venerdì, settembre 09, 2011

Il punto sul calciomercato/seconda parte.

Osasuna

Il mercato ha visto un certo ricambio, con partenze importanti (Monreal, Camuñas, Pandiani, Aranda, Soriano) rimpiazzate da scommesse dall’estero e da giocatori “di categoria” (si spera da salvezza, non da Segunda).

Al primo gruppo appartengono l’ala ivoriana (su entrambe le fasce) Roland Lamah, dal Lens, e il terzino sinistro finlandese Raitala, al secondo i due del Tenerife (tristemente sprofondato in Segunda B), Marc Bertrán, terzino destro piuttosto offensivo, e Nino, il bomber, acquisto ad occhio azzeccato, che supera quanto a fiuto Aranda e quanto a rapidità Pandiani. Nino la porta la vede, e nell’ultima sua esperienza in Primera (solo due in carriera, quella precedente al Levante però è da dimenticare) segnò ben 14 gol, in un Tenerife pure retrocesso. Parte titolare con Kike Sola,mentre Ibrahima Baldé (lanciato un paio di anni fa dall’Atlético Madrid) e Lekić, prime punte di peso, saranno i rincalzi.

A centrocampo il “colpo” è rappresentato dal ritorno di Raúl García dopo l’esperienza sostanzialmente negativa all’Atlético Madrid (che comunque lo ha dato solo in prestito). Bisognerà vedere se sarà un Raúl García scottato da questa delusione, o il Raúl García dei bei tempi; e bisognerà anche vedere se giocherà nel doble pivote oppure sulla trequarti in un 4-2-3-1, come faceva già nell’Osasuna di Ziganda, con i soliti Puñal e Nekounam davanti alla difesa (sempre meno gli spazi per Masoud, giocoliere più che giocatore).

Indebolite le fasce (a meno che non esploda Lamah) viste le partenze in pochi mesi di Juanfran e Camuñas, ancora non rimpiazzati in maniera sicura. A destra il comunque discreto Cejudo, a sinistra invece nella prima con l’Atlético ha giocato il canterano Timor.

Affidabile il parco-centrali, col valido Roversio (tornato dal prestito al Betis) accanto all’esperto Sergio, e di scorta Lolo, Miguel Flaño e un altro nuovo, Rubén, difensore di stazza come piace da quelle parti. Ricardo ha 40 anni, e ormai farà il terzo portiere, alle spalle di Riesgo e di un altro canterano tornato da prestito, Andrés Fernández (bene al Huesca).

Non un panorama esaltante, ma l’Osasuna si è sempre basato sul blocco più che sui nomi, e c’è da pensare che sarà una squadra capace di fare giocare male più di un avversario, impostata sul pressing forsennato prediletto da Mendilibar.

Racing Santander

Anno dopo anno, vedendo l’organico e il gioco espresso, ci si chiede come diavolo faccia a restare in Primera, eppure merita simpatia per come riesce a raggiungere i propri obiettivi con così poco.

Sedotto e abbandonato dal mascalzone Ali Syed, che aveva promesso di colmare i debiti del club, il Racing si trova sotto Ley Concursal , costretto a un mercato ancora più misero degli anni scorsi. La scelta di Héctor Cúper onestamente non fa fare i salti di gioia: quello dell’argentino, progressivamente in secondo piano dopo la sua epoca d’oro a Valencia, sembra un calcio un po’ vecchio, un 4-4-2 troppo rigido, basato sì su una grande disciplina difensiva, preparazione atletica accurata e su tanta serietà, ma senza situazioni offensive studiate.

Acosta-Stuani-Tziolis-Bernardo…ve li dico tutti d’un fiato i nuovi acquisti così forse vi spaventate un po’ meno. In difesa la perdita di Henrique non è da sottovalutare, e così accanto a Torrejón troverà molto spazio un centrale giovane come Osmar (titolare come l’altro canterano Picón, terzino destro, nella prima a Valencia) o Bernardo, canterano del Sevilla in prestito. Tutto sommato discreti, anche in fase offensiva, i due terzini, Francis a destra e Cisma a sinistra.

Colsa-Diop il doble pivote titolare, poverissimo di creatività, sempre che non si inserisca il regista Edu Bedia, altro canterano (veniva segnalato come il più promettente assieme a Canales) tornato in pista dopo infortuni e prestiti in giro. Kennedy Bakirçioglu sulla destra è il giocatore di maggior qualità, buon piede e capacità anche di impostare dalla fascia, mentre Arana ha più caratteristiche da ala, spendibili fra destra e sinistra (qui in concorrenza con Óscar Serrano). Anche Adrián González (non lo chiameremo più “il figlio di Míchel” per fargli un favore) può portare quella pochissima qualità presente in rosa, sulla sinistra o al centro.

In attacco ci si aggrappa mani e piedi a Stuani, prelevato dal Levante, perché Ariel Nahuelpán come ariete è una scommessa sul punto di essere persa. Attorno a questo benedetto centravanti ronzerà uno fra Munitis (a 36 anni più che mai giocatore finito, con tutto il bene che gli vogliamo), che può sempre fare anche l’esterno, e il rapido, vivace argentino Lautaro Acosta, sfortunatissimo al Sevilla e in cerca di minuti che gli permettano di dimostrare le proprie buone qualità. Se Stuani non sfonderà reti però saranno acidissimi cavoli.

Rayo Vallecano

Saprà la disastrosa situazione economica del club motivare (paradossalmente) anche quest’anno i giocatori? Il legame fra squadra e tifosi (un’identità fra le più forti del calcio spagnolo: il Rayo è il quartiere di Vallecas, e il quartiere di Vallecas è il Rayo) rimarrà la spinta più forte? Ci sarà da soffrire, ma non mancano gli spunti di interesse, e la validissima prova d’esordio a Bilbao incoraggia.

Confermati rispetto alla promozione Cobeño fra i pali e Casado terzino sinistro, la difesa ha perso un ottimo elemento nel terzino destro Coke (per ora gioca Tito, il brasiliano e ovviamente ultra-offensivo Sueliton è la scommessa), mentre al centro due maglie per quattro candidati: Arribas, altro superstite della promozione, e i tre nuovi acquisti Jordi (dal Rubin Kazan), Labaka (Real Sociedad) e Raúl Bravo (Olympiacos), non proprio una scelta esaltante, a dirla tutta.

A centrocampo il doble pivote Movilla-Javi Fuego, e Movilla, a suo tempo buon centrocampista, a 35 anni ha perso un bel po’ di ritmo. Non è più giovane, anzi ha la stessa età, il mitico Míchel (protagonista del Rayo di fine anni ’90 che fece l’exploit con Juande Ramos), sinistro sensibilissimo ma con pochi minuti nelle gambe ormai. Come primo ricambio, probabile che arretri Michu, che a Bilbao ha giocato davanti in un 4-2-3-1 praticamente senza attaccanti puri. Michu che non spicca per la visione di gioco e la creatività ma ha dalla sua un gran tempismo negli inserimenti. Se ne possono ricavare 5-6 gol in tutta la stagione.

Trashorras sulla trequarti è una scommessa affascinante: dopo gli esordi nelle squadre B del Barça (dove lo chiamavano “la Brujita del Mini Estadi”, per il paragone con Verón) e del Real Madrid (i blaugrana lo scaricarono e Valdano, suo estimatore, lo ingaggiò per il Castilla, ma zero opportunità in un Madrid galáctico come quello), una lunga carriera da fenomeno di Segunda, con invenzioni da lasciare a bocca aperta ma anche molte pause. Vediamo in Primera, a 30 anni.

Sulla sinistra Botelho si preannuncia come una delle possibili rivelazioni della Liga 2011-2012: 21 anni, brasiliano di proprietà dell’Arsenal (che lo ha mandato in prestito già a Salamanca, Celta e Cartagena), lo chiamo “il Gareth Bale dei poveri”, per la capacità di divorarsi tutto il campo con poche falcate, lanciandosi in velocità senza alcuna possibilità per gli avversari. Impressionante un gol propiziato nel Cartagena-Barça Atlètic della scorsa stagione, partendo dalla sua area per arrivare all’altra e servire l’assist. Ma Botelho non è solo un velocista da spazi ampi, sa giocare, ha una buona tecnica che gli permette di improvvisare slalom o chiedere l’uno-due stretto. Terzino o esterno, molto più probabile la seconda ipotesi in questo Rayo.

A Bilbao sulla destra ha giocato il 30enne Piti, una punta dal gran sinistro che può rientrare per cercare il tiro; altra opzione Alberto Perea, canterano dell’Atlético Madrid che può giocare su entrambe le fasce, oppure Nestor Susaeta, cugino di quello dell’Athletic.

Due giovani possibili sorprese Lass Bangoura, guineano del Rayo B (bene lo spezzone a Bilbao, prima trequartista e poi a destra), e Dani Pacheco, in prestito dal Liverpool, seconda punta ultra-tecnica (ma anche molto esile) che può partire dalla fascia sinistra, come nelle nazionali giovanili spagnole. Da unica punta si perderebbe un po’, la combinazione offensiva più ambiziosa sarebbe Botelho terzino, Pacheco davanti a lui e Trashorras trequartista, scambiandosi con Pacheco.

Punto debole evidente è l’attacco, fra Delibašić e la vecchia gloria Tamudo (altro 35enne, grande mestiere ma riflessi chiaramente appannati).

Real Madrid

Mercato che punta ad aumentare le alternative a centrocampo, da un punto di vista qualitativo più che numerico. L’anno scorso i merengues hanno sofferto la mancanza di un altro elemento in grado come Xabi Alonso di agire dietro la linea della palla e far girare tutta la squadra: un sostituto e al tempo stesso un possibile socio del basco. È arrivato Nuri Sahin, ma il turco comincia a diventare un’incognita a causa di un infortunio che si trascina già da prima del suo ingaggio e che posticipa ogni giorno il suo rientro. L’altra soluzione aggiunta al centrocampo è il terzino Coentrão, che invece si muoverà davanti a Xabi Alonso, da centrocampista con l’anima da esterno. Soluzione sulla carta non ortodossa, ma che si può sposare bene coi tagli interni di Cristiano Ronaldo e di Marcelo, aumentando la mobilità e l’imprevedibilità della fase offensiva madridista.

Poco comprensibile invece l’acquisto di Callejón, non solo non all’altezza di un contesto come questo, ma senza possibilità in un settore sovraffollato come la linea dei trequartisti. Il 18enne francese Varane invece, descritto come un prodigio, completa una difesa non nutritissima, l’anno scorso in difficoltà in assenza dei titolari (anche perché Albiol come vice-Pepe e vice-Carvalho non si è confermato sui livelli della sua prima stagione madridista).

