giovedì, settembre 15, 2011

Un Submarino che fa acqua.


Se questa è la maniera, forse non vale nemmeno la pena di presentarsi in campo, tanto più se ti trovi nel cosiddetto girone di ferro. Deprimente il Villarreal visto ieri contro il Bayern. Poteva finire molto peggio di 0-2, ed è un’immagine umiliante per l’intero calcio spagnolo.

In sede di presentazione del nuovo campionato, avevo espresso qualche dubbio sull’organico amarillo, profilando un suo possibile indebolimento. Il dubbio ancora non è una certezza, ma sicuramente l’ultima cosa che serve è che l’allenatore ci aggiunga del suo, snaturando il sistema di gioco. In fondo, hai solo il Bayern di fronte, perché non fare esperimenti?

In tutti questi anni siamo stati abituati a vedere un Villarreal schierato con un 4-4-2 “sudamericano”, senza esterni di ruolo a centrocampo, un quadrato più che un trapezio. Compito di questi esterni è partire dalla fascia per tagliare al centro, creare linee di passaggio fra la difesa e il centrocampo avversario. Così giocano vicini ai mediani, creano superiorità e al tempo stesso, attirando su di sé le attenzioni difensive, creano spazio sulle fasce per gli inserimenti a sorpresa dei terzini.

Ora, il punto non è il modulo, il punto è la filosofia di gioco, creare queste linee di passaggio fitte davanti a chi porta palla. Si può fare con un 4-4-2 come con il 4-3-1-2 (vedi anche il bel Málaga che lunedì ha liquidato il Granada), ma non si può fare con l’undici scelto da Garrido, che toglieva al Villarreal di avere i punti d’appoggio di cui sopra, quelli a partire dai quali di solito si organizza e si equilibra.

Centrocampo a tre con Senna davanti alla difesa, Bruno a sinistra e Marchena mezzala destra (!?!?!?). Tre giocatori che per caratteristiche tengono la posizione, restano bloccati e non possono certo appoggiare il gioco offensivo muovendosi davanti alla linea della palla.

Separati, nettamente separati da loro, i tre uomini offensivi, Rossi e Nilmar e il trequartista, debuttante, De Guzman (Borja Valero squalificato). De Guzman che non sapeva dove sbattere la testa: senza movimenti attorno a lui che lo liberassero un po’ (a parte i soliti volenterosi Nilmar e Rossi), l’olandese non riusciva proprio a smarcarsi in zone utili per ricevere fronte alla porta. La mancanza dei consueti tagli dei falsi esterni, che portassero via l’avversario, ha tolto slancio pure ai terzini, individualmente incapaci di dare profondità senza che qualcuno creasse loro lo spazio. Mario a destra è offensivamente mediocre, non si scopre certo oggi, Catalá un po’ più tecnico ma comunque incapace di arrivare sul fondo da solo.

Risultato: in tutto il primo tempo il Villarreal praticamente non è riuscito a passare la sua metà campo. Non convincono le giustificazioni di Garrido: “Se giochiamo sempre allo stesso modo, i rivali ci conosceranno”; Volevamo che De Guzman, Rossi e Nilmar non avessero troppe preoccupazioni difensive”.

Certo, la tua squadra è incapace di superare la metacampo, di accorciare in avanti, allora lasci tre davanti e ti copri dietro per magari ripartire in contropiede. Nulla di male sulla carta, peccato però che il Bayern giochi con un 4-2-3-1 e mandi sempre avanti i terzini, e che terzini (Lahm a sinistra, Rafinha a destra dopo l’uscita per infortunio di Van Buyten). Con tre giocatori “disattivati” in fase difensiva, seguendo le dichiarazioni di Garrido, qualcosa non torna: girando palla da un lato all’altro il Bayern trova sempre l’uomo libero nelle sovrapposizioni, perché il trio Marchena-Senna-Bruno non può coprire in ampiezza. Così arriva il primo gol. Il Villarreal non la vede mai.

Immalinconisce vedere Senna ora come ora: l’ispano-brasiliano somiglia sempre di più a un ex giocatore, arriva sempre in ritardo e impiega un’eternità per giocare la palla. Marchena a destra poi è la dimostrazione che non per il fatto di aggiungere un giocatore dalla caratteristiche difensive ci si difenda necessariamente meglio. Forse Cani dal primo minuto avrebbe fatto salire un po’ più la squadra, prolungato le fasi di possesso, e costretto il Bayern a correre anche all’indietro. Questo pur ammettendo che anche con Cani dentro, nella ripresa, il Villarreal ha continuato a fare pena.

FOTO: elpais.com


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venerdì, settembre 09, 2011

Il punto sul calciomercato/seconda parte.

Osasuna

Il mercato ha visto un certo ricambio, con partenze importanti (Monreal, Camuñas, Pandiani, Aranda, Soriano) rimpiazzate da scommesse dall’estero e da giocatori “di categoria” (si spera da salvezza, non da Segunda).

Al primo gruppo appartengono l’ala ivoriana (su entrambe le fasce) Roland Lamah, dal Lens, e il terzino sinistro finlandese Raitala, al secondo i due del Tenerife (tristemente sprofondato in Segunda B), Marc Bertrán, terzino destro piuttosto offensivo, e Nino, il bomber, acquisto ad occhio azzeccato, che supera quanto a fiuto Aranda e quanto a rapidità Pandiani. Nino la porta la vede, e nell’ultima sua esperienza in Primera (solo due in carriera, quella precedente al Levante però è da dimenticare) segnò ben 14 gol, in un Tenerife pure retrocesso. Parte titolare con Kike Sola,mentre Ibrahima Baldé (lanciato un paio di anni fa dall’Atlético Madrid) e Lekić, prime punte di peso, saranno i rincalzi.

A centrocampo il “colpo” è rappresentato dal ritorno di Raúl García dopo l’esperienza sostanzialmente negativa all’Atlético Madrid (che comunque lo ha dato solo in prestito). Bisognerà vedere se sarà un Raúl García scottato da questa delusione, o il Raúl García dei bei tempi; e bisognerà anche vedere se giocherà nel doble pivote oppure sulla trequarti in un 4-2-3-1, come faceva già nell’Osasuna di Ziganda, con i soliti Puñal e Nekounam davanti alla difesa (sempre meno gli spazi per Masoud, giocoliere più che giocatore).

Indebolite le fasce (a meno che non esploda Lamah) viste le partenze in pochi mesi di Juanfran e Camuñas, ancora non rimpiazzati in maniera sicura. A destra il comunque discreto Cejudo, a sinistra invece nella prima con l’Atlético ha giocato il canterano Timor.

Affidabile il parco-centrali, col valido Roversio (tornato dal prestito al Betis) accanto all’esperto Sergio, e di scorta Lolo, Miguel Flaño e un altro nuovo, Rubén, difensore di stazza come piace da quelle parti. Ricardo ha 40 anni, e ormai farà il terzo portiere, alle spalle di Riesgo e di un altro canterano tornato da prestito, Andrés Fernández (bene al Huesca).

Non un panorama esaltante, ma l’Osasuna si è sempre basato sul blocco più che sui nomi, e c’è da pensare che sarà una squadra capace di fare giocare male più di un avversario, impostata sul pressing forsennato prediletto da Mendilibar.

Racing Santander

Anno dopo anno, vedendo l’organico e il gioco espresso, ci si chiede come diavolo faccia a restare in Primera, eppure merita simpatia per come riesce a raggiungere i propri obiettivi con così poco.

Sedotto e abbandonato dal mascalzone Ali Syed, che aveva promesso di colmare i debiti del club, il Racing si trova sotto Ley Concursal , costretto a un mercato ancora più misero degli anni scorsi. La scelta di Héctor Cúper onestamente non fa fare i salti di gioia: quello dell’argentino, progressivamente in secondo piano dopo la sua epoca d’oro a Valencia, sembra un calcio un po’ vecchio, un 4-4-2 troppo rigido, basato sì su una grande disciplina difensiva, preparazione atletica accurata e su tanta serietà, ma senza situazioni offensive studiate.

Acosta-Stuani-Tziolis-Bernardo…ve li dico tutti d’un fiato i nuovi acquisti così forse vi spaventate un po’ meno. In difesa la perdita di Henrique non è da sottovalutare, e così accanto a Torrejón troverà molto spazio un centrale giovane come Osmar (titolare come l’altro canterano Picón, terzino destro, nella prima a Valencia) o Bernardo, canterano del Sevilla in prestito. Tutto sommato discreti, anche in fase offensiva, i due terzini, Francis a destra e Cisma a sinistra.

Colsa-Diop il doble pivote titolare, poverissimo di creatività, sempre che non si inserisca il regista Edu Bedia, altro canterano (veniva segnalato come il più promettente assieme a Canales) tornato in pista dopo infortuni e prestiti in giro. Kennedy Bakirçioglu sulla destra è il giocatore di maggior qualità, buon piede e capacità anche di impostare dalla fascia, mentre Arana ha più caratteristiche da ala, spendibili fra destra e sinistra (qui in concorrenza con Óscar Serrano). Anche Adrián González (non lo chiameremo più “il figlio di Míchel” per fargli un favore) può portare quella pochissima qualità presente in rosa, sulla sinistra o al centro.

In attacco ci si aggrappa mani e piedi a Stuani, prelevato dal Levante, perché Ariel Nahuelpán come ariete è una scommessa sul punto di essere persa. Attorno a questo benedetto centravanti ronzerà uno fra Munitis (a 36 anni più che mai giocatore finito, con tutto il bene che gli vogliamo), che può sempre fare anche l’esterno, e il rapido, vivace argentino Lautaro Acosta, sfortunatissimo al Sevilla e in cerca di minuti che gli permettano di dimostrare le proprie buone qualità. Se Stuani non sfonderà reti però saranno acidissimi cavoli.

Rayo Vallecano

Saprà la disastrosa situazione economica del club motivare (paradossalmente) anche quest’anno i giocatori? Il legame fra squadra e tifosi (un’identità fra le più forti del calcio spagnolo: il Rayo è il quartiere di Vallecas, e il quartiere di Vallecas è il Rayo) rimarrà la spinta più forte? Ci sarà da soffrire, ma non mancano gli spunti di interesse, e la validissima prova d’esordio a Bilbao incoraggia.

