sabato, novembre 14, 2009

Gestire la superiorità.

Ad oggi, 14 novembre 2009, fra la Spagna e quella che per potenziale dovrebbe essere la nazionale più forte del pianeta, l’Argentina, esiste un abisso di distanza. Per quanto questo possa contare.
L’unica cosa che importa infatti è il modo in cui questa superiorità verrà gestita da qui al prossimo giugno: se prenderà il sopravvento il coro dei “semo li mejo”, il ricordo del primo tempo di stasera, un’imbarazzante dimostrazione di forza, trarrà con sé frutti soltanto deleteri; se invece si comincerà a considerare quanto assurdo sia stato aver regalato all’Argentina oltre al momentaneo pareggio più di un’occasione per rimettersi in pista, allora la Spagna calcistica avrà dimostrato più maturità rispetto al passato.
È questo infatti il rischio sempre in agguato, che le certezze granitiche da tempo raggiunte vengano date sempre più per scontate, che non si avvertà più la necessità di confermarle sul campo, partita dopo partita, e che ci si finisca per scottare. La tendenza alla spocchia tradizionalmente insita nel calcio spagnolo è l’unico insidioso avversario (oltre al possibile logorio di giocatori impegnati su più fronti con i loro club fino alla fine della stagione) di una nazionale che dal punto di vista tecnico ha toccato già il suo tetto. Il tetto di un grattacielo per la precisione: sei più vicino degli altri al cielo, ma più in alto ti trovi più dolorosa diventa l’eventuale caduta.

Sfruttando l’assenza di Torres, Del Bosque massimizza la superiorità a centrocampo. È un 4-1-4-1 dove Xabi Alonso insolitamente gioca da mezzala sulla stessa linea di Xavi (misteriosa l’assenza dall’inizio di Cesc) e Busquets fa il vertice basso, l’esatto contrario della partita di qualificazione col Belgio. Come da copione poi Iniesta a sinistra e Silva a destra, sulle fasce inverse rispetto al piede di preferenza.
Come detto già nel post di commento al pur ottimo “nuovo acquisto” Navas, è in questa consolidata maniera, senza esterni di ruolo, che la Spagna riesce a occupare e a sfruttare al meglio il campo in tutta la sua estensione, in profondità come in ampiezza. In fase di possesso, le Furie si assicurano in ogni momento la superiorità numerica nella zona del portatore di palla. Una sorta di torello organizzato scientificamente in tutte le zone del campo, uno spettacolo.
Palla da un lato all’altro, se non c’è spazio si ricomincia, fino a quando il varco non si apre e la palla comincia a schizzare come un flipper, tutto di prima e con un continuo rimescolamento di posizioni da far girare la testa all’avversario. Possesso-palla tutto nostro, sempre nella zona scelta da noi e col ritmo scelto da noi, non importa che l’avversario si chiami Estonia o Argentina.
La superiorità in zona centrale è il primo passo: al solito i centrocampisti centrali avversari vengono presi nel mezzo fra il triangolo Busquets-Xavi-Xabi Alonso (nota di merito per Sergi B., sempre preciso e funzionale) e i tagli verso il centro dei falsi esterni Iniesta e Silva. Due cervelli da Premio Nobel questi due, sempre perfetti nell’alternare la posizione esterna e quella da trequartista, senza mai creare ingorghi alla manovra e puntualmente supportati dalle sovrapposizioni dei terzini e dagli spostamenti verso le fasce (generalmente la sinistra) di Villa.
Il canario in particolare è in un momento esaltante: da destra non solo taglia verso il centro per combinare con le mezzeali, ma va fino in fondo per allargare le maglie della difesa argentina: si avvicina a Iniesta e Villa, si sovrappone e così attrae Demichelis separandolo da Heinze e creando uno spazio invitantissimo per gli inserimenti centrali dei compagni. È un movimento che si osserva in più di un’occasione, ed è anche il movimento che caratterizza la splendida azione del primo gol, con Xabi Alonso a raccogliere i frutti avventandosi dalla seconda linea.
Dominio totale della Spagna nei primi 45 minuti, che potrebbe fruttare un meritato gol in più con un po’ più di cattiveria, di fortuna e anche con un rigore su Villa non ravvisato dall’arbitro. In questo monologo, il neo risiede in qualche leggerezza difensiva nella zona di Sergio Ramos, la cui genetica incapacità a tenere la posizione e offre buone chances a Di Maria sui ribaltamenti argentini.

Il secondo tempo, condizionato dai tanti cambi, , conta relativamente, se non per segnalare il persistere di una certa rilassatezza nell’approccio dei difensori alla gara (colpevole Albiol, che subentra a Puyol e regala il rigore del pareggio di Messi) e la doppietta di Xabi Alonso, stavolta dal dischetto (qui invece leggerezza di Demichelis sul fallo di mano), che fissa il risultato definitivo. Fischio finale e compito a casa per i ragazzi di Del Bosque: com’è che non abbiamo chiuso prima e con contorni ben più sostanziosi una gara del genere?

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Va di moda il “NormalDepor”.


Il giocoliere Djalminha, il pistolero Makaay, l’atipico Fran, Mauro Silva che ruba palla con la forza del pensiero, Jabo Irureta, la Liga 2000, le notti di Champions e il Centenariazo non esistono più. Chi parla di Deportivo La Coruña parla ora di una squadra normale, fatta di giocatori (chi più chi meno) normali, allenata da un tecnico normale che quasi certamente la condurrà a una posizione di classifica normale.
È questa la condizione attualmente insuperabile per il Deportivo: una condizione in principio vissuta con affanno e la paura di una retrocessione mai tanto vicina quanto alla fine del girone d’andata del 2007-2008, ma ora accettata e interpretata con grande equilibrio, sapendosi pure togliere qualche sfizio. Dopo dieci giornate, quinti in classifica con 19 punti, situazione abbastanza sorprendente se si pensa ad una rosa oggettivamente indebolita rispetto all’anno scorso dalle partenze pesanti di Lafita e Verdú.

Poco fumo, molto arrosto. Personifica quest’equilibrio Miguel Ángel Lotina, uno degli anti-divi per eccellenza delle panchine spagnole, col suo basso profilo, il suo buonsenso e quell’espressione perennemente accigliata eppure rassicurante.
Il basco si è segnalato come il tecnico probabilmente più duttile di tutta la Liga, sempre a partire dalle caratteristiche dei giocatori e mai imponendo forzosamente modelli di gioco predefiniti. Fu proprio la sua marcia indietro, il passaggio dal 4-2-3-1 al 5-4-1, a rappresentare la chiave di volta che portò il Depor a una grande rimonta nel girone di ritorno di quella Liga 2007-2008, dalla piena zona retrocessione fino a un piazzamento Intertoto.
Ritornato alla difesa a 4, Lotina continua tuttavia a proporre di tanto in tanto variazioni sul tema del 4-2-3-1/4-4-2: la scorsa stagione in alcune partite un 4-3-2-1 “ad albero di Natale” costruito per supportare l’inserimento di Valerón con una maggior copertura del centrocampo (e anche per aggirare il problema dell’assenza di Guardado allora infortunato), in questa un 4-3-3 non ancora proposto sul campo ma già presentato in un’intervista come possibile alternativa, partendo dal presupposto della scarsità in rosa di esterni destri di ruolo e dalla invece relativa abbondanza di attaccanti, senza contare che un ruolo da mezzala sinistra potrebbe ulteriormente esaltare le qualità di Guardado.
Partito con il 4-2-3-1, attualmente il Deportivo gioca con due punte. La nota dominante è l’estrema efficienza. Quattordici gol fatti, dato nella media, e undici gol subiti: non è la miglior difesa della Liga (è anzi la settima, alle spalle di, in ordine decrescente, Barça, Sevilla, Real Madrid, Valencia, Sporting, Espanyol), però i galiziani sono la squadra che finora ha mantenuto la porta inviolata nel maggior numero di partite, cinque, assieme a Real Madrid e Valencia.
La solidità difensiva è quindi l’arma in più di questo Deportivo. Un calcio minimalista, non proprio all’avanguardia, ma applicato con molta concentrazione e rigore: baricentro basso, ripiegamento ordinato e densità nella propria metacampo, raddoppi puntuali e poco spazio fra la coppia di difensori centrali Colotto-Lopo e il doble pivote di centrocampo Sergio-Antonio Tomás.
Il baricentro basso si sposa al meglio con le caratteristiche di Lopo (da anni rendimento regolarissimo, Del Bosque lo segue) e Colotto (non sta sbagliando un colpo da quando ha sottratto il posto a Zé Castro dopo le prime giornate), difensori non molto rapidi ma tatticamente avveduti ed efficaci in marcatura quando possono giocare sul corpo a corpo senza rischiare in spazi ampi. Va aggiunto comunque che con quest’assetto a volte la coperta si rivela un po’corta, non essendo il Depor (date le caratteristiche della maggior parte dei suoi giocatori) una squadra particolarmente veloce nel ribaltare l’azione, un handicap quando una volta recuperato il pallone i metri fra te e la porta avversaria sono molti.
Pur avendo dimostrato nelle scorse stagioni di saper gestire più registri e saper proporre una manovra sicuramente più elaborata rispetto alla versione ultraspartana di Caparrós, questo Deportivo “cinico” ha capitalizzato come non mai le palle inattive: due gol direttamente su punizione dal nuovo acquisto Juca (gran specialista, al momento però appiedato da un infortunio), e poi l’apporto dei vari Colotto, Lopo, Riki, Lassad, Juan Rodríguez a staccare in area avversaria.