Real Sociedad

Pochi cambi per quanto riguarda l’organico, ma cambio radicale in panchina: Philippe Montanier, tecnico francese arrivato dal Valenciennes, vuole giocare qualcosa di diverso rispetto a Lasarte. Più che un calcio più offensivo di quello della scorsa stagione, chiede più possesso-palla, e perciò imposta la squadra su un 4-3-3, tanti triangoli per fare avanzare la squadra. Buono il risultato della prima, vittoria in casa dello Sporting, ma ancora parecchio lavoro da fare, come è logico.

La partenza più pesante è quella di Diego Rivas, finito all’Hércules in Segunda. Davanti alla difesa Montanier prova il canterano Illarramendi, non l’unico giovane lanciato dal transalpino (a Gijón ha esordito in difesa Iñigo Martínez), in attesa di vedere se e dove troverà Rubén Pardo, mezzala o regista davanti alla difesa, il più promettente dei nuovi elementi del vivaio.

Intanto completano bene il centrocampo il dinamismo di Aranburu e il prezioso Zurutuza, giocatore molto poco appariscente ma ideale per il calcio di possesso che chiede Montanier, per la capacità che ha di associarsi ai compagni, cercandosi lo spazio e combinando a uno-due tocchi. Il socio ideale di Xabi Prieto, che dalla fascia tiene palla e detta i tempi a tutta la squadra. Zurutuza mezzala destra vicino a Xabi, quindi. Non penso invece che troveranno molto spazio gli altri ricambi per il centrocampo, Mariga, Markel ed Elustondo.

Detto di Xabi Prieto, completano il tridente Agirretxe e Vela. Il primo è un’eterna promessa, snobbata da Lasarte e invece tenuta finora in gran conto da Montanier. Un attaccante slanciato, tecnico e pure elegante, ma che pecca un po’ di aggressività (anche in questo ricorda Xabi Prieto, oltre che nell’aspetto fisico). La preferenza accordata a lui, attaccante di manovra, invece che a Joseba Llorente, animale d’area di rigore che ama muoversi sul filo del fuorigioco, ci dà un’idea delle differenze di stile di gioco fra Montanier e Lasarte.

A Gijón Agirretxe non ha tenuto una posizione fissa: partiva da sinistra ma incrociava in continuazione con l’altra eterna promessa, il messicano Carlos Vela. Combinazione interessante, anche se la sinistra dovrebbe essere di Griezmann, il quale ha suscitato malumore fra i tifosi con la sua volontà non troppo nascosta di cambiare squadra (anche guardando egoisticamente solo alla sua carriera, è un’idea prematura a mio avviso). Ifrán e Sarpong le alternative offensive.

La difesa è il reparto che lascia più a desiderare: un ottimo portiere come Bravo, ma centrali di scarsa qualità (Demidov però c’è solo da gennaio, va valutato ancora) e una evidente vulnerabilità sulle palle inattive. Potrebbe cambiare qualcosa un inserimento positivo dei canterani: oltre a Iñigo Martínez il basco-francese Cadamuro. Sulla destra non si capisce perché giochi Carlos Martínez (forse il peggior terzino destro della Liga) e non Estrada, sulla sinistra De la Bella spinge parecchio.

Sevilla

Ritrovare l’essenza, il “marchio” Sevilla, questa la sfida di Marcelino. Tornare all’”Anti-tikitaka”: non nel senso di giocare male, ma di stupire gli spettatori con quel calcio arrembante, diretto, verticale, sviluppato sulle fasce che segnò i migliori momenti della storia del club.

Per fuggire dal modello “Jiménez/Álvarez”, ovvero quel Sevilla rigido come un calciobalilla, orizzontale ed esasperante contro difese schierate, è stato rinnovato il centrocampo: prima Rakitić lo scorso gennaio, ora Trochowski, adattato al centro, con l’intenzione non tanto di avere un regista o un trequartista, ma un incursore di buona tecnica che possa sorprendere negli spazi aperti dalle due punte e dagli esterni (il solito Jesús Navas, poi un Perotti che si deve riprendere dalla pessima scorsa stagione, e infine Armenteros, tornato dal prestito al Rayo, più centrocampista rispetto agli altri due).

Incerto l’altro centrocampista centrale: finora Marcelino ha provato Fazio (che sarebbe meglio da difensore centrale, e in ogni caso sta deludendo le attese di inizio carriera, vuoi per gli infortuni vuoi per un rendimento effettivamente al di sotto delle sue potenzialità) o il mastino Medel, ma a sorpresa potrebbe spuntarla il geometrico Campaña, che a 18 anni è già nell'organico della prima squadra ed è considerato assieme al trequartista 19enne Luis Alberto (che ha avuto i suoi minuti in pretemporada) la perla della cantera.

Il vero regista rimane Kanouté, con la sua eleganza e maestria impareggiabile nel gestire i tempi ricevendo sulla trequarti. Kanouté ha però 35 anni, e il leader offensivo ora è un Negredo sempre più ispirato e capace di fare reparto, spalle alla porta (anche se senza il “centrocampismo” di Kanouté), in profondità o in area di rigore, con una potenza notevole e un sinistro capace di trovare la porta da qualsiasi angolazione e distanza. Completa l’attacco il jolly Manu del Moral, che può giocare seconda punta e esterno, senza la caratura tecnica dei colleghi di reparto ma con dinamismo e buoni movimenti senza palla.

Rinnovata la difesa, col bosniaco Spahić accanto a Escudé (o Alexis, altra promessa quasi mancata), senza dimenticare la possibilità di schierare Cáceres (letture e capacità tattiche non all’altezza delle enormi doti atletiche) in tutte le posizioni della linea arretrata. Interessante l’acquisto di Coke (ex Rayo) sulla destra, che ha una spiccata attitudine offensiva, tra l’altro con la tendenza a sovrapporsi pure all’interno che lo rende particolarmente compatibile con Navas e in minima parte (infima direi) ricorda i movimenti del Dani Alves sevillista. Un po’ stanco quel Fernando Navarro sulla sinistra, forse verrà scavalcato dal canterano Luna, mentre è ormai consolidato il sorpasso di Javi Varas sul 38enne Palop fra i pali.

Sporting

Puzza di bruciato. Gli asturiani nelle ultime stagioni sembrano progressivamente indeboliti. Il problema principale è l’attacco, visto che anno dopo anno il contributo realizzativo di Barral e Bilić. Non è arrivato nessuno, e bisogna sperare che Sangoy esploda dopo l’improduttivo scorso campionato.

Indebolita anche la trequarti, che era il punto di forza della squadra, con giocatori mobili, abili nell’uno contro uno e rapidi nel ribaltare l’azione che rendevano lo Sporting una squadra anche abbastanza divertente nelle sue migliori versioni. È andato via l’uomo dribbling Diego Castro, e per ora lo sostituisce Miguel de las Cuevas, che è più un rifinitore che si accentra per dare l’ultimo passaggio. Carmelo nel dimenticatoio, e una trequarti completata (almeno questa è la formazione proposta da Preciado nella prima con la Real Sociedad) da André Castro al centro, più un cursore che una mezzapunta, e dall’incomprensibile Nacho Novo sulla destra, corsa e grinta ma contributo alla manovra quasi inesistente. La variazione possibile, e credo auspicabile, è l’inserimento di Trejo, l’argentino fresco di promozione col Rayo Vallecano, molto abile nel dribbling ma difficilmente in grado di non far rimpiangere da subito Diego Castro. Occhio comunque al gran mancino del campione d’Europa Under 19 Juan Muñiz, in rampa di lancio.

L’esordio in campionato ha dimostrato che questa squadra può ancora fare difficilmente a meno di Rivera (partito in panchina con la Real) come direttore d’orchestra (anche se è arrivato Ricardo León dal Tenerife, non malvagio), certo non per dare spazio al doble pivote formato da Eguren e dal canterano Sergio Álvarez, parso inadeguato. C’è comunque l’altro canterano lanciato la scorsa stagione, Nacho Cases, che ha fatto intravedere qualità interessanti.

A posto invece la difesa, confermata al centro (Botía la certezza, l’altro posto per Gregory o Iván Hernández) e toccata invece sulle fasce dalle partenze di Sastre e soprattutto José Ángel. Comunque i titolari resteranno i soliti, la mezzala adattata Lora a destra (invenzione di Preciado) e l’ex uomo-mercato Canella a sinistra, con l’uruguaiano Damián Suárez (descritto come un terzino molto offensivo) pronto a subentrare su entrambe le corsie, preferibilmente a destra.

Valencia

Mercato interessantissimo, fra i migliori. È partito Mata, ma è stato ampiamente sostituito, ed Emery gode di una varietà di soluzioni invidiabile fra trequarti e attacco, non solo per la quantità ma anche per la diversità di caratteristiche. C’è l’ultra-velocità con il nuovo acquisto Piatti (esterno sulle due fasce o seconda punta) e con il canterano Bernat (esterno sinistro), possibile sorpresa. Due elementi ideali per sfruttare il contropiede, anche se a Piatti non manca il gioco nello stretto (però 9 volte su 10 detta il passaggio verticale, non è tipo portato ad abbassarsi spesso per appoggiare il centrocampo) e a Bernat la capacità, molto apprezzabile, di offrire linee di passaggio anche in zone interne. Loro due, con Pablo Hernández, rappresentano il gioco più diretto, ma una trequarti così composta non è la soluzione migliore contro difese schierate, e rischia di rendere la manovra confusa per eccesso di frenesia, senza nessuno che colleghi i reparti e dia i tempi.

Qui perciò entra in gioco Canales. Questa deve essere la sua stagione, e l’antipasto (la ripresa giocata contro il Racing) promette assai. Il biondo ha una abilità innata nel trovarsi lo spazio e da lì fornire sempre un approdo sicuro a chi porta palla. È lui il vero erede di Silva, può arricchire la manovra del Valencia e in più ha capacità di incursore e uomo-gol che lo rendono perfettamente adattabile allo stile consolidato della squadra, meno elaborato e più diretto. Accanto a Canales, parla la stessa lingua il brasiliano Jonas: seconda punta o falso esterno a sinistra, un attaccante di manovra nel miglior senso del termine. Lui a sinistra, Canales al centro e Piatti a destra: questa la mia combinazione preferita per la trequarti, capace non solo di dare continuità e qualità al possesso-palla, ma di assorbire le attenzioni delle difese schierate e creare spazi preziosi per le sovrapposizioni dei terzini.