Confermati rispetto alla promozione Cobeño fra i pali e Casado terzino sinistro, la difesa ha perso un ottimo elemento nel terzino destro Coke (per ora gioca Tito, il brasiliano e ovviamente ultra-offensivo Sueliton è la scommessa), mentre al centro due maglie per quattro candidati: Arribas, altro superstite della promozione, e i tre nuovi acquisti Jordi (dal Rubin Kazan), Labaka (Real Sociedad) e Raúl Bravo (Olympiacos), non proprio una scelta esaltante, a dirla tutta.

A centrocampo il doble pivote Movilla-Javi Fuego, e Movilla, a suo tempo buon centrocampista, a 35 anni ha perso un bel po’ di ritmo. Non è più giovane, anzi ha la stessa età, il mitico Míchel (protagonista del Rayo di fine anni ’90 che fece l’exploit con Juande Ramos), sinistro sensibilissimo ma con pochi minuti nelle gambe ormai. Come primo ricambio, probabile che arretri Michu, che a Bilbao ha giocato davanti in un 4-2-3-1 praticamente senza attaccanti puri. Michu che non spicca per la visione di gioco e la creatività ma ha dalla sua un gran tempismo negli inserimenti. Se ne possono ricavare 5-6 gol in tutta la stagione.

Trashorras sulla trequarti è una scommessa affascinante: dopo gli esordi nelle squadre B del Barça (dove lo chiamavano “la Brujita del Mini Estadi”, per il paragone con Verón) e del Real Madrid (i blaugrana lo scaricarono e Valdano, suo estimatore, lo ingaggiò per il Castilla, ma zero opportunità in un Madrid galáctico come quello), una lunga carriera da fenomeno di Segunda, con invenzioni da lasciare a bocca aperta ma anche molte pause. Vediamo in Primera, a 30 anni.

Sulla sinistra Botelho si preannuncia come una delle possibili rivelazioni della Liga 2011-2012: 21 anni, brasiliano di proprietà dell’Arsenal (che lo ha mandato in prestito già a Salamanca, Celta e Cartagena), lo chiamo “il Gareth Bale dei poveri”, per la capacità di divorarsi tutto il campo con poche falcate, lanciandosi in velocità senza alcuna possibilità per gli avversari. Impressionante un gol propiziato nel Cartagena-Barça Atlètic della scorsa stagione, partendo dalla sua area per arrivare all’altra e servire l’assist. Ma Botelho non è solo un velocista da spazi ampi, sa giocare, ha una buona tecnica che gli permette di improvvisare slalom o chiedere l’uno-due stretto. Terzino o esterno, molto più probabile la seconda ipotesi in questo Rayo.

A Bilbao sulla destra ha giocato il 30enne Piti, una punta dal gran sinistro che può rientrare per cercare il tiro; altra opzione Alberto Perea, canterano dell’Atlético Madrid che può giocare su entrambe le fasce, oppure Nestor Susaeta, cugino di quello dell’Athletic.

Due giovani possibili sorprese Lass Bangoura, guineano del Rayo B (bene lo spezzone a Bilbao, prima trequartista e poi a destra), e Dani Pacheco, in prestito dal Liverpool, seconda punta ultra-tecnica (ma anche molto esile) che può partire dalla fascia sinistra, come nelle nazionali giovanili spagnole. Da unica punta si perderebbe un po’, la combinazione offensiva più ambiziosa sarebbe Botelho terzino, Pacheco davanti a lui e Trashorras trequartista, scambiandosi con Pacheco.

Punto debole evidente è l’attacco, fra Delibašić e la vecchia gloria Tamudo (altro 35enne, grande mestiere ma riflessi chiaramente appannati).

Real Madrid

Mercato che punta ad aumentare le alternative a centrocampo, da un punto di vista qualitativo più che numerico. L’anno scorso i merengues hanno sofferto la mancanza di un altro elemento in grado come Xabi Alonso di agire dietro la linea della palla e far girare tutta la squadra: un sostituto e al tempo stesso un possibile socio del basco. È arrivato Nuri Sahin, ma il turco comincia a diventare un’incognita a causa di un infortunio che si trascina già da prima del suo ingaggio e che posticipa ogni giorno il suo rientro. L’altra soluzione aggiunta al centrocampo è il terzino Coentrão, che invece si muoverà davanti a Xabi Alonso, da centrocampista con l’anima da esterno. Soluzione sulla carta non ortodossa, ma che si può sposare bene coi tagli interni di Cristiano Ronaldo e di Marcelo, aumentando la mobilità e l’imprevedibilità della fase offensiva madridista.

Poco comprensibile invece l’acquisto di Callejón, non solo non all’altezza di un contesto come questo, ma senza possibilità in un settore sovraffollato come la linea dei trequartisti. Il 18enne francese Varane invece, descritto come un prodigio, completa una difesa non nutritissima, l’anno scorso in difficoltà in assenza dei titolari (anche perché Albiol come vice-Pepe e vice-Carvalho non si è confermato sui livelli della sua prima stagione madridista).

Real Sociedad

Pochi cambi per quanto riguarda l’organico, ma cambio radicale in panchina: Philippe Montanier, tecnico francese arrivato dal Valenciennes, vuole giocare qualcosa di diverso rispetto a Lasarte. Più che un calcio più offensivo di quello della scorsa stagione, chiede più possesso-palla, e perciò imposta la squadra su un 4-3-3, tanti triangoli per fare avanzare la squadra. Buono il risultato della prima, vittoria in casa dello Sporting, ma ancora parecchio lavoro da fare, come è logico.

La partenza più pesante è quella di Diego Rivas, finito all’Hércules in Segunda. Davanti alla difesa Montanier prova il canterano Illarramendi, non l’unico giovane lanciato dal transalpino (a Gijón ha esordito in difesa Iñigo Martínez), in attesa di vedere se e dove troverà Rubén Pardo, mezzala o regista davanti alla difesa, il più promettente dei nuovi elementi del vivaio.

Intanto completano bene il centrocampo il dinamismo di Aranburu e il prezioso Zurutuza, giocatore molto poco appariscente ma ideale per il calcio di possesso che chiede Montanier, per la capacità che ha di associarsi ai compagni, cercandosi lo spazio e combinando a uno-due tocchi. Il socio ideale di Xabi Prieto, che dalla fascia tiene palla e detta i tempi a tutta la squadra. Zurutuza mezzala destra vicino a Xabi, quindi. Non penso invece che troveranno molto spazio gli altri ricambi per il centrocampo, Mariga, Markel ed Elustondo.

Detto di Xabi Prieto, completano il tridente Agirretxe e Vela. Il primo è un’eterna promessa, snobbata da Lasarte e invece tenuta finora in gran conto da Montanier. Un attaccante slanciato, tecnico e pure elegante, ma che pecca un po’ di aggressività (anche in questo ricorda Xabi Prieto, oltre che nell’aspetto fisico). La preferenza accordata a lui, attaccante di manovra, invece che a Joseba Llorente, animale d’area di rigore che ama muoversi sul filo del fuorigioco, ci dà un’idea delle differenze di stile di gioco fra Montanier e Lasarte.

A Gijón Agirretxe non ha tenuto una posizione fissa: partiva da sinistra ma incrociava in continuazione con l’altra eterna promessa, il messicano Carlos Vela. Combinazione interessante, anche se la sinistra dovrebbe essere di Griezmann, il quale ha suscitato malumore fra i tifosi con la sua volontà non troppo nascosta di cambiare squadra (anche guardando egoisticamente solo alla sua carriera, è un’idea prematura a mio avviso). Ifrán e Sarpong le alternative offensive.

La difesa è il reparto che lascia più a desiderare: un ottimo portiere come Bravo, ma centrali di scarsa qualità (Demidov però c’è solo da gennaio, va valutato ancora) e una evidente vulnerabilità sulle palle inattive. Potrebbe cambiare qualcosa un inserimento positivo dei canterani: oltre a Iñigo Martínez il basco-francese Cadamuro. Sulla destra non si capisce perché giochi Carlos Martínez (forse il peggior terzino destro della Liga) e non Estrada, sulla sinistra De la Bella spinge parecchio.

Sevilla

Ritrovare l’essenza, il “marchio” Sevilla, questa la sfida di Marcelino. Tornare all’”Anti-tikitaka”: non nel senso di giocare male, ma di stupire gli spettatori con quel calcio arrembante, diretto, verticale, sviluppato sulle fasce che segnò i migliori momenti della storia del club.

Per fuggire dal modello “Jiménez/Álvarez”, ovvero quel Sevilla rigido come un calciobalilla, orizzontale ed esasperante contro difese schierate, è stato rinnovato il centrocampo: prima Rakitić lo scorso gennaio, ora Trochowski, adattato al centro, con l’intenzione non tanto di avere un regista o un trequartista, ma un incursore di buona tecnica che possa sorprendere negli spazi aperti dalle due punte e dagli esterni (il solito Jesús Navas, poi un Perotti che si deve riprendere dalla pessima scorsa stagione, e infine Armenteros, tornato dal prestito al Rayo, più centrocampista rispetto agli altri due).

Incerto l’altro centrocampista centrale: finora Marcelino ha provato Fazio (che sarebbe meglio da difensore centrale, e in ogni caso sta deludendo le attese di inizio carriera, vuoi per gli infortuni vuoi per un rendimento effettivamente al di sotto delle sue potenzialità) o il mastino Medel, ma a sorpresa potrebbe spuntarla il geometrico Campaña, che a 18 anni è già nell'organico della prima squadra ed è considerato assieme al trequartista 19enne Luis Alberto (che ha avuto i suoi minuti in pretemporada) la perla della cantera.

Il vero regista rimane Kanouté, con la sua eleganza e maestria impareggiabile nel gestire i tempi ricevendo sulla trequarti. Kanouté ha però 35 anni, e il leader offensivo ora è un Negredo sempre più ispirato e capace di fare reparto, spalle alla porta (anche se senza il “centrocampismo” di Kanouté), in profondità o in area di rigore, con una potenza notevole e un sinistro capace di trovare la porta da qualsiasi angolazione e distanza. Completa l’attacco il jolly Manu del Moral, che può giocare seconda punta e esterno, senza la caratura tecnica dei colleghi di reparto ma con dinamismo e buoni movimenti senza palla.

