mercoledì, maggio 23, 2012

SPECIALE FINALE COPA DEL REY

In occasione della finale di Copa del Rey, e per celebrare anche l'ultima di Guardiola sulla panchina del Barça, pubblico uno speciale che intende analizzare il modello di gioco comune alle due squadre e le affinità e le differenze all'interno di questo modello.
La prima parte analizza le basi teoriche del gioco praticato dal Barça in questi ultimi anni (e ancora prima di Guardiola); la seconda parte prende spunto dalla prima per vedere in cosa l'Athletic di Bielsa si discosti; la terza ripercorre i precedenti fra le due in questa Liga appena concluso per poter anticipare i possibili scenari di venerdì.

Athletic-Barça, così uguali così diversi

Prima parte: il "juego de posición"
Seconda parte: la differenza dell'Athletic.
Ultima parte: Precedenti e possibili scenari.

Ho cercato di accompagnare alle mie pallosissime elucubrazioni teoriche la concretezza dei numeri, e devo perciò ringraziare per la collaborazione "Opta", azienda leader specializzata nella raccolta ed analisi dei dati sportivi, che potete trovare a questi link:



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Athletic-Barça, così uguali così diversi. Ultima parte: precedenti e possibili scenari.


E’ chiaro comunque che venerdì anche la squadra più offensiva della Liga e forse d’Europa dovrà preoccuparsi prima di tutto della fase difensiva, obbligo che il Barça impone indifferentemente a tutti gli avversari.
A questo proposito, è interessante ripercorrere le due sfide di Liga, dove l’Athletic ha proposto atteggiamenti abbastanza differenti. All’andata (splendida partita) la consegna era quella di pressare anche i pali della porta del Barça: si voleva impedire il primo passaggio dalla difesa al centrocampo, e quindi si concentrava una gran quantità di uomini in prossimità del pallone. Il merito del Barça in quella circostanza fu di riuscire a trovare il lato opposto, necessariamente meno coperto dall’Athletic, grazie a un Valdés straordinario nel cambiare gioco soprattutto verso la fascia destra. Saltata la prima linea del pressing basco (i tre attaccanti+le due mezzeali), in più di un’occasione Alves riceveva alle spalle di questa, con campo per correre.
Ciò che frenò il Barça fu in parte l’attacco scelto da Guardiola per l’occasione, con Adriano ala sinistra, Cesc centravanti e Messi a destra. Messi già pronto a ricevere centralmente sui rinvii di Valdés avrebbe potuto fare sfracelli, ma partendo dalla fascia dava un riferimento in più all’Athletic per aggredirlo e non farlo girare. In più tra Adriano e Cesc il Barça minacciava poco la profondità e quindi permetteva a Javi Martínez e Amorebieta di accorciare e giocare d’anticipo.

Al ritorno Guardiola ha invece giocato con Messi centrale e due esterni che gli creavano più spazi per ricevere sulla trequarti, Tello incollato alla linea laterale sulla sinistra e Alexis sempre pronto a tagliare e portare via i centrali dalla destra.
Qui però cambia il concetto difensivo dell’Athletic: non totalmente giudicabile in vista della partita di venerdì per aver preservato Muniain, Llorente e Ander Herrera, nell’occasione però l’Athletic giocò un’ottima partita difensiva a partire da una strategia leggermente più attendista. Sempre “a uomo nella zona”, aggredendo gli avversari, ma con due dettagli sensibilmente differenti: il primo il baricentro più basso, ripiegando e non pressando subito i difensori del Barça; il secondo la maggior attenzione alla copertura degli spazi, nel senso che mentre Ekiza e Iturraspe agivano quasi come due stopper rispettivamente su Messi e Iniesta, alle loro spalle Javi Martínez agiva praticamente da libero, lui che nell’Athletic a noi più familiare deve e ama uscire dalla linea difensiva.
Un Athletic che nell’occasione faceva passare in secondo piano l’obiettivo della riconquista immediata del pallone, pensando più a negare la profondità al Barça. Barça che in questo ciclo di Guardiola ha sofferto più di tutte le squadre che non andavano subito a cercare di rubargli palla ma quelle che aspettavano nella loro area limitandosi a difendere le linee di passaggio sulla loro trequarti, senza andare incontro a Messi e regalando un po’ le fasce ai catalani, cui manca presenza in area piccola e dribbling secco nelle ali, che di fronte a questa situazione spesso ricorrono a un nuovo passaggio indietro verso la trequarti già intasata. È chiaro che mai e poi mai quest’Athletic proporrà qualcosa di simile al Levante, al Chelsea o all’Inter di due anni fa, però quello della gara di ritorno è un precedente che va tenuto a mente in vista di possibili correzioni ad hoc di Bielsa.

Nell’occasione peraltro il Barça riuscì a superare alla lunga il sistema difensivo dell’Athletic con una manovra paziente e ritagliata proprio sulle caratteristiche difensive dell’Athletic. Di fronte alla difesa a uomo di Bielsa la risposta di Guardiola fu accentuarne i possibili inconvenienti caricando il gioco di volta in volta sul giocatore che non ha nessuna marcatura. Poiché l’Athletic gioca con tre attaccanti contro quattro difensori, uno dei difensori blaugrana rimane libero: nell’occasione Piqué e Mascherano furono ancora più presenti nella manovra. Bloccando ali e terzini dell’Athletic con Alves/Alexis da un lato e Adriano/Tello dall’altro, il Barça sgombrava il centro all’avanzata di uno dei due difensori centrali, fino a quando i centrocampisti dell’Athletic non erano costretti alla difficile decisione di cambiare la marcatura, magari correndo il rischio di dimenticare un momento uno fra Thiago, Messi e Iniesta.
Per l’Athletic il possibile vantaggio di un pressing alto come quello dell’andata sarebbe di togliere continuità al possesso-palla del Barça. Va detto che quest’anno i blaugrana hanno perso più palloni del solito sulla loro trequarti, complice la brutta stagione di Xavi (declino?) che ha tolto alla squadra di Guardiola parte della sua capacità di ordinarsi e difendersi meglio attorno al pallone; quindi l’Athletic avrebbe più possibilità di recuperare palla vicino all’area e creare occasioni. Al tempo stesso però se magari con questa strategia limiti nel numero le avanzate del Barça, quelle che rimarranno saranno pericolose al massimo. In poche parole, se il Barça fa filtrare un pallone oltre questo pressing (e almeno uno-due a partita filtrano), Messi ha inevitabilmente troppo campo.
Con l’altro sistema, più attendista, il rischio è quello di non riuscire mai a ripartire, contando sul fatto che giocando a uomo l’avversario può portarti apposta fuori dalla loro zona prediletta i tuoi giocatori migliori, soprattutto Muniain e Ander, e allontanarli troppo da Llorente. A quel punto il Barça creerebbe meno occasioni nitide, ma sarebbe una gara di nervi in una sola metacampo: vince chi ha più pazienza.


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Athletic-Barça, così uguali così diversi. Seconda parte: la differenza dell'Athletic.



A partire da questo modello di base (Barça primo nella Liga per numero di passaggi totali, Athletic terzo), le differenze  fra le due finaliste di Copa del Rey sono però notevoli. Se il Barça di passaggio in passaggio si struttura e si ordina lungo l’asse orizzontale, l’Athletic Bilbao ha l’ossessione della verticalità. Significativo il modo in cui le due squadre concepiscono il gioco sulle fasce (chiarissima la differenza statistica: il Barça è la terzultima che crossa meno nella Liga con 12,5 cross di media a partita, l’Athletic settimo ma con una media, 17,1 molto vicina al Valencia primo classificato con 20, oltre ad essere la squadra con più gol segnati di testa di tutta la Liga, 19, grazie a un certo Llorente primatista con 10 “cabezazos”): il Barça come detto mantiene sempre il riferimento largo come necessità vitale, però nel corso dell’azione solo un giocatore si trova ad attaccare gli spazi laterali. Questo può essere l’ala quando ha la possibilità di conquistare il fondo (soprattutto quando il Barça gioca con la difesa a 3 ed è l’unico esterno di ruolo), oppure il terzino in sovrapposizione. Due giocatori di fascia nel 4-3-3, però generalmente solo uno alla volta resta largo.
L’Athletic all’opposto sovraccarica le fasce. In particolare sulla destra abbiamo visto una delle soluzioni tattiche più originali, interessanti e spettacolari della stagione. Curioso come sebbene nessuno dei migliori giocatori della squadra (Llorente, Javi Martínez, Muniain) vi agisca, sia stata proprio questa zona a definire più di tutte l’identità della squadra. Gran parte del gioco passa per questo lato, per il trio Iraola-De Marcos-Susaeta, un rullo compressore, una miniera di grande calcio.


Iraola non ha fatto che confermare ed esaltare come non mai, con l’allenatore giusto, le proprie qualità offensive, non solo accompagnando l’azione, ma anche portando palla, superando la pressione avversaria e combinando come un centrocampista aggiunto; la stagione di Susaeta invece è stata straordinaria: forse il meno appariscente dei tre, ma forse anche il più completo e continuo.
Partito riserva nelle primissime uscite, reduce da un certo accantonamento nell’ultima gestione Caparrós e alle prese con una crisi di autostima (Rinfacciatagli da Bielsa: “Oiga, Markel, usted tiene un problema. Yo creo en usted, pero usted no cree en usted. No se tiene fe. Y es una pena porque reúne aptitudes”), “Susa” si è rigenerato al punto da risultare insostituibile, spremuto come un limone in tutte e tre le competizioni. Senza numeri palla al piede sbalorditivi e senza accelerazioni devastanti ma con una quantità di contributi utili al gioco della propria squadra che è arduo far stare in una sola pagina. Preziosissima la sua capacità di alternare sempre con criterio “rottura” in profondità e appoggio incontro al portatore di palla, fintando un movimento per poi eseguire l’altro e ricevere palla smarcato: un modo per dare sempre continuità all’azione, sia che si trattasse di offrire lo sbocco per il primo passaggio a difensori e centrocampisti sia per arrivare sul fondo o all’inserimento in area di rigore, dove in più di un’occasione ha fatto valere un tempismo e una freddezza superiori, pur nell’abissale differenza di talento tra i due, a quelli posseduti dall’altro attaccante esterno Muniain.
De Marcos è più limitato, gioca su meno registri, ma nella sua monotonia è l’immagine dell’Athletic di Bielsa. Della sua aggressività, del suo dinamismo inesauribile e della sua ricerca maniacale della profondità. Inizialmente inquadrato come terzino di spinta, un’intuizione già anticipata da Caparrós e perfettamente adeguata alle sue caratteristiche, De Marcos è in realtà esploso come mezzala destra, direi come falsa mezzala perché in realtà il suo comportamento è quasi quello di un atipico “terzo esterno”. Il movimento ricorrente è infatti un taglio senza palla dalla fascia verso il centro, nello spazio fra terzino e centrale avversario; incrociando questi tagli con le proiezioni di Iraola e i movimenti di Susaeta, il risultato è che quando non conquista il fondo con irrisoria facilità l’Athletic comunque schiaccia e sbilancia comunque l’avversario verso quel lato.
La profondità raggiunta da questo trio è evidenziata anche dal dato statistico che vede Susaeta (con 127) al terzo posto e De Marcos al sesto (99) della classifica per tocchi realizzati in area avversaria (Iniesta del Barça invece è quinto, con 109). Segno che da quella parte l’Athletic arriva che è una bellezza.