Altri giocatori. Portieri: Fabri, Manu. Difensori: Laure (terzino destro), Zé Castro (centrale), Piscu (centrale), Angulo (terzino sinistro). Centrocampisti: Juca (centrale), Pablo Álvarez (esterno destro), Iván Pérez (esterno sinistro/destro, trequartista), Valerón (trequartista). Attaccanti: Adrián, Mista, Bodipo.


Si vince a sinistra. Nessuna indicazione politica, semplicemente la constatazione che la maggior parte del volume di gioco del Depor passa dal binomio mancino Filipe-Guardado, di gran lunga i due giocatori di maggior spessore tecnico nell’abituale undici titolare.
Filipe Luis Kasmirski, nonostante la delusione per il mancato approdo al Barça in estate, è arrivato all’agognata consacrazione, affermandosi come uno dei migliori terzini sinistri della Liga. All’arrivo in Spagna non sfonda nel Castilla, al Deportivo inizialmente è sottoutilizzato da Caparrós in un ruolo da esterno alto che non ne valorizza appieno le doti, quindi il vero salto di qualità coincide esattamente con quello di tutto il Deportivo nel girone di ritorno 2007-2008: la difesa a 5 lo libera da preoccupazioni difensive lasciandogli tutta la fascia per esaltarne le qualità di palleggio nel dialogo sulla trequarti con Lafita. Diventa una sorta di regista aggiunto della squadra, ruolo confermato anche col ritorno alla difesa a 4 nella stagione successiva e la partnership ripristinata con Guardado. Tali sono l’autorevolezza e la continuità di rendimento dimostrate che il brasiliano si segnala come recordman nella Liga attuale, con la bellezza di 73 presenze consecutive senza squalifiche né infortuni. E ci si augura vivamente che prosegua, perché il suo rimpiazzo, il giovane colombiano Brayan Angulo, si è rotto per tutta la stagione.
Nel gioco di Filipe risalta innanzitutto la sicurezza palla al piede, il tocco di palla nitido e lo spiccato senso della manovra: a testa alta, è sempre lui a permettere un’uscita agevole dalla metacampo ad inizio azione. Grande qualità nel fraseggio stretto, è difficile sottrargli il pallone, anche se gli manca lo spunto esplosivo per raggiungere il fondo, cosa che lo rende più incisivo quando si muove in zone più interne rispetto alla linea del fallo laterale.
Mancino pregiatissimo è anche Andrés Guardado, uno dei migliori crossatori del campionato, ma giocatore che sa andare oltre la dimensione del semplice giocatore di fascia. Anche lui portato più al palleggio che alla percussione verticale, può adattarsi anche alla posizione di interno e di terzino. Rapido e resistente, associa qualità e quantità, aiutando costantemente Filipe in fase di ripiegamento.

L’enigma della fascia destra. La partenza di Lafita ha lasciato un vuoto, e Lotina ha dovuto fare le sue belle acrobazie per trovare una soluzione. L’idea delle prime giornate è stata quella di affidarsi all’unico esterno destro di ruolo della rosa portato ad allargare il campo e cercare il fondo, ovvero il dignitoso Pablo Álvarez, poi contro l’Espanyol Lotina ha provato ad adattare l’attaccante mancino Riki, poi ancora un altro mancino contro il Sevilla, il canterano Iván Pérez (poco considerato da Lotina, promosso solo quest’anno ma già con 24 anni: punizioni velenosissime, ricorda un po’ l’ultimo Munitis nelle movenze oltre che nella morfologia), infine la scelta delle ultime giornate, ovvero spostare sulla destra Juan Rodríguez, che di ruolo sarebbe centrocampista centrale.
Juan Rodríguez non è un elemento esaltante, ma ha il pregio della duttilità. Tecnicamente sufficiente, ha però un senso del gioco limitatissimo, e la sua partecipazione alla manovra è del tutto irrilevante. A questo sopperisce con intensità e disciplina tattica in fase di non possesso e buoni inserimenti a rimorchio dell’attacco (golazo per la vittoria casalinga col Sevilla). In qualche modo entra sempre nell’undici titolare: da mediano in coppia con Juca nelle prime giornate, da trequartista al posto di Valerón poi, e ora da esterno destro senza alcuna profondità ma con un buon apporto tattico in ripiegamento sia stringendo verso il centro a sostegno di Sergio e Antonio Tomás che raddoppiando col terzino.

Concorrenza in attacco. Uno dei punti deboli del Depor dell’anno passato era rappresentato certamente dall’assenza di un attaccante da doppia cifra. In questa stagione ancora manca una certezza di qGrassettouesto tipo, però la scelta si è ampliata e non mancano i margini di miglioramento.
Lotina non ha ancora deciso fra la linea giovane di Lassad e Adrián López e i navigati Riki e Mista: decisione che probabilmente non arriverà fino alla fine della Liga, perché nessuno fra questi al momento spicca (basta sottolineare come i due capocannonieri della squadra, Riki e Lassad, abbiano finora totalizzato soltanto due gol, peraltro in compagnia di un centrocampista, Juca, e un difensore, Filipe) e perché la continua competizione pare la via migliore per stimolarne il rendimento.
Il più impiegato finora è stato Riki: seconda punta utilizzabile anche come unico attaccante o come esterno, non si è mai segnalato per una lettura del gioco particolarmente acuta, ma rappresenta comunque uno di quei pochi giocatori in rosa che permettono alla squadra di distendersi in contropiede, grazie alla velocità e al buon dribbling che lo rendono insidioso in campo aperto.
Subito dopo Riki, Lassad: tutt’altro tipo di giocatore il 24enne franco-tunisino, lanciato in prima squadra nello scorso girone di ritorno da Lotina. Se Riki dà uno sfogo in profondità, Lassad si segnala soprattutto come attaccante di manovra: costantemente attratto dal pallone, svaria tra le linee e sulle fasce laterali, segnalandosi per la grande dimestichezza palla al piede e il gioco di gambe, nonostante il metro e ottantotto e il fisico longilineo. Il suo neo è la mancanza di killer-instinct negli ultimi metri: anzi, sembrerebbe quasi allergico all’area di rigore, cosa che rende consigliabile affiancargli un’altra punta e lasciandogli una certa libertà.
Ha sfruttato appieno l’indisponibilità di Lassad per l’ultima trasferta a Getafe Miguel Ángel Ferrer Mista, con un gol e un assist nella sua prima presenza da titolare che lo rilanciano nella corsa per una maglia. Dalla sua il fiuto del gol e il mestiere (anche nel tenere palla e far salire i compagni), le doti da realizzatore sicuramente più sperimentate, ma anche parecchia ruggine: è dalla pessima esperienza all’Atlético che praticamente non è più un giocatore vero, tanto tempo.
Ancora inesploso invece il talento del nazionale Under 21 Adrián López, che alle accelerazioni palla al piede e a sprazzi interessantissimi negli ultimi metri (finora però con riscontri trascurabili in termini realizzativi) continua ad accompagnare pause secolari all’interno dei 90 minuti e un’inesistente partecipazione alla manovra che lo rendono in troppi momenti un giocatore in meno. Peccato, perché a differenza di Bodipo, rimasto come quinto attaccante staccatissimo nella graduatoria, di talento ce ne sarebbe parecchio.

La carta Valerón. Del SuperDepor che fu rimangono soltanto Sergio (perso il dinamismo, cerca di dettare i tempi e far valere il buon piazzamento), Manuel Pablo (ha recuperato un po’ di brillantezza nell’ultimo anno, pur dovendo diradare le sovrapposizioni) e lui, il Mago di Arguineguin.
Con la partenza di Verdú è rimasto l’unico rifinitore in rosa, tuttavia non può più reggere i 90 minuti domenica dopo domenica. Recuperato dopo due anni di infortuni che hanno rischiato di fargli chiudere la carriera, centellinato da Lotina che lo utilizza soprattutto nell’ultimo quarto di partita, per dare più fantasia o per congelare il risultato e far respirare la squadra quando si trova già in vantaggio.
Anche così, possiamo essere grati per questi pochi minuti, perché c’è sempre da imparare da Don Juan Carlos. Impari che quello del ritmo nel calcio è un discorso spesso frainteso: non necessariamente vince chi gioca al ritmo più alto, bensì vince chi il ritmo riesce a controllarlo e imporlo all’avversario, alto o basso che sia. È però molto più raro trovare giocatori che possiedano una classe tale da poter condizionare e dominare un match a partire da ritmi bassissimi. C’è Riquelme, e poi c’è Valerón: finchè esisteranno tipi come loro, il calcio non sarà mai omogeneizzato su un discorso di piatto atletismo.
Gioca camminando Valerón, e costringe anche gli avversari che magari schiumano rabbia per riversarsi in area avversaria a seguire il suo passo da lumaca. Gestisce con maestria consumata i tempi del gioco e fa apparire tutto più facile, con lui guardacaso si trova sempre un uomo smarcato da servire nelle migliori condizioni possibili. Anche con un minutaggio infimo, solo lui può dare un tocco superiore d’immaginazione al compitino (ben eseguito, ma pur sempre compitino) di questo Deportivo.