Rinnovata la difesa, col bosniaco Spahić accanto a Escudé (o Alexis, altra promessa quasi mancata), senza dimenticare la possibilità di schierare Cáceres (letture e capacità tattiche non all’altezza delle enormi doti atletiche) in tutte le posizioni della linea arretrata. Interessante l’acquisto di Coke (ex Rayo) sulla destra, che ha una spiccata attitudine offensiva, tra l’altro con la tendenza a sovrapporsi pure all’interno che lo rende particolarmente compatibile con Navas e in minima parte (infima direi) ricorda i movimenti del Dani Alves sevillista. Un po’ stanco quel Fernando Navarro sulla sinistra, forse verrà scavalcato dal canterano Luna, mentre è ormai consolidato il sorpasso di Javi Varas sul 38enne Palop fra i pali.

Sporting

Puzza di bruciato. Gli asturiani nelle ultime stagioni sembrano progressivamente indeboliti. Il problema principale è l’attacco, visto che anno dopo anno il contributo realizzativo di Barral e Bilić. Non è arrivato nessuno, e bisogna sperare che Sangoy esploda dopo l’improduttivo scorso campionato.

Indebolita anche la trequarti, che era il punto di forza della squadra, con giocatori mobili, abili nell’uno contro uno e rapidi nel ribaltare l’azione che rendevano lo Sporting una squadra anche abbastanza divertente nelle sue migliori versioni. È andato via l’uomo dribbling Diego Castro, e per ora lo sostituisce Miguel de las Cuevas, che è più un rifinitore che si accentra per dare l’ultimo passaggio. Carmelo nel dimenticatoio, e una trequarti completata (almeno questa è la formazione proposta da Preciado nella prima con la Real Sociedad) da André Castro al centro, più un cursore che una mezzapunta, e dall’incomprensibile Nacho Novo sulla destra, corsa e grinta ma contributo alla manovra quasi inesistente. La variazione possibile, e credo auspicabile, è l’inserimento di Trejo, l’argentino fresco di promozione col Rayo Vallecano, molto abile nel dribbling ma difficilmente in grado di non far rimpiangere da subito Diego Castro. Occhio comunque al gran mancino del campione d’Europa Under 19 Juan Muñiz, in rampa di lancio.

L’esordio in campionato ha dimostrato che questa squadra può ancora fare difficilmente a meno di Rivera (partito in panchina con la Real) come direttore d’orchestra (anche se è arrivato Ricardo León dal Tenerife, non malvagio), certo non per dare spazio al doble pivote formato da Eguren e dal canterano Sergio Álvarez, parso inadeguato. C’è comunque l’altro canterano lanciato la scorsa stagione, Nacho Cases, che ha fatto intravedere qualità interessanti.

A posto invece la difesa, confermata al centro (Botía la certezza, l’altro posto per Gregory o Iván Hernández) e toccata invece sulle fasce dalle partenze di Sastre e soprattutto José Ángel. Comunque i titolari resteranno i soliti, la mezzala adattata Lora a destra (invenzione di Preciado) e l’ex uomo-mercato Canella a sinistra, con l’uruguaiano Damián Suárez (descritto come un terzino molto offensivo) pronto a subentrare su entrambe le corsie, preferibilmente a destra.

Valencia

Mercato interessantissimo, fra i migliori. È partito Mata, ma è stato ampiamente sostituito, ed Emery gode di una varietà di soluzioni invidiabile fra trequarti e attacco, non solo per la quantità ma anche per la diversità di caratteristiche. C’è l’ultra-velocità con il nuovo acquisto Piatti (esterno sulle due fasce o seconda punta) e con il canterano Bernat (esterno sinistro), possibile sorpresa. Due elementi ideali per sfruttare il contropiede, anche se a Piatti non manca il gioco nello stretto (però 9 volte su 10 detta il passaggio verticale, non è tipo portato ad abbassarsi spesso per appoggiare il centrocampo) e a Bernat la capacità, molto apprezzabile, di offrire linee di passaggio anche in zone interne. Loro due, con Pablo Hernández, rappresentano il gioco più diretto, ma una trequarti così composta non è la soluzione migliore contro difese schierate, e rischia di rendere la manovra confusa per eccesso di frenesia, senza nessuno che colleghi i reparti e dia i tempi.

Qui perciò entra in gioco Canales. Questa deve essere la sua stagione, e l’antipasto (la ripresa giocata contro il Racing) promette assai. Il biondo ha una abilità innata nel trovarsi lo spazio e da lì fornire sempre un approdo sicuro a chi porta palla. È lui il vero erede di Silva, può arricchire la manovra del Valencia e in più ha capacità di incursore e uomo-gol che lo rendono perfettamente adattabile allo stile consolidato della squadra, meno elaborato e più diretto. Accanto a Canales, parla la stessa lingua il brasiliano Jonas: seconda punta o falso esterno a sinistra, un attaccante di manovra nel miglior senso del termine. Lui a sinistra, Canales al centro e Piatti a destra: questa la mia combinazione preferita per la trequarti, capace non solo di dare continuità e qualità al possesso-palla, ma di assorbire le attenzioni delle difese schierate e creare spazi preziosi per le sovrapposizioni dei terzini.

Anche qui prospettive interessanti: a destra ci si è finalmente liberati della zavorra Miguel, Bruno resta il titolare ma con due nuovi concorrenti, Barragán dal Valladolid e soprattutto Dalmau dalla cantera del Barça, gran colpo, anche se inizialmente partirà col Valencia Mestalla. Il piatto forte è però a sinistra: Jordi Alba, in crescita sul piano difensivo, è il terzino spagnolo del futuro (lui e José Ángel quelli con più qualità in chiave Selección), rapidissimo, inesauribile, e con una capacità di saltare l’uomo secco, anche da fermo, anche pressato, che gli viene dal suo passato di ala e può dare uno slancio importantissimo a tutta l’azione offensiva del Valencia. I polmoni di Mathieu, comunque utili anche se il francese rimane un giocatore muscolare più che talentuoso (anche se si sovrappone costantemente e ha buon piede, lo denotano le sue scelte quando ha il pallone, le sue come quelle di Bruno), dovrebbero riposare parecchio in panchina quest’anno.

A centrocampo la scelta è ugualmente ampia, ma c’è maggiore incertezza. La partita col Racing ha visto un orribile primo tempo del duo Topal-Banega: prima che entrasse Canales a dare un po’ di criterio, un Valencia generoso ma disordinato nella gestione del pallone e sbilanciato in transizione difensiva. Banega rischia di far perdere definitivamente la pazienza, mentre Albelda tarda a passare in secondo piano come dovrebbe; rimangono Parejo, che ha eccellenti doti di regia (ottimo a smarcarsi per ricevere dai difensori ad inizio azione, ha lancio millimetrico e visione panoramica) ma un temperamento e un ritmo che devono ancora passare l’esame di una realtà come il Valencia, e Tino Costa, che non è un regista ma ha geometrie, dinamismo e una certa intelligenza nel creare linee di passaggio davanti a chi porta palla, oltre a un gran sinistro dalla lunga distanza.

Ben assortito anche l’attacco. Scartato Jonas unica punta (visto contro il Liverpool, non ha i movimenti della prima punta, “allunga” poco la difesa avversaria), Soldado andrà sicuramente in doppia cifra, con Aduriz come alternativa più da “lavoro sporco”. Il basco però dovrebbe giocare pochino, anche perché dal Valencia Mestalla bussa sempre più forte Paco Alcácer, progetto di crack dell’area di rigore.

Al centro della difesa, Víctor Ruiz potrebbe rivelarsi uno degli acquisti migliori di tutto il campionato. Non so cos’abbia combinato a Napoli, ma qui calza alla perfezione: il giocatore che serviva per tirare un po’ su la linea difensiva, evitando le voragini viste col Racing e anche per avviare l’azione, sinora un problema macroscopico del Valencia di Emery, con quel terribile tentativo di “falsa difesa a 3” alla La Volpe che non faceva che attirare il pressing avversario. Rami promette: grande fisicità, personalità, gioco aereo e anche rapidità a dispetto della stazza. Fra i pali, non è così certo che il nuovo acquisto Diego Alves passi davanti a Guaita.

Se alla quarta stagione di Emery saprà affermare una sua identità precisa, il Valencia con questa campagna acquisti avrà posto le premesse per un salto di qualità: l’idea sarebbe infastidire di più le due grandi negli scontri diretti e andare più avanti in Europa.


Villarreal

Sembra indebolito. Soprattutto a centrocampo, che se non è il reparto più forte (davanti ci son pur sempre Rossi e Nilmar) è comunque la chiave strategica di tutta la squadra. I petrodollari hanno portato via Cazorla, e va bene, non ci si può fare nulla, però anche lasciare andare Matilla non pare una furbata, considerando che un regista accanto a Bruno serviva e che il monumento Marcos Senna sembra avviato verso il declino.

Comunque De Guzman potrebbe ovviare a questa carenza, sempre che venga impiegato nel doble pivote come a Maiorca, perché altrimenti Marchena come unico rincalzo lascia alquanto perplessi. De Guzman permetterebbe di schierare l’onnipresente Borja Valero nel ruolo dove meglio rende, cioè avanzato sulla trequarti, partendo da falso esterno (ma in realtà lui la fascia non la tiene neanche in partenza, a differenza di Cani o del fu Santi Cazorla). Meglio lì che davanti alla difesa, dove la sua tendenza a muoversi a briglia sciolta può spezzare in due la squadra in transizione difensiva, una volta persa palla (quando una delle basi dell’equilibrio del Villarreal è la capacità dei Bruno e Senna di tenere sempre la posizione pur contribuendo a far avanzare la squadra).