A questa girandola sulla destra l’Athletic unisce una aggressività in fase di finalizzazione raramente riscontrabile: personalmente non mi era mai capitato di vedere una squadra che in più di una occasione porta i suoi terzini contemporaneamente al cross da un lato e alla conclusione dall’altro. Non si tratta di vedere Aurtenetxe attaccare una respinta appena entrato in area…no, il pazzo va ad attaccare direttamente il secondo palo!!!
Sembra quasi che l’Athletic cerchi nell’area avversaria non una semplice superioriità “di posizione” (ad esempio Llorente in inferiorità contro tre difensori ma che comunque riesce a smarcarsi), ma una vera e propria parità se non superiorità numerica rispetto all’avversario. Sommando a Llorente una delle due mezzeali che si inserisce, Muniain, uno dei tre della catena di destra che va ad aggiungersi in area e magari anche Aurtenetxe, l’Athletic attacca con non meno di 3-4 opzioni l’area di rigore. Se aggiungiamo che il movimento sulla fascia destra per la sua logica è portato a “svuotare” la zona centrale, si capiscono le implicazioni in transizione difensiva dove l’Athletic volutamente accetta un rischio notevole.
Se l’Athletic perde palla sulla trequarti, Iturraspe rimane letteralmente solo a centrocampo, e con una prateria da coprire. Questo spiega anche rispetto alla gestione Caparrós l’accantonamento di San José in difesa da parte di Bielsa: centrale talentuoso ma più compassato e senza la tendenza a uscire molto dalla zona che invece hanno l’ultra-aggressivo Amorebieta e il riconvertito (alla fine con notevole successo) Javi Martínez, che letteralmente si mangia il campo con le sue falcate e che si trova a suo agio nel gestire questi grandi spazi in transizione difensiva e ad accorciare in avanti (e sia lui, nono con 163, che Amorebieta, diciannovesimo con 163, sono fra i primi 20 per palloni intercettati…mentre il possesso-palla tirannico fa sì che nemmeno uno del Barça figuri in questa graduatoria!). Spazi che forse potrebbero essere leggermente ridotti con una piccola modifica in fase di finalizzazione, scaglionando Muniain e Aurtenetxe alle spalle della prima linea di finalizzatori, invece che buttarli tutti sulla stessa linea in area avversaria: si potrebbe guadagnare in entrambe le fasi, perché con giocatori su più linee avresti più possibilità sia di arrivare alla respinta su una ribattuta della difesa avversaria, sia quella di bloccare il contropiede nascente una volta persa palla.
Una semplice differenza nel ritmo e nella tipologia di passaggi ha comunque ricadute profonde in tutti gli equilibri delle due squadre: l’Athletic costretto a cercare più frequentemente di finalizzare l’azione per non avviare i ribaltamenti avversari, il Barça portato invece al passaggio in più se questo serve per popolare maggiormente la fascia centrale e farsi trovare subito pronto quando l’avversario cerca di rilanciare l’azione (tendenza confermata dalle statistiche: dei primi 20 giocatori per passaggi nella metacampo avversaria, addirittura 12 sono culè, mentre dell’Athletic, molto più diretto, c’è solo Ander Herrera, tra l’altro ventesimo con una media di passaggi-31, 9, che è la metà di quella di Xavi-68,5, prevedibilissimo primo classificato; altra conferma, ancora più diretta, dei differenti rischi corsi dalle due squadre, è il numero di parate totali, che vede Gorka Iraizoz al secondo posto della Liga e Valdés invece all’ultimo).

Ad inizio azione l’Athletic sgombra la propria metacampo: i terzini partono alti, i due difensori centrali ben aperti+Iturraspe, vertice basso del centrocampo, avviano la manovra, con tre opzioni principali: 
1) passaggio verso Iraola, e da lì innescare il triangolo con Susaeta e De Marcos;
2) passaggio verso un compagno che dalla trequarti viene incontro: può essere Susaeta, come detto, oppure Muniain retrocedendo e tagliando centralmente dalla fascia sinistra, oppure ancora Ander Herrera. Giocatori che per liberarsi si muovono in senso inverso e in maniera sincronica rispetto al compagno più vicino nella loro zona: per esempio, Susaeta riceve nello spazio lasciato libero da De Marcos che ha accennato la profondità, portandosi via il terzino; Muniain incrocia centralmente nel mentre che Ander si allarga; oppure ancora uno di questi riceve tra le linee sfruttando il blocco di Llorente sui due centrali. L’Athletic prepara bene questi movimenti ed è piuttosto spettacolare vedere come se il difensore non trova da principio il passaggio buono in verticale subito gli si presenta una terza opzione grazie alle rotazioni continue di mezzeali e attaccanti.
3) Terza e ultima soluzione, risorsa d’emergenza anche se non impossibile da vedere, il lancio lungo dalla difesa verso la testa di Llorente, ovvero il mono-schema della gestione Caparrós.

Va detto che questo dell’inizio dell’azione è un aspetto che l’Athletic può ancora migliorare. A volte l’ansia di dettare subito il passaggio in verticale porta ad allontanare eccessivamente il resto della squadra dai tre che iniziano l’azione, che senza opzioni di passaggio sicure rischiano di perdere palla con la squadra spezzata in due in transizione difensiva.
A De Marcos non si chiede questo lavoro, trattandosi di un giocatore praticamente allergico alla zona davanti alla difesa: difficile pensarlo come centrocampista in un contesto diverso da questo Athletic, in una squadra magari che facesse un possesso-palla su ritmi più bassi e che quindi invece di attaccare lo spazio e finalizzare subito gli chiedesse di ricominciare l’azione e venire incontro agli altri centrocampisti (impensabile quindi come centrocampista nella nazionale del tiqui-taca, dove da terzino potrebbero risultare  invece preziose la facilità di corsa e la propensione offensiva); Ander Herrera invece, il giocatore che per caratteristiche sarebbe più portato a controllare i tempi di gioco e aiutare ad inizio azione, ha finito col giocare (benone) molto più davanti che dietro la linea della palla.

Quando poi manca l’insostituibile Llorente i problemi in tal senso si aggravano: le comprensibili ristrettezze della rosa hanno costretto a proporre come sostituto un Toquero totalmente inadeguato da centravanti. Gaizka non sa cosa significhi appoggiare i compagni e propone sempre lo stesso movimento, una diagonale dal centro verso la fascia che alla fine risulta prevedibile e toglie alla squadra un riferimento offensivo su cui poggiare il gioco. Questo ancora prima di sottolineare la mancanza in area che il suo impiego al posto di Llorente comporta, oltre all’impossibilità di semplificare il gioco col lancio lungo verso la torre.
Ha sofferto l’Athletic (un po’ lo Sporting in semifinale, molto l’Atlético nella finale di Uefa) squadre che trovassero il modo di scollegare Javi Martínez-Amorebieta-Iturraspe dal resto della squadra, non pressando direttamente i difensori dell’Athletic ma sporcandogli le linee di passaggio verso Muniain, Ander & C., sui quali sì scatta il pressing.
L’arretramento di Javi Martínez ha portato più capacità nel primo passaggio, ma Amorebieta nonostante un buon sinistro (più potente che preciso comunque) spesso non sa distinguere i momenti in cui portare palla e attirare l’avversario da quelli in cui passare, e così capita ancora di vederlo sparacchiare il pallone, anche se meno delle stagioni passate. Iturraspe dal canto suo è un giocatore dalle buone qualità tecniche e tattiche, ma un po’sopravvalutato se l’intenzione è considerarlo un organizzatore: separato da Ander & C., denuncia qualche difficoltà nel far guadagnare metri alla squadra.
Un problema (ovviamente relativo, perché non dedicheremmo un articolo tanto esteso a una squadra che avesse giocato male) sul quale forse la società potrebbe intervenire contrattando uno o due giocatori più portati a ricevere palla dai difensori e dare i tempi ai compagni, come possono essere Beñat del Betis (scuola Lezama) o Mikel Rico del Granada.


Altro aspetto migliorabile è la partecipazione al gioco del settore sinistro della squadra, dove paradossalmente si concentra la maggior qualità. Strana stagione quella di Muniain, con la conferma di un talento raro e picchi straordinari però più dipendenti dalla qualità individuale (settimo nella media di dribbling riusciti a partita, subito dietro di lui Iniesta, primo naturalmente Messi)che da un inserimento perfettamente riuscito nei meccanismi collettivi. Strano vederlo pesare meno nella manovra di quanto non facciano i cursori della destra. A volte sembra soffrire la posizione di partenza sulla fascia e fare fatica a entrare nel vivo: per quanto Bielsa chieda alle ali dell’Athletic una posizione molto meno rigida rispetto a quelle di altre squadre da lui allenate (tipo l’Alexis Sánchez dell’ultimo mondiale), Iker in più di un’occasione è sembrato attendere il momento in cui una correzione alla formazione di base lo liberasse centralmente (secondo tempo di Siviglia, o la tipica mossa d’emergenza di spostarlo nei tre di centrocampo quando la squadra si trova in svantaggio). In generale possono ancora migliorare i meccanismi fra lui e Ander Herrera, e crescere la loro presenza ad inizio manovra. Non è strano peraltro che nel primo anno di un nuovo progetto una squadra risulti più sviluppata in un settore che in un altro: lo stesso mitizzatissimo Barça del Triplete elaborava praticamente tutto la sua manovra sul lato destro di Messi-Xavi-Alves.

Altra caratteristica particolarissima dell’Athletic, è la marcatura praticamente a uomo. Non si assegna un avversario fisso da marcare, ma una volta che capita nella tua zona lo segui fino agli spogliatoi. Si inizia col pressing altissimo, con gli attaccanti che formano coppie coi difensori avversarii, per proseguire negli altri reparti dove capita di vedere Aurtenetxe recuperare palla più avanti di Muniain, o Iraola ripartire da una posizione centrale mentre Javi Martínez ne ha rilevato la posizione correndo dietro al taglio di un attaccante.
Una soluzione sicuramente dispendiosa: proseguendo nel confronto con lo stile di gioco del Barcellona, il tipo di sforzo richiesto ai giocatori dovrebbe essere sicuramente più pesante. L’ispirazione di fondo è la stessa, ma in un caso deve correre il pallone e nell’altro i giocatori. Lo sforzo è non solo quantitativamente ma anche qualitativamente diverso perché nel caso dell’Athletic implica una componente più fisica della fatica, mentre per il Barça predomina la fatica “mentale”, perché i giocatori pur non correndo necessariamente meno percorrono distanze più corte, ma oltre all’avversario devono sempre tenere presente lo spazio e le distanze dai compagni.
Per quanto non ortodossa, è una soluzione che si è dimostrata abbastanza efficace, e anzi i possibili squilibri difensivi dell’Athletic nascono più, come spiegato sopra, dalle transizioni, dal modo in cui la squadra attacca e si trova schierata non appena perde palla, che dalla vera e propria fase difensiva, che pur lontana dalla perfezione tattica beneficia della grande dedizione di tutti i giocatori.