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lunedì, novembre 09, 2009

Finalmente Navas.


Portieri: Iker Casillas (Real Madrid), José Manuel Reina (Liverpool), Diego López (Villarreal).

Difensori: Raúl Albiol (Real Madrid) Joan Capdevila (Villarreal) Álvaro Arbeloa (Real Madrid) Andoni Iraola (Athletic) Carlos Marchena (Valencia) Gerard Piqué (Barcelona) Carles Puyol (Barcelona) Sergio Ramos (Real Madrid)

Centrocampisti: Xabi Alonso (Real Madrid) Sergio Busquets (Barcelona) Cesc Fábregas (Arsenal) Xavi Hernández (Barcelona) Andrés Iniesta (Barcelona) Jesús Navas (Sevilla) David Silva (Valencia) Pablo Hernández (Valencia) Juan Manuel Mata (Valencia)

Attaccanti: Dani Güiza (Fenerbahce) Álvaro Negredo (Sevilla) David Villa (Valencia).


È arrivata oggi la conferma ufficiale di una voce sempre più accreditata nell’ultima settimana: a partire dalle due amichevoli contro l’Argentina sabato 14 novembre e in Austria mercoledì 18, Jesús Navas entrerà a far parte del gruppo di Del Bosque.

Una telenovela certo, ma una telenovela non stucchevole perché inevitabile e fondata su presupposti serissimi. Navas aveva cominciato a piantare le tende nella prima squadra del Sevilla nella stagione 2004-2005 (esordio ufficiale però la stagione precedente, contro l’Espanyol), segnalandosi prestissimo come uno dei migliori talenti del calcio spagnolo. La nazionale, tuttavia, è rimasta sempre un tabù, a partire dal Mondiale Under 20 del 2005 al quale non partecipò.

Per quale motivo? Perché Jesús Navas soffre crisi d’ansia ogni volta che si allontana per più di una settimana da casa sua e in particolare dall’ambiente familiare. Problemi accusati anche nei ritiri estivi col Sevilla, che hanno portato la società a organizzare per lui una pretemporada su misura. Quindi, niente ritiri lunghi un mese per competizioni internazionali e nessuna possibilità di trasferimenti all’estero a livello di club, manco a dirlo, per quanto la fede sevillista renderebbe già di suo difficile una simile ipotesi.

Tutto questo ha portato ad escluderlo a priori da ogni possibile lista per la nazionale già dall’epoca di Aragonés. Almeno fino alla fine di ottobre, quando da un colloquio con Fernando Hierro, direttore delle nazionali spagnole, non esce il sì di Navas.

Il giocatore e i medici che lo circondano hanno lavorato sul problema, e ora sembrano esserci le condizioni giuste perché Navas possa rispondere alla chiamata del CT, ferme restando tutte le incertezze del caso: ancora non si sa se il sevillista potrà recarsi in Sudafrica, per il momento si ragiona alla giornata.

Dal punto di vista tecnico, Jesús Navas aggiunge un alternativa importante. Sin dall’inizio del suo mandato, Del Bosque aveva dichiarato di voler inserire più specialisti di fascia nella sua formazione, sia ali che terzini capaci di spingere. Nel secondo caso il panorama spagnolo attuale offre davvero poco, ma è da apprezzare la fiducia (seppure a corrente alternata) dimostrata ad Iraola come vice-Ramos; nel primo invece Don Vicente si è potuto sbizzarrire di più, soprattutto a sinistra, proponendo Capel (poi giustamente bocciato) all’esordio nel girone di qualificazione con la Bosnia, passando poi a Riera e a Mata. A destra Pablo Hernández ha rappresentato invece l’unica novità.

Ora però Del Bosque ha il meglio su piazza: del gioco di Jesús Navas colpisce la combinazione di leggerezza e grande consistenza al tempo stesso. A prima vista non gli daresti un soldo, pensi che dopo il primo scatto si sgonfia subito, ma invece non solo cerca il fondo con un’ostinazione disperante per gli avversari (Marcelo si lecca ancora le ferite) e con una rapidità di gambe micidiale, ma assicura la copertura della fascia per tutti i 90 minuti con una resistenza, spirito di sacrificio e disciplina tattica che non si riscontrano nella maggioranza dei suoi colleghi di ruolo nella Liga.

Maturato e cresciuto nella continuità di rendimento, Navas può assicurare uno sbocco in più alla manovra della nazionale pur senza alterarne le basi. È importante questo discorso: la via attraverso la quale la Spagna costruisce la propria superiorità può passare soltanto dalla coesistenza di tanti palleggiatori nel mezzo.

Non ci credevo nemmeno io, ma alla fine il modello di Aragonés, la rinuncia agli specialisti di fascia dal centrocampo in su, ha stravinto: sono i movimenti e le combinazioni fitte propiziate da Xavi, Senna, Xabi Alonso, Silva, Cesc e Iniesta a togliere punti di riferimento agli avversari e a creare quelle situazioni di superiorità che permettono alla Spagna di condurre la partita ai ritmi che desidera nella metacampo avversaria, per poi trovare gli sbocchi in attacco.

Questo non vuol dire che le fasce non debbano essere occupate, anzi questo è irrinunciabile quando devi attaccare una difesa schierata. Solo che non c’è nessun obbligo che a farlo siano degli specialisti: anzi, se ho Villa e Torres che oltre a darmi profondità e gol sanno defilarsi, se ho Iniesta che allo stesso modo in cui crea superiorità tra le linee può crearla sulla fascia, allora avrò molte più soluzioni rispetto a quando utilizzo un’ala pura che concepisce il gioco solo dalal linea di fondo in avanti, per quanto brava sia quest’ala.

Quando nella Confederations Cup Del Bosque ha provato un 4-4-2 più classico, con esterni di ruolo (Riera e Cazorla, oppure Mata e Cazorla), con due attaccanti e due soli palleggiatori nel mezzo (Xavi e Xabi Alonso), la manovra della Spagna è diventata molto più leggibile e scontata per gli avversari, che hanno praticato facilmente i raddoppi sugli esterni senza preoccuparsi più di tanto di fronte alla scarsezza di movimenti fra le linee.

Tutto questo per dire che Navas rappresenterà un’arma in più solamente finchè sarà accompagnato da almeno tre fra tutti quei giocolieri della mediana che, attirando e prendendo nel mezzo gli avversari, creino quelle situazioni di vantaggio che lo stesso Navas si incaricherà di sfruttare fino in fondo con un bell’uno contro uno col terzino avversario. Non importa il modulo, se sarà 4-4-2, 4-5-1, 4-3-3 (visto con Belgio ed Estonia, con Villa finta ala sinistra: interessantissimo) o lo pseudo-rombo a centrocampo visto nell’amichevole con l’Inghilterra, l’importante è che resti chiaro il concetto sul come questa nazionale intende creare superiorità.

Tanto per intenderci, il modello ispiratore dell’inserimento di Navas in nazionale non potrà mai essere il 4-4-2 con le due ali larghissime del Sevilla. Ho ancora negli occhi le prestazioni da Oscar di Silva partendo dalla destra contro il Belgio e in Bosnia per voler vedere mandare all’aria tanto bendidio. Il centrocampo con da destra verso sinistra Silva-Senna-Xavi-Iniesta (e il possibile inserimento di Cesc a scapito di una punta) si è dimostrato l’assetto più in grado di garantire al tempo stesso occupazione razionale del campo e imprevedibilità.