Con l’assenza di Cazorla il finissimo Cani diventa titolare obbligato, e ci sono un po’ di dubbi sulle alternative: esploderà il paraguaiano Hernán Pérez, promosso dal Villarreal B? Maturerà il ghanese Wakaso? Camuñas poi è un acquisto utile, pienamente coerente con la filosofia di gioco, ma sembra più un dodicesimo (anche come seconda punta di riserva) che un giocatore in grado di sostituire in pianta stabile Borja Valero e Cani nel caso in cui dovessero per qualche motivo mancare.

La difesa invece non ha perso nulla, anzi potrebbe guadagnare, con l’arrivo di Zapata (spostato a destra dopo il disastro con l’Odense: meglio così, Mario Gaspar non è all’altezza). Musacchio, Gonzalo e Marchena sono una terna di centrali valida, mentre Joan Oriol sembra più che pronto a non far rimpiangere Capdevila.

Zaragoza

Inquietante lo 0-6 incassato dal Real Madrid, anche se rispetto a quello schierato da Aguirre nell’umiliante esordio può venire fuori un undici migliore nel corso della stagione, considerando gli acquisti.

Andrà sicuramente cambiato il centrocampo: nel 4-1-4-1 visto contro il Madrid il trio centrale Ponzio-Zuculini-Abraham era incapace di dare la minima continuità alla fase di possesso. Abraham, che tra l’altro è un esterno di ruolo, dovrebbe saltare, e al suo posto entrare Ruben Micael, da cui possono dipendere molte cose. Al portoghese, promettente al Nacional e un po’persosi al Porto, tocca fornire la qualità andata via con la cessione di Ander Herrera. E sarebbe anche il caso di provare come mezzala destra il jolly messicano Efraín Juárez (meglio lì che da uomo di fascia bloccato), poca tecnica ma gran dinamismo e intelligenza nel far progredire la manovra col movimento senza palla. Terzini destri di ruolo però la rosa non ne presenta (invece quelli sinistri sono addirittura tre: Paredes, Obradović e il citato Abraham), ed è quindi probabile che Efraín debba sgobbare tutta la stagione in difesa.

Bene le fasce, Lafita può partire da sinistra per tagliare al centro come scambiarsi di fascia con l’altro messicano Barrera (acquisto molto stuzzicante), che ha più le caratteristiche del dribblomane. Non dovrebbero trovare molto spazio Juan Carlos (dal Real Madrid Castilla) e Edu Oriol (dal Barça Atlètic), due dei sin troppi scarti prelevati dalle canteras più celebri di Spagna (c’è anche il difensore centrale Mateos, ex madridista).

Le ultime ore di mercato hanno rinforzato l’attacco, che se ha perso Uche ha acquisito comunque Postiga (carriera inferiore alle attese, ma qualche gol lo farà) e l’ex Espanyol (ed ex nazionale, non dimentichiamolo) Luis García, usato sicurissimo. Luis García che può partire anche da esterno, per cui bisogna vedere se entrerà in concorrenza anche con Lafita e Barrera o se magari Aguirre passerà a un 4-4-2 con lui e Postiga davanti al posto del 4-1-4-1 dell’esordio (in estate poi il Basco ha provato insistentemente anche la difesa a 5). Luis García comunque il meglio lo dà da seconda punta, ruolo che non ha potuto coprire nel modulo di Pochettino che lo sacrificava un po’ sulla destra.

Fernando Meira-Da Silva è una coppia di esperienza al centro della difesa (Lanzaro-Mateos quella di riserva), mentre in porta Roberto Jiménez è uno dei casi dell’estate: il Zaragoza è in Ley Concursal, ma lui è stato pagato più di 8 milioni, addirittura. Non dalla società Zaragoza, ma da terzi, da un fondo di investimento cui partecipa lo stesso proprietario del club, Agapito Iglesias. Come sempre l’obiettivo è massimizzare gli utili, quelli del fondo (in caso di successivo cessione del giocatore a prezzo maggiorato), mica quelli del Zaragoza in campo. Roberto Jiménez come il prezzo del petrolio, come le azioni della Coca-Cola e come la valutazione della sterlina. Non starò qui a rimpiangere i tempi in cui non c’era il professionismo, o a fare demagogia sui calciatori che guadagnano troppi soldi, ma forse così si sta esagerando.

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martedì, agosto 30, 2011

PRIMA GIORNATA: Barcelona-Villarreal 5-0

Se il buon giorno si vede dal mattino… il Real Madrid ne fa sei, il Barcellona cinque, ma al Villarreal. Viva l’equilibrio! La Liga è morta, l'hanno soffocata nella culla, dovremo arrangiarci con dei micro-campionati per ogni fascia della classifica, accontentandoci, in mancanza di altro, di qualsiasi buona proposta di gioco potranno offrire le singole squadre, prescindendo dalla classifica.

Perché calcio di buon livello si potrà vedere anche al di sotto delle prime due: il vero problema della Liga è che queste due sono troppo forti, non troppo scarse le altre. Se la credibilità del Zaragoza ha suscitato più di un sospetto, calcare i toni contro il Villarreal davvero non ha senso.

Intanto, abbiamo visto il “doppio falso centravanti”. Questa mi mancava. Uno dei pregi della gestione di Guardiola sta a mio avviso proprio nella capacità di rinnovare e arricchire anno dopo anno il discorso pur mantenendolo fermo, fermissimo nella sostanza di fondo. In questo senso trovare il modo di far giocare contemporaneamente Cesc, Iniesta, Thiago (Xavi), Messi, Pedro e Alexis Sánchez può rappresentare una nuova sfida, un nuovo stimolo per una squadra che dovrebbe partire sulla carta un po’ più appagata del Real Madrid.

Il Barcelona ieri si è presentato così:



Più che un 3-4-3, come riportato da più parti, direi un 3-3-4 caratterizzato dalla posizione atipica di Fabregas e Messi. L’ex Arsenal spesso si è fatto trovare in zone più avanzate rispetto a Messi, e Leo non si è abbassato di meno per prendere palla. In realtà vagavano in una zona di nessuno, quasi a chiudere un quintetto di centrocampisti, e a turno si inserivano in area di rigore.

Fondamentale in questo modulo il ruolo delle due ali, che devono sacrificarsi parecchio: non perché debbano ripiegare ad aiutare la difesa (l’idea è sempre la stessa: conquistare le posizioni nella metacampo avversaria, raccogliersi e rimanere lì, perché su basi diverse questo sistema sarebbe chiaramente insostenibile), ma perché devono fare quasi i guardalinee, devono sacrificare opportunità da gol personali per mantenere una posizione rigida. Questo perché sono loro gli unici a dare ampiezza (i difensori laterali non sono veri e propri terzini, ed essendo solo tre in retroguardia non è che possano sovrapporsi più di tanto in fase offensiva), e restando larghissimi devono aprire tutti gli spazi possibili al centro. Con un lavoro oscuro, anche senza toccare palla, permettono ai cinque palleggiatori nel mezzo di fare i loro comodi.

Pedro e Alexis bloccavano Zapata e Joan Oriol, impedendogli di aggiungersi al centro per raddoppiare sulle mezzepunte blaugrana. Posta questa premessa, il Barça poteva creare svariate situazioni di superiorità centralmente. Per Gonzalo e Musacchio è stato difficilissimo decifrare i momenti in cui uscire dalla difesa e tentare il raddoppio su Cesc e Messi, sufficientemente lontani dai difensori del Villarreal per ricevere fronte alla porta e arrivare a fari spenti. Quando magari un difensore usciva su Messi, Cesc nel mentre attaccava lo spazio alle sue spalle. Non solo, ma quando tutta la linea difensiva del Villarreal si alzava per accorciare su Cesc e Messi e togliere questo spazio tra le linee, allora capitava che fosse Iniesta ad attaccarla alle spalle inserendosi senza palla. Iniesta o anche una delle due ali, che pur sacrificandosi, aveva sempre la possibilità del taglio, vedi il gol di Alexis.

Altra situazione di superiorità scaturiva dalle due mezzeali, Thiago e Iniesta. Il Villarreal infatti cercava di ovviare all’inferiorità numerica al centro della mediana (tre+Cesc e Messi contro il doble pivote di Garrido) stringendo con gli esterni verso il lato della palla. Per fare un esempio, supponiamo che il Barça stia tenendo palla sulla sinistra, con Iniesta. Il terzino avversario è fuori causa, bloccato da Pedro; vicino a Iniesta ci sono Keita, Cesc e Messi. Il Villarreal cercherà di difendere con l’esterno che agisce nella zona di Iniesta, più Marchena e Bruno che scalano verso quella zona. La presenza di quattro giocatori blaugrana vicini però costringerà anche l’esterno del lato opposto, Cani, a scalare centralmente per evitare di lasciare spazio prezioso al Messi o Cesc di turno. Così rimane libera la mezzala blaugrana del lato opposto, in questo caso Thiago, che non potrà essere marcato perché Alexis blocca l’altro terzino. Il Barça ieri ha sfruttato molto bene questi movimenti di Thiago e Iniesta, “allontanarsi” rispetto al lato in cui si sta svolgendo l’azione per poi farsi trovare smarcati sul cambio di gioco.

Merita una menzione particolare la gara di Thiago, per la disciplina con cui ha interpretato un ruolo così delicato in un modulo tanto esigente: rispettando la propria posizione, senza andare a zonzo per il campo e senza rischiare una volta in possesso del pallone, ha fatto sì anche lui che il Barça non perdesse palla in zone pericolose e mantenesse uno schieramento ordinato per la transizione difensiva. Un po’ più intermittente la prova di Alexis Sánchez, che ancora ha in testa un calcio diverso da quello del Barça: si nota in certi momenti la sua tendenza a verticalizzare subito, sia nel giocare la palla che nel dettare immediatamente la profondità senza palla, senza aspettare che la sua squadra prenda prima le posizioni giuste nella metacampo avversaria.

Altra possibile situazione di superiorità (nel grafico sono tutte segnate col punto interrogativo rosso, in giallo i giocatori del Villarreal) il Barça potrebbe generarla coi difensori, in questo modulo fatto apposta per esaltare il gioco nella zona centrale del campo. Portando palla, i due difensori laterali, possono aggiungersi al centrocampo, costringere i mediani avversari a uscire e liberare ulteriore spazio per Thiago, Iniesta, Messi e Cesc. Una possibilità in realtà messa poco in pratica da Abidal e (ancora di più) Mascherano, un aspetto perfezionabile nelle prossime occasioni.