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Athletic-Barça, così uguali così diversi. Prima parte: il "juego de posición"


Barça-Athletic, finale di Copa del Rey, è la sfida fra le due squadre più offensive della Liga, ed è anche, ahinoi, l’ultimo confronto diretto, almeno per qualche tempo, fra Marcelo Bielsa e Pep Guardiola.
A partire dalla famosa “chiacchierata” di 11 ore fra i due (quando Bielsa, reduce dalle delusioni con la nazionale argentina, staccò dal calcio esiliandosi nella sua casa di campagna, dove un Guardiola deciso invece a iniziare la sua carriera di tecnico si recò in cerca di consigli) e dalle ricorrenti dichiarazioni di stima di Guardiola verso il Loco (inserito fra i propri ispiratori, assieme a Van Gaal, Lavolpe e Juanma Lillo), i due son stati sempre accomunati dalla medesima filosofia di gioco che affonda le proprie radici nella rivoluzione del Calcio Totale all’olandese degli anni ’70.
Guardiola ha rappresentato il punto più alto di un modello come quello del Barça, che partendo dai primi tentativi, un po’ più isolati, di Rinus Michels alla guida della prima squadra nel 1973, e di Laureano Ruiz alla guida del settore giovanile nel 1972, si è affermato con Johan Cruijff e il suo Dream Team, passando per Van Gaal e Rijkaard. Un calcio che concepisce l’equilibrio di squadra a partire dal controllo totale del pallone, superando la separazione schematica fra fase difensiva e offensiva.
Marcelo Bielsa invece passa alla storia del calcio sudamericano come una sorta di “terza via” nello stucchevole dibattito fra “bilardisti” e “menottisti” che ha segnato un’epoca del calcio sudamericano. Chi seguiva Bilardo predicava un calcio cinico (e eticamente non irreprensibile, a dirla tutta) e difensivo; la scuola di Menotti invece un calcio che privilegia la tecnica e la libera espressione dei talenti offensivi.
Bielsa rompe con questa dicotomia perché propone un calcio sì offensivo, ma dall’approccio sistematico, in cui è l’enfasi sull’organizzazione maniacale dei movimenti offensivi l’elemento discriminante, più che il semplice possesso-palla e la libertà dalla trequarti in su che invece caratterizza altri allenatori sì offensivi ma diversissimi dal Loco come il duo Valdano/Cappa o Manuel Pellegrini. Un calcio dagli schemi (a partire dalla scelta fissa per il 3-3-1-3 o 4-3-3) e dai ritmi che richiamano appunto più la tradizione olandese che quella sudamericana. Per bocca dello stesso Bielsa: “Esa es, para mí, la gran clasificación de los entrenadores: los que privilegian la resolución del juego a través de las respuestas individuales o los que acentúan en la preconcepción de esas respuestas. Creo en eso más que en la división entre defensivos y ofensivos. Esa caracterización es sumamente engañosa, porque los equipos no están preparados para una cosa o la otra, sino para las dos, en proporciones que nadie puede determinar de antemano."

La base è quello che in Spagna chiamano “juego de posición” , dove il possesso-palla ha l’obiettivo di creare situazioni di superiorità giocando rasoterra da un reparto all’altro, senza saltarne nemmeno uno (non solo quindi dai difensori ai centrocampisti e da questi agli attaccanti, ma anche il portiere deve se necessario smarcare i difensori alle spalle della prima linea avversaria che va in pressing). Apparentemente banale ma fondamentale non saltare nemmeno un passaggio della sequenza portieredifesacentrocampoattacco, perché di passaggio in passaggio si permette a tutta la squadra di salire in blocco nella metacampo avversaria mantenendo inalterato il disegno tattico (anche se all’interno di questo i giocatori si possono scambiare le posizioni) e mantenendo soprattutto costanti le distanze fra i reparti.
E’ un “gioco di posizione” perché il pallone e le posizioni dei giocatori “viaggiano” sempre insieme: è per questo che in più di un’occasione il Barça rinuncia alla possibilità di contropiede se le posizioni e le distanze fra i suoi giocatori non sono assicurate. Il primo rischio da evitare è quello di perdere il pallone, il secondo quello di allungare la squadra. Il “titic-titoc” di passaggi del Barça che qualcuno può trovare noioso (opinione legittima, qui non discutono mai i gusti) è in realtà una necessità vitale per sostenere un undici tanto offensivo, che diversamente non potrebbe mai sostenere 90 minuti di  andirivieni da una metacampo all’altra.
E’ per questo che il miglior Xavi diventa una preziosa arma difensiva, con la sua capacità di congelare il possesso e dare i tempi per salire a tutta la squadra. Il possesso-palla condiziona la fase difensiva non perché “se la palla ce l’abbiamo noi allora gli altri non ce l’hanno”, ma perché se i giocatori restano vicini quando ho il possesso lo saranno anche quando la perdo, e col blocco già nella metacampo avversaria sarà più facile esercitare un pressing che non nasce dal nulla.
Per fare questo occorrerà “girare” il sistema difensivo avversario, facendolo correre verso la propria porta, con centrocampo e difesa schiacciati l’uno sull’altro, l’attaccante o gli attaccanti isolati e senza il tempo e le distanze per rilanciare il gioco.
Per “girare” il sistema difensivo avversario occorre creare le superiorità da un reparto all’altro: se crei queste superiorità nel mentre che pallone e posizioni viaggiano insieme, hai raggiunto l’equilibrio e il controllo delle transizioni, quindi domini.


Tutto ciò pretende dai giocatori il rispetto di una serie di principi di condotta, con e senza palla, che distinguono il juego de posición da un semplice possesso-palla.

1) I giocatori non si dovranno mai disporre sulla stessa linea, bensì smarcarsi alle spalle della linea avversaria e distribuirsi formando una serie di triangoli per il campo. Da qui il ricorrente utilizzo di formazioni come 4-3-3 e 3-3-1-3.
2) Quello che conta non è necessariamente la superiorità numerica in una determinata zona, bensì la superiorità “posizionale”. Cioè in una determinata zona potranno anche esserci più avversari, ma se riesco a trovare l’uomo libero alle spalle di una linea avversaria allora pongo le premesse per generare un’altra superiorità alle spalle della linea successiva, come in una catena.
3) L’”uomo libero” è un concetto fondamentale nel juego de posición. L’uomo libero lo posso trovare o alle spalle della linea avversaria, come sopra, oppure sul lato opposto, cambiando gioco. Triangoli, giocatori ravvicinati e superiorità numerica nella zona della palla non hanno ragione d’esistere senza un riferimento largo, un “uomo libero” sul lato opposto, che può essere a seconda dei momenti del gioco o l’ala incollata alla linea del fallo laterale, oppure (una volta che l’ala taglia al centro) il terzino che ne rileva la posizione sovrapponendosi, oppure ancora una mezzala o un trequartista che si allontana volontariamente dalla zona della palla per offrire la possibilità di questo cambio di gioco (lavoro che Iniesta svolge magnificamente).
I due aspetti sono strettamente legati e necessari uno all’altro, perché l’uomo incollato al fallo laterale occupando quello spazio creerà lo spazio per un maggior numero di appoggi centralmente, e al tempo stesso allargherà il sistema difensivo avversario costringendolo a dividere le attenzioni: stringo più al centro e lascio scoperta la fascia sul cambio di gioco oppure mi preoccupo anche delle fasce ma corro il rischio di andare in inferiorità al centro? Così sarà più facile trovare l’uomo libero, che sia tra le linee sulla trequarti oppure largo con la possibilità di conquistare il fondo. In generale, anche se i reparti in blocco devono sempre mantenere le distanze, è sempre necessario, non solo sulle fasce, l’uomo che si allontana per generare questi spazi.
È anche chiaro che per eseguire questo gioco bisogna disporre della qualità per far correre rapidamente il pallone (farlo correre molto più di quanto non corrano i giocatori) da un lato all’altro senza rischio di perderlo, perché se alzo tanto i terzini per guadagnare più giocatori al centro, con una palla persa a centrocampo sarei spacciato sul contropiede avversario. Purtroppo questo non l’ha capito chi ritiene il juego de posición l’ennesima formula vincente a prescindere e cerca di scimmiottare malamente il Barça.
4) Posto che si gioca sempre in 11 contro 11 e quindi un uomo in più non ce l’abbiamo, come provocare allora l’apparizione dell’”uomo libero”?  Passando o portando palla a seconda dei casi. Se l’avversario gioca con una sola punta e io con due difensori centrali, allora uno dei miei due centrali sarà libero di avanzare palla al piede. Poiché non trova opposizione, gli avversari si sentiranno in dovere di andargli incontro per impedirgli di avanzare ulteriormente. A questo punto, se un avversario gli va incontro automaticamente dovrà lasciare un po’meno custodito un altro dei miei compagni, che si troverà in “superiorità posizionale” alle spalle della linea avversaria. E’ a quel punto, una volta “provocato” l’avversario, che il mio difensore potrà liberarsi del pallone e passarlo all’”uomo libero”. Questi potrà ricevere, girarsi, puntare, attirare un altro avversario che prima non aveva addosso e smarcare a sua volta un altro “uomo libero”. E così via. Nel juego de posición non ha senso passarsi il pallone tanto per passarselo, se prima non si è attirato l’avversario.
Se invece l’avversario difende con due punte sui miei due difensori centrali, allargo questi il più possibile in modo da generare il “dilemma” di cui al punto 3: il discorso dell’ampiezza per allargare la difesa avversaria e la necessità del riferimento sul lato opposto alla zona della palla valgono in ogni zona del campo, perché i principi per creare superiorità mantenendo la squadra equilibrata sono gli stessi, da un reparto all’altro. Questo tipo di inizio dell’azione potrà avere come variante la cosiddetta “salida Lavolpiana” (il vertice basso del centrocampo retrocede fra i due difensori centrali per avere la superiorità sui due attaccanti avversari). In ogni caso, poiché nessun reparto può essere saltato nell’elaborazione della manovra, sono indispensabili difensori con capacità nell’impostazione. Non solo e non necessariamente buon piede, ma anche la capacità di distinguere quando passare e quando portare palla per generare superiorità.