Anche qui prospettive interessanti: a destra ci si è finalmente liberati della zavorra Miguel, Bruno resta il titolare ma con due nuovi concorrenti, Barragán dal Valladolid e soprattutto Dalmau dalla cantera del Barça, gran colpo, anche se inizialmente partirà col Valencia Mestalla. Il piatto forte è però a sinistra: Jordi Alba, in crescita sul piano difensivo, è il terzino spagnolo del futuro (lui e José Ángel quelli con più qualità in chiave Selección), rapidissimo, inesauribile, e con una capacità di saltare l’uomo secco, anche da fermo, anche pressato, che gli viene dal suo passato di ala e può dare uno slancio importantissimo a tutta l’azione offensiva del Valencia. I polmoni di Mathieu, comunque utili anche se il francese rimane un giocatore muscolare più che talentuoso (anche se si sovrappone costantemente e ha buon piede, lo denotano le sue scelte quando ha il pallone, le sue come quelle di Bruno), dovrebbero riposare parecchio in panchina quest’anno.

A centrocampo la scelta è ugualmente ampia, ma c’è maggiore incertezza. La partita col Racing ha visto un orribile primo tempo del duo Topal-Banega: prima che entrasse Canales a dare un po’ di criterio, un Valencia generoso ma disordinato nella gestione del pallone e sbilanciato in transizione difensiva. Banega rischia di far perdere definitivamente la pazienza, mentre Albelda tarda a passare in secondo piano come dovrebbe; rimangono Parejo, che ha eccellenti doti di regia (ottimo a smarcarsi per ricevere dai difensori ad inizio azione, ha lancio millimetrico e visione panoramica) ma un temperamento e un ritmo che devono ancora passare l’esame di una realtà come il Valencia, e Tino Costa, che non è un regista ma ha geometrie, dinamismo e una certa intelligenza nel creare linee di passaggio davanti a chi porta palla, oltre a un gran sinistro dalla lunga distanza.

Ben assortito anche l’attacco. Scartato Jonas unica punta (visto contro il Liverpool, non ha i movimenti della prima punta, “allunga” poco la difesa avversaria), Soldado andrà sicuramente in doppia cifra, con Aduriz come alternativa più da “lavoro sporco”. Il basco però dovrebbe giocare pochino, anche perché dal Valencia Mestalla bussa sempre più forte Paco Alcácer, progetto di crack dell’area di rigore.

Al centro della difesa, Víctor Ruiz potrebbe rivelarsi uno degli acquisti migliori di tutto il campionato. Non so cos’abbia combinato a Napoli, ma qui calza alla perfezione: il giocatore che serviva per tirare un po’ su la linea difensiva, evitando le voragini viste col Racing e anche per avviare l’azione, sinora un problema macroscopico del Valencia di Emery, con quel terribile tentativo di “falsa difesa a 3” alla La Volpe che non faceva che attirare il pressing avversario. Rami promette: grande fisicità, personalità, gioco aereo e anche rapidità a dispetto della stazza. Fra i pali, non è così certo che il nuovo acquisto Diego Alves passi davanti a Guaita.

Se alla quarta stagione di Emery saprà affermare una sua identità precisa, il Valencia con questa campagna acquisti avrà posto le premesse per un salto di qualità: l’idea sarebbe infastidire di più le due grandi negli scontri diretti e andare più avanti in Europa.


Villarreal

Sembra indebolito. Soprattutto a centrocampo, che se non è il reparto più forte (davanti ci son pur sempre Rossi e Nilmar) è comunque la chiave strategica di tutta la squadra. I petrodollari hanno portato via Cazorla, e va bene, non ci si può fare nulla, però anche lasciare andare Matilla non pare una furbata, considerando che un regista accanto a Bruno serviva e che il monumento Marcos Senna sembra avviato verso il declino.

Comunque De Guzman potrebbe ovviare a questa carenza, sempre che venga impiegato nel doble pivote come a Maiorca, perché altrimenti Marchena come unico rincalzo lascia alquanto perplessi. De Guzman permetterebbe di schierare l’onnipresente Borja Valero nel ruolo dove meglio rende, cioè avanzato sulla trequarti, partendo da falso esterno (ma in realtà lui la fascia non la tiene neanche in partenza, a differenza di Cani o del fu Santi Cazorla). Meglio lì che davanti alla difesa, dove la sua tendenza a muoversi a briglia sciolta può spezzare in due la squadra in transizione difensiva, una volta persa palla (quando una delle basi dell’equilibrio del Villarreal è la capacità dei Bruno e Senna di tenere sempre la posizione pur contribuendo a far avanzare la squadra).

Con l’assenza di Cazorla il finissimo Cani diventa titolare obbligato, e ci sono un po’ di dubbi sulle alternative: esploderà il paraguaiano Hernán Pérez, promosso dal Villarreal B? Maturerà il ghanese Wakaso? Camuñas poi è un acquisto utile, pienamente coerente con la filosofia di gioco, ma sembra più un dodicesimo (anche come seconda punta di riserva) che un giocatore in grado di sostituire in pianta stabile Borja Valero e Cani nel caso in cui dovessero per qualche motivo mancare.

La difesa invece non ha perso nulla, anzi potrebbe guadagnare, con l’arrivo di Zapata (spostato a destra dopo il disastro con l’Odense: meglio così, Mario Gaspar non è all’altezza). Musacchio, Gonzalo e Marchena sono una terna di centrali valida, mentre Joan Oriol sembra più che pronto a non far rimpiangere Capdevila.

Zaragoza

Inquietante lo 0-6 incassato dal Real Madrid, anche se rispetto a quello schierato da Aguirre nell’umiliante esordio può venire fuori un undici migliore nel corso della stagione, considerando gli acquisti.

Andrà sicuramente cambiato il centrocampo: nel 4-1-4-1 visto contro il Madrid il trio centrale Ponzio-Zuculini-Abraham era incapace di dare la minima continuità alla fase di possesso. Abraham, che tra l’altro è un esterno di ruolo, dovrebbe saltare, e al suo posto entrare Ruben Micael, da cui possono dipendere molte cose. Al portoghese, promettente al Nacional e un po’persosi al Porto, tocca fornire la qualità andata via con la cessione di Ander Herrera. E sarebbe anche il caso di provare come mezzala destra il jolly messicano Efraín Juárez (meglio lì che da uomo di fascia bloccato), poca tecnica ma gran dinamismo e intelligenza nel far progredire la manovra col movimento senza palla. Terzini destri di ruolo però la rosa non ne presenta (invece quelli sinistri sono addirittura tre: Paredes, Obradović e il citato Abraham), ed è quindi probabile che Efraín debba sgobbare tutta la stagione in difesa.

Bene le fasce, Lafita può partire da sinistra per tagliare al centro come scambiarsi di fascia con l’altro messicano Barrera (acquisto molto stuzzicante), che ha più le caratteristiche del dribblomane. Non dovrebbero trovare molto spazio Juan Carlos (dal Real Madrid Castilla) e Edu Oriol (dal Barça Atlètic), due dei sin troppi scarti prelevati dalle canteras più celebri di Spagna (c’è anche il difensore centrale Mateos, ex madridista).

Le ultime ore di mercato hanno rinforzato l’attacco, che se ha perso Uche ha acquisito comunque Postiga (carriera inferiore alle attese, ma qualche gol lo farà) e l’ex Espanyol (ed ex nazionale, non dimentichiamolo) Luis García, usato sicurissimo. Luis García che può partire anche da esterno, per cui bisogna vedere se entrerà in concorrenza anche con Lafita e Barrera o se magari Aguirre passerà a un 4-4-2 con lui e Postiga davanti al posto del 4-1-4-1 dell’esordio (in estate poi il Basco ha provato insistentemente anche la difesa a 5). Luis García comunque il meglio lo dà da seconda punta, ruolo che non ha potuto coprire nel modulo di Pochettino che lo sacrificava un po’ sulla destra.

Fernando Meira-Da Silva è una coppia di esperienza al centro della difesa (Lanzaro-Mateos quella di riserva), mentre in porta Roberto Jiménez è uno dei casi dell’estate: il Zaragoza è in Ley Concursal, ma lui è stato pagato più di 8 milioni, addirittura. Non dalla società Zaragoza, ma da terzi, da un fondo di investimento cui partecipa lo stesso proprietario del club, Agapito Iglesias. Come sempre l’obiettivo è massimizzare gli utili, quelli del fondo (in caso di successivo cessione del giocatore a prezzo maggiorato), mica quelli del Zaragoza in campo. Roberto Jiménez come il prezzo del petrolio, come le azioni della Coca-Cola e come la valutazione della sterlina. Non starò qui a rimpiangere i tempi in cui non c’era il professionismo, o a fare demagogia sui calciatori che guadagnano troppi soldi, ma forse così si sta esagerando.

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domenica, aprile 03, 2011

Golpe!

Eh sì, questa potrebbe essere la svolta decisiva, poco da nascondersi. Meno otto punti dal Barça a otto giornate dalla fine, a due settimane dal Clásico del Bernabeu (ma in mezzo i merengues devono andare a Bilbao: mica tre punti scontati, occhio): la sconfitta casalinga di ieri con lo Sporting, clamorosa, sembra una sentenza. La fortuna del Madrid è che il calendario prospetta ancora molti possibili scontri diretti col Barça (oltre a campionato e Copa del Rey, un teorico incrocio nelle semifinali di Champions), per rifarsi su altri fronti. E qualche scontro diretto, fosse anche solo per una questione di numeri, il Madrid deve pur tornare a vincerlo.

Chiaro che per le occasioni comunque create il Real Madrid questa partita poteva non solo pareggiarla ma vincerla, ma il gioco non c’è stato, bisogna essere altrettanto chiari.

Pesantissime le assenze: Cristiano Ronaldo, Marcelo, Xabi Alonso. Manca anche un Benzema in stato di grazia, ma i primi tre sono giocatori essenziali per dare ai merengues l’identità desiderata. Senza, l’azione si fa troppo statica, la circolazione di palla troppo lenta all’inizio e quindi, successivamente, le accelerazioni son più difficili.

Marcelo è il giocatore che portando palla dalle retrovie spesso supera la prima linea avversaria; Xabi Alonso non sempre inizia l’azione, ma è comunque fondamentale per dare la direzione e il ritmo alla manovra una volta che la palla esce dalla metacampo difensiva; il movimento di Cristiano Ronaldo invece dà il via a tutti gli interscambi sulla trequarti che allungano e aprono le difese.

Mourinho supplisce alle assenze con un trivote a centrocampo, Khedira-Lass-Granero, e poi Özil a destra e Di María a sinistra, con Adebayor di punta. L’azione non decolla mai: Lass prende palla dai difensori, poi una serie di passaggi corti orizzontali che danno tutto il tempo allo Sporting di piazzarsi.

