio d’angolo. Un minuto dopo però il Barça trova addirittura il terzo gol, con un contropiede avviato da un Iniesta ormai col pilota automatico e rifinito da Messi, che libera Alves al cross per Cesc Fàbregas, che il suo inserimento in area (ancora una volta Coentrão fregato sulla diagonale) non lo fa mai mancare, in una partita che a dire il vero è stata quella più da centrocampista giocata finora. Più ordinata che ispirata.

Il Madrid reagisce inserendo Khedira ma soprattutto Kaká e Higuaín. Il leader offensivo (con Cristiano Ronaldo in latitanza) rimane Benzema, il migliore in campo del Madrid. Fenomenale il francese, sia in appoggio che in profondità: al 72’ ridicolizza Puyol, prima tagliando alle sue spalle sul lancio di Marcelo, poi rientrando e mandandolo culo a terra per liberare un destro che tuttavia finisce troppo largo a lato del secondo palo. Più ancora che Puyol (che in partite come queste un livello di competitività sufficiente te lo garantisce sempre) lo ha sofferto però Piqué, che quasi mai riesce ad anticipare e decifrarne i movimenti.

All’83’, su contropiede nato da un passaggio sbagliato da Xavi (mai brillante, mai veramente in partita, ha potuto respirare col pallone soltanto quando Messi e Iniesta gli hanno spianato la strada), c’è anche un sinistro di Kaká parato alla meglio da Valdés, ma ormai il Barça ha il pieno controllo.

Real Madrid: Iker Casillas; Coentrao, Pepe, Ramos, Marcelo; Xabi Alonso, Lass (Khedira, min.63), Özil (Kaká, min.58); Di María (Higuaín, min.68), Cristiano y Benzema.

Barcelona: Víctor Valdés; Alves, Piqué, Puyol, Abidal; Busquets, Xavi, Iniesta (Pedro, min.89); Alexis (Villa, min.84), Cesc Fábregas (Keita, min. 78) y Messi.


Goles: 1-0. Min.1. Víctor Valdés falla en un pase sencillo con el pie en su área y Benzema abre el marcador a los 25 segundos. 1-1. Min. 29. Alexis, de fuerte disparo, cruza el balón a Iker y empata a pase de Leo Messi.1-2. Min. 52. Marcelo desvía una volea de Xavi y marca en propia meta. 1-3. Min. 66. Cesc, de cabeza, a pase de Alves desde la derecha.

Árbitro: David Fernández Borbalán (Comité andaluz). Mostró cartulina amarilla a Xabi Alonso (26'), Lass (61'), Pepe (62'), Sergio Ramos (69'), del Real Madrid y a Alexis (27'), Messi (36'), Piqué (48'), del Barcelona.

83.500 espectadores en el Santiago Bernabéu.


foto: el pais.com

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mercoledì, novembre 23, 2011

GUERIN SPORTIVO: La metamorfosi di Fabregas.

lunedì, novembre 21, 2011

TREDICESIMA GIORNATA: Sevilla-Athletic Bilbao 1-2

Gol: Iraola 5' (A); J. Navas 14' (S); De Marcos 71' (A).

Signori, in piedi. Marcelo Bielsa non conoscerà i suoi giocatori, però quest’Athletic comincia davvero a far stropicciare gli occhi. Un’intuizione felice del tecnico e il talento dei giocatori danno vita a una magnifica ripresa nella quale l’Athletic legittima tre punti pesantissimi. Non è una squadra impeccabile in tutti i momenti della partita e in tutte le fasi del gioco (di fatto, il primo tempo non è stato granchè), ma propone sempre, e sempre di più crede in quello che fa. Discorso opposto per il Sevilla, una bugia di inizio campionato che pian piano sta venendo smascherata.

Avevano cominciato imbattuti, ma ora son già 5 partite che gli andalusi non vincono (compresi risultati da arrossire come la sconfitta casalinga col Granada e il pareggio casalingo col Racing…2-2 in casa col Racing!!!). Non mancano note positive nel lavoro di Marcelino, soprattutto sulla fase difensiva (magistrale a tal proposito la prova al Camp Nou), ma il problema di questo tecnico e del Sevilla del dopo Juande Ramos rimane il solito: attaccare una difesa schierata.