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giovedì, aprile 21, 2011

O Rei.

mercoledì, dicembre 22, 2010

Il miglior Valencia di quest'anno...

…vale soltanto uno 0-0, e il ritorno al Madrigal sarà durissimo, però le cose vanno dette: il derby della Comunitat lo ha dominato dall’inizio alla fine la squadra sulla carta inferiore, e il risultato avrebbe dovuto essere ben diverso (soprattutto considerando il palo di Mata e l’occasione sciupata da Pablo Hernández a tu per tu col portiere Juan Carlos). Il dato puramente quantitativo del possesso-palla di per sé non dice niente, però che in una partita il Villarreal riesca a farne meno dell’avversario (escludendo il Barça) dice invece parecchio. Il Submarino non ci ha capito granché di questa partita, e Emery l’ha incartato per bene a partire dalla sua formazione apparentemente assurda.
Quando prima dell’inizio ho visto i cinque difensori (ripetendo pari pari l’assetto proposto nella partita di campionato in casa del Villarreal) e la coppia Albelda-Maduro in mezzo al campo i pruriti omicidi sono stati una conseguenza inevitabile, ma son bastati cinque minuti per vedere come non si trattasse di una mossa per limitare i danni, ma per affrontare entrambe le fasi in condizioni di superiorità. Il grado di controllo raggiunto nella partita di ieri ha sorpreso chi era abituato al Valencia né carne né pesce di questi tre anni.
Partiamo dal fatto che i difensori centrali del Valencia (ieri Stankevicius-Dealbert-Ricardo Costa, da destra verso sinistra) non sono proprio delle cime in fatto di letture tattiche, nell’anticipo, nella copertura e anche nella marcatura, e quindi notiamo banalmente che se uno di questi centrali sbaglia averne uno in più di scorta pronto a rimediare aumenta la sensazione di sicurezza; a questa premessa aggiungiamo che il piano di Emery è risultato perfetto nel togliere i suoi punti di riferimento classici, che conosciamo sino alla noia. Superiorità nel mezzo coi due falsi esterni Cani e Cazorla che stringono centralmente per appoggiare i centrali Bruno e Borja Valero (Senna entra a inizio ripresa al posto di Cani, ma poi deve uscire per infortunio), e fasce occupate a sorpresa dalle sovrapposizioni dei terzini o dagli spostamenti degli attaccanti. Ma il Villarreal ieri non ha mai potuto proporre con continuità questi movimenti, e anzi Rossi e Nilmar son risultati piuttosto isolati dal resto della squadra.
Infatti, Miguel e Mathieu (spaventoso il dispendio atletico di quest’ultimo) seguivano in maniera assai aggressiva Cazorla e Cani, senza aprire varchi centralmente o alle loro spalle, perché la presenza di tre difensori centrali evitava la parità numerica con Rossi e Nilmar e consentiva pronti spostamenti laterali. Il Villarreal non può disegnare quel quadrato con cui di solito mette in mezzo il centrocampo avversario, e il Valencia non solo si dimostra reattivo, ma anche propositivo.
Andando oltre le impressioni superficiali, a volte cinque difensori possono risultare un vantaggio anche in chiave offensiva. Il Valencia non ha una circolazione di palla particolarmente brillante, ma sicuramente più sciolta. Per i tre difensori centrali è più facile allargarsi ed evitare il possibile pressing dei due attaccanti del Villarreal, poi ci sono più linee di passaggio.
Miguel e Mathieu partono molto alti, fanno tutta la fascia e così permettono a Mata e Pablo Hernández di venire più in mezzo e risultare più imprevedibili. Anche in questo caso, a volte un trequartista in meno può far funzionare meglio la trequarti. Visto il rendimento offerto finora dal Chori Domínguez con la maglia del Valencia, non è un grosso rimpianto non disporre di un essere umano che stazioni in quella zona e magari rubi spazio a Mata per i suoi tagli. Mata che risulta molto pericoloso smarcandosi fra le linee o andando a braccare i palloni alle spalle dell’unica punta (il combattivo Aduriz, poi sostituito da Soldado nella ripresa), e anche Pablo gode di una certa libertà. Il Valencia fa tutto quello che deve essere fatto (non convincono le risposte di Garrido coi cambi), ma gli manca il gol, e così perde anche un po’ di brio nel finale, affidandosi maggiormente alle iniziative individuali di Joaquín (ispiratissimo questa stagione), subentrato a Pablo H.
Bella partita, ma vale il discorso di sempre: al di là dei rimedi una tantum, il problema è trovare un Valencia che sappia imporre una volta per tutte un suo stile di gioco, magari costringendo gli altri ad adeguarvisi.

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giovedì, maggio 20, 2010

Chirurgico.

Brutto, estremamente brutto, ma efficace. Le riflessioni profonde le lasciamo all’estate, in cui la dirigenza avrà tempo di riprogrammare adeguatamente il progetto, nel mentre il Sevilla si gode la Copa del Rey e un quarto posto, risultati non da poco in una stagione nella quale l’immagine offerta dagli andalusi è stata sinceramente pessima.

Una finale non contraddistinta da un bel calcio (questo non ce lo si poteva aspettare), ma comunque intensa, sentita, sanamente nervosa e concitata: una finale vera, insomma. Barcellona invasa da quasi ottantamila fra tifosi colchoneros (in quarantaduemila!!!) e sevillistas, addirittura bandiere spagnole sugli spalti del Camp Nou, ritmo sin dal primo minuto.
La partita l’ha indirizzata la sassata di Diego Capel in apertura: il biondo ha approfittato degli acciacchi e del recente sottoutilizzo del delizioso Perotti per recuperare un po’ di ribalta. Giocatore esecrato dal sottoscritto, ma certi spunti sono impossibili da negare. Quando non c’è da pensare, quando deve solo buttarsi a testa bassa negli spazi e ha l’uno contro uno già servito, Capel può fare sempre molto male, ed una buona fetta di questa Copa è sua: non solo ieri, ma anche nell’ottavo col Barça, dove i suoi spunti decisero buona parte della gara d’andata.
A partire dal vantaggio immediato, la partita del Sevilla (da notare la conferma del 19enne canterano Luna sulla fascia sinistra difensiva: coraggioso Antonio Álvarez a promuoverlo di punto in bianco proprio nelle due gare più importanti della stagione, ieri e ad Almería sabato scorso) ha avuto un solo scopo: distruggere il gioco altrui.
Perlomeno idee chiare, e una certa concentrazione nell’applicarle. Ben raccolto, con marcature strette che hanno imbrigliato parecchio la capacità creativa dei solisti dell’Atlético (Kun e Forlán a secco). L’Atlético è piaciuto più di altre volte, ma solo nelle intenzioni. L’intenzione di giocare la palla con calma, da un lato all’altro, una certa fiducia nella propria capacità di fare la partita, ma pochi pericoli creati a conti fatti.
Inizialmente sembrava che l’Atlético potesse cogliere buoni frutti dalla sua fascia destra, come al solito la più battuta dai colchoneros, con Reyes che da destra accentra la distribuzione del pallone e le attenzioni degli avversari, creando spazio per le buone sovrapposizioni di Ujfalusi (sempre un po’ sottovalutato l’apporto offensivo del ceco). Però alla lunga il Sevilla chiude tutti gli spiragli, segue anche le sovrapposizioni ripiegando con gli esterni di centrocampo, respinge tutti i tentativi con Squillaci ed Escudé molto attenti al centro della difesa, e attraverso questa partita di puro contenimento esalta anche l’apporto di un giocatore come Zokora, che a recuperare e ripartire si trova molto meglio che a ragionare e impostare.
Non solo questo, il Sevilla usa da maestro tutti quei piccoli espedienti non ortodossi (falletti, perdite di tempo, proteste, scaramucce provocate e no) che servono a spezzettare la partita e far passare il tempo molto più velocemente per l’Atlético. Atlético che trova qualche idea in più con l’ingresso in corsa del solito ispirato “dodicesimo” Jurado (al posto di Simão, ancora e sempre sottotono), ma a onor del vero è il Sevilla ad andare più vicino al secondo gol in precedenza, quando un geniale colpo di tacco di Kanouté smarca Negredo per un rigore in corsa fallito abbastanza miseramente. Antonio Álvarez si copre ancora di più togliendo proprio Negredo per aggiungere al centrocampo Romaric, e allo scadere è Navas (eccellente, manco a dirlo) in un contropiede provocato da una perdita di Perea (…mmhhh…) ad emettere la sentenza definitiva.
Ora in casa Sevilla l’importante è non fermarsi a questo. La qualificazione alla Champions (preliminare permettendo), e i relativi incassi, offrono un’occasione perfetta per rifondare la squadra senza essere costretti a grossi sacrifici economici. La squadra ha perso tutto lo slancio e lo splendore dell’era Juande Ramos. Fra giocatori probabilmente alla fine di un ciclo (Kanouté ci regala le ultime perle, di Renato non si hanno più notizie, Luis Fabiano potrebbe andarsene dietro un buon compenso) e troppi acquisti fallimentari nelle ultime stagioni (Konko, Romaric, Duscher e compagnia… Zokora invece ha reso ma solo per quelle che sono le sue limitate caratteristiche, alla lunga potrebbe diventare un equivoco), bisogna iniettare forze fresche. Partendo da un allenatore che, dopo la parentesi da traghettatore di Antonio Álvarez, sappia disegnare una nuova struttura, e ripartendo in sede di campagna acquisti dalla qualità più che dai muscoli, soprattutto a centrocampo. Qualità che potrebbe arrivare anche da una cantera vivacissima, perché no.

FOTO: elpais.com

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giovedì, maggio 14, 2009

El Rei de copes.

Il Barça è campione di Coppa del Re, oggi e nella storia. Con ieri sono venticinque, scavalcato proprio l’Athletic a 23+1 (la famosa “Copa de la Coronación” del 1902, antesignana non riconosciuta dell’attuale Copa del Rey), nella finale più finale che questa competizione storicamente potesse avere.
Verdetto un po’ingeneroso nelle dimensioni verso l’Athletic e la sua spettacolare tifoseria (due macchie però: i fischi assordanti durante l’inno spagnolo, peraltro ampiamente preventivabili da parte di entrambe le tifoserie, e la lattina che ha colpito in testa Alves, ma anche qui vanno applauditi quei tifosi baschi che prontamente isolano e segnalano alla polizia il colpevole), ma che rispecchia appieno il divario fra le due squadre.
Si pensava che l’eccezionalità dell’evento e l’orgoglio dell’Athletic(che appartiene alla realtà ancor più che alla retorica) potessero equilibrare la sfida e magari favorire la sorpresa, ma la sensazione è durata solo una mezzora, fino al pareggio di Touré.
Alla lunga ha prevalso inesorabilmente la qualità blaugrana e l’Athletic, incapace di ribattere colpo su colpo, ha finito col non reggere lo stress di una partita giocata quasi interamente nella propria metacampo e in fase di non possesso.