Granero delude e lascia perplessi. Delude perché ha una grande occasione ma non la sfrutta con una prestazione timidissima; lascia perplessi invece la sua posizione, che accentua l’indispensabilità di Xabi Alonso. La grande qualità del basco è la visione di gioco, esaltata quando può giocare dietro la linea della palla (magari da unico vertice davanti alla difesa), ricevere il retropassaggio dei compagni e cambiare gioco. Dei tre centrocampisti schierati sabato Granero è quello che meno si distanzia da questa visione di gioco, ma il Pirata ha giocato stabilmente oltre la linea della palla, sul centro-sinistra, lasciando la responsabilità della regia a Lass, incapace di assumerla così come i due difensori centrali Albiol e Carvalho, che a differenza degli omologhi del Barça si limitano ad avanzare pochi metri per scaricarla al compagno più vicino, senza generare superiorità.

Finisce che Di María deve venire a prendersi palla in zone molto arretrate, con risultati stavolta irritanti per la testardaggine delle sue iniziative individuali. L’azione non passa praticamente mai dalla fascia destra, e Özil è tagliato fuori. Spalle alla porta, facile preda del pressing asturiano, il tedesco resta più bloccato del solito nella posizione d’esterno: la manovra non prende ritmo e non si vedono praticamente mai quei tagli e incroci con l’esterno della fascia opposta che rappresentano la carta migliore del Madrid quando gioca bene. Non è questo il caso, evidentemente.

Due le possibili soluzioni a questo stallo: o cercare una circolazione di palla più fluida contro la difesa schierata, oppure cercare la mischia in area avversaria. Nel primo caso, si potrebbe pensare all’arretramento di Granero di cui parlavo prima, o magari anche a un inserimento di Canales in cabina di regia. Nel secondo caso, butti dentro più attaccanti. Si potrebbe anche optare per una via di mezzo fra le due opzioni, ma Mourinho sceglie decisamente la seconda: toglie Granero, lasciando i due cursori Khedira e Lass in mezzo al campo, e inserisce il rientrante Higuaín accanto ad Adebayor. Più peso. Poi inserisce sì Canales, ma lo mette sulla fascia, per ingozzare di cross gli attaccanti. E passa anche a una strana difesa a tre, con Pepe-Albiol-Carvalho e Ramos avanzato sulla destra.

Mourinho lo fa quasi sempre quando è in svantaggio: mette dentro quanti più attaccanti ha, e rivoluziona la squadra. Non ho mai apprezzato particolarmente questa sua strategia, però va detto che spesso lo ha premiato, e non è il caso di gettargli la croce addosso per una volta che non va, soprattutto quando lo Sporting improvvisa salvataggi miracolosi all’approssimarsi del fischio finale.

Lo Sporting però, coi suoi mezzi, non ha rubato nulla (e aveva anche la sua assenza pesante, Diego Castro). Rintanato nella sua metacampo, ma aggressivo una volta che l’avversario vi mette piede, ordinato e ficcante nel contropiede: Manolo Preciado ha ritrovato la “sua” squadra, dopo una fase a metà stagione di pessimo gioco, pessimi risultati e voci di esonero fortunatamente smentite. Eccellente la prova dei due centrali di centrocampo, Rivera (il buon vecchio Riverita, grande continuità e precisione nel cucire il gioco) e il canterano Nacho Cases, l’ultima scoperta, un mancino dinamico, bravo a proporsi sempre pur senza essere un funambolo. Ottima anche la prestazione di José Ángel (subentrato a Canella, infortunatosi nei primissimi minuti), importante in quelle poche situazioni in cui lo Sporting ha potuto rilanciare il gioco, vedi l’eccellente contropiede manovrato del gol: José Ángel esce palla al piede, palla a Miguel de las Cuevas, che incrocia con Nacho Cases. La difesa madridista, ancora disorganizzata dai cambi di Mourinho, si fa cogliere di sorpresa e Miguel de las Cuevas punisce con un colpo da biliardo.


Nemmeno il Barça ha brillato particolarmente, ma il contesto e l’avversario sono radicalmente diversi, e la prova di forza, l’ennesima, innegabile.

Il Villarreal non sceglie il pressing alto: lanciare gli attaccanti per aggredire fino all’area avversaria potrebbe chiamare troppo fuori anche il centrocampo e quindi allungare le distanze fra i reparti, perciò meglio lasciare che Piqué e Busquets portino palla fino al cerchio di centrocampo, ma tenendo sempre Rossi e Ruben dietro la linea della palla, vicino alla mediana, che così non deve staccarsi troppo dalla difesa. Una scelta che dà i suoi frutti, grazie alla capacità di sacrificio degli esterni Borja Valero e Cazorla e alla concentrazione del quartetto centrale (Marchena-Bruno i mediani e Gonzalo-Musacchio i difensori).

Ma grazie anche al fatto che al Barça, complici le assenze, mancano quegli automatismi che solitamente consentono la profondità. Messi parte in panchina (affaticato), Bojan idem, non ci sono Pedro e Xavi, quindi alla fine Guardiola sceglie Thiago Alcantara e Keita mezzeali e Iniesta e Afellay ai lati di Villa nel tridente, rispettivamente a destra e a sinistra.

È soprattutto qui che risiedono le difficoltà blaugrana: le due ali, vere o false che siano, si muovono male. Iniesta dovrebbe, anche a livello carismatico, surrogare Messi come giocatore determinante fra le linee: ma il blanquito, solitamente così intelligente nello scegliersi gli spazi nei quali fare male all’avversario, si limita però ad appoggi insignificanti: parte da destra, retrocede, viene incontro al portatore, ma lo fa sempre davanti ai centrocampisti del Villarreal, e mai alle loro spalle.

Sull’altra fascia invece Afellay non ha ancora del tutto chiari i movimenti richiesti a un esterno d’attacco del Barça. A inizio azione apre bene il campo restando largo per ricevere il cambio di gioco, questo sì, ma il problema è che troppo spesso rimane lì, non sa leggere il momento in cui smarcarsi sulla trequarti o tagliare verso l’area di rigore, col risultato di bloccare Adriano quasi con una marcatura a uomo. Inoltre, quando riceve il pallone, opta sin troppe volte per il cross, un’opzione quasi mai contemplata nel manuale dell’ala blaugrana (i terzini sì, hanno licenza di crossare).

In questo modo il Barça si limita a un controllo sterile: Thiago si propone parecchio, ma davanti a lui non ci sono opzioni di passaggio credibili al di là della verticalizzazione poco convinta per Villa. Positivo comunque il canterano, del quale non sorprendono da tempo né la faccia tosta né le caviglie di gomma (uno spettacolo curioso e difficilmente riscontrabile in natura il movimento con cui bruscamente cambia direzione e dà il passaggio filtrante d’esterno).

Dall’altro lato, il Villarreal è una delle poche squadre in Europa che possono giocare da pari a pari con la macchina da guerra culè: i giocatori di Garrido possono recuperare palla, eludere il primo pressing, alzare la testa, cambiare fronte al gioco e costringere il Barça a correre verso la propria porta. Borja Valero (enorme temporada) si segnala ancora una volta, anche se le azioni nascono più da palle perse con leggerezza dai blaugrana, cui seguono contropiedi di Giuseppe Rossi. L’italiano filtra due volte (il Busquets difensore non è irreprensibile), ma in entrambe le occasioni Valdés vince il duello. Comprendendo la parata d’istinto su Cazorla negli ultimi minuti, il portiere catalano risulta ancora una volta decisivo nelle occasioni decisive. Non il miglior portiere del mondo, ma il miglior portiere per il Barça.

Nella ripresa, non cambia tanto il gioco quanto piuttosto la determinazione degli uomini di Guardiola. Determinazione e talento, perché Pep inserisce Messi per Keita arretrando Iniesta. Leo al centro, Villa leggermente spostato a destra. Se la profondità non arriva dai movimenti collettivi, aumenta perlomeno la capacità di creare superiorità dal nulla saltando l’uomo. Dai e dai, arriva il gol di Piqué, contestato dal Villarreal (dall’angolazione del replay però non riesco a capire se al momento del controllo la palla passi dal petto al braccio): potrebbe risultare uno dei momenti-chiave della stagione.

FOTO: elpais.com

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domenica, gennaio 31, 2010

Nessuna trappola da Sporting e Depor.

Si aspettava la prima giornata di ritorno con un certo interesse, perché potenzialmente capace di riservare sorprese e movimento in testa alla classifica: si pensava al Riazor come un campo storicamente indigesto (non vinceva dal 1991) per un Real Madrid oltrettutto decimato dalle assenze (Lass e Mahamadou Diarra, Van der Vaart, Cristiano Ronaldo, Higuaín, Pepe e Garay), e si pensava allo Sporting come una delle squadre più valide della classe media, almeno per quanto visto nel girone d’andata.
Invece, lo Sporting ha confermato il calo recente e non si è mai mostrato capace di giocarsela realmente alla pari, mentre il match del Riazor si è rivelato poco più che un allenamento per i merengues. Alle due grandi è bastato presentarsi in orario al campo, dare una spolveratina allo stemma sulla maglia e passare all’incasso.

Un pochino più tesa e seria comunque la sfida del Molinón. Le sorti sono dipese essenzialmente da un fatto: il Barça, per la prima volta da un po’ di partite, non ha trovato ostacoli alla sua idea di gioco. A differenza di Villarreal, Tenerife e Valladolid (che prima di prendere due gol in un colpo solo aveva inquietato Valdés), lo Sporting ha scelto di ripiegare su un baricentro medio-basso, senza tentare il pressing alto. Il Barça, che è tornato a sfoggiare la coppia di centrali Márquez-Piqué della passata stagione, ha avuto i primi passaggi sempre sicuri, guadagnando così metri decisivi. Márquez e Piqué, bravi a “provocare” portando palla (il messicano torna su standard che quest’anno non avevamo ancora apprezzato), attirano i centrocampisti avversari e liberano un po’ di spazio per Xavi, Iniesta o Messi, nel primo tempo di ieri costantemente accentrato tra le linee.
Non è che le occasioni siano fioccate, perché lo Sporting si è dimostrato tutto sommato attento nella sua trequarti ad accorciare fra difesa e centrocampo e a raddoppiare (Ibrahimovic poi ha ancora una volta perso il suo duello, davvero momento nero per lo svedese: stavolta gli avversari non difendono alto, ma lui continua a farsi anticipare, a muoversi troppo poco dalla propria mattonella), però il Barça ha potuto distendersi senza troppi patemi, portare tutti i suoi effettivi nella metacampo avversaria, isolando Bilic dal resto dei compagni e guadagnando anche posizioni favorevoli per pressare, anticipare sulle respinte e riconquistare palla facilmente una volta persa (e quelle poche volte in cui lo Sporting è potuto ripartire ci hanno pensato le straordinarie qualità atletiche di un Abidal in gran condizione). Dominio territoriale assicurato, e si tratta perciò di aspettare che il gol cada come un frutto maturo.
La sorpresa viene piuttosto dalla dinamica dell’azione del gol, che arriva in contropiede: vale uguale, Pedrito smarcato in profondità da Iniesta non si formalizza. Ancora una volta il canario, schierato al posto di Henry, dimostra un acuto senso del gol: se Ibrahimovic avesse metà del suo intuito nello smarcarsi e della freddezza davanti al portiere, parleremmo del miglior attaccante del mondo senza discussioni.
Il secondo tempo è più irregolare e frammentato, anche perché la pioggia appesantisce notevolmente il campo e rende le azioni più confuse. Il Barça non ha la stessa continuità di manovra, ma potrebbe comunque chiudere in più di un’occasione la partita. Lo Sporting prova a metterci più furore, ma non va oltre episodi e calci piazzati. Asturiani in una fase un po’ di stallo, devono ancora trovare un nuovo assetto stabile a centrocampo dopo la partenza di Míchel (ieri Preciado ha provato il giovane Portilla, ex del Racing, accanto a Rivera) e soffrono il calo rispetto a inizio stagione di uomini importanti come Diego Castro e Miguel de las Cuevas.