Andando al resto, la lista ha riservato poche sorprese. Giusti i portieri e i dfensori, manca soltanto un vero rincalzo per Capdevila al posto di Arbeloa, che invece si potrebbe sfruttare appieno nella sua dimensione di jolly difensivo convocandolo al posto di uno dei centrali, e cioè di Marchena. Di terzini sinistri più che il regolare Monreal, già utilizzato da Del Bosque, proverei Canella dello Sporting, senza dimenticare le buone garanzie che potrebbe sempre offrire Fernando Navarro del Sevilla, pure uscito bruscamente dal giro da un po’di mesi a questa parte.
A centrocampo, bisogna fare i conti attualmente con assenze importanti come quelle di Senna (che ha penalizzato anche l’inizio di stagione del Villarreal) e di Cazorla, mentre con l’arrivo di Navas perde senso la convocazione di Pablo Hernández, che dell’”extremo” andaluso è una copia in tono minore. Peraltro Pablo Hernández occupa un posto che prevedibilmente in Sudafrica dovrebbe spettare a un quarto attaccante.
In attacco l’assenza di Torres ha ridotto il numero degli effettivi. Il dato principale è la conferma di Negredo dopo la doppietta all’esordio in Bosnia: convocazione meritata per l’ottimo livello di gioco sul quale si è attestato anche al Sevilla, ma anche dovuta alla momentanea mancanza di concorrenza da parte dell’infortunato Fernando Llorente. Si contenderanno loro due il posto di ariete alle spalle di Torres: apprezzo di Negredo oltre alle doti di finalizzatore e allo straordinario sinistro il lavoro generoso su tutto il fronte offensivo, ma personalmente preferisco il centravanti dell’Athletic, forse meno cattivo in area di rigore, ma più completo e ancora più portato alla manovra.

FOTO: as.com

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domenica, novembre 08, 2009

L’alba di un nuovo Real Madrid?

Del punto interrogativo sono debitori la generalmente scarsa attendibilità dell’Atlético Madrid come banco di prova e la quasi rimonta subita, da tre gol di vantaggio, nel quarto d’ora finale, quando il Real Madrid invita l’Atlético nel terreno del puro irrazionale, praticamente l’habitat naturale dei colchoneros. Rischiano la pelle i merengues, perché ci vogliono una segnalazione sbagliata del guardalinee e un intervento su Agüero di Iker degno di Casillas (e non della controfigura per le scene pericolose come i gol milanisti al Bernabeu vista di recente) per salvare Pellegrini e i suoi da una serata altrimenti di frustrazione memorabile.

Detto questo però, il Real Madrid ha dominato la gara per un’ora buona, e nel primo tempo ha fatto anche una grande impressione. Non sapremo mai quale sarebbe potuto essere l’approccio alla gara senza il gol da fuori area di Kaká che l’ha messa prontamente in discesa (il brasiliano ritrova quella pericolosità nelle conclusioni assente a San Siro) certo è che per mezzora l’Atlético non ha nemmeno oltrepassato la metacampo.
Confermando i segnali di miglioramento dei trenta minuti iniziali di San Siro, il Real Madrid si muove finalmente come un blocco armonioso in entrambe le fasi. A dare alla manovra l’elaborazione, la complessità e la ricchezza di soluzioni adeguate sono principalmente Kakà e Benzema, i veri animatori della transizione offensiva. Kaká conferma la sua leadership sulla la trequarti, Benzema invece offre una prestazione da manuale: se ci dimentichiamo della sua pigrizia in fase di non possesso, il francese rappresenta infatti il vero attaccante “da Calcio Totale” per l’incessante e squisito contributo alla costruzione della manovra. Sempre in movimento, manda in tilt ogni radar difensivo, garantisce sempre uno sbocco dando continuità all’azione coi suoi spostamenti verso le fasce o tra le linee, apparendo sempre nelle zone giuste e nei momenti giusti, e con le scelte appropriate per creare costantemente situazioni di superiorità numerica. Tutto, dal movimento all’esecuzione tecnica, è perfetto nella giocata che propizia il raddoppio di Marcelo, lesto ad inserirsi negli spazi lasciati proprio dai movimenti di Benzema e Kakà e a fulminare Asenjo di destro (!). Non sempre la modernità è sinonimo di bontà, ma certo Benzema è un attaccante moderno come pochi. Poi magari qualcuno gli anteporrà Zombie-Higuaín per il semplice fatto che l’argentino ha segnato, ma tant’è…

Attorno a Kakà e Benzema il Madrid si muove compatto occupando permanentemente la metacampo avversaria e permettendo anche di vedere uno Xabi Alonso più intonato rispetto agli standard di inizio stagione. Nulla di strano, il basco è un regista, e come tutti i registi non può costruire gioco dal nulla, ha bisogno di punti di riferimento, di movimenti di tutta la squadra che gli permettano di far correre il pallone e di compiere di volta in volta le scelte migliori.
Un Real Madrid armonioso in fase di possesso risolve in partenza anche buona parte dei problemi difensivi. La squadra compatta quando ha la palla lo sarà anche nel momento in cui la perde, con le distanze giuste e maggiore facilità nel recuperare le posizioni per accorciare, pressare o ripiegare a seconda delle circostanze. Quando poi il Madrid si fa trovare disorganizzato a palla persa, scatta l’effetto correttore di Lassana Diarra: la reattività, la rapidità e la forza impressionante nei contrasti permette al francese di tappare eventuali buchi allargandosi verso destra per rubare palla oppure per commettere un fallo tattico. Non molto ortodosso, ma efficace.

Nella ripresa lo scenario cambia, perché il Real Madrid controlla ma non domina più. L’ennesima trovata di Perea, che si fa rubare palla da Higuaín sul terzo gol, sembra garantire un bel cuscinetto ai merengues, ma subito dopo l’espulsione di Sergio Ramos riapre uno spiraglio per l’Atlético.
Pellegrini non gestisce benissimo i cambi: con lo slittamento di Marcelo sulla linea dei difensori e lo spostamento di Arbeloa a destra ci può stare l’entrata di Gago per mantenere quattro centrocampisti, ma l’uscita sia di Benzema che di Higuaín toglie slancio offensivo: entra Raúl che, lo sappiamo, per caratteristiche rende impossibile alla squadra distendersi in avanti e sfruttare gli spazi anche quando l’avversario ti regala il contropiede.
Per tutti questi motivi l’Atlético, senza essere mai stato in partita fino ad allora, si ritrova con più campo a disposizione. L’1-3 di Forlán dà la scossa (raccapricciante nell’occasione la lettura difensiva di Pepe), poi ci pensa il Kun, già propiziatore dell’espulsione di Ramos, ad aggiungere pepe. L’argentino, inspiegabilmente partito dalla panchina come contro il Chelsea, dimostra ancora una volta di poter dare lezioni a molti attaccanti di due metri su come proteggere il pallone col corpo, resistendo al ritorno di Pepe (vi prego di soffermarvi sul dettaglio: solitamente gli attaccanti ci rimbalzano sul portoghese) e infilando il secondo gol.
Atlético col sangue agli occhi nel finale, si vedono cose turche, tipo Ujfalusi che scappa come un’ala (nettamente il migliore della rosa nell’interpretare il ruolo di terzino destro, il problema però è che se gioca sulla fascia lascia la Banda del Buco padrona assoluta della zona centrale…), Cléber Santana indemoniato che sradica palloni e li rigioca senza soluzione di continuità (in questo momento il brasiliano è il più affidabile dei centrocampisti centrali, l’unico in grado di dare un po’ di mobilità e fluidità pur senza essere il famoso “cervello” di cui questa squadra avrebe assoluto bisogno), oltre a un Agüero motivato per la situazione e incazzato per la panchina, con risultati visibili ogni volta che prende palla e sguscia come un’anguilla.
Niente da fare però, Quique avrà ancora tantissimo da lavorare per cambiare volto a questa squadra (anzi, per darle proprio un volto), Pellegrini forse comincia a imboccare la strada giusta.

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giovedì, novembre 05, 2009

Il Barça nell'imbuto.

Se si esclude la scorpacciata col Zaragoza, una dato dell’ultimo Barça richiama l’attenzione. Una relativa sterilità offensiva che comincia a preoccupare: lasciamo stare i confronti con le cifre irripetibili della stagione passata, ma oltre all’ 1-1 di Pamplona e ai due 0-0 maturati a Valencia e ieri nella deludente trasferta di Kazan, la sensazione che trasmettono gli uomini di Guardiola è quella di fare più fatica a creare occasioni da gol nitide, pur mantenendo nella maggior parte dei casi il dominio del gioco e una superiorità nelle statistiche dei tiri rispetto all’avversario.

Manca profondità in questo momento, e ciò dipende da vari fattori. Prima di tutto il cambio Eto’o-Ibrahimovic: non è che Zlatan stia giocando male, tutt’altro, ma i movimenti rispetto al camerunese sono nettamente diversi. Eccellente nei suoi movimenti in appoggio ai centrocampisti, sempre più nel vivo del gioco sia spalle alla porta che negli spostamenti verso la fasce ad aprire spazi per gli inserimenti dei compagni, Zlatan detta anche più spesso di quanto non si creda il passaggio in profondità: non gli si può rimproverare davvero nulla (a parte la palla-gol buttata sul palo ieri sera) sul piano tattico, ma è chiaro che il suo passo e il suo “potere intimidatorio” si basano su presupposti diversissimi da quelli di Eto’o.
A Zlatan non si possono contendere quei palloni sui quali può mettere il corpo fra l’avversario e la sfera, l’esplosività di Eto’o permetteva invece di allungare più facilmente la difesa avversaria, a fronte di una molto minore partecipazione alla manovra dell’ultima versione blaugrana del camerunese. Questo cambio aumenta sì le possibilità di fraseggio per il Barça, ma rende anche un po’più sicura alle proprie spalle la difesa avversaria, che può con più serenità accorciare qualche metro in avanti senza essere più esposta all’ultravelocità di Eto’o. Inoltre un baricentro tendenzialmente meno basso permette all’avversario di recuperare palla un po’ meno lontano da Valdés, con meno giocatori blaugrana da superare e quindi maggior pericolosità in contropiede.