L’Athletic prevale in avvio, approccio nettamente più determinato quello degli uomini di Caparrós, che schiera il mancino Yeste a destra e David López a sinistra. Guardiola ripete l’esperimento Touré centrale, spostando Puyol sulla sinistra; come previsto Bojan (centro) e Eto’o (sinistra) accompagnano Messi in attacco.
Aggressività e voglia di giocarsela con le proprie armi anche nella metacampo avversaria, i primi 10 minuti dell’Athletic sono eccellenti: non solo si chiude a riccio ma manovra cercando di evidenziare i punti deboli nello schieramento del Barça. Esemplare l’azione che precede il gol zurigorri: Caparrós decide di concentrare le proprie migliori fonti di gioco sulla destra, pensando con Iraola e Yeste di attaccare quello che non a torto ritiene il lato più debole del Barça. Iraola porta palla e si sovrappone permettendo a Yeste di accentrarsi, Eto’o non ripiega, Keita deve allargarsi per aiutare Puyol lasciando uno spazio al centro nel quale si inserisce Javi Martínez che impegna Pinto in calcio d’angolo. Calcio d’angolo, quindi terrore nelle file blaugrana: come volevasi dimostrare, Toquero salta fra Keita e Xavi, morbidissimi, e scatena il delirio.
Il Barça non trova il passo, l’Athletic pressa a partire dagli attaccanti (commovente Toquero, interessante poi il dettaglio tattico di Caparrós, che manda i due attaccanti a pressare i difensori avversari direttamente sul calcio dal fondo, in modo da forzare il rinvio lungo di Pinto e far valere la superiorità sulle palle alte a metacampo) e gioca con le maglie molto strette sia in difesa che a centrocampo. Yeste e David López si aggiungono al centro ancor più che presidiare le fasce, per garantire la superiorità numerica su Busquets-Xavi-Keita; la linea difensiva è molto concentrata, pronta nell’accorciare, coi giocatori ravvicinati e pronti a darsi la copertura reciproca, mentre Koikili segue Messi a uomo, attentissimo a non farlo girare.
Ma quello che succede è che col passare dei minuti l’Athletic arretra eccessivamente, fino a impostare una resistenza assolutamente insostenibile lungo tutti i 90 minuti. Llorente sprofonda ben oltre il cerchio di centrocampo, isolando Toquero. L’Athletic rimane senza la capacità di far salire la squadra di Fernandote, e comunque i metri da percorrere fino alla porta di Pinto sono un’enormità, ancora di più per Toquero che non ha né la qualità né il passo per fare davvero male (però Gaizka, il “Quasi-eroe” per caso, procura un buon giallo a Touré). Al Barça si fa male solo se lo si costringe ANCHE a guardarsi alle spalle, ma la difesa dell’Athletic sparacchia tutti i palloni e la squadra non ha proprio modo di ripartire e distendersi (Yeste a questo punto c’è ma è come se non ci fosse, non per colpa sua: forse a quel punto si poteva spostare Fran davanti alla difesa per raccogliere il pallone e rilanciare assieme a Orbaiz, ma sono considerazioni a posteriori che lasciano il tempo che trovano).
Così succede che anche il Barça imbavagliato dei primi minuti una continuità di gioco la acquista per forza, volente o nolente: se Piqué e Touré recuperano e rigiocano senza disturbo tutti i palloni che passano per la linea di metacampo, la partita per quelli in maglia biancorossa si fa davvero troppo lunga.
Barça che comunque manca di fluidità e fatica ad allargare il gioco: a destra Messi è in gabbia mentre Alves conferma la scarsa forma di questo finale di stagione (non dà profondità, non sorprende sovrapponendosi senza palla), mentre a sinistra le risorse sono scarse, conseguenza arcinota delle assenze di Henry e Iniesta. Per un Keita che gioca una partita tatticamente intelligentissima, allargandosi e offrendo sempre una soluzione buona al portatore di palla (uno dei più in forma in questo periodo il maliano: attenzione alla possibile sorpresa per Roma, e cioè un suo utilizzo da terzino sinistro qualora tornassero disponibili in tempo sia Henry che Iniesta), c’è un Puyol che non può dare spinta e un Eto’o che non ha le caratteristiche di Henry e tende più a pestarsi i piedi con Bojan che ad aprire il campo.
Comunque, con l’Athletic sprofondato, i blaugrana hanno tutto il tempo e le individualità dalla loro: in mancanza di manovra corale, è proprio un’azione personale a sbloccare la rimonta. Touré da manuale: si è sempre sottolineato l’analfabetismo tattico delle sue iniziative palla al piede, ma si è anche rilevato l’effetto-sorpresa delle stesse, ed ecco il gol di ieri. Improvvisazione fuori copione, ma decisiva: con tutti i compagni marcati, l’ivoriano parte in slalom e piazza un destro da fuori che, leggermente deviato da Amorebieta, sorprende Iraizoz sul primo palo.
Roba da impiccagione nel caso venisse tentata contro il Manchester United, ma che lascia il segno in una partita in cui l’Athletic ha impegnato pochissimo Yaya, rendendone del tutto ingiudicabile la prestazione difensiva in chiave finale di Champions.
A questo punto anche l’effetto psicologico passa dalla parte catalana, e mixato con la fatica che per i baschi implica il dover costantemente correre dietro il pallone, fa scoppiare la partita. È nella ripresa che, in pochi minuti, il Barça legittima la propria superiorità: l’Athletic per un fatto fisiologico allarga le maglie, e Messi trova campo. Spostatosi in zona centrale (Koikili non lo segue per non rischiare di lasciare sguarnita la propria zona), la Pulga ha spazio per le proprie percussioni sulla trequarti che squarciano la difesa dell’Atlético: segna il gol del 2-1, poi ispira il 3-1 di Bojan (fin lì da censura il bimbo: c’è poco da fare, al di là del gran colpo da biliardo del suo gol non regge ancora il confronto fisico coi difensori avversari e nemmeno la tensione psicologica di partite come questa), infine procura la punizione pennellata quasi all’incrocio dal Maestro Xavi.
Chiusura anticipata, spazio ai comprimari, e grande manifestazione di sportività e amore per i propri colori della tifoseria dell’Athletic Bilbao. Questo lo avrà apprezzato anche Juan Carlos.

Athletic 1 - Barcelona 4

Athletic Club (4-4-2): Iraizoz 6; Iraola 6,5, Aitor Ocio 6, Amorebieta 6,5, Koikili 6,5; Yeste 6, Javi Martínez 6, Orbaiz 6(Etxeberría s.v., m.61), David López 5,5(Susaeta s.v., m.56); Toquero 6,5(Ion Vélez s.v., m.61), Llorente 5,5.
Barcelona (4-3-3): Pinto 6; Dani Alves 6, Touré Yayá 6,5(Sylvinho s.v., m.89), Piqué 6, Puyol 6; Xavi 7(Pedro s.v., m.88), Busquets 6, Keita 7; Messi 7, Bojan 6,5(Hleb s.v., m.84),Eto’o 5,5.

Goles: 1-0, m.9: Toquero. 1-1,m.32: Touré Yayá. 1-2,m.55: Messi. 1-3, m.57: Bojan. 1-4,m.64: Xavi
Árbitro: Luis Medina Cantalejo (comité andaluz). Amonestó por el Athletic de Bilbao a David López (m.31) y Koikili (m.36) y por el Barcelona a Touré Yayá (m.22), Messi (m.50) y Keita (m.50). Incidencias: partido final de la Copa del Rey disputado en el estadio de Mestalla ante 50.000 espectadores llegados de Bilbao y Barcelona con mayor presencia de seguidores del conjunto vasco. Terreno de juego en buenas condiciones.

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martedì, maggio 12, 2009

Copa del Rey: speciale finale.

Raggruppo in un unico post i due articoli su Athletic Bilbao e Barcelona, in modo da permettere una lettura più comoda.

Presentazione Athletic (Edoardo Molinelli)

Presentazione Barça (Valentino Tola)

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Finale Copa del Rey: presentazione Athletic.

Edoardo Molinelli, alias Edo 14, curatore del blog italiano non ufficiale sull'Athletic Bilbao, ci offre ancora la sua gentile collaborazione per presentarci l'Athletic Bilbao in vista della finale di domani. Anche qui, stessa formula: un occhio alla finale di Copa e uno all'intera stagione bilbaina.

Se i risultati ottenuti fossero l’unico metro di giudizio per stimare il lavoro di un allenatore, di certo Caparros dovrebbe ricevere solo elogi per come ha condotto l’Athletic nelle ultime due stagioni. Due salvezze centrate con largo anticipo, senza troppi problemi, e una finale di Copa del Rey raggiunta dopo 25 anni di assenza dei biancorossi dall’atto conclusivo di tale manifestazione sono medaglie che risplendono in maniera accecante sul petto del generale Jokin, specie alla luce delle tribolatissime stagioni che hanno preceduto il suo insediamento a Bilbao.
Rifuggendo dalla logica tipicamente italiana del risultato, che porta ad isolare solo l’aspetto più evidente, ancorché decisivo, del percorso di un tecnico, è tuttavia impossibile non notare che alcuni degli obiettivi a lungo termine che erano stati fissati dalla dirigenza non sono stati del tutto soddisfatti. In particolare, la gestione Caparros si è distinta finora per la totale assenza di un gioco riconoscibile, una sorta di marchio di fabbrica che permetta agli appassionati di riconoscere lo stile e l’approccio della squadra a prescindere dal contesto di una singola partita.

Come gioca l’Athletic? In tutta franchezza, dare una risposta tecnicamente ineccepibile non è facile, tutt’altro. Cominciamo dicendo che lo schema unico praticato dai biancorossi è un 4-4-2 rigidissimo, nel quale ogni giocatore è tenuto a mantenere la propria posizione in maniera quasi scolastica. In fase di non possesso, le due ali rientrano ben oltre la propria metà campo per aiutare i terzini e uno dei due mediani (di solito Javi Martinez, più veloce e reattivo del collega Orbaiz) è sempre pronto ad abbassarsi fin dentro l’area se il pressing nel settore centrale del centrocampo viene aggirato; l’altro pivote resta qualche metro più avanti, pronto a far partire l’azione di rimessa e a cercare Llorente, che solitamente rimane il riferimento offensivo più avanzato e centrale, mentre la seconda punta parte da una delle due fasce. La tattica difensiva di Caparros prevede pertanto la quasi totalità dei giocatori dietro la linea della palla e l’unica discriminante diventa il tipo di pressing portato dai suoi: se l’Athletic deve aggredire, la linea difensiva si alza e la pressione sui portatori di palla avversari inizia fin dalla loro trequarti, altrimenti i rivali vengono aspettati dentro la metà campo biancorossa (questo avviene soprattutto quando i Leoni si trovano in vantaggio).