Al Riazor si è capito ben presto che anche il Madrid d’emergenza (con Guti e Granero ai lati del rombo, Sergio Ramos centrale, Arbeloa e Marcelo terzini e un impalpabile Raúl in attacco) è inaccessibile per l’attuale Deportivo.
I padroni di casa puntavano a una gara alla pari, colpo su colpo e senza barricate. Subito è emersa la totale inconsistenza della loro proposta: con la fascia sinistra, il punto di forza tradizionale, devastata dalle assenze di Guardado e Filipe e ridotta a un inadeguata binomio Manuel Pablo-Pablo Álvarez (due destri sulla fascia sbagliata, e se per Manuel Pablo si capisce che altro in rosa non si trova, per l’altro non si comprende l’insistenza di Lotina nello schierarlo fuori ruolo: non cambierebbe nulla spostare Juan Rodríguez a sinistra, anzi da incursore qual è avrebbe più angolo di tiro), e un Valerón, unica stampella rimasta a Lotina per elevare il discorso, sottotono e persino banale in alcuni frangenti.
Il Depor ha provato ad attaccare ma lo ha fatto male: la mancanza di qualità si è riflessa in giocate prevedibili e precipitose portate al massimo da tre-quattro giocatori, senza elaborazione e senza salire con tutta la squadra, il che ha contribuito a sfilacciare prontamente l’undici di Lotina dando al Madrid ampi spazi per manovrare. Siccome il catenaccio non rientrava nei piani del Deportivo, non è rimasto che stare a guardare, con una mansuetudine peraltro non nuova nei galiziani. Xabi Alonso fa circolare il pallone senza disturbi, Granero lo appoggia correttamente e segna pure il gol del vantaggio. Un monologo senza ostacoli culminato nello stupendo contropiede dello 0-2, uno dei più bei gol del campionato: Guti, nell’unico sprazzo della sua partita, liberato davanti al portiere non tira ma scarica verso l’accorrente Benzema con un tacco che nella stesso momento in cui spiazza e meraviglia chiarifica all'estremo tutta l’azione, lasciando al francese un elementare appoggio a porta vuota. Plastico, non c’è che dire.
Il secondo tempo, francamente inguardabile perché gli uni non sanno giocare e gli altri non ne hanno più voglia, riserva soltanto il gol su rigore del rientrante Riki che pretenderebbe addirittura di riaprire una partita mai esistita, come conferma il secondo sigillo di Benzema. Importante questa doppietta per il francese, che ha bisogno di qualche gol, anche facile, per ingraziarsi i propri tifosi. Non è infatti un giocatore d’impatto immediato: un attaccante portato più a creare spazi e a supportare la manovra, che non cerca ardentemente il gol ma ci arriva soltanto quando è proprio obbligato e e non ci sono alternative. Se ci aggiungiamo una certa discontinuità e quell’aria sempre un po’ distante, l’amore del Bernabeu risulta ancora da conquistare. Ma resta potenzialmente il miglior attaccante del Real Madrid.

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lunedì, dicembre 07, 2009

Considerazioni sparse sulla tredicesima giornata.

Doctor Jekyll-Real e Mister Hyde-Madrid. Non ci faremo mai l’abitudine all’inquietante schizofrenia di questo Real Madrid. Non si fa a tempo a metabolizzare il primo tempo, che ha appena offerto la miglior versione stagionale dei merengues (anche meglio del Camp Nou) che subito si aprono le porte di una ripresa sconcertante, che addirittura offre a un banale Almería (l’aggettivo che meglio si addice agli andalusi da quando li ha presi in consegna Hugo Sánchez, il quale ha fatto compiere una discreta involuzione al gioiellino che fu di Emery) la possibilità concreta della vittoria. La contro-rimonta madridista, comunque strameritata, arriva con un finale tutto impeto che ricorda più che altro l’ultimo Madrid di Capello, e non è certo un complimento.
Ma, prima che la squadra si perdesse in giocate contorte e si allungasse come da consuetudine dei secondi tempi, nei primi 45 minuti avevamo visto per la prima volta il vero modello di gioco cui aspira Pellegrini. Un Villarreal ultra-velocizzato, senza riferimenti fissi per l’avversario sulla trequarti e sulle fasce, ma nel quale il ritmo lo fanno non il valzer di Marcos Senna e Riquelme, ma il rock di Cristiano Ronaldo e Xabi Alonso. In Spagna dicono “ver, tocar y mover”, ed è proprio questo che i madridisti fanno finalmente con la coordinazione giusta. Ogni giocatore occupa uno spazio solo momentaneamente per lasciarlo subito a un compagno che subentrando in corsa crea per questo molte più difficoltà di marcatura all’avversario. Se aggiungete che si gioca costantemente ad uno-due tocchi, capirete quanto sia difficile per il sistema difensivo dell’Almería stare dietro a tutto ciò e occupare il campo per tempo.
Partecipano tutti nel Real Madrid, a partire dai terzini e da Marcelo, passando per la coppia Granero-Van der Vaart che da mezzeali lasciano Xabi Alonso solo davanti alla difesa, appoggiando i portatori di palla con grande intelligenza e inserendosi poi a rimorchio degli attaccanti (l’olandese va ri-valorizzato, Granero invece fa finalmente quello che sa fare da sempre e che in questo suo ritorno alla base non aveva mostrato ancora, troppo irrigidito in una posizione di esterno destro statico). Partecipa di più persino Higuaín, che in attacco fa coppia con Cristiano Ronaldo, mina vagante fra le linee.
Un attacco succede all’altro senza respiro, difesa e centrocampo accorciano benissimo a palla persa a partire da una posizione di vantaggio (perché tutta la squadra attacca in blocco e ordinatamente nella metacampo avversaria, e quindi guadagna già le posizioni migliori per recuperare palla), e in un bombardamento continuo verso la porta del fortissimo Diego Alves, la cosa che sorprende è che il gol del vantaggio di Sergio Ramos arrivi solo al 30’. La ripresa poi è tutta un’altra storia, e ci mette il marchio pure Cristiano Ronaldo con un’espulsione stupida che lo priverà di una partita-clou come quella di Valencia.

La legge di Messi. Autorevolissimo Barça al Riazor, risultato in bilico fino all’ultimo quarto di partita, ma il pari sarebbe stato decisamente bugiardo. Il Barça è parso avere le idee più chiare già dai primi istanti del match. Non ho ben capito l’atteggiamento del Deportivo, se l’intenzione fosse quella di arroccarsi oppure di giocarsela alla pari. Ne è uscita una via di mezzo che ha spianato la strada agli ospiti.
Con le due punte del Depor Adrián e Mista molto passive in fase di non possesso (nel secondo tempo Lotina cercherà di rimediare allargando Adrián a destra e spostando Juan Rodríguez nella zona di Busquets, dal 4-4-2 al 4-2-3-1), il Barça si è trovato sempre con un uomo in più a centrocampo, e con la possibilità di far girare il pallone agevolmente. Molto decisi anche nel pressing, gli uomini di Guardiola nel primo tempo hanno trovato con molta facilità sia le giocate in profondità che la superiorità numerica sulle fasce.
Si segnala in particolare un magnifico Messi, forse galvanizzato dal Pallone d’Oro: l’argentino si inserisce tra le linee con una puntualità e un’efficacia impressionanti. A partire da qui, l’intesa con Ibrahimovic si fa sempre più solida: lo svedese non può offrire quella verticalità diretta che offriva Eto’o, ma apre altri spazi interessanti, facendo da sponda oppure creando varchi centrali con dei leggeri spostamenti laterali, nella zona fra il centrale e il terzino avversario. Sono loro due alla fine ad assicurare al Barça tre punti più sofferti del dovuto (il mezzo-gollonzo di Adrián a fine primo tempo era evitabile come quello di Toquero alla Catedral).

I quasi cinque attaccanti dell’Atlético. Come Abel poco prima dell’esonero, anche Quique nelle ultime due partite contro Espanyol e Xerez si è reso conto di un fatto: Jurado, al di là delle sue capacità assolute, è l’unica arma a disposizione del centrocampo dell’Atlético per uscire dalla trappola dell’orizzontalità. Quindi, un solo centrocampista davanti alla difesa, Assunção, e Jurado qualche metro davanti. Con Jurado ci sono anche i soliti Agüero e Forlán davanti e Simão e Reyes (che da promessa mancata cerca perlomeno di tornare alla dimensione di normale professionista) larghi rispettivamente a sinistra e a destra. Non cinque attaccanti, ma cinque sempre proiettati verso la fase offensiva sì. È attorno a questi cinque che l’Atlético deve trovare degli equilibri. Contro il povero Xerez non son costate nulla quelle fasi in cui l’Atlético si è spezzato fra questi cinque e il resto della squadra, ma sarà questo il problema che Quique dovrà risolvere per restituire davvero competitività ai colchoneros.
A mio avviso la soluzione non passa per avvicinare i cinque talenti offensivi al resto della squadra, ma viceversa. Sono difesa e centrocampo che devono accorciare in avanti: è lo stesso discorso dell’attaccare in blocco che si faceva per il Madrid del primo tempo di sabato e che si fa per ogni secondo di partita del Barça. Solo a partire da una manovra che coinvolga tutti l’Atlético potrà guadagnare posizioni nella metacampo avversario e anche difendere bene in blocco. Insomma, nessuno lo avrebbe mai detto, ma Quique insistendo su questa scelta sarà costretto da ragioni di equilibrio a giocare un calcio in tutto e per tutto offensivo. Sempre che la scelta rimanga questa, visto che il primo proposito una volta subentrato era di coprirsi con un baricentro più basso rispetto alla disastrosa difesa alta proposta da Abel.