Ma non è solo Zlatan: al Barça in questo momento stanno mancando contemporaneamente tutte le vie alternative per raggiungere la profondità.
Nella stagione passata, importante era anche la funzione di Henry: la sua capacità di raggiungere il fondo, ma anche quella di sorprendere con tagli alle spalle della difesa avversaria quando questa si alzava. Senza il francese, manca un altro sbocco in profondità.
Anche ieri si è visto l’interscambio fra Keita e Iniesta che permetteva ad Iniesta di accentrarsi nel vivo della manovra nel momento in cui il maliano si defilava: il movimento è corretto, però è chiaro che a difesa avversaria schierata difficilmente Keita largo potrà dare profondità, e tantomeno Abidal in sovrapposizione.

Altra spiegazione delle difficoltà attuali del Barça è la mancanza di cambio di ritmo negli ultimi metri. La profondità non arriva solo dai movimenti senza palla, ma anche dalla capacità che certi giocatori possiedono di verticalizzare palla al piede. Il Barça in questo senso sta accusando la condizione non ottimale di alcuni dei suoi talenti: non tanto il Messi di ieri, parso in ripresa, quanto piuttosto un Iniesta cui manca ancora lo spunto migliore: sempre molto partecipe, il manchego resta utilissimo per la capacità di nascondere il pallone, ma non ha in questo momento il dribbling secco che gli permette in un colpo solo di saltare l’avversario per raggiungere il fondo quando parte largo nel tridente o per sfondare l’intero centrocampo avversario come per intenderci fece nella finale col Manchester United.

Ultima ma assai importante considerazione merita il gioco sulle fasce: carenza accennata soltanto nelle partite precedenti, evidentissima invece ieri sera. Il Barça di Kazan non ha fatto male per quanto riguarda i movimenti in zona centrale fra Ibrahimovic, Messi, Iniesta e Xavi, ma tuttavia dover per forza arrivare al gol triangolando in mezzo a otto avversari ti limita anche quando possiedi tutto questo talento.
Il principale accusato è Alves: se a sinistra sono mancate più le capacità individuali che i movimenti per allargare il campo, a destra la condotta censurabile del brasiliano ha ricordato quella del flop della prima giornata della scorsa Liga contro il Numancia. Con Messi e Xavi che gli lasciavano tutta la fascia attirando gli avversari in zona centrale, non c’è stata una sola volta in cui Alves abbia cercato il fondo con decisione: sempre troppo accentrto e, in troppe occasioni, portato al cross inutile dalla trequarti oppure al rientro sul sinistro (???). Preoccupante tutto l’avvio di stagione del brasiliano: Guardiola non può farne a meno, perché è l’unico terzino in rosa con capacità da ala, capacità per costituire autonomamente una minaccia anche in quelle partite in cui il buon lavoro dell’avversario o la scarsa forma riescono ad annullare gli altri talenti.

In conclusione, si tratta di problemi quasi certamente temporanei, ma le partite delicatissime contro Inter e Dinamo Kiyv incombono a breve e all’interno di un calendario piuttosto impegnativo (in mezzo c’è anche il Clásico col Real Madrid).

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martedì, novembre 03, 2009

Quale attacco per il Madrid?

Davanti a una rosa oceanica e multimilionaria, a tutti gli allenatori subentra l’imbarazzo della scelta. Imbarazzo cui nel caso di Pellegrini si aggiunge la pressione dei risultati.

Inutile raccontarci storie, finora con qualunque formula tattica e con qualunque undici di partenza, il Real Madrid non ha funzionato: non funziona ancora l’intesa fra i giocatori, non funzionano quei movimenti che, diventando automatismi, possono dare l’equilibrio a una squadra in entrambe le fasi.
In quella offensiva il Madrid non occupa gli spazi in maniera razionale: si porta troppo palla e con troppi giocatori in zona centrale (discorso che non ha nulla a che vedere con l’assenza di specialisti di fascia: anche il Villarreal non li aveva, eppure sfruttava il campo in ampiezza), mentre a palla persa, anche per il disordine della manovra, la squadra tende a spezzarsi facilmente in due tronconi, e recuperare palla diventa un’impresa.

La costruzione di equilibri solidi non dipenderà ma potrà passare anche per le scelte dei singoli: mentre alcuni reparti come la difesa e il doble pivote Lass-Xabi sono già più delineati, l’attacco rimane un enigma, condizionato com’è Pellegrini dall’enorme concorrenza all’interno della rosa, dalle esigenze di turnover e anche dagli infortuni.
Proviamo ad analizzare una per una le possibili scelte a disposizione di Pellegrini, premesso che di base il Real Madrid gioca con due attaccanti.

L’ombra del Capitano. Quando devi scegliere fra giocatori del presente, anche fuoriclasse, da una parte e personaggi mitologici dall’altra, non è mai facile. Difficile guardare i rapporti di forza reali fin nei minimi dettagli con obiettività, difficile anche sottrarsi a certi condizionamenti ambientali.
Raúl è Raúl, è quello che ha fatto centinaia di gol, quello che in qualche modo continua a sfangarsela con un rendimento finora più continuo di Benzema, quello che ha un peso enorme nello spogliatoio e che gran parte della stampa e dei tifosi continua a vedere come un intoccabile nell’undici titolare.
Raúl è però anche un giocatore che il meglio lo ha già dato da tempo e che, obiettivamente, offre un ventaglio di alternative molto più ridotto di quello che possono offrire attualmente gli altri attaccanti in rosa. Nell’analizzare Raúl bisogna partire da un presupposto chiarissimo: non può più partire sulla stessa linea dei difensori centrali avversari, giocando alla pari con questi soccombe. Non ha il passo né lo spunto per arrivare prima sul pallone, non può giocare sul filo del fuorigioco, non può andare via in contropiede perché gli manca la velocità, non può attendere il pallone nell’area avversaria affrontando il corpo a corpo coi difensori avversari, non può fare reparto da solo.
L’unica carta che è rimasta a Raúl per arrivare al gol è l’innata capacità di leggere gli sviluppi del gioco e farsi trovare smarcato: per fare questo deve partire qualche metro dietro la prima punta e arrivare a sorpresa in area di rigore, sfruttando il lavoro di un compagno che giocando da prima punta tenga impegnati i difensori avversari.
Tutto ciò però impone dei condizionamenti piuttosto pesanti all’idea di gioco che avrebbe in mente Pellegrini: Raúl tra le linee obbliga Kaká a cercarsi altri spazi, retrocedendo e facendo perdere slancio all’azione del brasiliano (leggete l’intervista a Baresi su “El País” a proposito: grazie alla segnalazione di Flavio, qui trovate la traduzione in italiano); inoltre, la presenza di Raúl toglie possibilità al gioco sulle fasce: l’idea di Pellegrini dai tempi del Villarreal è quella di guadagnare in palleggio al centro rinunciando agli specialisti di fascia a centrocampo, cercando di creare superiorità sugli esterni grazie alle sovrapposizioni dei terzini e gli spostamenti di volta in volta degli esterni/mezzepunte e degli attaccanti (ricordiamoci la coppia Nihat-Rossi).
Benzema ce l’ha nel sangue il movimento verso le fasce, Higuaín lo può fare, Ronaldo manco a dirlo, Raúl no: non si scappa, anche quando la posizione di partenza del Capitano è la fascia il movimento è sempre quello, taglio in area a rimorchio della prima punta. Inoltre a Raúl manca il passo per spostarsi sulla fascia. In generale, i suoi ritmi sono poi nettamente più bassi rispetto a quelli dei vari Ronaldo, Higuaín, Benzema e Kaká, e così può risultare un ostacolo alla costruzione di una transizione offensiva supersonica come quella che potenzialmente offrono i giocatori sopra citati.