Inutile sottolineare come il gioco di rimessa sia quello più gradito ai bilbaini, che possono in tal modo ovviare con l’aggressività e i ribaltamenti veloci alle gravi carenze in fase di manovra che palesano da quando il tecnico di Utrera siede sulla loro panchina. Non sono più i tempi di Valverde, che giocava con un 4-2-3-1 capace di un’intensità straordinaria in fase offensiva e di grande armonia nei movimenti senza palla e nella distribuzione della stessa, anche se, a ben guardare, per com’è costruita questa rosa lo schema ad un’unica punta sembrerebbe il migliore (i reduci dell’era-Txingurri, peraltro, sono ancora parecchi). Caparros non è di questo avviso e ha sempre imposto il suo schema preferito come una specie di dogma, sacrificando sull’altare del 4-4-2 la qualità di Yeste trequartista, le maggiori opzioni che si aprirebbero ad un’ala come Susaeta se solo giocasse qualche metro più avanti e la possibilità per Llorente di giostrare come attaccante unico, referente assoluto per i cross e gli assist dei trequartisti. L’utrerano non ha mai neppure provato una tattica del genere e ha sempre preferito giocare con le due punte, confermando il vecchio adagio secondo il quale la pericolosità e il peso offensivo di una squadra non dipendono necessariamente dal numero degli attaccanti schierati sul terreno verde. Non basta, infatti, aggiungere un altro elemento in avanti se poi la manovra si sviluppa secondo direttrici limitate e pure piuttosto scontate, facilmente prevedibili da avversari attrezzati in maniera adeguata sul piano tattico e ben organizzati in fase difensiva.

Il gioco dell’Athletic è di lettura piuttosto semplice per le squadre rivali perché si sviluppa essenzialmente su due assi: la fascia destra, sempre alta di giri grazie alle percussioni instancabili di Iraola e alla buona intesa che questi crea con l’ala di riferimento, e il corridoio centrale verso Llorente, percorso sia attraverso il lancio lungo dalla difesa (definizione gentile del termine “pallonata”) che tramite il dialogo palla a terra. Non proprio una grande varietà di soluzioni, insomma. Per fortuna dei Leoni, quest’anno Nando è stato immarcabile per molte coppie centrali della Liga, anche di pregio, e le sue prestazioni sono sempre state all’altezza, non solo dal punto di vista dei gol fatti ma anche della capacità di creare spazi e di far segnare i compagni con le sue spizzate e le sue sponde intelligenti; proprio in questa pesantissima incidenza sul gioco della squadra, più che nel numero delle reti segnate, risiede l’importanza fondamentale di Llorente nell’economia del gioco biancorosso: disinnescare lui significa togliere all’Athletic il 70/80% di potenziale offensivo, e ormai qualunque allenatore iberico lo sa. Il difetto principale di Caparros è stato il non riuscire a studiare soluzioni alternative alla ricerca ossessiva del suo numero 9, al netto di una ristrettezza nel parco attaccanti di cui bisogna sempre tenere conto: è in questa mancanza di schemi e di alternative che risiede la critica principale mossa all’utrerano da parecchi mesi a questa parte, da quando cioè anche i sassi si sono resi conto che questa squadra si regge su qualità che esulano completamente dall’aver sviluppato un’idea di gioco personale.

I Leoni sono la squadra forse più umorale della Liga e non a caso il loro percorso in campionato somiglia ad un tracciato di montagne russe: un saliscendi continuo, un alternarsi senza sosta di cadute fragorose e grandi imprese che non facilita il compito di chi deve giudicare l’annata dei bilbaini. Ciò è dovuto principalmente al fatto che i biancorossi hanno giocato “di pancia” più che di testa, lasciandosi spesso guidare dalle emozioni e dalla spinta del pubblico e non dal freddo raziocinio di schemi e alchimie tattiche collaudate; nei momenti migliori l’Athletic ha così ottenuto risultati fantastici (uno per tutti, il 3-0 della semifinale di ritorno rifilato al Siviglia), ma ha poi finito per perdersi ogni volta che le energie mentali diminuivano d’intensità. Questa stretta dipendenza da fattori psicologici ed emozionali si riflette senza dubbio sul gioco della squadra: quando i Leoni sono in giornata-sì attaccano a folate continue, specie sulle fasce, pressano senza soluzione di continuità e costringono spesso gli avversari nella loro metà campo, annichilendoli con una ferocia agonistica che tocca punte di puro furore; risulta chiaro, però, che situazioni del genere non possono durare nel lungo periodo (spesso non durano neppure per una partita intera…) ed ecco spiegati certi blackout a prima vista incomprensibili, forieri di prestazioni oscene anche a seguito di brillanti vittorie o di primi tempi eclatanti. Ovviamente la squadra palesa enormi difficoltà quando non riesce a trovare la giusta sintonia col match, ovvero nel momento in cui, esaurita la carica agonistica, una compagine decente dovrebbe iniziare a masticare calcio, per quanto semplice possa essere. L’Athletic raramente lo fa e non perché non abbia dei buoni palleggiatori, che nella rosa ci sono eccome; semplicemente, il suo tecnico li tiene isolati e senza raccordi tra loro, impedendo di fatto il dialogo stretto a dei giocatori che potrebbero dare del tu al pallone. Emblematico, in tal senso, è il caso di Yeste che, nonostante sia l’unico elemento realmente disequilibrante del centrocampo basco, viene esiliato sulla fascia sinistra e si trova così lontano dal cuore pulsante del gioco, lui che potrebbe essere decisivo come pochi se solo giocasse centralmente e a ridosso dell’area avversaria. Fran rimedia talvolta a questa situazione seguendo l’istinto e accentrandosi, ed è proprio dai suoi movimenti a tagliare che nascono alcune delle situazioni più interessanti in fase offensiva, anche se la squadra paga i pochi inserimenti di Koikili e una mancanza generale di movimento senza palla che talvolta è quasi disarmante.
Gli unici a fornire opzioni di passaggio in fase di possesso, infatti, sono Iraola, Javi Martinez, la seconda punta (Toquero o Velez) e Llorente, il quale ogni tanto prova ad allargare la difesa spostandosi sulla fascia per fare spazio agli inserimenti da dietro o per tentare la conclusione da fuori. Gli altri si muovono pochissimo, ancorati come sono alle disposizioni di Caparros, e davvero non si comprende perché gli esterni debbano restare spesso appiccicati alla linea laterale quando avrebbero davanti una boa dai piedi buoni, capace cioè di triangolare con profitto tenendo la palla a terra.

Situazione disastrosa, dunque, in vista del Barcellona? Basandosi solo su un’analisi tecnico-tattica e sulla lettura della classifica, in cui i catalani hanno quasi il doppio dei punti dell’Athletic, parrebbe proprio di sì, ma per fortuna il calcio non è uno sport esatto e la sorpresa è sempre in agguato. E’ indubbio, tuttavia, che i Leoni dovranno giocare la partita perfetta per avere qualche possibilità, sperando nel contempo che gli uomini di Guardiola arrivino a questo appuntamento più spompati e confusi del solito.
Caparros ha due opzioni davanti a sé: difendere con 10 uomini dietro la linea di centrocampo, come ha fatto il Chelsea in Champion’s, oppure tentare la carta dell’aggressività e del pressing altissimo per soffocare la vena dei palleggiatori del Barça. Due tattiche diversissime e rischiose, ognuna a suo modo. Pensare solo a difendersi potrebbe essere poco salutare, visto che un gol i catalani possono sempre trovarlo (e comunque i difensori e i contropiedisti biancorossi non sono propriamente quelli del Chelsea…si rischia una figura da Bayern, più che altro), ma allo stesso tempo partire a cento all’ora fin dal fischio iniziale lascia presagire inquietanti scenari una volta che i giocatori abbiano esaurito le energie. Tre sono gli uomini chiave dell’Athletic: Koikili, che dovrà controllare Messi (auspico in tal senso una marcatura a uomo, stile Bosingwa al Camp Nou), Javi Martinez, che porterà il pressing sui centrali di centrocampo del Barcellona, e ovviamente Llorente, sul quale graverà quasi completamente il peso dell’attacco. Elementi importanti saranno Iraola e Susaeta, qualora dovesse giocare, senza dimenticare il lavoro sporco di Toquero, fondamentale per soffocare l’azione avversaria sul nascere. La variabile impazzita? Yeste, senza dubbio. E’ l’unico in grado di inventare qualcosa e senza dubbio “sente” moltissimo il match, lui che ha fornito le prestazioni migliori della sua carriera proprio contro le squadre più forti.
Inutile rimarcare che il Barça è il favorito d’obbligo, ma i Leoni non hanno nulla da perdere e pertanto potranno giocare con meno pressione. Speriamo che la partita non deluda le attese e che, a prescindere dal risultato, i 22 in campo ci regalino una partita epica come quella di 25 anni fa.
Buona finale a tutti!

Possibile formazione di domani


Athletic uno per uno.