Spazio gratuito di propaganda pro-Tenerife. Giuro che nessuno mi paga per dirlo, ma fatti una serie di calcoli (un Barça che si dosa di più rispetto alla passata stagione, i prolungati lavori in corso del Madrid, la relativa sproporzione fra i mezzi di partenza), è la squadra di Oltra quella che a mio avviso ad oggi gioca il calcio più bello di questa Liga. Tre punti fondamentali per tenersi a galla sopra la zona-retrocessione, tre punti conditi da una netta superiorità di gioco su una squadra che pure ha offerto anch’essa finora uno degli spettacoli migliori, ovvero il più che mai credibile Sporting Gijón.
In genere vedere sempre lo stesso film annoia, ma qui è l’esatto contrario: osservare la macchina macinare gioco indipendentemente dall’avversario, coi giocatori che si trovano a memoria e la palla (rigorosamente a terra) che si muove a mille all’ora per tutti i novanta minuti con un’intensità tremenda è osservare calcio allo stato puro.
Certo, è un calcio che presenta i suoi rischi (col baricentro alto se sbagli il tempo o la misura del pressing l’avversario può verticalizzare con grande facilità: è il caso del gol del vantaggio realizzato in apertura dallo Sporting, che un Diego Castro col colpo in canna ce l’ha sempre) però a lungo andare il Tenerife impone la logica del suo calcio. Anzi, c’è pure da fare i complimenti a uno Sporting che conferma l’enorme crescita difensiva rispetto alla passata stagione (la coppia di centrali Botía-Gregory è uno dei must di questa Liga): non è facile passare un’ora a rincorrere il pallone senza perdere mai l’ordine, eppure lo Sporting per lungo tempo ha concesso poche occasioni, con coperture e interventi difensivi sempre precisi.
Va aggiunto che i suoi gol il Tenerife se li deve sempre sudare sino all’ultima goccia, e questo è un handicap che ahinoi lo manterrà in zona-pericolo fino alla fine della stagione. Si conferma la carenza di talento negli ultimi metri e di giocatori che attacchino con convinzione nell’area avversaria: assoluta delusione rispetto agli standard della scorsa Segunda è stato finora l’atteso Alejandro Alfaro, innocuo tra le linee e inesistente in fase conclusiva: non a caso il Tenerife migliora e trova il gol decisivo con Nino solo quando l’ex sevillista viene spostato a destra e in attacco viene aggiunto peso affiancando a Nino un'altra punta di ruolo, il vivace Ángel. È un problema quello offensivo che andrà se non risolto attenuato (magari anche con interventi sul mercato a gennaio) per valorizzare appieno la straordinaria mole di lavoro in mediana della coppia Mikel Alonso-Ricardo, autentiche colonne portanti, e i colpi da ala vecchio stampo del divertentissimo mancino Omar.

Valencia in rampa di lancio. Al di là della prestazione, i tre punti del San Mamés offrono al Valencia l’opportunità d’oro di misurare tutta la sua credibilità di grande squadra. La prossima è in casa col Real Madrid, a soli tre punti e con la possibilità quindi di essere agguantato.
Partita strana alla Catedral, né Athletic né Valencia entrano mai appieno in gara: il Valencia ha un certo predominio territoriale e nel possesso-palla, ma scarsissima profondità; l’Athletic riesce ad andare solo a fiammate, non riesce a costruirsi i presupposti per una buona partita in contropiede (ammesso che il proposito fosse questo) e perde anche la “stampella” Llorente, sostituito in corsa da De Marcos, che per quanto interessante di ruolo è un esterno o al massimo una seconda punta.
La partita si sblocca solo nella ripresa: in una delle sue fiammate l’Athletic trova il gol (con Muniain, che oltre al gol da opportunista propone un paio di spunti favolosi: questo qui puzza di fenomeno lontano un miglio… guardate l’occasione nel finale in cui scarta Miguel: non è che lo dribbla, semplicemente lo ignora e passa oltre, che è ben diverso), ma il Valencia risponde subito con una prodezza di Villa (Pablo Hernández, che per tutta la partita si era spostato dalla sinistra verso il centro ristagnando in una posizione molto poco produttiva, fa finalmente quello che deve: tagliare senza palla per creare superiorità assieme a Joaquín, e liberarsi per il cross dal fondo). Per l’Athletic si aggiungono un secondo giallo rigoroso se non ingiusto a Koikili, e il pasticcio di Iraizoz che consegna a Mathieu la palla del gol decisivo. I baschi senza aver mai trovato davvero il filo del gioco si tengono comunque in piedi col loro enorme orgoglio, e pure in dieci si conquistano l’occasionissima per pareggiare dagli undici metri, ma la conclusione di David López (il cui impiego in assenza di Gurpegi ha ripristinato il 4-4-2 classico con due esterni di ruolo messo da parte nelle ultime giornate) si stampa sul palo.

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lunedì, aprile 20, 2009

Il punto sulla trentunesima giornata.

GIOCATE SABATO
Barcelona-Getafe 0-1: Messi 19'.
Recreativo Huelva-Real Madrid 0-1: Marcelo 49'.
Atlético Madrid-Numancia 3-0: Banega 62'; Forlán 79'; Simão 90'.
Athletic Bilbao-Deportivo 0-1: Pablo Álvarez 85'.
Málaga-Mallorca 1-1: Apoño 53'(Mlg); Arango 58'(Mll).

GIOCATE DOMENICA
Valladolid-Villarreal 0-0
Espanyol-Racing 1-0: Iván Alonso 56'.
Almería-Osasuna 2-1: Negredo 70'(A); Pandiani 83'(O); Negredo 88'(A).
Valencia-Sevilla 3-1: Escudé 9'(S); Villa, rig. 45'(V); Mata, rig. 83'(V); Pablo Hernández 90'(V).
Betis-Sporting 2-0: Emana 7'; Emana 70'.


Il Barça spende, il Madrid accumula.

Fermandosi alla qualità della prestazione, si direbbe l’ennesima giornata favorevole al Barça, ma guardando un po’ più in là la prospettiva cambia, e le certezze di tutta una stagione potrebbero non essere più così tanto salde.

La partita del Coliseum di Getafe sfiora il paradosso: per un tempo, il primo, uno dei migliori Barça della stagione meriterebbe la goleada se non fosse per qualche spreco di troppo e per le parate del nazionale serbo Stojkovic (innesto invernale, grande innesto: titolare da sole due partite e già padrone per personalità, prestanza e riflessi), nella ripresa invece, pur non venendo impegnato seriamente Valdés, in qualche momento si ha quasi la sensazione che la beffa possa arrivare per gli uomini di Guardiola, che hanno finito i 90 minuti un po’sulle gambe.

Barça veramente dominante nel primo tempo, si installa prepotentemente nella metacampo avversaria e da lì non si schioda. Piqué e Márquez tracciano una linea insormontabile all’altezza del cerchio di centrocampo, il pressing altissimo porta a raddoppiare e a volte triplicare sui giocatori del Getafe che non vedono possibilità di scampo; la manovra scorre più fluida che mai (già dopo la partita contro l’Athletic avevamo notato come la presenza di Busquets davanti alla difesa apporti un movimento senza palla e una gestione degli spazi più favorevole all’azione di Xavi e Iniesta di quanto non succeda invece con Yaya Touré), e l’accentramento di Messi dopo pochi minuti genera una situazione di superiorità fra le linee nei confronti del 4-4-1-1 del Getafe (mentre Alves rimane largo a destra l’argentino si muove alle spalle di Polanski e Casquero, con davanti Eto’o e anche Henry che tagliando dalla sinistra impegna i due difensori centrali del Getafe, si libera alla conclusione e si mangia pure dei gol belli grossi).
Col Getafe tutto schiacciato e il Barça che ha grande continuità di manovra fra centrocampo e attacco, il gol di Messi è un evento inevitabile. Esposti i meriti del Barça, vanno però sottolineate le gravi colpe di Víctor Muñoz, tecnico ancora una volta non all’altezza purtroppo: come se non bastasse il Barça, le sue scelte auto-incarcerano nella propria metacampo il Getafe, regalando un 50% di dominio al Barça.
Scelte di bassissimo profilo: Víctor si fascia la testa ancor prima di rompersela mandando in panchina Granero e Albín, i due elementi di maggior qualità; al loro posto Contra e Manu del Moral. Ti privi dei due giocatori capaci di trattenere palla, combinare nello stretto e far salire la squadra, riduci la tua strategia a un “rincorrere, rincorrere, rincorrere” che contro il Barça alla lunga equivale al suicidio.
Nessuno dice che tu debba fare la partita, ma i blaugrana son sicuramente più vulnerabili se almeno un minimo li costringi a guardarsi anche alle spalle e se di quando in quando li porti a difendere ripiegando nella loro metacampo, situazione tattica alla quale la squadra di Guardiola non è particolarmente predisposta. Invece, niente di tutto questo (che, tra l’altro, è ciò che il Geta aveva fatto pari pari all’andata al Camp Nou), e le dichiarazioni a fine partita di Víctor Muñoz, che giustifica la scelta di Contra al posto di Granero (che peraltro mancherà domani al Bernabeu per la solita deprecabile clausola contrattuale) sostenendo che il rumeno gli serviva per avere più precisione nei passaggi (!?!?), sono una presa in giro della quale non si sentiva un gran bisogno.
Nella ripresa comunque il Getafe ha improvvisamente bisogno di passaggi meno precisi, e così entra Granero (e, più avanti, anche Albín e Uche, cioè quelli bravi): guadagnano qualche metro i padroni di casa, in coincidenza con un calo fisiologico del Barça.
Il secondo tempo catalano è di qualità nettamente minore, ma alla fine efficace: fa la differenza il sacrificio di giocatori come Henry, sempre pronto a ripiegare in aiuto al terzino. Non riesce più ad attaccare in blocco il Barça, si accontenta di stringere i denti e le maglie, affidandosi in fase offensiva perlopiù alle azioni individuali: anche così il Getafe non crea nulla, e anzi gli ospiti avrebbero più di una palla per chiudere anticipatamente il match, ma prima il guardalinee (segnalazione dubbia) e poi il palo fermano rispettivamente Messi ed Eto’o (più errore che sfortuna per il camerunese, che sceglie l’angolo sbagliato nell’uno contro uno con Stojkovic).

Ciò che potrebbe far cambiare la prospettiva da qui a fine stagione è la fatica. Il finale di stagione blaugrana sarà massacrante, andranno via energie preziose, fisiche e mentali. Mercoledì il Sevilla, sabato il Valencia, poi il Chelsea due volte e quindi il Real Madrid. Senza respiro.
Il successo della squadra di Guardiola ha sì una componente collettiva, ma non può fare a meno della brillantezza di tre giocatori: Messi, Alves e Iniesta. Ognuno di questi tre, per motivi diversi, non è sostituibile. Finora Pep aveva potuto preservare questi giocatori col turnover, ma ora, con tutti questi impegni delicatissimi e ravvicinati, col Madrid che presumibilmente continuerà a braccare, andranno tutti spremuti fino all’ultima goccia. Nulla di male, se non fosse che Messi comincia a mostrare qualche segno di appannamento (l’abilità palla al piede li nasconde, ma lo spunto sul breve non è quello dei periodi di forma migliori) e che lui come gli altri potrebbe non arrivare al meglio agli appuntamenti finali.