Una possibile vulnerabilità di questo 3-3-4 invece può manifestarsi all’inizio della manovra avversaria: visto ieri, il Barça pressa forte con Pedro-Cesc-Messi-Alexis che praticamente pareggiano i quattro difensori avversari che tentano di impostare, ma qualora un passaggio filtrasse, il Barça rischierebbe di trovarsi parecchio scoperto. I quattro centrocampisti avversari potrebbero manovrare in superiorità, e proporre sovrapposizioni sugli esterni difficilmente difendibili da un Barça che già deve tenere due attaccanti con soli tre difensori. Lo spazio fra Iniesta/Thiago (le mezzeali) e Abidal/Mascherano è perciò il più delicato, da qui l’esigenza di assicurare il possesso-palla fino a zone molto avanzate, per perderlo solo quando l’avversario è schiacciato dietro e ha difficoltà a ripartire.

Barcelona (3-3-4): Valdés; Mascherano, Sergio Busquets, Abidal; Thiago, Keita, Iniesta (Xavi, min.56); Alexis, Cesc (Dos Santos, min.70), Messi, Pedro (Villa, min.67) .


Villarreal (4-4-2): Diego López; Zapata, Gonzalo, Musacchio, Oriol; Marchena, Bruno, Borja Valero (Camuñas, min.50); Cani (Wakaso, min.64), Nilmar (Senna, min.61) y Rossi.


Goles:
1-0: m.25: Thiago. 2-0: m.45: Cesc. 3-0: m.47: Alexis. 4-0: m.51: Messi. 5-0: m.75: Messi.

Árbitro: Turienzo Álvarez. Mostró tarjeta amarilla a Zapata (min.20), Mascherano (min.33), Cesc (min.34), Wakaso (min.84) y Marchena (min.88).

Incidencias: Partido de la segunda jornada de Liga -la primera se suspendió por una huelga de la AFE- disputado en el Camp Nou ante 75.097 espectadores. Antes del inicio del encuentro se guardó un minuto de silencio por el fallecimiento de Heribert Barrera, quien fuera el primer presidente del Parlamento de Cataluña

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domenica, aprile 03, 2011

Golpe!

Eh sì, questa potrebbe essere la svolta decisiva, poco da nascondersi. Meno otto punti dal Barça a otto giornate dalla fine, a due settimane dal Clásico del Bernabeu (ma in mezzo i merengues devono andare a Bilbao: mica tre punti scontati, occhio): la sconfitta casalinga di ieri con lo Sporting, clamorosa, sembra una sentenza. La fortuna del Madrid è che il calendario prospetta ancora molti possibili scontri diretti col Barça (oltre a campionato e Copa del Rey, un teorico incrocio nelle semifinali di Champions), per rifarsi su altri fronti. E qualche scontro diretto, fosse anche solo per una questione di numeri, il Madrid deve pur tornare a vincerlo.

Chiaro che per le occasioni comunque create il Real Madrid questa partita poteva non solo pareggiarla ma vincerla, ma il gioco non c’è stato, bisogna essere altrettanto chiari.

Pesantissime le assenze: Cristiano Ronaldo, Marcelo, Xabi Alonso. Manca anche un Benzema in stato di grazia, ma i primi tre sono giocatori essenziali per dare ai merengues l’identità desiderata. Senza, l’azione si fa troppo statica, la circolazione di palla troppo lenta all’inizio e quindi, successivamente, le accelerazioni son più difficili.

Marcelo è il giocatore che portando palla dalle retrovie spesso supera la prima linea avversaria; Xabi Alonso non sempre inizia l’azione, ma è comunque fondamentale per dare la direzione e il ritmo alla manovra una volta che la palla esce dalla metacampo difensiva; il movimento di Cristiano Ronaldo invece dà il via a tutti gli interscambi sulla trequarti che allungano e aprono le difese.

Mourinho supplisce alle assenze con un trivote a centrocampo, Khedira-Lass-Granero, e poi Özil a destra e Di María a sinistra, con Adebayor di punta. L’azione non decolla mai: Lass prende palla dai difensori, poi una serie di passaggi corti orizzontali che danno tutto il tempo allo Sporting di piazzarsi.

Granero delude e lascia perplessi. Delude perché ha una grande occasione ma non la sfrutta con una prestazione timidissima; lascia perplessi invece la sua posizione, che accentua l’indispensabilità di Xabi Alonso. La grande qualità del basco è la visione di gioco, esaltata quando può giocare dietro la linea della palla (magari da unico vertice davanti alla difesa), ricevere il retropassaggio dei compagni e cambiare gioco. Dei tre centrocampisti schierati sabato Granero è quello che meno si distanzia da questa visione di gioco, ma il Pirata ha giocato stabilmente oltre la linea della palla, sul centro-sinistra, lasciando la responsabilità della regia a Lass, incapace di assumerla così come i due difensori centrali Albiol e Carvalho, che a differenza degli omologhi del Barça si limitano ad avanzare pochi metri per scaricarla al compagno più vicino, senza generare superiorità.

Finisce che Di María deve venire a prendersi palla in zone molto arretrate, con risultati stavolta irritanti per la testardaggine delle sue iniziative individuali. L’azione non passa praticamente mai dalla fascia destra, e Özil è tagliato fuori. Spalle alla porta, facile preda del pressing asturiano, il tedesco resta più bloccato del solito nella posizione d’esterno: la manovra non prende ritmo e non si vedono praticamente mai quei tagli e incroci con l’esterno della fascia opposta che rappresentano la carta migliore del Madrid quando gioca bene. Non è questo il caso, evidentemente.

Due le possibili soluzioni a questo stallo: o cercare una circolazione di palla più fluida contro la difesa schierata, oppure cercare la mischia in area avversaria. Nel primo caso, si potrebbe pensare all’arretramento di Granero di cui parlavo prima, o magari anche a un inserimento di Canales in cabina di regia. Nel secondo caso, butti dentro più attaccanti. Si potrebbe anche optare per una via di mezzo fra le due opzioni, ma Mourinho sceglie decisamente la seconda: toglie Granero, lasciando i due cursori Khedira e Lass in mezzo al campo, e inserisce il rientrante Higuaín accanto ad Adebayor. Più peso. Poi inserisce sì Canales, ma lo mette sulla fascia, per ingozzare di cross gli attaccanti. E passa anche a una strana difesa a tre, con Pepe-Albiol-Carvalho e Ramos avanzato sulla destra.

Mourinho lo fa quasi sempre quando è in svantaggio: mette dentro quanti più attaccanti ha, e rivoluziona la squadra. Non ho mai apprezzato particolarmente questa sua strategia, però va detto che spesso lo ha premiato, e non è il caso di gettargli la croce addosso per una volta che non va, soprattutto quando lo Sporting improvvisa salvataggi miracolosi all’approssimarsi del fischio finale.

Lo Sporting però, coi suoi mezzi, non ha rubato nulla (e aveva anche la sua assenza pesante, Diego Castro). Rintanato nella sua metacampo, ma aggressivo una volta che l’avversario vi mette piede, ordinato e ficcante nel contropiede: Manolo Preciado ha ritrovato la “sua” squadra, dopo una fase a metà stagione di pessimo gioco, pessimi risultati e voci di esonero fortunatamente smentite. Eccellente la prova dei due centrali di centrocampo, Rivera (il buon vecchio Riverita, grande continuità e precisione nel cucire il gioco) e il canterano Nacho Cases, l’ultima scoperta, un mancino dinamico, bravo a proporsi sempre pur senza essere un funambolo. Ottima anche la prestazione di José Ángel (subentrato a Canella, infortunatosi nei primissimi minuti), importante in quelle poche situazioni in cui lo Sporting ha potuto rilanciare il gioco, vedi l’eccellente contropiede manovrato del gol: José Ángel esce palla al piede, palla a Miguel de las Cuevas, che incrocia con Nacho Cases. La difesa madridista, ancora disorganizzata dai cambi di Mourinho, si fa cogliere di sorpresa e Miguel de las Cuevas punisce con un colpo da biliardo.


Nemmeno il Barça ha brillato particolarmente, ma il contesto e l’avversario sono radicalmente diversi, e la prova di forza, l’ennesima, innegabile.

Il Villarreal non sceglie il pressing alto: lanciare gli attaccanti per aggredire fino all’area avversaria potrebbe chiamare troppo fuori anche il centrocampo e quindi allungare le distanze fra i reparti, perciò meglio lasciare che Piqué e Busquets portino palla fino al cerchio di centrocampo, ma tenendo sempre Rossi e Ruben dietro la linea della palla, vicino alla mediana, che così non deve staccarsi troppo dalla difesa. Una scelta che dà i suoi frutti, grazie alla capacità di sacrificio degli esterni Borja Valero e Cazorla e alla concentrazione del quartetto centrale (Marchena-Bruno i mediani e Gonzalo-Musacchio i difensori).

Ma grazie anche al fatto che al Barça, complici le assenze, mancano quegli automatismi che solitamente consentono la profondità. Messi parte in panchina (affaticato), Bojan idem, non ci sono Pedro e Xavi, quindi alla fine Guardiola sceglie Thiago Alcantara e Keita mezzeali e Iniesta e Afellay ai lati di Villa nel tridente, rispettivamente a destra e a sinistra.

È soprattutto qui che risiedono le difficoltà blaugrana: le due ali, vere o false che siano, si muovono male. Iniesta dovrebbe, anche a livello carismatico, surrogare Messi come giocatore determinante fra le linee: ma il blanquito, solitamente così intelligente nello scegliersi gli spazi nei quali fare male all’avversario, si limita però ad appoggi insignificanti: parte da destra, retrocede, viene incontro al portatore, ma lo fa sempre davanti ai centrocampisti del Villarreal, e mai alle loro spalle.