Iraizoz: portiere affidabile, di certo non è un fenomeno ma ha saputo trasmettere sicurezza al reparto arretrato dopo un paio di stagioni alquanto traumatiche. Dal punto di vista tecnico è piuttosto rivedibile, tuttavia possiede un buon senso della posizione e tra i pali è molto efficace, nonostante uno stile poco ortodosso. I suoi punti di forza sono l’agilità e i riflessi straordinari, mentre difetta in maniera spiccata nelle uscite alte e, più in generale, nel comando della propria area sui cross e in occasione dei calci piazzati. Attualmente è in buona forma e sta garantendo delle prestazioni discrete. E’ l’unico giocatore dell’Athletic, insieme ad Aitor Ocio, ad aver vinto in passato la Coppa del Re, anche se ovviamente con un’altra squadra (nel suo caso con l’Espanyol).
Iraola: eccezionale. Basta questo aggettivo per definire il terzino destro di Usurbil, sbarcato (era l’ora!) in nazionale in virtù di una stagione eccellente sotto tutti i punti di vista. Fatte le debite proporzioni, Iraola è quello che Maicon e Alves sono per Inter e Barcellona, ovvero un regista aggiunto e non solo un semplice fluidificante. Le azioni dell’Athletic partono spesso dai suoi piedi e costante è lo spostamento dell’azione offensiva sul settore destro, dove le doti tecnico-tattiche di questo straordinario giocatore non tradiscono mai la fiducia dei compagni. Corsa, capacità di palleggio, visione di gioco, discreto uno contro uno e destro educato: Andoni doveva solo imparare a difendere per migliorare ulteriormente, e si può dire che con Caparros sia progredito davvero molto sotto questo punto di vista. E’ il vicecapocannoniere della squadra e sarà senza dubbio uno dei pochi elementi che i catalani dovranno preoccuparsi di guardare a vista.
Aitor Ocio: chiamato l’anno scorso per tamponare le falle di una difesa colabrodo, l’ex del Siviglia ha disputato fin qui una temporada in tono minore dopo le buone prestazioni offerte nella sua prima stagione da cavallo di ritorno. Centrale molto esperto e forte di testa, sa guidare la difesa e ha un buon senso della posizione, tuttavia va sovente in difficoltà contro avversari tecnici e veloci a causa del passo lento e di una certa macchinosità che palesa nello stretto; ha bisogno di protezione, insomma, e se il centrocampo non accorcerà in modo adeguato sarà esposto a delle brutte figure contro l’attacco blaugrana. Come detto in precedenza, quest’anno ha avuto un rendimento al di sotto delle aspettative, soprattutto a causo di un evidente calo fisico e di un certo nervosismo (vedere per credere alcune espulsioni che ha rimediato) che ne hanno condizionato le prestazioni, ma si è ritrovato comunque titolare a causa dei perenni infortuni di Ustaritz e dell’ancor scarsa maturità di Etxeita. Ha vinto una Copa del Rey con la maglia del Siviglia e di certo la sua esperienza sarà fondamentale in questa partita, con tutta probabilità l’ultimo incontro importante che il vitoriano affronterà nella sua carriera.
Amorebieta: grandissimi mezzi fisici e poco sale in zucca. Questo, in poche parole, il ritratto perfetto del basco-venezuelano, un corazziere tanto fornito di forza, resistenza e prestanza atletica quanto poco provvisto di intelligenza calcistica e senso tattico. Amorebieta ha tutto quello che serve per essere un grande centrale: fisico imponente, stacco imperioso, velocità non disprezzabile nei recuperi, potenza nei contrasti e capacità di “farsi sentire” nel contatto ravvicinato con l’avversario; Madre Natura, purtroppo, non l’ha però provvisto di un’adeguata capacità di posizionamento (i buchi centrali che lascia l’Athletic sono spesso opera sua) e di quel senso della misura che distingue un buon difensore da un macellaio. Rude e rozzo oltre ogni limite, Nando picchia moltissimo e spesso a sproposito, facendosi notare per delle entrate assurde a metà campo o per degli interventi assassini che vedrebbe anche un miope; tecnicamente poco dotato, nonostante un sinistro non disprezzabile quando calcia lungo, palesa tutti i suoi limiti quando viene pressato e sparacchia in curva senza riflettere. Ottimo lo scorso anno, tanto che si scomodarono per lui osservatori del Liverpool e di altre squadre inglesi, in questa stagione ha faticato molto anche a causa di una forma mai del tutto trovata, e in parecchi hanno compreso che il centrale autoritario visto nella Liga passata è ancora di là da confermarsi. E’ comunque in ripresa e sicuramente un cuore Athletic come lui sarà più che carico in vista della storica finale di mercoledì.
Koikili: l’uomo atteso dal compito più improbo, marcare Messi, è forse anche quello che più incarna lo spirito di questa squadra. Fino all’anno scorso Koikili Lertxundi era infatti un giocatore sconosciuto, con trascorsi in Tercera e Segunda B del tutto irrilevanti; prelevato in estate dal Sestao River per rimpinguare le fila del Bilbao Athletic, venne incluso a sorpresa da Caparros nella rosa della Prima squadra e si guadagnò il rispetto di tutto il calcio spagnolo a suon di prestazioni eccellenti. Un ragazzo venuto dal nulla capace di imporsi in Primera grazie al lavoro, all’umiltà e all’abnegazione: quale miglior esempio delle caratteristiche morali che da sempre sostengono il club basco? Koikili è senza dubbio un calciatore particolare: ha un fisico piccolo e tozzo, retaggio evidente del suo passato di ex campione nazionale di lotta greco-romana, è duro nei contrasti ma sempre corretto, raramente polemico, spesso cavalleresco nei confronti degli avversari; il suo sinistro non è eccezionale, ma sa pennellare cross discreti per le punte e ogni tanto esplode delle gran bordate da fuori. Dal punto di vista tecnico è un giocatore di almeno una categoria inferiore rispetto al torneo in cui milita, ma riesce a mascherare le sue notevoli lacune con un modo di interpretare la gara generoso e improntato al sacrificio. La sua dedizione alla causa è assoluta, come dimostrato dall’atteggiamento ineccepibile tenuto a inizio stagione, quando faceva panchina per lasciare spazio a Balenziaga: Koi non si è perso d’animo e ha risposto solo in allenamento e sul campo, meritandosi il ritorno fra i titolari e questa finale che per lui, forse più che per gli altri, è un sogno divenuto realtà.
David Lopez: l’ex dell’Osasuna ha compiuto un percorso inverso rispetto ad altri compagni di squadra, migliorando cioè nella temporada attuale dopo aver disputato un primo campionato in biancorosso assai poco soddisfacente. Personalmente non è un giocatore per cui impazzisco, anche perché molto lontano, come caratteristiche, dalla mia idea di ala: scarsamente veloce, in possesso di un repertorio di dribbling assai limitato e poco dotato nel breve, il riojano è un esterno che fa della continuità di corsa il suo marchio di fabbrica; più quantità che qualità, dunque, anche se il suo piede destro è davvero degno di nota, capace com’è di servire grandi assist ai compagni e di battere ottimi calci piazzati. Elemento regolare e predisposto a dare una mano in fase di ripeigamento, non chiedetegli di inventare qualcosa o di dare una scossa al match con un’accelerazione improvvisa seguita da un paio di dribbling e un assist geniale; i blaugrana dovranno comunque diffidare dei suoi angoli e delle sue punizioni, che batte molto tagliati e con un grande effetto.
Orbaiz: quando Iñaki Saez, ex tecnico della Furie rosse, lo definì qualche anno fa uno dei migliori centrocampisti della Liga, in molti addetti ai lavori la pensavano come lui su questo regista classico, dotato di una visione di gioco eccellente, di un tocco pulito e di una capacità di aprire il gioco con pochi eguali nel massimo torneo spagnolo. L’Orbaiz attuale, tuttavia, è solo una copia sbiadita del mediano che formò una coppia stratosferica col mastino Gurpegi ai tempi di Valverde: due infortuni gravissimi ad entrambe le ginocchia ne hanno minato il fisico, riducendo di molto la sua velocità di passo già non eccelsa e togliendogli anche quel poco di dinamismo che ha sempre avuto. “Don Pablo” non ha perso la sensibilità del piede destro e la capacità di leggere il gioco con profitto, ma è indubbio che ormai riesca ad esprimere al meglio le sue qualità solo quando il ritmo di gara resta basso; non appena la velocità aumenta, infatti, le sue pecche fisiche vengono a galla e la lucidità che ha sempre dimostrato di possedere viene fatalmente annebbiata da una tenuta atletica quasi del tutto compromessa. Caparros lo schiererà titolare, sia perché è uno dei suoi fedelissimi, sia perché non vi sono altri registi di ruolo in rosa, tolto il quasi desaparecido Muñoz che il tecnico di Utrera ha mostrato chiaramente di non “vedere”: un rischio, visto il dinamismo del centrocampo blaugrana, ma difficilmente il tecnico azzarderà una mossa a sorpresa proprio in occasione della finale.
Javi Martinez: senza dubbio colonna di questo Athletic e tra i primi biancorossi per livello di rendimento, il giovane navarro ha disputato una stagione fin qui inappuntabile e ha compiuto un altro deciso passo avanti verso la maturazione definitiva. Javi Martinez non è un regista e neppure un mediano puro, bensì un centrocampista moderno nella piena accezione del termine, capace cioè di difendere e attaccare, di dare una mano in fase di contenimento e di appoggiare l’azione offensiva con medesima efficacia. Non è un fine palleggiatore, ha scarsa visione di gioco e tecnicamente non è un fenomeno, ma ha dalla sua uno strapotere fisico che gli permette di imporsi anche da solo nei confronti di linee mediane formate da due o tre avversari; in fase di ripiegamento assiste da vicino i difensori, ma quando parte l’azione di rimessa lo si trova subito in appoggio alle punte grazie alla capacità quasi prodigiosa di recuperare e di proporsi in avanti con progressioni imperiose, anche palla al piede (cosa di cui si dovrebbero ricordare molto bene i tifosi dell’Atletico Madrid). Quest’anno è finalmente diventato più consistente in zona-gol, mettendo a frutto nel migliore dei modi la capacità d’inserimento, lo stacco di testa e il buon tiro dalla distanza di cui è dotato. Mercoledì sarà fondamentale la sua azione di pressing sui portatori di palla blaugrana e dalla sua prestazione dipenderanno molte delle possibilità dell’Athletic di giocarsela fino in fondo con gli uomini di Guardiola.
Yeste: genio e sregolatezza allo stato puro, il fantasista di Basauri è l’elemento tecnicamente migliore della squadra, nonché il solo (insieme forse a Susaeta) a non sfigurare in un ipotetico confronto coi fantastici palleggiatori del Barcellona. Mancino educatissimo, fa quel che vuole con il pallone ed è capace di dribbling, assist e conclusioni da fuoriclasse vero; in carriera è stato convocato in nazionale, anche se non ha mai esordito a causa di un infortunio, e questo la dice lunga sul suo valore vista la concorrenza feroce che esiste in Spagna nel ruolo. Caparros, che lo sopporta soltanto, non ha mai voluto adattare il suo schema in funzione del numero 10, costringendolo a giocare come centrale nel doble pivote (posizione per la quale non ha la necessaria cattiveria agonistica) o defilato sulla fascia sinistra, tuttavia è innegabile che il calciatore abbia toccato i suoi livelli più alti giostrando da trequartista centrale in appoggio ad un’unica punta. Poco amato dal pubblico di Bilbao a causa della scarsa propensione al sacrificio e dell’intensa vita notturna, Yeste resta comunque l’unico biancorosso in grado di creare la superiorità numerica nel’uno contro uno e di mutare la partita con un’invenzione estemporanea; partirà probabilmente dalla sinistra, tuttavia è portato per natura ad accentrarsi e con questo movimento potrebbe anche creare qualche grattacapo ad una difesa blaugrana che giocoforza non sarà quella titolare. A differenza di molti fenomeni presunti, poi, Fran è un giocatore che si esalta nelle sfide difficili: è stato strepitoso, ad esempio, nella semifinale di ritorno col Siviglia, ma ora sta a lui dimostrare tutta la sua bravura nella partita più importante dell’anno.
Toquero: se fosse tanto forte con il pallone tra i piedi quanto è generoso e altruista in campo, senza dubbio sarebbe uno dei migliori giocatori del mondo… Strano caso di attaccante che corre dal primo all’ultimo minuto senza risparmiarsi mai, anteponendo il pressing ossessivo sui portatori di palla altrui alla ricerca della soddisfazione personale, Toquero è per questo motivo uno dei preferiti della tifoseria biancorossa, da sempre attratta più dai calciatori dediti anima e corpo alla causa che dai solisti dotati di tecnica sopraffina. Piedi di marmo, pochissima dimestichezza nel controllo e nella protezione della sfera, l’ex del Sestao basa il suo gioco sull’elettricità, sulle accelerazioni improvvise e sull’istintività, compensando la mancanza di fiuto del gol e una certa anarchia tattica con la buona velocità di cui è provvisto e con l’instancabile movimento che pratica rimbalzando come una trottola da un lato all’altro della linea difensiva avversaria. I numeri della sua stagione parlano chiaro (2 soli gol tra Liga e Copa da quando è stato riscattato dall’Eibar durante il mercato invernale), tuttavia Caparros lo ritiene fondamentale per la sua azione disturbatrice e anche mercoledì lo schiererà titolare, affidandogli il delicato compito di pressare i difensori blaugrana per impedire loro di far partire tranquillamente l’azione fin dalla propria trequarti.
Llorente: si è detto e scritto moltissimo su di lui quest’anno, cosa ovvia visto il rendimento stratosferico che il numero 9 dell’Athletic ha tenuto fin dall’inizio della stagione. Se la scorsa Liga c’erano state delle avvisaglie sulla presa di coscienza del giocatore nei propri (notevoli) mezzi, il campionato in corso ha sancito la sua definitiva maturazione ad alti livelli, cosa che finora era rimasta solo nei sogni dei tifosi biancorossi che proprio non volevano arrendersi all’idea che questo gigantesco centravanti fosse destinato ad essere ricordato come una promessa non mantenuta. Llorente aveva tutto: fisico da granatiere, tecnica non comune per uno con la sua stazza, stacco di testa, tiro preciso e buon dribbling, ma difettava enormemente nel carattere e nella fiducia in sé stesso, minato in ciò anche da un paio di stagioni segnate da incomprensioni con gli allenatori e da difficoltà generali di tutta la squadra. Una volta ottenuto credito da Caparros, Nando ha iniziato a carburare lentamente per poi esplodere con un fragore assordante, che ha attirato su di lui gli occhi di mezzo mondo. Attualmente il riojano (ma nativo di Pamplona) non è solo il terminale offensivo principale, per non dire unico, dei Leoni, ma è soprattutto il perno attorno al quale girano tutte le trame della squadra, sia quando l’azione si sviluppa palla a terra, sia quando i difensori o i centrocampisti decidono di ricorrere al pelotazo centrale. Quasi immarcabile dal punto di vista fisico, Llorente è bravissimo a prendere posizione e a tenere alta la squadra, ma sa essere pericoloso anche con incursioni palla al piede e con improvvise conclusioni da fuori. Sarà lui, l’uomo più pericoloso dei bilbaini, il sorvegliato speciale da parte del Barcellona, che sa bene come fermarlo significhi togliere agli avversari il 90% del loro potenziale offensivo.