Solito Madrid: domina nelle due aree, e questo basta e avanza contro la maggior parte degli avversari. Tre punti come al solito meno vistosi di quelli del Barça ma relativamente più facili. Quattro difensori più i due mediani (tornano Gago e Lass in coppia, mentre Sneijder entra nella ripresa, si infortuna e ne avrà per cinque settimane) blindano tutto dietro, davanti si aspetta invece le cavalcata di Robben e Higuaín e lo spunto di qualcun altro a turno.
Stavolta lo spunto è di un Gago che per un momento, il primo in due anni e mezzo di calcio europeo, ricorda quello del Boca Juniors: strepitosa verticalizzazione nello spazio, a fare le veci del Rodrigo Palacio di un tempo c’è Marcelo, che sorprende Iago Bouzón e fredda Riesgo sul primo palo. Continua la sua ascesa il brasiliano, tornato nell’occasione terzino, il ruolo nel quale continuando a dargli fiducia potrà diventare per il Madrid qualcosa di molto importante, magari non al livello di Alves per il Barça, ma al livello di miglior terzino sinistro della Liga sì, e pure di slancio.
Fatto il gol, il Madrid potrebbe chiudere tranquillamente in contropiede in più di un’occasione, ma decide di lasciare vivo un Recre di una tenerezza commovente. Il trio Camuñas-Sisi-Colunga (coadiuvati da Aitor, mancino che stavolta parte a destra nel 4-2-3-1 con cui Álcaraz rinnega il 4-1-4-1 del girone di ritorno) ha anche una vivacità interessante, poi dalla panchina si aggiungono pure il gigante Ersen Martin e Akalé (il cui scarso utilizzo continuo a non capire), ma insomma, un 80% buono delle squadre della Liga (ancora di più il Recre, che è notoriamente una delle più povere) è incapace di rimontare un Real Madrid con la barriera Gago-Lass e un centrale come Pepe: nell’élite della Champions il portoghese non ha mostrato uguale prepotenza (anzi…), ma nel panorama della Liga un corpo a corpo con Pepe rapprsenta la più frustrante delle esperienze per l’attaccante spagnolo medio. Superiorità fisica imbarazzante, che pesa ancora di più quando Gago e soprattutto Lass impediscono agli avversari di arrivare indisturbati fino al limite dell’area di Casillas.


Bernardino fa un gran casino.


Esco sconvolto, sconvolto e al tempo stesso deliziato, dallo “spettacolo” del Mestalla. Il motivo di sensazioni così ambivalenti è lo stesso: il signor Bernardino González Vázquez, l’arbitro. Mi dichiaro stregato dalla fantasia di quest’uomo, degna di un Dalí: una fantasia capace di trasformare un’entrata dura ma al massimo da ammonizione di Adriano in un rosso diretto e al contrario di vedere in una mossa di kung-fu di Luis Fabiano un semplice cartellino giallo; una fantasia capace di premiare col rigore un tuffo carpiato di Mata e, di passaggio, trasformare una squadra senza capo né coda come il Valencia in un candidato credibile per il quarto posto.
Non parliamo poi della gestione magistrale di tutta la partita: un espulso e quindici ammoniti (QUINDICI), e la ferrea volontà di trasformare una gara inizialmente placida in una rissa da bar. Ci sarebbe riuscito, non fosse stato per il sostanziale autocontrollo dei protagonisti, compreso quello di Jiménez che si fa cacciare solo a pochi minuti dal novantesimo.
In questo contesto, le due squadre si sono impegnate per farci vedere meno calcio possibile: più compatto il Sevilla, meritatamente in vantaggio e propostosi con molta più personalità nella metacampo avversaria (la compresenza di Romaric, Duscher e Renato, stavolta in un 4-5-1 con Perotti largo a sinistra, preferito dall’inizio a Luis Fabiano, garantisce qualche momento di manovra un po’ più elaborata, ma parlare di buon calcio sarebbe uno sproposito); totalmente allo sbando il Valencia, che fino alla superiorità numerica regalata da Bernardino era incapace di mettere due passaggi in fila dalle retrovie.
Nel secondo tempo i padroni di casa approfittano dell’uomo in più quando trovano qualche spazio per il contropiede, l’unica maniera in cui i loro assi offensivi son riusciti a entrare in azione ieri sera. A decidere però è una follia di “Mister Sobrietà” Fernando Navarro, che di punto in bianco schiaffeggia dentro l’area un cross di Vicente (subentrato per fare il terzino, giusta mossa d’emergenza di Emery: in quella situazione Alexis terzino sinistro, pure se forzato dalle assenze, rappresentava solo un intralcio), regalando a Mata il rigore del 2-1. Chiude tutto il contropiede finale di Pablo Hernández (continuano a salire le azioni del canterano, ancora di più quando Joaquín al momento del cambio non guarda nemmeno in faccia Emery).


Le altre

Nella corsa fra zoppi al quarto posto l’Atlético fa un altro passettino avanti (giocando in maniera orribile, of course), mentre prosegue il brutto momento del Villarreal: primo tempo sofferto a Valladolid, poi nella ripresa gli uomini di Pellegrini non approfittano nemmeno della superiorità numerica (espulsione di Iñaki Bea) e sprecano un rigore con Giuseppe Rossi. Delle tre concorrenti per il quarto posto il Villarreal sarebbe l’unica ad avere un progetto solido, ma in questi sprint finali contano altre cose, le motivazioni, la forma e anche le individualità offensive, e da questo punto di vista Valencia e Atlético sono avvantaggiate.
Frena il Málaga in casa (due grandi gol alla Rosaleda, dell’uomo-mercato Apoño e di Arango, quest’ultimo con un piccolo aiuto di Goitia), il Deportivo inguaia (relativamente: la distanza dalla terzultima resta la stessa) l’Athletic con un gol di Pablo Álvarez, buon rincalzo sull’ala destra.

Sbanca tutto Nogués: due partite, due vittorie e un cuscinetto di sette punti sul Recreativo terzultimo che mette quasi al sicuro il Betis (ed è giusto così, non si può ripetere uno scempio come quello del Zaragoza la scorsa stagione…).
Quello del Ruiz de Lopera è il classico scontro-salvezza: squadre nervose, contratte, zero gioco e tanta paura di sbagliare. Nessuno ha il controllo del gioco, e così a decidere è la potenza degli attacchi: qui non c’è gara, Edu-Emana-Mark González dietro Ricardo Oliveira. Soprattutto Emana, è lui il trascinatore, come in tutta la stagione del resto: un’altra doppietta decisiva dopo quella al Racing. Strepitoso il primo gol al volo, facile ma ugualmente importante il secondo, a porta vuota dopo un pasticcio fra Cuéllar (al rientro dopo tre mesi di infortunio) e José Ángel. Il camerunese è un giocatore dall’energia fuori dal comune, una mina vagante sulla trequarti che associa una forza muscolare incredibile a ottimo tocco di palla e buona predisposizione al dialogo coi compagni. Una delle sensazioni di questa Liga.
Dall’altra parte gira a vuoto tutta la serata lo Sporting, che accusa l’assenza di Diego Castro (imbarazzante il sostituto, Kike Mateo adattato a sinistra) ed è insolitamente privo di mordente in attacco.

Battuta d’arresto per l’Osasuna (con assenze importanti: i due iraniani Nekounam e Masoud e Plasil), che paga dazio all’Unión Deportiva Negredo. Non si arrende l’Espanyol, che da tempo ha invertito la dinamica di gioco ma che fatica sempre a tradurla in gol (a leggere “Tamudo-3 gol” si strabuzzano gli occhi).


CLASSIFICA
1 Barcelona 78
2 R. Madrid 72
3 Sevilla 57
4 Valencia 52
5 Atlético 49
6 Villarreal 49
7 Málaga 47
8 Deportivo 46
9 Valladolid 40
10 Betis 37
11 Almería 37
12 Mallorca 36
13 Racing 36
14 Osasuna 35
15 Getafe 34
16 Athletic 34
17 Sporting 33
18 Recreativo 30
19 Espanyol 29
20 Numancia 28

CLASSIFICA MARCATORI
Etoo 26 (Barcelona, 2 rig.)
Villa 23 (Valencia, 8 rig.)
Forlán 21 (Atlético Madrid, 3 rig.)
Messi 20 (Barcelona, 3 rig.)
Negredo 19 (Almería, 4 rig.)

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sabato, marzo 28, 2009

Protagonisti: José Ángel (Sporting).

Potete trovare un mio post su José Ángel, in versione riadattata, anche sul "Bar delle Antille".

L’ultima perla di Mareo


Nome: José Ángel Valdés Díaz.
Luogo e data di nascita:
Gijón; 05/09/1989.
Altezza: 1,82 m
Peso: 75 kg.
Ruolo: terzino sinistro.
Carriera:1994/96 Roces (1994-1996); La Braña (1996-1997); Settore giovanile dello Sporting (1997-; Sporting (2008-.

La linfa vitale del Real Sporting de Gijón si chiama “Escuela de fútbol Ángel Viejo Feliú”. Più comunemente conosciuto come Escuela de Mareo, dal nome del quartiere della periferia di Gijón che lo ospita, si tratta di un centro sportivo, inaugurato nel 1978, che ospita oltre alle formazioni di calcio femminile, tutte le squadre del settore giovanile dello Sporting.
Fiore all’occhiello del club, uno dei vivai più celebri di Spagna, ha prodotto negli anni gente come Luis Enrique, Villa, Abelardo, Juanele, Manjarín e Angulo fra gli altri, e non a caso si parla di linfa vitale. È Mareo infatti che ha letteralmente tenuto in vita lo Sporting negli ultimi anni, quando i biancorossi hanno rischiato il fallimento: la vendita nel 2001 delle strutture del centro sportivo al Comune di Gijón (il quale comunque attualmente le affitta al club) permise di incassare denaro fresco per far fronte ai debiti, mentre più a largo raggio il serbatoio di giocatori della cantera ha salvaguardato la competitività sportiva a dispetto delle ristrettezze economiche, fino a costruire le premesse del ritorno in Primera.
A detta di tutti la scorsa estate il prodotto più atteso della cantera sportinguista era il terzino sinistro Roberto Canella, 21 anni, titolare dell’Under 21 e inamovibile nell’undici dello Sporting già da diverse stagioni. Tutto bene, Canella ha mantenuto le promesse, quelle di un terzino affidabile e già molto richiesto sul mercato (si son fatti i nomi di Aston Villa e Real Madrid), ma dietro di lui ha fatto tempo ad emergere un talento di livello superiore. Se Canella è destinato a una lunga e più che dignitosa carriera da giocatore di Primera, José Ángel infatti pare roba davvero seria.
Lo Sporting si frega le mani, ha già pianificato tutto: vendere bene Canella quest’estate per poi trovarsi tra le mani quello che potenzialmente è il laterale completo e di grande spessore che la fascia sinistra della difesa della nazionale tanto attende.