Il patrimonio Benzema. Il giocatore con più margini di miglioramento di tutto il progetto, ma anche quello con maggiori difficoltà attualmente. Il Bernabeu e la stampa non aspettano, Karim. La situazione di Benzema riflette in piccolo quella del nuovo progetto madridista: se non verranno adoperate dosi massicce di pazienza e sangue freddo, il progetto salterà e forse il miglior attaccante europeo del futuro finiranno col goderselo da qualche altra parte…
Una strana altalena quella del francese: uno dei più positivi in pretemporada, poi con l’inizio della Liga una poco comprensibile alternanza fra prove incoraggianti e manifestazioni di totale estraneità rispetto al resto della squadra. A questo si aggiungono i problemi di adattamento, la lingua, il carattere introverso etc etc… ed ecco spiegati certi mugugni.
Del Benzema “incoraggiante”, del vero Benzema insomma, va detto che si tratta dell’attaccante di gran lunga più completo e funzionale a disposizione di Pellegrini (messo da parte Cristiano Ronaldo, ovvio). Un attaccante non solo con un repertorio impressionante (velocità, potenza, gioco negli spazi ampi ma anche in quelli ristretti, uno contro uno, tiro potente e angolato con entrambi i piedi… persino di testa si vede qualche miglioramento), ma soprattutto con un senso del gioco non comune: è risultata sconcertante questa apatia di inizio stagione perché si è abituati a un Benzema costantemente nel vivo della manovra, un attaccante bravissimo nel venire a prendere palla sulla trequarti, dialogare, defilarsi sulla fascia e ripartire sempre offrendo ai compagni l’appoggio e lo sfruttamento migliore degli spazi.
L’attaccante che meno di tutti può dare punti di riferimento alle difese avversarie, anche se questo suo peregrinare sul fronte offensivo necessita l’accompagnamento di giocatori che a loro volta possano occupare l’area di rigore nei momenti in cui lui svaria (quindi giocatori che si insericano con frequenza o che facciano la prima punta). Altra controindicazione del francese è che si tratta dell’attaccante in assoluto meno partecipe alla fase di non possesso: quando la palla l’hanno gli altri in genere è un uomo in meno, si disinteressa del tutto, e questo può avere implicazioni più negative di quello che si pensi. Aspetti che vanno limati, ma il potenziale e i margini di miglioramento restano lì, sotto gli occhi di tutti.

Lo strano caso di Gonzalo Higuaín. Si può peggiorare nel tempo stesso in cui si migliora? Crescere e contemporaneamente regredire ad uno stadio infantile? L’argentino sembra avvalorare la teoria.
Il giocatore che arrivò nel gennaio 2007 e quello di adesso si assomigliano in poco. Ricordo che all’epoca ne elogiavo il costante movimento, la capacità di giocare di prima, la verticalità intelligente, mentre negli ultimi metri spiccavano soprattutto la scarsa lucidità e l’imprecisione.
L’Higuaín attuale invece, pur mantenendo le stesse caratteristiche tecniche e atletiche (scatto bruciante e una progressione difficile da arrestare), è se possibile l’inverso. I 22 gol della scorsa stagione lo hanno rinforzato nel ruolo di finalizzatore. Finalizzatore alla sua maniera: non andando in area a duellare coi difensori o a cercare la rete d’opportunismo, ma perlopiù prendendo palla per partire in velocità e scaraventare in rete senza tanti complimenti. Quest’azione del Pipita resta estremamente incisiva, ma il problema è che tutto il resto negli ultimi tempi non si è visto più: niente movimenti senza palla intelligenti, niente uno-due e dialoghi coi compagni, partecipazione al gioco ridotta ai minimi termini.
Si è visto soprattutto un Higuaín alla spasmodica ricerca del pallone che gli permettesse di poter partire in azioni personali non sempre funzionali al gioco di squadra. Questo senza bisogno di aggiungere al carico le lacune di personalità emerse praticamente in tutti i big-match disputati la scorsa stagione, soprattutto quelli di Champions con Juventus e Liverpool. È bizzarro questo progressivo estraniamento del Pipita dal gioco di squadra, ma si può pensare che avendo già mostrato certi movimenti in passato, possa anche recuperarli in futuro.
Tatticamente, il suo inserimento è plausibile ad inizio partita come seconda punta, con gli spazi per prendere palla e partire a difesa avversaria schierata, mentre a partita in corso si può usare anche da unica punta quando il contesto della partita offre gli spazi per sguinzagliarlo in contropiede, come è avvenuto ad esempio con Valladolid e Getafe. In sintesi, un giocatore che nella rosa attuale non possiede tutte le carte per fare il titolare, ma che può in qualunque momento risultare decisivo.

Van Nistelrooy, l’asso nella manica. Nessuno calcolava l’olandese, scomparso dalle carte geografiche dopo il grave infortunio che dalla scorsa stagione lo ha tenuto fuori anche in estate, quando invece impazzavano i nuovi acquisti. Infortunato non aveva logicamente mercato, e così dei due arieti olandesi a fare le valigie è stato Huntelaar. Delineato il contesto perciò può anche succedere che uno come Van Nistelrooy finisca col diventare… la sorpresa del Real Madrid 2009-2010.
La premessa di ogni possibile discorso è naturalmente un suo pieno recupero: soddisfatta questa condizione, va detto che Ruud rimane di tutti gli attaccanti merengues quello che in assoluto vede meglio la porta. Questo è fuori discussione.
Ma il discorso sulla sua potenziale straordinaria utilità va oltre: anche sul piano tattico Van Nistelrooy è un pezzo unico nella rosa di Pellegrini. Van Nistelrooy è centravanti-centravanti e solo lui ha nelle corde certi movimenti che potrebbero agevolare un’occupazione degli spazi ottimale sul fronte offensivo.
Se Benzema ama svariare e stabilire un filo diretto col centrocampo, se Raúl può partire solo qualche metro dietro e se anche Higuaín preferisce arretrare per cercare palla, Van Nistelrooy invece preme sui centrali, li impegna, allunga la difesa avversaria, gioca sul filo del fuorigioco e anche spalle alla porta, e questo lavoro può aprire spazi importanti: può aprirli a Benzema che può fare il suo gioco senza preoccuparsi di far ristagnare eccessivamente l’azione sulla trequarti, può aprirli a Kaká che ha più campo per partire in percussione nello spazio fra difesa e centrocampo e avversaria, può aprirli a Raúl per i suoi inserimenti nel mentre che Ruud gli tiene buoni i difensori, e può aprirli anche a Higuaín per le sue avventure personali.
Con Van Nistelrooy la squadra nel complesso potrebbe distendersi meglio, e la sensazione è che l’olandese abbia le caratteristiche per esaltare le qualità di tutti i suoi potenziali partner offensivi, senza eccezioni. Guadagni presenza nell’area avversaria ma anche “spazio vitale” sulla trequarti. In più ti fa gol anche bendato e con le mani legate dietro la schiena…

Cristiano Ronaldo, la bandiera del progetto. Tutti i discorsi fatti prima devono naturalmente fare i conti con un dato in nessun modo alterabile: Cristiano e altri dieci. L’assenza del portoghese, giocatore che con la sua profondità prodigiosa nascondeva molte magagne nelle primissime giornate, è coincisa non a caso con la crisi di risultati madridista.
Il rientro dall’infortunio è prossimo, e bisognerà soltanto vedere dove Pellegrini deciderà di schierarlo, se di punta oppure su una delle fasce a centrocampo (dove ha giocato prevalentemente finora). La scelta dipenderà probabilmente dal tipo di partita e di avversario: prevedibile un Ronaldo sulla trequarti per massimizzare il potenziale offensivo contro squadre piccole, più plausibile un Ronaldo attaccante, sollevato da obblighi di copertura, in gare più delicate come il Camp Nou o i big-match di Champions.
Cristiano Ronaldo è un giocatore perfetto, e quindi dovunque giochi è un valore aggiunto: ti dà dribbling ma anche movimenti in profondità senza palla, tiro da fuori ma anche colpo di testa, gioco corto per stanare difese schierate e fughe in contropiede, mobilità su tutto il fronte offensivo (dalle fasce verso il centro, dal centro verso le fasce) che si adatta perfettamente all’idea di calcio di Pellegrini, che giochi da esterno o da attaccante. Sulla carta perfetta la coppia con Van Nistelrooy, ottima quella con Benzema, più difficile quella con Higuaín, problematica la partnership con Raúl.

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domenica, novembre 01, 2009

Equilibrio al vertice.

Gerard Piqué, quello che attualmente è il miglior difensore spagnolo, ha un lato oscuro: il suo secondo cognome, Bernabeu. B-E-R-N-A-B-E-U. Inevitabile quindi che nel suo organismo irriducibilmente culé sopravviva un gene impazzito che di tanto in tanto lo porta a commettere follie come l’autogol a recupero quasi scaduto che al Reyno de Navarra sancisce al tempo stesso un premio alla caparbietà dell’Osasuna e un incoraggiamento al Real Madrid che insegue al secondo posto, ora a –1 dal Barça. Va detto che nemmeno i tre punti avrebbero spostato chissà cosa in favore dei blaugrana, ma certo il sapore della beffa non lo toglierà nessuno a Guardiola.