Sull’altra fascia invece Afellay non ha ancora del tutto chiari i movimenti richiesti a un esterno d’attacco del Barça. A inizio azione apre bene il campo restando largo per ricevere il cambio di gioco, questo sì, ma il problema è che troppo spesso rimane lì, non sa leggere il momento in cui smarcarsi sulla trequarti o tagliare verso l’area di rigore, col risultato di bloccare Adriano quasi con una marcatura a uomo. Inoltre, quando riceve il pallone, opta sin troppe volte per il cross, un’opzione quasi mai contemplata nel manuale dell’ala blaugrana (i terzini sì, hanno licenza di crossare).

In questo modo il Barça si limita a un controllo sterile: Thiago si propone parecchio, ma davanti a lui non ci sono opzioni di passaggio credibili al di là della verticalizzazione poco convinta per Villa. Positivo comunque il canterano, del quale non sorprendono da tempo né la faccia tosta né le caviglie di gomma (uno spettacolo curioso e difficilmente riscontrabile in natura il movimento con cui bruscamente cambia direzione e dà il passaggio filtrante d’esterno).

Dall’altro lato, il Villarreal è una delle poche squadre in Europa che possono giocare da pari a pari con la macchina da guerra culè: i giocatori di Garrido possono recuperare palla, eludere il primo pressing, alzare la testa, cambiare fronte al gioco e costringere il Barça a correre verso la propria porta. Borja Valero (enorme temporada) si segnala ancora una volta, anche se le azioni nascono più da palle perse con leggerezza dai blaugrana, cui seguono contropiedi di Giuseppe Rossi. L’italiano filtra due volte (il Busquets difensore non è irreprensibile), ma in entrambe le occasioni Valdés vince il duello. Comprendendo la parata d’istinto su Cazorla negli ultimi minuti, il portiere catalano risulta ancora una volta decisivo nelle occasioni decisive. Non il miglior portiere del mondo, ma il miglior portiere per il Barça.

Nella ripresa, non cambia tanto il gioco quanto piuttosto la determinazione degli uomini di Guardiola. Determinazione e talento, perché Pep inserisce Messi per Keita arretrando Iniesta. Leo al centro, Villa leggermente spostato a destra. Se la profondità non arriva dai movimenti collettivi, aumenta perlomeno la capacità di creare superiorità dal nulla saltando l’uomo. Dai e dai, arriva il gol di Piqué, contestato dal Villarreal (dall’angolazione del replay però non riesco a capire se al momento del controllo la palla passi dal petto al braccio): potrebbe risultare uno dei momenti-chiave della stagione.

FOTO: elpais.com

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mercoledì, dicembre 22, 2010

Il miglior Valencia di quest'anno...

…vale soltanto uno 0-0, e il ritorno al Madrigal sarà durissimo, però le cose vanno dette: il derby della Comunitat lo ha dominato dall’inizio alla fine la squadra sulla carta inferiore, e il risultato avrebbe dovuto essere ben diverso (soprattutto considerando il palo di Mata e l’occasione sciupata da Pablo Hernández a tu per tu col portiere Juan Carlos). Il dato puramente quantitativo del possesso-palla di per sé non dice niente, però che in una partita il Villarreal riesca a farne meno dell’avversario (escludendo il Barça) dice invece parecchio. Il Submarino non ci ha capito granché di questa partita, e Emery l’ha incartato per bene a partire dalla sua formazione apparentemente assurda.
Quando prima dell’inizio ho visto i cinque difensori (ripetendo pari pari l’assetto proposto nella partita di campionato in casa del Villarreal) e la coppia Albelda-Maduro in mezzo al campo i pruriti omicidi sono stati una conseguenza inevitabile, ma son bastati cinque minuti per vedere come non si trattasse di una mossa per limitare i danni, ma per affrontare entrambe le fasi in condizioni di superiorità. Il grado di controllo raggiunto nella partita di ieri ha sorpreso chi era abituato al Valencia né carne né pesce di questi tre anni.
Partiamo dal fatto che i difensori centrali del Valencia (ieri Stankevicius-Dealbert-Ricardo Costa, da destra verso sinistra) non sono proprio delle cime in fatto di letture tattiche, nell’anticipo, nella copertura e anche nella marcatura, e quindi notiamo banalmente che se uno di questi centrali sbaglia averne uno in più di scorta pronto a rimediare aumenta la sensazione di sicurezza; a questa premessa aggiungiamo che il piano di Emery è risultato perfetto nel togliere i suoi punti di riferimento classici, che conosciamo sino alla noia. Superiorità nel mezzo coi due falsi esterni Cani e Cazorla che stringono centralmente per appoggiare i centrali Bruno e Borja Valero (Senna entra a inizio ripresa al posto di Cani, ma poi deve uscire per infortunio), e fasce occupate a sorpresa dalle sovrapposizioni dei terzini o dagli spostamenti degli attaccanti. Ma il Villarreal ieri non ha mai potuto proporre con continuità questi movimenti, e anzi Rossi e Nilmar son risultati piuttosto isolati dal resto della squadra.
Infatti, Miguel e Mathieu (spaventoso il dispendio atletico di quest’ultimo) seguivano in maniera assai aggressiva Cazorla e Cani, senza aprire varchi centralmente o alle loro spalle, perché la presenza di tre difensori centrali evitava la parità numerica con Rossi e Nilmar e consentiva pronti spostamenti laterali. Il Villarreal non può disegnare quel quadrato con cui di solito mette in mezzo il centrocampo avversario, e il Valencia non solo si dimostra reattivo, ma anche propositivo.
Andando oltre le impressioni superficiali, a volte cinque difensori possono risultare un vantaggio anche in chiave offensiva. Il Valencia non ha una circolazione di palla particolarmente brillante, ma sicuramente più sciolta. Per i tre difensori centrali è più facile allargarsi ed evitare il possibile pressing dei due attaccanti del Villarreal, poi ci sono più linee di passaggio.
Miguel e Mathieu partono molto alti, fanno tutta la fascia e così permettono a Mata e Pablo Hernández di venire più in mezzo e risultare più imprevedibili. Anche in questo caso, a volte un trequartista in meno può far funzionare meglio la trequarti. Visto il rendimento offerto finora dal Chori Domínguez con la maglia del Valencia, non è un grosso rimpianto non disporre di un essere umano che stazioni in quella zona e magari rubi spazio a Mata per i suoi tagli. Mata che risulta molto pericoloso smarcandosi fra le linee o andando a braccare i palloni alle spalle dell’unica punta (il combattivo Aduriz, poi sostituito da Soldado nella ripresa), e anche Pablo gode di una certa libertà. Il Valencia fa tutto quello che deve essere fatto (non convincono le risposte di Garrido coi cambi), ma gli manca il gol, e così perde anche un po’ di brio nel finale, affidandosi maggiormente alle iniziative individuali di Joaquín (ispiratissimo questa stagione), subentrato a Pablo H.
Bella partita, ma vale il discorso di sempre: al di là dei rimedi una tantum, il problema è trovare un Valencia che sappia imporre una volta per tutte un suo stile di gioco, magari costringendo gli altri ad adeguarvisi.

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lunedì, maggio 03, 2010

Ci tengono.

Chiamato a una prova cruciale, contro uno degli avversari tradizionalmente più indigesti, in un contesto reso quantomai delicato dallo stress e dalla delusione per la brutta figura con l’Inter, il Barça rialza la testa e fa un gigantesco passo avanti nel cammino verso il titolo nazionale. Quattro a uno, con orgoglio, personalità e con stile, tantissimo stile, soprattutto in un primo tempo che si colloca fra le migliori prestazioni in assoluto della stagione, assieme a quella con l’Inter al Camp Nou (nel girone… che avevate capito, eh?), al secondo tempo della partita di Siviglia che pure costò l’eliminazione dalla Copa del Rey e naturalmente all’esibizione dell’Emirates. I blaugrana hanno ancora tanto da dire.

Avversario indigesto, dicevamo: il Villarreal è forse l’unica squadra in Europa che in tutti questi anni può vantarsi di aver fermato il Barça imponendogli la sua stessa medicina. Non in termini quantitativi (perché le percentuali di possesso-palla non si possono discutere al Barça), ma qualitativi: l’unica squadra dimostratasi capace di battere i blaugrana non solo chiudendosi a riccio e ripartendo con due-tre uomini, ma anche elaborando l’azione a pieno organico nella metacampo avversaria.

Anche nei primi dieci minuti di sabato sembrava potersi ripetere un copione del genere: Garrido usa comprensibilmente più prudenza nella scelta dell’undici (Joseba Llorente parte in panchina, nientre tridente ultra-offensivo con Nilmar e Rossi, un centrocampista in più, anche se accanto all’ormai insostituibile Bruno nel doble pivote ci va una mezzapunta come Ibagaza, con Cani e Cazorla falsi esterni), ma comunque in apertura di gara i suoi verticalizzano per un paio di ghiottissime occasioni sciupate clamorosamente da Nilmar, che ribadisce di essere decisamente più bravo a creare le palle-gol (come quella che servirà a Llorente peril gol della bandiera nella ripresa) piuttosto che finalizzarle.
È un avvio un po’ pazzo, divertentissimo, perché il Barça cerca ugualmente la partenza forte, ma inizialmente non riesce a tenere del tutto sotto controllo il ritmo a centrocampo, esponendosi quindi al batti e ribatti. È un’illusione però, e presto il Madrigal (che a dire il vero sembrava il Camp Nou per il chiasso dei tifosi ospiti) si trova ad assistere a un monologo culè. Grande eloquenza: colpisce soprattutto la naturalezza nei movimenti dei giocatori blaugrana, naturalezza che col pallone in movimento (a velocità alta, senza soluzione di continuità e in tutte le zone del campo) porta a prescindere dai ruoli fissi, mantenendo però un equilibrio e un’occupazione degli spazi di impeccabile razionalità.