Bielsa rispolvera il 3-3-1-3 già visto, con risultati negativi, contro Málaga e Villarreal. Forse la difesa a 3 risponde all’esigenza di avere l’uomo in più per coprire in seconda battuta sull’attacco del Sevilla, che da sempre si caratterizza per premere molto con le due punte sui centrali avversari (senza per questo dimenticare il sontuoso lavoro tra le linee di Kanouté). San José da “libero” fra Aurtenetxe e Javi Martínez (ancora una volta difensore…), la novità Iñigo Pérez davanti alla difesa mentre Marcelino deve fare a meno solo di Medel rispetto alla formazione-tipo.

Il primo tempo diverte per l’alternanza di attacchi sui due fronti, ma nessuno controlla veramente il gioco. L’Athletic fatica a dare continuità al suo possesso-palla: i tre difensori dovrebbero allargarsi un po’ di più a inizio azione e consentire alla squadra di guadagnare più appoggi centralmente, ma troppo spesso l’Athletic ricorre alla verticalizzazione precipitosa o al lancio, coinvolgendo Ander Herrera soltanto in un paio di sporadiche iniziative sulla trequarti.

Se non tieni palla a dovere, il 3-3-1-3 risulta poi ancora più esigente sul piano difensivo: si inizia dal pressing “a uomo” tipico del Loco (un aspetto del suo gioco che non mi fa impazzire), e si finisce col rischio che Iraola e De Marcos si schiaccino troppo sulla propria difesa, dovendo seguire nientepopodimenochè Navas e Perotti. La vulnerabilità principale di questa difesa “a uomo nella zona” di Bielsa è una maggiore esposizione a sovrapposizioni e inserimenti dalle retrovie.

Fortunatamente per i baschi, la “manovra” del Sevilla è talmente limitata da non costringere gli esterni zurigorri a correre più di tanto all’indietro (a parte il gol di Navas). Gli andalusi, non necessariamente usando la palla alta (anzi, usandola poco) saltano quasi sempre il centrocampo: non hanno veri registi in mezzo al campo, quindi giocano direttamente sugli attaccanti, e da lì cercano di innescare le incursioni di Trochowski o allargare per le due ali. Palloni frontali, terzini quasi mai avanti, poche variazioni che permettano di cambiare fronte e sorprendere l’avversario sul suo teorico lato debole. Un gol per parte, gara piacevole, ma attacchi troppo brevi da entrambe le parti.

Nella ripresa, passati dieci minuti iniziali in cui le squadre sembrano allungarsi, Bielsa e Muniain decidono di vincere la partita. Il Loco mantiene il modulo, ma lo ritocca pesantemente: nel suo 3-3-1-3 solitamente gli esterni di centrocampo devono anche stringere centralmente, ma ora De Marcos resta fisso largo. In questo modo Susaeta (poi entrerà Gabilondo) ha più libertà per accentrarsi, ma il vero terremoto lo provoca l’accentramento di Muniain, che abbandona quasi completamente la fascia (seguire Fernando Navarro non è tutta questa priorità) per avvicinarsi ad Ander Herrera. In questo modo l’Athletic guadagna la superiorità tra le linee e più in generale a centrocampo, e pian piano comincia a mangiucchiarsi il Sevilla.

Muniain accentrato è l’arma più micidiale per lanciare i ribaltamenti quando il Sevilla lascia spazio, mentre la vicinanza ad Ander Herrera consente un possesso-palla molto più continuo e dà possibilità a tutta la squadra di occupare meglio la metacampo avversaria. Un paio di occasioni d’avvertimento e poi il meritatissimo gol del vantaggio, che nonostante l’errore di Spahić e il fortunoso rimpallo che spalanca la porta a De Marcos, nasce proprio dai movimenti tra le linee di Muniain, Herrera e anche Gabilondo.

Forse ancora migliore del modo in cui l’Athletic si prende il vantaggio è il modo in cui lo gestisce: a poco valgono i cambi di Marcelino (nonostante la buona volontà di Rakitić), perché l’Athletic nasconde il pallone e addormenta la partita senza rinunciare a mordere quando opportuno: il terzo gol si avvicina in più di un’occasione, e ci starebbe tutto.