Al Reyno de Navarra sono novanta minuti di spessore. Non belli da un punto di vista estetico, ma solidi, credibili, appaganti per chi apprezza il calcio non solo nella superficie. Datemi mille partite come questa e la Liga tornerà ad essere il campionato più competitivo d’Europa, altro che Atlético-Barça 4-3 della scorsa stagione…
Merito di un Osasuna che sta sempre in partita, applicando con ammirabile coerenza la strategia migliore in rapprto ai propri limitati mezzi.A Camacho quel che è di Camacho: non ne sono mai stato un suo grande ammiratore, ma ad oggi la sua è una delle squadre più caratterizzate e riconoscibili della Liga, e avere un’identità propria è tutto nel calcio.
Dopo l’involuzione della gestione-Ziganda, che aveva mantenuto una squadra sì organizzata ma progressivamente sempre più blanda e “burocratica”, l’Osasuna ha riacquistato l’anima. Filosofia tipica del calcio basco-navarro, secondo il clichè storicamente il più “british” del panorama spagnolo: intensità, gioco di contatto e lotta su ogni pallone.
Non è solo grinta e generosità però, ma anche e soprattutto notevole organizzazione: il 4-4-2 è corto, funziona nei raddoppi sulle fasce e nel pressing degli attaccanti, molto alto. Il Barça infatti cerca il giochetto della difesa a tre flessibile, ma un po’ il pressing avversario un po’ le misure del Reyno de Navarra, più ridotte di quelle del Camp Nou, impediscono al possesso-palla ospite di decollare. L’Osasuna così riesce a mantenere il baricentro alto per una buona mezzora del primo tempo, e da lì a contrattaccare, soprattutto con Juanfran larego a destra e coi due attaccanti Pandiani e Aranda. Il secondo in particolare mette in mostra il suo estro e la sua potenza: si smarca tra le linee o defilato su una fascia e punta i difensori, Chigrinskiy in particolare lo soffre tantissimo nell’uno contro uno sul breve, rimediando un giallo che costringerà Guardiola a sostituirlo con Márquez nel secondo tempo.
Anche il Barça però ha un merito, e cioè quello di saper soffrire e aspettare il proprio momento. Concede poco nella fase di supremazia territoriale dell’Osasuna, e fra la fine del primo tempo e l’inizio della ripresa passa a controllare il gioco, quando l’inevitabile calo atletico fa perdere metri all’Osasuna e guadagnare continuità al possesso-palla blaugrana.
Seydou Keita, straordinario in quest’inizio di stagione, mette il suo sesto gol stagionale. Giocatore tatticamente intelligente come pochi il maliano, col suo movimento incessante garantisce sempre la miglior soluzione ai compagni che portano palla. Al di là del gol infatti il calcio migliore del Barça viene, esattamente come col Zaragoza, dai sincronismi della catena di fascia sinistra (a destra invece pesano il momento di stanca di un Messi distante dalla manovra e i limiti di Puyol, impeccabile come movimenti ma logicamente senza la profondità di Alves da terzino): quando il Barça inizia il gioco da sinistra, Keita si allarga fino a ricoprire la posizione di esterno, obbligando il terzino destro avversario Azpilicueta a rimanere in zona nel mentre che Iniesta dall’ala si sposta verso il centro trovando campo libero per entrare nel vivo della manovra.
Il vantaggio e le poche energie rimaste all’Osasuna (Aranda lascia il campo a Masoud con la lingua di fuori) sembrano delineare il solito torello blaugrana fino al fischio finale, ci sono anche un paio di occasioni in contropiede per Ibrahimovic e Messi, ma Camuñas scappa sulla sinistra e il resto lo fa il secondo cognome di Piqué.

Respira il Real Madrid, e respira Pellegrini nell’assurda ultima spiaggia prefiguratagli da qualche giornalaio madrileno e (forse) da qualcuno troppo disposto a dargli credito all’interno della società.
Il tecnico cileno sente un po’la pressione, come si evince dall’undici scelto per l’occasione, una parziale retromarcia rispetto all’ambiziosa formazione ideale. La differenza è la posizione di Marcelo, avanzato a centrocampo come nella gestione di Juande Ramos.
Il progetto di Pellegrini prevedeva in partenza una squadra portata ad attaccare e difendersi sempre nella metacampo avversaria e sempre tenendo il pallone: in un contesto di questo tipo, Marcelo terzino diventa un’arma in più esattamente come lo è Alves per il Barça.
Questo progetto evidentemente però finora è restato soltanto sulla carta: un Madrid sempre troppo lungo, incapace sia di tenere palla con continuità sia di recuperare prontamente le posizioni una volta persa palla (lo abbiamo notato anche in partite casalinghe pure vinte ampiamente come quelle contro Xerez e Tenerife). Così di Marcelo abbiamo visto sia le virtù, nella metacampo altrui, che i difetti, nella propria.
Perciò Pellegrini rinuncia a un po’di ambizione per bloccare la fascia sinistra difensiva col sobrio Arbeloa. Il Madrid della prima mezzora è comunque una squadra contratta, chiaramente condizionata dalla paura di sbagliare.
La partita non si sblocca perché anche il Getafe rimane sulle sue. Deludenti gli uomini di Míchel, che danno ancora una volta l’impressione di mancare quel salto di qualità ulteriore che li potrebbe portare a lottare per la zona UEFA. Giocatori di qualità ci sono, l’idea di gioco anche, ma difettano cattiveria e determinazione. Schierati con un 4-2-3-1 più che col canonico 4-1-4-1 (Parejo infatti gioca più trequartista che mezzala; Boateng invece resta sulla stessa linea di Celstini), gli azulones masticano un possesso-palla lentissimo e orizzontale, con poche combinazioni tra le linee (Manu a sinistra può avere un senso per attaccare Ramos alle spalle, ma la panchina di Albín continuerò a non capirla).
La vera svolta della gara però è l’espulsione di Albiol: espulsione ingiusta, perché il difensore madridista commette sì fallo, ma anche se è l’ultimo uomo non si tratta di chiara occasione da gol (Soldado con lo stop di petto in realtà sta tornando indietro). L’episodio però finisce paradossalmente per avvantaggiare il Madrid: da questo momento in poi infatti i merengues possono impostare una partita di basso profilo senza dover dare spiegazioni a chicchessia.
Il pubblico del Bernabeu è tutto dalla loro per via del torto arbitrale, e così viene meno l’esigenza di convincere sul piano del gioco: non più mormorii al primo passaggio sbagliato, bensì ovazioni per i tackles di Lass o i recuperi di Pepe. Senza rimorsi così il Madrid può giocare d’attesa e sfruttare gli spazi in contropiede che esaltano Higuaín, Kaká e Benzema. Sono due disattenzioni di un Getafe sciatto (un buco di Mario e una palla persa da Celestini a centrocampo) poi a propiziare nella ripresa la doppietta di Higuaín.

Alla Catedral un esordio di Quique caratterizzato dalla sfortuna più nera: tre legni, uno di Maxi nel primo tempo e due sassate da niente di Forlán e Agüero nel giro di un solo minuto nella ripresa. Vince così immeritatamente un Athletic superiore solo nel primo tempo a partire dal gol di Javi Martínez (solita debolezza dell’Atlético sui calci piazzati), quando si impone a centrocampo con un pressing al solito abbastanza disorganizzato ma vigoroso, animato dal consueto assatanato Javi Martínez a tuttocampo, stavolta assistito da un Orbaiz più intonato in regia rispetto agli standard più recenti.
Come spessissimo gli capita l’Athletic cede poi campo nella ripresa: fatto non casuale, perché se non hai una grande organizzazione tattica e non hai nemmeno un possesso-palla che ti permetta di “riposare”, l’avversario inevitabilmente prende il sopravvento, ancora di più se ferito nell’orgoglio come quest’Atlético. Ma non bastano Forlán e Agüero ispirati e buone combinazioni offensive per rimediare un pareggio teoricamente sacrosanto.

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venerdì, ottobre 30, 2009

Il miglior attacco nasce dalla difesa.


Cosa spinge Pep Guardiola a tagliare teste di difensori una dopo l’altra con impeto giacobino? Perché il pesante investimento su un talento come Cáceres viene liquidato dopo un anno con (discutibile) nonchalance? Perché bastano un paio di partite in pretemporada per bocciare Henrique e promuovere invece come rincalzo il canterano Fontas? Perché la bellezza di 25 milioni per Chigrinskiy? Preoccupazione per il rendimento difensivo di tutti questi giocatori? Non esattamente.