Difficile distinguere fra difensori e attaccanti quando nel continuo lavoro di creazione di spazi Keita, Bojan e Maxwell organizzano una catena sulla fascia sinistra efficientissima, flessibile, elegante ed illeggibile per il sistema difensivo avversario: Keita solito maestro nei movimenti senza palla (il taglio che porta via il terzino destro avversario e lascia l’ala sinistra blaugrana libera di ricevere il cambio di gioco e puntare ha da tempo il copyright), Maxwell ancora una volta convincente in questo finale di stagione (lui si è tirato su a differenza di Ibra e Chigrinskiy) per le doti di palleggio e l’intelligenza tattica in fase di possesso, Bojan essenziale e affilato.
Difficile anche distinguere fra centrocampisti e attaccanti quando Messi è al tempo stesso l’uomo in più che aiuta a creare la superiorità in mediana appoggiando Xavi, Busquets e Keita e il primo attaccante, pronto a dettare il passaggio nello spazio come nell’occasione dello 0-1, ripristinando l’intesa con Xavi del Bernabeu. Con Ibrahimovic punito con la panchina, Leo torna falso centravanti nel cuore del tridente; la presenza di Bojan, più agile e duttile di Zlatan, però permette continui scambi di posizione, come quello che porta Bojan in zona centrale a segnare il bellissimo gol dello 0-3, un colpo degno del campione che sarà per destrezza, istinto e abilità. Forse un anno fa dopo aver realizzato il primo controllo il difensore avversario lo avrebbe immediatamente recuperato, forse questa è la volta buona per investire seriamente su di lui. Di certo sta dimostrando di meritarselo. Naturalmente in tutto questo Xavi, pure infortunato (ha giocato contro il parere dei medici, e sta scherzando col fuoco in vista del mondiale) fa quello che vuole (e anche Alves, uno di quelli al di sotto dei suoi migliori standard in questa stagione, è brillante, sia nell’appoggiare la manovra che nell’affondare in sovrapposizione), non solo col gol su punizione.
Il secondo tempo blaugrana è più al risparmio, limitando il ritorno di un Villarreal più intonato grazie al cambio fra Senna e Ibagaza (ben altra sostanza e continuità di gioco l’ispano-brasiliano rispetto al Caño impiegato in quel ruolo) e all’ingresso di Joseba Llorente per Cani.

FOTO: elpais.com

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lunedì, marzo 29, 2010

Duopolio e dintorni.

“Non ho visto la partita del Real Madrid, perché sapevo già che avrebbe vinto”. “Non so se gli avversari giocano al cento per cento”. Lasciando da parte la malizia fuori luogo della seconda frase, la prima parte del pensiero espresso oggi dal blaugrana Keita in conferenza stampa è la sacrosanta verità, e dalle partite del Real Madrid si estende a quelle dello stesso Barça, anche se il buon Seydou non si affannerà di certo a sottolinearlo. La Liga epocale dei supercampioni è una Liga dove alle due grandi basta scendere in campo per vincere, una domenica di più: che questo strazio finisca al più presto, così almeno potremo tornare a desiderare che ne cominci un altro.

E dire che l’incertezza del derby, il relativo consolidamento dell’Atlético sotto Quique, il rinomato potenziale offensivo colchonero facevano pensare alla vigilia a una gara combattutissima. Invece il divario è tale che a un Madrid grigio è bastata una fiammata di un quarto d’ora, “alla Schuster”, per capovolgere con irrisoria facilità la partita. Non è servito nemmeno regalare un rigore all’Atlético per rimetterla in piedi seriamente. La squadra con Reyes (purtroppo a fine primo tempo ha dovuto lasciare il campo a Jurado per un infortunio che lo terrà fuori anche dall’andata di Uefa col Valencia), Simão, Agüero (grande delusione della serata) e Forlán non ha spaventato una volta Casillas fino al fischio finale, e dire che il Real Madrid aveva anche un po’ tirato i remi in barca.
Unica cosa bella della serata colchonera il gol di Reyes (conclusione morbida piazzata sul secondo palo), che sottolinea le difficoltà di un Real Madrid inguardabile nella prima mezzora. Centrocampo come a Getafe, 4-4-2 più classico con Xabi Alonso-Gago centrali e Granero e Van der Vaart sulle fasce, ma dalla mediana in su è un Real Madrid troppo prevedibile. Eccessivamente rigido nelle posizioni prefissate, senza quei movimenti tra le linee, quegli incroci e quei cambi di posizione su cui si dovrebbe basare solitamente il gioco merengue per attirare gli avversari in una zona e poi cambiare gioco verso il lato debole.
Invece tutto molto leggibile: Granero si crede ancora una volta “Soldatino Di Livio” invece che Granero e Cristiano Ronaldo fa movimento ma per cercare di fare gol da solo più che altro. Al sistema difensivo dell’Atlético basta scivolare da un lato all’altro per coprire agevolmente (discreti comunque Ujfalusi-Domínguez, nettamente la coppia migliore di centrali), anche perché il Real Madrid non ha le caratteristiche per giocare un 4-4-2 classico con sovrapposizioni e cross, senza esterni di ruolo e oltrettutto con Arbeloa terzino destro (nuovamente Sergio Ramos centrale, stavolta obbligato dall’assenza di Garay).
Al Real Madrid però per risolvere il problema basta metterci più furia: non con grande ordine, però preme con più giocatori in area avversaria e mette dentro più palloni. Il castello di carte colchonero comincia a vacillare a fine primo tempo e crolla ad inizio ripresa. Protagonista Xabi Alonso, il giocatore migliore della stagione merengue assieme a Cristiano Ronaldo e Albiol: prima pareggia con un gol simile a quello di due settimane fa con lo Sporting, tap-in sul secondo palo su azione di calcio d’angolo (palle inattive che l’Atlético continua a soffrire, non importa quale allenatore ci sia), poi ispira il 2-1 con uno straordinario lancio ad occhi chiusi che smarca un Arbeloa brillante nell’inserimento e nella finalizzazione (non ha i piedi per avanzare a difesa avversaria schierata, però sa leggere il gioco il prode Álvaro). Il terzo porta la firma di Higuaín (mediocre prestazione), smarcato da Tiago che fa carambolare il pallone su Assunção (avete letto bene), e mi fermo qui perché non c’è altro da dire.

Non sono precisamente partite da brividi lungo la schiena quelle del Barça in questa Liga, lo abbiamo capito: quando non c’è un’incapacità nell’imporre il proprio gioco, c’è un controllo comunque blandissimo, come sabato a Maiorca. Hai voglia soltanto di vedere il gol, che tanto arriverà, e basta, archiviarla lì e passare alla prossima. Un po’ poco per il club che fa della ricerca dello spettacolo la sua bandiera, ma ormai manca pure la voglia di criticare, è andata così, la Liga viene gestita col minimo sforzo, e come test probanti rimangono solo la Champions e lo scontro del Bernabeu, che nella migliore delle ipotesi potrebbero servire da stimolo per offrire qualcosa di meglio.
Ha colpito due pali il Mallorca (una girata dal limite dell’area di Aduriz a inizio partita e una punizione di Borja Valero), ma non ha mai realmente contestato al Barça il controllo del match, a differenza dell’Osasuna infrasettimanale. Probabile errore di Manzano nella pianificazione strategica: vero che il Mallorca è una squadra che sfrutta bene il contropiede, con giocatori particolarmente adatti a gettarsi negli spazi dopo aver invitato l’avversario a scoprirsi, però il Barça devi pressarlo alto, all’inizio dell’azione, anche per evidenziare le difficoltà di Ibrahimovic ad attaccare lo spazio alle spalle della difesa.
Ibrahimovic, ecco: una delle poche note positive dell’ennesima vittoria burocratica blaugrana. Al di là del gol, lo svedese conferma i progressi già intravisti con l’Osasuna. Viene incontro al portatore di palla ma non si fa anticipare né commette goffamente fallo sul difensore avversario, partecipa costantemente e in maniera utile, offre uno sfogo ai centrocampisti e detta anche un po’ di profondità quando necessario.
È questo che gli si chiede in fondo, non importano né i giochini palla al piede né il dadaista assist di schiena offerto a Messi nella ripresa, non si pretende un “Ibracadabra” o amenità del genere, si pretende solo e soltanto Ibrahimovic Zlatan, l’ottimo giocatore che il Barcelona ha messo al centro del suo attacco per fornire un punto d’appoggio in più alla manovra, per attirare i difensori creando spazi ai centrocampisti e alle ali (a Maiorca Pedro e Jeffren, pure lui preferito al lebbroso Bojan) e anche per andare a prendersi qualche cosa in area avversaria, pure messa in conto la carenza d’istinto.
Vedremo come lo svedese risponderà ora a Londra, ben altro scenario. Intanto per tutte e due le gare con l’Arsenal il Barça perde Iniesta, assenza tremenda anche con la miglior versione del manchego lontanissima, proprio nel momento in cui invece torna disponibile Xavi, che può comunque comporre una coppia di piena garanzia con un fenomenale dodicesimo come Keita.