I MIGLIORI: Muniain incontenibile. Una volta liberato dalla fascia, nel vivo del gioco, ha vinto la partita quasi da solo, saltando i birilli palla al piede e imbucando palloni millimetrici per gli attaccanti. L’unica cosa da definire è la sua posizione, e in particolare la posizione che permetta di massimizzare il rendimento sia suo che di Ander Herrera. Il miglior Muniain lo abbiamo visto al centro, ma questo rendimento è coinciso con l’infortunio di Ander: in quella fase, Iker ne rilevò le funzioni, pur con caratteristiche diverse, dimostrando grandi capacità anche muovendosi dietro la linea della palla, anche dirigendo la manovra oltre che accelerando sulla trequarti. Quasi un Muniain “alla Iniesta”, insomma. Col ritorno di Ander Muniain è tornato sulla fascia, e pur con un rendimento generale sempre ottimo, la sua presenza nella manovra ha perso continuità. Da qui l’esigenza di riavvicinarlo ad Herrera: mossa intravista per pochi minuti a Gijón, con i due mezzeali in un 4-3-3 (ma qui è da verificare la tenuta difensiva), vista appieno e gustata nella ripresa di ieri. Llorente resta il giocatore più importante (e il meno sostituibile), ma il salto di qualità del progetto dipende da questi due.

Solito arrembante e inesauribile De Marcos (ovunque lo metti, attacca lo spazio per tutti i 90 minuti), sorpresa Iñigo Pérez: scartato da Bielsa nel precampionato, recuperato ed esposto ad indebiti imbarazzi contro l’Espanyol nell’improbabile posizione di terzino sinistro, ieri è invece piaciuto davanti alla difesa (personalmente, più di Iturraspe quando viene impiegato nella stessa posizione). Gioco semplice, il minimo indispensabile di tocchi, buon posizionamento e visione di gioco anche per tentare il passaggio filtrante col suo buon sinistro. San José nettamente il più sicuro dei tre difensori, puntualissimo nelle coperture e pulito nei rilanci. Bielsa tende a preferirgli Amorebieta ed Ekiza, ma il migliore a mio avviso è lui.

I PEGGIORI: Disastroso il duo Fazio-Trochowski, Javi Martínez invece rappresenta l’unica nota un po’ stonata nel grande momento dell’Athletic: sballottato fra centrocampo e difesa, non ha ancora trovato il suo habitat. Nel primo tempo si fa quasi sempre anticipare da Negredo o Kanouté quando vengono a raccogliere il lancio dalla difesa. Chiaramente non ha i tempi e le misure del difensore di ruolo, anche se nella ripresa soffre di meno quando l’Athletic controlla meglio il pallone e le transizioni fra le due fasi.

Sevilla FC (4-4-2): Javi Varas; Martín Cáceres, Spahic, Escudé, Fernando Navarro; Jesús Navas, Fazio, Trochowski (Rakitic, m.67), Perotti (Armenteros, m.71); Kanouté y Negredo (Del Moral, m.64).

Athletic Club (3-3-1-3): Iraizoz; Javi Martínez, San José, Aurtenetxe, Iraola, Íñigo Pérez (Ramalho, m.87), De Marcos; Ander Herrera; Susaeta (Gabilondo, m.67), Llorente (Toquero, m.89), Muniain.


Goles: 0-1, M.05: Iraola. 1-1, M.14: Jesús Navas. 1-2, M.71: De Marcos.


Árbitro: Miguel Ángel Ayza Gámez (Comité Valenciano). Amonestó a los locales Fernando Navarro (m.27) y Spahic (m.90) y a los visitantes De Marcos (m.43) y San José (m.47).

Incidencias: Partido disputado en el estadio Ramón Sánchez Pizjuán ante algo más de treinta mil espectadores. Terreno en buenas condiciones pese a la lluvia que cayó durante todo el día. Antes del inicio, en el saludo de los jugadores, se enseñó una pancarta contra la violencia de género y los futbolistas del Athletic saltaron con una camiseta de apoyo a Aitor Ocio, lesionado recientemente

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martedì, novembre 15, 2011

GUERIN SPORTIVO: Perseverare è diabolico (anche se vinci un mondiale).