Armando: secondo portiere di grande esperienza visti i 38 anni di età, non è stato lui a difendere la porta biancorossa in Coppa del Re, nonostante di solito in questa competizione si lasci all’inizio più spazio alle riserve. Anche fisicamente appartiene ad un’altra generazione (è alto 1,80 m, una miseria per gli estremi difensori moderni), tuttavia a dispetto di ciò e di uno stile piuttosto atipico risulta essere molto difficile da superare, in virtù dei buoni riflessi e della grande agilità di cui è dotato. Mai polemico, è il dodicesimo perfetto.
Ustaritz: bersagliato dalla sfortuna e da infortuni a raffica, questo promettente difensore centrale nella sua carriera non è mai riuscito a giocare con continuità e conseguentemente a proporsi per una maglia da titolare. Un peccato, senza dubbio, perché ha caratteristiche molto interessanti e complementari a quelle di Amorebieta: buona velocità di base, senso dell’anticipo, posizionamento più che discreto e piede non disprezzabile. Rivedibile nello stacco di testa, fatica ad imporsi nella marcatura stretta di avversari molto fisici, ma in compenso se la cava egregiamente contro attaccanti tecnici e rapidi nel breve. Quest’anno ha giocato pochissimo a causa dei succitati infortuni, cosa che spiega le molte gare disputate dalla coppia Ocio-Amorebieta nonostante delle prestazioni non proprio all’altezza.
Balenziaga: il giovane terzino sinistro ex Real Sociedad aveva iniziato la Liga da titolare, strappando la maglia a Koikili e proponendosi come una delle grandi novità della stagione biancorossa. A conti fatti si può dire che non abbia convinto del tutto, altrimenti Koi non avrebbe riconquistato il suo posto tanto facilmente, anche se ha mostrato buone potenzialità e margini di miglioramento notevoli. Balenziaga dà senza dubbio il meglio di sé in fase offensiva: veloce e dotato di una buona tecnica di base, spinge sempre moltissimo e mette dentro cross a ripetizione, riuscendo a dare un’alternativa credibile all’iper-sfruttato asse di destra. Peccato che non sia altrettanto efficace quando c’è da ripiegare, e non a caso ha perso la maglia da titolare proprio a causa dei numerosi errori, soprattutto di concentrazione, che ha commesso in fase difensiva. Può essere un’arma tattica importante a partita in corso, anche come centrocampista sinistro.
Etxeita: è il terzo difensore centrale più utilizzato da Caparros e rappresenta una delle note più liete della stagione biancorossa. Classico marcatore di scuola basca, fa della potenza fisica e della rudezza del contrasto le sue armi principali, utili per compensare una tecnica non eccelsa e una scarsa propensione all’anticipo e alla giocata pulita; Etxeita possiede un buon senso di posizione e un discreto stacco, caratteristiche che lo hanno reso un elemento di sicura affidabilità e una valida alternativa ai titolari della difesa. Non è il nuovo Goikoetxea ma neppure una brutta copia di Sarriegi, cosa non da poco se si ripensa alle annate da incubo vissute recentemente dal pacchetto arretrato dei Leoni.
Gurpegi: la stagione del rientro vero e proprio è stata avara di soddisfazioni per il mediano navarro, colpito da infortuni più o meno gravi (si è rotto per ben due volte il naso, ad esempio) e apparso a sorpresa coinvolto solo marginalmente nei piani di Caparros, che pure aveva parlato di lui come elemento imprescindibile per la squadra. Il ventinovenne Carlos ha invece giocato poco, pochissimo da titolare, e non è mai riuscito a trovare quella continuità imprescindibile per riprendere confidenza con il ritmo partita dopo due anni di inattività. La grinta e il cuore sono sempre gli stessi, mancano semmai i polmoni e il passo di prima della squalifica: troppo poco per scalzare Javi Martinez dal ruolo di mediano, giacché la convivenza tra i due è apparsa da subito problematica a causa delle caratteristiche simili (il doble pivote formato da loro è sempre risultato piatto e monocorde, visto che non sono dei registi). Sarà pronto come sempre a dare una mano alla squadra, ma non era questo il ruolo che i tifosi avrebbero voluto per lui.
Susaeta: annata con più ombre che luci per il folletto di Eibar, che ha faticato non poco per confermarsi al massimo livello dopo le grandi prestazioni fornite all’esordio nella scorsa stagione. Una cosa normale per un giocatore giovane, specie considerando i buoni segnali lanciati nell’ultima parte del campionato, nel quale Susaeta è tornato a mostrare i numeri eccellenti con cui si era segnalato da subito al pubblico basco: dribbling secco, fantasia, grande tecnica e personalità spiccata, tutte caratteristiche che avevano fatto coniare per lui il soprannome di “nuova perla di Lezama”. Paragoni troppo affrettati, forse, ma resta indubbio che Markel sia un trequartista/ala molto interessante, capace di creare sempre la superiorità numerica e di sfornare cross al bacio e assist intelligenti per le punte. Occhio al suo destro liftato, specie sui calci di punizione dal limite. Se David Lopez non dovesse recuperare, a destra giocherà scuramente lui.
Gabilondo: non sarà della partita a causa del grave infortunio al ginocchio che ne ha sancito la prematura uscita di scena a marzo, lesione rimediata peraltro nel corso di un’amichevole col Bordeaux disputata in una pausa del campionato dedicata alle nazionali. Giocatore diligente e ordinato, troppe volte monocorde (ma capace di talvolta di lampi di classe quasi inspiegabili, visto il contesto grigio in cui avvengono), Gabilondo avrebbe potuto rappresentare una risorsa tattica importante contro il Barça per la sua capacità di aiutare il terzino in ripiegamento, fondamentale visto il calibro dei clienti con cui la corsia di sinistra sarà chiamata a misurarsi (Alves-Messi). Merita comunque di essere citato anche per i due gol pesanti con cui ha contribuito a portare l’Athletic in fondo alla Copa.
Etxeberria: capitano di lunghissimo corso, il Gallo è ormai l’ombra del giocatore che per più di un decennio ha contribuito alle fortune dell’Athletic. Anagraficamente non sembrerebbe finito, tuttavia bisogna considerare che milita in Primera da quando ha 16 anni e che il suo fisico ha speso tutte le energie di cui era capace, rendendolo senza dubbio più vecchio di quanto non indichi la carta d’identità. Joseba, che non possiede più lo spunto sul breve e la velocità di un tempo, si limita ormai a vivacchiare con qualche giocata d’esperienza che può sempre tornare utile, ma appare francamente al lumicino e non disputa una gara intera da mesi. Caparros lo getta spesso nella mischia quando bisogna recuperare e di certo sa che c’è più classe nel destro di Etxebe che in tutto il reparto offensivo, Llorente escluso. Mercoledì il numero 17 reciterà dunque il ruolo del jolly prezioso, pronto come sempre ad entrare se le cose dovessero mettersi male.
Ion Velez: bocciato l’anno scorso da Caparros dopo poche partite, è stato richiamato alla base dopo il prestito all’Hercules a causa della cessione di Aduriz, senza però fornire giustificazioni valide al suo impiego quasi obbligato. Di una pochezza tecnica imbarazzante, il navarro è impreciso nel tiro, scarso di testa e assolutamente incapace di saltare l’uomo; dalla sua ha solo un’apprezzabile velocità di base e l’innegabile generosità, due qualità che però non fanno, da sole, un buon giocatore di calcio, specie nel suo ruolo. Era titolare a inizio stagione, poi è scivolato in panchina a causa dell’arrivo di Toquero, più arruffone ma anche più dinamico e portato al pressing. Resta comunque la prima alternativa ai due attaccanti titolari, cosa che la dice lunga sulla bontà del reparto offensivo biancorosso.

Murillo, Muñoz, Del Olmo, Garmendia e Iñigo non giudicabili a causa dello scarso utilizzo.


EDOARDO MOLINELLI

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