La cosa più interessante vista nell’ultima giornata della Liga non viene dalle due scontate partite delle grandi, ma dal Villarreal. Che fine ha fatto il Villarreal, vi chiederete? Vivacchia a metà classifica, ma la smitragliata sulla Croce Rossa Sevillista (3-0) potrebbe servire come trampolino di lancio verso un ritorno alla zona coppe, mai troppo tardi per una corsa così al ribasso.
Interessante dell’affermazione amarilla è la scelta ultra-offensiva di Juan Carlos Garrido: tre punte purissime tutte insieme, Rossi-Nilmar-Llorente, e nessuna messa a fare da guardalinee, nossignore, tutte vicino alla porta avversaria; in più un centrocampo anch’esso molto offensivo, con Bruno e due mezzepunte come Cani e Ibagaza (assente Senna, buona notizia il ritorno dall’infortunio di Cazorla, un paio di minuti nel recupero per lui). Garrido giocava con le tre punte nel Villarreal B, ma non erano così offensive, e anche nell’esperimento già tentato con la prima squadra al Bernabeu, c’era un David Fuster sulla destra e posizioni comunque più arretrate dovute alle caratteristiche dell’avversario.
L’impatto, scenico e pratico, è stato fortissimo: due gol di vantaggio già dopo 17 minuti e almeno altre due occasioni nitide davanti a un Sevilla frastornato. In qualche momento si sono anche pestate i piedi, ma le punte son state intelligenti e generosissime nel non offrire alcun punto di riferimento all’avversario: in certi momenti partivano un po’ ammucchiate al centro, ma poi subito si fiondavano una a destra una a sinistra l’altra in verticale, con molti tagli a separare i difensori avversari (collettivamente impreparati a movimenti del genere) l’uno dall’altro aprendo varchi sanguinosissimi.
Si segnala in particolare Nilmar, nessun gol ma assist per i primi due. Il brasiliano ha stentato a carburare ad inizio stagione, non fiuta la porta come un segugio (9 gol finora, e un lungo digiuno nelle prime uscite), ma ha conquistato la credibilità che il suo talento merita. Più freddezza davanti al portiere non guasterebbe, ma già così apporta tante cose: eccellente attaccante di manovra, elegante e velocissimo nelle percussioni palla al piede, innescate da stupendi controlli a seguire. Né lui né Rossi cercano con grande frequenza il movimento fra i due centrali, quello è il pane di Llorente, e giocare in tre davanti assieme a Joseba può aiutare anche Nilmar e Rossi a prendere palla nelle zone che preferiscono senza per questo togliere profondità alla squadra.
Interessante insomma la soluzione delle tre punte, ma non è tutto rose e fiori. Il poter disporre di uno sfogo offensivo così immediato e profondo non deve andare a scapito dell’altro aspetto, il controllo del centrocampo, il marchio di fabbrica del Villarreal in tutti questi anni. Subito portato a verticalizzare, il Villarreal ieri non ha così lucidamente interpretato quei momenti in cui temporeggiare e raccogliere tutta la squadra attorno al pallone. Nella ripresa lo ha lasciato a un avversario impotente e si è dedicato al contropiede, ma nel primo la manovra è stata eccessivamente spezzettata, per quanto acuminatissima nei frangenti conclusivi.
Il Sevilla ha disposto di più possesso-palla, e la fortuna è stata che non ha saputo cosa farsene (gli andalusi nel mezzo più che dei centrocampisti hanno dei portapacchi, nulla di nuovo), sennò con una circolazione un po’ meno macchinosa avrebbero facilmente potuto creare delle situazioni di superiorità numerica sulle fasce, aggirando il terzetto di centrocampo del Villarreal, numericamente troppo ridotto per coprire in ampiezza e non sempre supportato da pronti ripiegamenti degli attaccanti (per loro indole non portati a rientrare così rapidamente, e comunque tendenzialmente più distanti dal centrocampo una volta persa palla in una squadra che verticalizza subito e non sale con tutti gli effettivi). Non sempre convincente anche la linea difensiva (con centrali i due argentini Gonzalo e Musacchio, innesto dal Villarreal B: in assenza di Godín Garrido lo preferisce a Marcano), schierata alta ma in alcune occasioni maldestra nell’eseguire il fuorigioco, grata a Luis Fabiano per aver sbagliato due gol davanti al portiere che il brasiliano di solito realizzerebbe anche bendato e con le mani legate.

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lunedì, febbraio 22, 2010

Uragano Cristiano.

Negli ultimi giorni su questo blog si discuteva approfonditamente su Cristiano Ronaldo. In particolare, si notava una certa ansia di incasellare tatticamente il portoghese. Cos’è Cristiano Ronaldo? Una prima, una seconda punta, un’ala’ o che cos’altro? La risposta ce l’ha data il scintillante 6-2 di ieri al Villarreal: Cristiano Ronaldo È IL REAL MADRID, semplicemente.
È il Real Madrid quando vuole essere profondo e verticale, è il Real Madrid quando vuole essere ampio, è il Real Madrid quando vuole essere veloce, tremendamente veloce. È lui che decide la direzione e il ritmo del gioco, il resto viene tutto di conseguenza. Sono una conseguenza i due gol a testa di Higuaín e di Kaká, i quali sfruttano gli spazi creati dal portoghese, ed è sempre Cristiano Ronaldo a creare il contesto più favorevole per la lectio magistralis in cabina di regia di Xabi Alonso, che se attorno a sé ha il giusto movimento fa correre la palla come nessuno.
È insomma l’ultima delle preoccupazioni capire quale mattonella del campo debba prendersi CR9. Sono gli altri che devono leggere i suoi movimenti e regolarsi in base a questi: è Granero che deve tagliare dentro o sovrapporsi verso l’esterno quando Ronaldo parte dall’ala; è Kaká che deve arrivare a rimorchio quando Ronaldo detta la profondità e trascina la difesa avversaria tutta dietro; è Marcelo che quando il fenomeno si sposta a sinistra deve saper interpretare il momento in cui inserirsi a sorpresa. Come in ogni organizzazione, è il boss che decide. E il gol su punizione quasi quasi è stata la cosa peggiore della partita di Cristiano Ronaldo…

Sottolineare la trascendenza di Cristiano Ronaldo implica necessariamente che il Villarreal sia stato spazzato via. C’è poco da fare, il Submarino fatica a recuperare la propria credibilità. Alla lunga non ha retto, ha provato a restare in partita, accorciando due volte le distanze, ma in realtà non c’è mai stato veramente. Non ha potuto perché non ha saputo rallentare mai il ritmo della partita, troppo alto per quelle che sono le caratteristiche del Villarreal, e ancora di più insostenibile se a dettarlo è Cristiano Ronaldo (con Xabi Alonso a tradurlo).
Juan Carlos Garrido ha provato a trasporre in prima squadra il 4-1-4-1 del suo ottimo Villarreal B, contando per questo su tre elementi della squadra filiale: il 19enne argentino Musacchio in difesa accanto a Marcano (causa assenza di Gonzalo e Godín), Matilla, “il piccolo Xavi” confermato nel cuore del centrocampo dopo lo scorso turno casalingo con l’Athletic (sul centro-sinistra con Senna sul centro-destra e Bruno davanti alla difesa), e Marco Ruben, centravanti nel Villarreal B ma ieri largo a sinistra per fare spazio a Nilmar al centro.
Non ha funzionato: l’argentino Ruben troppo sacrificato sulla fascia (anche se poi nel secondo tempo si accentra per accompagnare Nilmar), David Fuster più incursore che centrocampista di manovra partendo da destra, impalpabile peraltro. L’ideale sarebbe stato uno come Pirés, in grado di partire dalla fascia per accentrarsi e aiutare il triangolo Bruno-Senna-Matilla a congelare un po’il pallone e i ritmi. Il francese però è entrato quando il vantaggio madridista era ormai incolmabile, e il centrocampo amarillo (nonostante il golazo su punizione di Senna che ha replicato quello di Cristiano Ronaldo) è stato asfaltato dal minuto 1 al minuto 90+recupero.

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lunedì, gennaio 18, 2010

Un Valencia da corsa.

Uno dei migliori Valencia della discontinua e ancora irrisolta gestione Emery sbriciola il Villarreal (4-1) nel derby della Comunitat. In una stessa serata si concentrano tutte le condizioni ideali perché il lieto evento si verifichi: il terzetto Villa-Joaquín-Mata ispiratissimo, la connessione Silva-Banega, la motivazione a mille, l’avversario tagliato su misura.
Il Villarreal infatti è sempre uguale a se stesso: nelle serate buone una squadra che può mettere sotto chiunque, in quelle cattive una squadra che lascia giocare tanto l’avversario. Seconda ipotesi rispettata, e Valencia che ha tirato una bella boccata d’aria dopo le tante difficoltà incontrate in casa finora, curiosià statistica del campionato che.
Non deve necessariamente fare la partita e crearsi pazientemente gli spazi nella metacampo avversaria il Valencia, ma col Villarreal che come sempre cerca di venire su palleggiando in blocco può sfruttare anche in casa il suo contropiede manovrato. Contropiede esaltante stasera per velocità d’esecuzione e partecipazione di tutti i giocatori. Ondate che hanno travolto il Villarreal, già da prima dell’espulsione (giusta, ma il fallo avviene appena fuori area) del canterano Kiko, promettente ma sciagurato nell’occasione, che origina il rigore del 2-0.

Il Valencia gira il coltello nella piaga di un Villarreal che nei suoi difensori centrali tende sempre a soffrire le verticalizzazioni: Villa asfalta la coppia improvvisata Godín-Kiko, ma in generale è tutto il movimento offensivo del Valencia che evidenzia una superiorità e un'ispirazione schiaccianti.
Non si sa da dove arrivano, ma son dappertutto: Villa che detta il passaggio sul filo del fuorigioco, Mata e Joaquín che tagliano dentro, Silva che arriva in seconda battuta per concludere a sorpresa o scaricare su altri inserimenti dei compagni, i terzini Bruno e Mathieu che si fiondano in sovrapposizione. Differenza di passo imbarazzante e grande facilità di gioco.
È vedendo questo Valencia che si capisce il perché della tanto discussa condizione di riserva di Zigic: per quanto il serbo si affanni a ribadire il suo ottimo livello, questa non sarà mai la sua squadra. I ritmi e le traiettorie che caratterizzano i piccoli attaccanti del Valencia sono totalmente incompatibili con quelli del serbo. O lui o gli altri, l’unica possibilità è un impiego a partita in corso, che peraltro può essere utile in casa e nei minuti finali contro avversari particolarmente rinunciatari, vedi la vittoria con l’Espanyol maturata grazie a un gol proprio di Zigic negli ultimi secondi utili.

Ora resta da fare il salto di qualità decisivo, e cioè un Valencia che sappia imporre un gioco indipendentemente dall’avversario, quello che fa realmente grande una squadra. Da un anno e mezzo Emery cerca una formula offensiva più elaborata, mantenendo il contropiede come arma più affilata ma provando a non dipenderne in esclusiva come ai tempi di Quique.
Ancora non ha trovato la continuità di gioco desiderata, solo sprazzi, ma non mancano le premesse per una crescita ulteriore: la chiave è, scusate l’ennesima ripetizione, la coesistenza dei due giocatori fondamentali per dare volume alla manovra: Silva per la capacità di offrirsi e proporre triangolazioni fra le linee, Banega per dare i tempi giusti alla transizione offensiva quando parte dalle retrovie. Pochi giocatori al mondo in quel ruolo hanno la classe per arrestarsi, resistere ad attacchi ripetuti senza mai perdere palla, temporeggiare e ripartire solo quando i compagni sono smarcati. Al di là del golazo che ha sbloccato la partita di stasera, l'argentino è il giocatore capace di dare quell’altra dimensione che ricerca Emery per il suo Valencia.

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