La persistente, maniacale ossessione di Guardiola è in realta il “primo passaggio”. Quando i difensori giocano la palla devono non solo essere assolutamente certi di non perderla, ma devono anche superare la prima linea del pressing avversario e far sì che centrocampisti e attaccanti ricevano palla fronte alla porta invece che retrocedere per chiederla spalle alla porta agevolando il piazzamento difensivo degli avversari.
La superiorità creata dagli Iniesta e dai Messi è quella più appariscente, ma è in realtà soltanto conseguenza di una superiorità costruita già dalla difesa.
Superiorità sia numerica che di palleggio. Superiorità che richiede quindi sia qualità dei singoli che flessibilità nella disposizione tattica.
Dal primo punto di vista, bisogna dire che la coppia ideale per Guardiola in assoluto sarebbe Márquez-Piqué. Il primo coincide quasi con l’idealtipo del difensore-primo regista: incedere regale palla al piede, sensibilità nel tocco, visione di gioco. Tuttavia un infortunio ha tenuto fuori il messicano in questo inizio di stagione, e così Puyol è rimasto una presenza fissa. Per Carles Guardiola fa un’eccezione: non è certamente il suo difensore ideale, ma l’esperienza, il carattere e lo straordinario mestiere difensivo continuano a farne una colonna, pur essendo già passati gli anni migliori della sua carriera.
Piqué dal canto suo si è affermato come il miglior difensore centrale di tutto il calcio spagnolo, senza mezzi termini. La mostruosa tranquillità con cui è arrivato a giocare si riflette anche nelle azioni palla al piede: cambia gioco in maniera millimetrica, porta palla come un centrocampista in più e qualche volta improvvisa perfino percussioni fino all’area avversaria nello stile di Lucio (vedi il gol al Belgio con la maglia della nazionale).
Chigrinskiy è stato un acquisto praticamente imposto alla società da Guardiola, il quale subito dopo la vittoria di Champions aveva posto due punti fermi per la stagione successiva: la partenza di Eto’o e l’arrivo proprio dell’ucraino. Giocatore che a quanto pare impressionò Guardiola nel doppio confronto con lo Shakhtar proprio per la facilità nel superare la prima linea avversaria al momento di impostare l’azione. Destro impiegato sul centro-sinistra, Chigrinskiy sta attraversando una fase d’adattamento: non sempre precisissimo nei lanci e nei disimpegni, con qualche svagatezza per sua fortuna senza conseguenze, si dimostra tuttavia a suo agio nel portare palla, con sangue freddo e discreta visione di gioco, ha sicuramente compreso più di quanto non avesse fatto Cáceres il contesto di gioco della sua nuova squadra.

Il Barça guadagna metri nella metacampo avversaria sfruttando la qualità tecnica dei propri difensori ma anche ritagliandosi sempre uno sbocco per impostare attraverso i movimenti senza palla. Ciò ha comportato una notevole flessibilità all’interno del 4-3-3 di base. Il Barça attuale ha sviluppato molte più varianti rispetto al Barça di un anno fa, modificando di volta in volta, di partita in partita e anche all’interno degli stessi 90 minuti, la disposizione sul campo in base alla tattica avversaria e alle caratteristiche dei propri giocatori.

Quando l’avversario in fase di non possesso difende con un attacco 1+1 (cioè una punta più avanzata e un’altra arretrata che aiuta più il centrocampo), i due centrali blaugrana si allargano per aggirare la pressione: in superiorità rispetto all’unica punta avversaria, Piquè/Márquez sul centro-destra e Puyol/Chigrinskiy sul centro-sinistra possono a turno portare palla indisturbati oltrepassando la metacampo.
Una volta superata la metacampo, scatta per la squadra avversaria il problema di prendere la marcatura di questo giocatore che avanza palla al piede: siccome il Barça gioca con tre centrocampisti centrali e l’avversario normalmente si dispone in fase di non possesso con due centrocampisti centrali (a zona su Xavi e Iniesta) e un trequartista (nella zona di Touré o Busquets), uno di questi tre giocatori avversari è costretto a uscire dalla propria zona per attaccare il Piqué di turno (non può farlo infatti l’esterno che nel frattempo segue l’avanzata di Alves o Abidal), lasciando così lo spazio ad Iniesta, Xavi o anche Messi per ricevere palla fronte alla porta e spesso in una posizione già molto avanzata fra le linee.
Questa partecipazione così spiccata dei difensori blaugrana alla costruzione dell’azione (raramente riscontrata in questa misura, non solo in tutte le altre squadre, ma anche nei Barça precedenti, pure ultra-offensivi anch’essi) innesca il disordine nello schieramento avversario e la possibilità di costruire giocate fra le linee micidiali.

Da quest’anno però la novità più interessante è il comportamento del Barça quando gli avversari si schierano in fase di non possesso con due attaccanti sulla stessa linea che cercano di pressare i centrali blaugrana. In questo caso non solo i due centrali si allargano, ma il vertice basso del centrocampo (Touré o Busquets) si abbassa sulla linea dei difensori, iniziando l’azione e disegnando una difesa a tre, nel mentre che i due terzini del Barça alzano tantissimo la loro posizione aggiungendosi al centrocampo (nel grafico sono indicati con le X i giocatori avversari, mentre i punti interrogativi gialli ? sono i punti sguarniti nel sistema difensivo avversario creati dai movimenti dei difensori, segnalati con le frecce verticali).
Touré o Busquets si aggiungono alla difesa ad inizio azione, garantiscono la possibilità ai due centrali di allargarsi e avanzare palla al piede aggirando il pressing avversario, infine tornano a centrocampo col proseguimento dell’azione. È veramente interessante vedere come il Barça passi con facilità da una disposizione all’altra nel corso della partita a seconda delle situazioni, quasi dimostrando di avere predisposto una soluzione ad ogni problema.
Più frequente vedere questa soluzione “a tre” quando in campo c’è Maxwell, più disposto ad alzare la propria posizione all’altezza del centrocampo rispetto ad Abidal, maggiormente portato invece a restare come terzo difensore sulla sinistra. Da notare inoltre ancora una volta il cambiamento di Alves rispetto ai tempi del Sevilla: lì era lui a portare sempre palla, qui invece il peso del brasiliano all’inizio dell’azione è praticamente pari allo zero. Suo compito è intervenire solo successivamente nella manovra, per allargare il campo, conquistare il fondo e mettere cross.


Va premesso comunque che questo sistema della difesa a tre flessibile può funzionare soltanto se, come logico, i movimenti volti a creare superiorità della difesa trovano un accompagnamento e un seguito adeguato nei movimenti di centrocampisti e difensori. Così si spiega la differenza fra le molte partite sonnacchiose e al risparmio di quest’inizio stagione e lo show di domenica scorsa contro il Zaragoza, dove Busquets faceva contemporaneamente il difensore e il centrocampista, Keita la mezzala e l’ala, Iniesta l’ala e il trequartista, e Ibrahimovic disputava una gara favolosa su tutto il fronte d’attacco. Se non ci sono i movimenti senza palla negli altri reparti, hai voglia a sbizzarrirti coi difensori, la manovra rimarrà sempre orizzontale: non esiste e non esisterà mai una formuletta magica che, di per sé, ti garantisca il successo.


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Data l’incompetenza del sottoscritto nella produzione di video, mi affido all’eccellente contributo di un altro blogger per illustrare i movimenti descritti nell’articolo: Matías Manna, argentino appassionato di Guardiola e del modello di gioco blaugrana, autore del blog “Paradigma Guardiola”, mi concede gentilmente la pubblicazione di due video che si concentrano proprio sulla fase di inizio dell’azione blaugrana.



Il primo video si riferisce proprio al Barça-Zaragoza di domenica scorsa (difesa blaugrana da destra a sinistra: Puyol-Piqué-Chigrinskiy-Maxwell): video breve ma significativo. Si nota chiaramente la disposizione a tre e si coglie anche la situazione di superiorità che questa crea.
Il Zaragoza in fase di non possesso sta difendendo con due attaccanti sulla stessa linea, Arizmendi e Ander Herrera: il campo però si fa per loro “troppo largo”. Fermate il video a 0:29: Piqué prende palla, è libero, l’esterno sinistro del Zaragoza (Jorge López) deve tenere d’occhio Puyol e così è il centrale sinistro del centrocampo ospite (Aguilar) a farsi attrarre da Piqué. Il resto lo fa la qualità tecnica che permette a Piqué di verticalizzare su Xavi. Questi riceve fronte alla porta e può scegliere la migliore opzione: l’azione è già in discesa. Nell’azione se vogliamo c’è un piccolo errore di Aguilar, ma è un meccanismo consueto nelle partite del Barça.



Il secondo video invece è tratto dalla passata stagione, nello specifico dalle partite casalinghe di Champions contro Lione e Bayern Monaco e di Liga contro il Sevilla.
In tutte queste partite il Barça gioca con Márquez centrale destro e Piqué centrale sinistro. Gli avversari invece si dispongono in fase di non possesso con un solo attaccante e un trequartista alle spalle. Nel video sono evidenti la grande qualità di Márquez e Piqué nel muovere il pallone, sia in verticale che da un lato all’altro del campo, e creare situazioni di superiorità.

Solo alcune fra le tante:
0:14. Piqué supera Benzema, attira un centrocampista (0:17), si smarca Iniesta.
0:37. C’è solo Benzema nell’attacco, Piqué avanza facilmente oltre la metacampo, il Barça guadagna metri e schiaccia l’avversario ai limiti della propria area.
1: 47. L’avanzata di Piqué sul centro sinistra oltre la metacampo crea superiorità, il Lione viene attratto tutto da quel lato. Cambio di gioco e uno contro uno subito a disposizione sulla fascia opposta.
3: 32. Avanza Piqué, Iniesta si libera tra le linee.

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