José Ángel Valdés Díaz, per gli amici “Cote” (nomignolo che il diretto interessato vorrebbe portare anche sulla propria maglia) inizia da bambino con le squadre del Roces e de La Braña, per poi entrare a otto anni nel settore giovanile dello Sporting. Compiuta tutta la trafila, il salto di qualità arriva fra la scorsa stagione e l’inizio di questa.
Inizia il 2007-2008 con la formazione Juvenil (l’ultimo gradino prima delle squadre filiali), ma a metà stagione viene promosso nello Sporting B. Ben presto richiama l’attenzione di Manolo Preciado, che lo aggrega alla prima squadra nell’ultimo precampionato. Trova i suoi minuti e si mette in evidenza nelle amichevoli (fra le quali un ottimo spezzone contro il Milan), cominciando la stagione con lo Sporting B ma restando a disposizione come rincalzo per la prima squadra.
La Copa del Rey è il palcoscenico che Preciado gli regala, e dopo le buone prestazioni da titolare nei turni contro Numancia, Valladolid e Athletic Bilbao, arriva anche l’esordio nella Liga, l’8 Febbraio, un breve cammeo al Camp Nou. Ventiquattro ore dopo arriverà anche il primo contratto da professionista, per cinque stagioni a partire dalla prossima, con clausola rescissoria fissata a 18 milioni di euro.
L’ultimo mese è la sua vetrina: in casa del Villarreal, l’assenza di Diego Castro induce Preciado ad avanzare Canella a centrocampo, dietro al quale José Ángel trova così lo spazio per la prima presenza in campionato da titolare. L’infortunio di Canella poi spalanca definitivamente le porte al canterano, sempre nell’undici di partenza nelle ultime gare con Mallorca, Osasuna, Deportivo e Numancia: prestazioni caratterizzate principalmente dalla disciplina difensiva e dal desiderio di non strafare, ma già impreziosite dal primo gol nella Liga, la sassata su calcio di punizione che stende il Depor al Molinón (nell’ultima giornata invece un altro “zurdazo” su punizione forza l’errore del portiere del Numancia Juan Pablo che regala il gol del momentaneo pareggio a Barral).
Conseguenza di questa vetrina, la prima convocazione per l’Under 21, nell’amichevole “sperimentale” in Irlanda. Dovrebbe far parte del prossimo ciclo e probabilmente disputare anche il Mondiale del prossimo settembre con l’Under 20, sempre che qualcuno ai piani più alti non decida di bruciare le tappe…

Quello che salta all’occhio di José Ángel è il repertorio sulla carta sconfinato. L’unica incognita può riguardare la sua maturazione tattica e soprattutto psicologica, discorso logico per un giovane alle prime armi, perché atleticamente e tecnicamente ha tutto per arrivare ai massimi livelli del ruolo.
Fisico slanciato, agile ed elastico, esplosivo, grande facilità di corsa, polmoni per coprire da solo tutta la fascia, dal primo al novantesimo minuto. Le qualità atletiche naturali lo rendono un durissimo cliente per qualsiasi ala: finchè lo sostiene la concentrazione, José Ángel è infatti un terzino molto difficile da superare nell’uno contro uno, perché è tanto agile, reattivo e rapido sul breve (perfetta la partita difensiva su Juanfran dell’Osasuna, dribblatore dal primo passo micidiale) quanto veloce nel recupero sulla lunga distanza (non a caso è lui a rimanere come ultimo uomo a difendere sui calci d’angolo).
Aggressivo nel pressing, solido nei contrasti, deciso ed efficace quando ricorre al tackle, aiutato anche dalle lunghe leve. Può migliorare il gioco aereo, ne ha i mezzi. Alle grandi risorse tecniche e atletiche occorrerà poi aggiungere la disciplina tattica per completare il bagaglio difensivo. Molto attento in queste prime gare da titolare, deve tuttavia migliorare il posizionamento: in qualche occasione può lasciarsi scappare l’uomo nella zona alle sue spalle (vedi un paio di situazioni nella gara col Mallorca), e anche nelle diagonali può crescere.

Il vero valore aggiunto di José Ángel in prospettiva è però rappresentato dalle doti offensive. Guardando al futuro, potrebbe davvero offrire quel qualcosa in più che manca a Capdevila e Fernando Navarro, attuali inquilini della fascia sinistra difensiva della Selección, terzini corretti ma di scarsa profondità.
José Ángel non è solo un terzino che accompagna con grande velocità e aggressività l’azione offensiva, José Ángel ha le qualità per creare gioco in prima persona ed esserne protagonista. Caratteristica non molto evidente in queste sue prime uscite, nelle quali un misto di inesperienza e voglia di non complicarsi la vita lo ha visto spesso ricorrere al rilancio a casaccio, ma decisamente riscontrabile in pochi ma promettentissimi lampi palla al piede (per valutare un giovanissimo è questo che conta: non tanto quello che fa adesso, ma quello che potrà fare fra un paio di anni sulla base delle proprie doti).
Non sono tanti i terzini con questo controllo di palla, non sono tanti i terzini capaci di sgusciare come un’anguilla fra due avversari in pressing, non sono tanti i terzini capaci di giocare l’uno contro uno da fermo, di caracollare, fintare e mandare a vuoto l’avversario come un’ala consumata. José Ángel non si sovrappone giusto per portare via l’uomo al compagno e buttare lì qualche cross di tanto in tanto, ma ha la personalità e le qualità di palleggio per temporeggiare, scegliere di volta in volta l’opzione migliore e imbastire triangolazioni e combinazioni palla a terra come fosse un centrocampista in più (del resto il suo ruolo d’origine, e lo è stato fino a due anni fa, è proprio quello di esterno sinistro di centrocampo). Quando limiterà certe giocate precipitose, certe palle spazzate via o certi cross avventati dalla trequarti, allora avremo un terzino capace di conquistare il fondo una volta sì e l’altra pure.
Oltre a questo, un ottimo piede sinistro. Un calcio secco e violento (le punizioni le calcia di potenza, cercando lo spiraglio attraverso la barriera), traiettorie tese e veloci ma mai caratterizzate dalla sola rabbia. Quando va al cross alza sempre la testa tagliando bene i traversoni, e anche i rinvii lunghi dalla propria metacampo giungono ben calibrati a destinazione, per la torre di Bilic o per la profondità di Barral alle spalle della linea difensiva avversaria. Non di rado utilizza anche il destro per rientrare al cross, ma è chiaro che deve migliorare parecchio la precisione.


Il gol al Deportivo


Video José Ángel (amichevoli estive; http://futbolecciones.blogspot.com/)



FOTO: http://www.realsporting.com/

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giovedì, settembre 25, 2008

QUARTA GIORNATA: Real Madrid-Sporting 7-1: Van der Vaart 2 (R); Higuaín (R); Van der Vaart (R); Robben (R); Kike Mateo (S); Raúl 2 (R)

Rammarico in casa Sporting: solo sfiorata la tabellina del due. Due gol incassati alla prima giornata, quattro alla seconda, sei alla terza, sette ieri: 19 dopo quattro giornate (e zero punti in classifica, of course), un’ indecenza per la quale francamente non può valere la giustificazione dell’ aver affrontato subito tutte le big (e ora arriva il Villarreal, capolista e in ottima forma). Se persino il generoso e “romantico” Barça domenica aveva giocato a tennis, figuratevi il “cinico” Real Madrid, che alla prima verticalizzazione ti squarta. Così effettivamente è stato, dopo un quarto d’ora in cui i merengues avevano lasciato giochicchiare l’ avversario, come spesso capita loro.
Questa squadra tende a colpire in maniera immediata, senza prima passare per il controllo del gioco: non entusiasmerà mai da questo punto di vista, ma personalmente, al di là dell’ indebolimento tecnico determinato dalla cessione di Robinho, vedo un Madrid decisamente più convincente dal punto di vista collettivo rispetto a quello dello stesso momento della passata stagione: quello tendeva a spezzarsi in due tronconi e a subire molte occasioni, questo invece segue la stessa buona strada intrapresa nel finale dello scorso campionato: cioè non concede più tante palle gol all’ avversario, ripiega in maniera ordinata quando non ha il pallone e mantiene idee chiare e grande efficacia quando lo recupera. Ovvio che non si possa giudicare molto da questa partita, ma il Real Madrid delle grandi resta quella con più certezze al momento attuale.

Schuster attua il turnover, fuori Sergio Ramos oltre agli infortunati Guti e Gago, ancora una volta schivato abilmente il dilemma Raúl-Higuaín, stavolta riposa Van Nistelrooy (ma la sceltà andrà fatta comunque, perché nelle partite-chiave né Ruud né Robben sono discutibili). Preciado il suo undici invece lo rivoluziona proprio, cambiando 8/11 in cerca di una scossa: mentre Colin rimpiazza logicamente lo squalificato Gerard, sono perfettamente comprensibili i rientri alla titolarità di Canella e Míchel, gli accantonamenti di Matabuena e di Sastre-desastre (nemmeno convocati, così come il difensore centrale Jorge, titolare in tutte le partite precedenti) con il contestuale esordio di Diego Camacho a centrocampo, e, perché no, risulta accettabile anche l’ innesto dal primo minuto di Barral al posto di Bilic. Meno convincente invece la rinuncia a Diego Castro, che è pur sempre il miglior giocatore di una squadra che in fondo non si chiama Manchester United, e a Carmelo, che aveva mostrato cose interessanti (torna titolare Kike Mateo, uno dei protagonisti della promozione) nelle gare precedenti.
Come detto, l’ inizio dello Sporting non è stato male, come atteggiamento e come copertura degli spazi: più spavaldo di Racing e Numancia, non si limita a fare densità nella propria metacampo, ma cerca di chiudere le linee di passaggio più avanti, quando a impostare sono i difensori madridisti. La proposta di Preciado sembra credibile perché il Madrid inizia un po’ legato e gli ospiti recuperano con una certa facilità il pallone in mediana, non rifiutando la manovra elaborata e le sovrapposizioni sulle fasce, soprattutto a destra con Cámara e Pedro.
Peccato però che tutte queste buone intenzioni durino un quarto d’ ora, il tempo per il Madrid di far filtrare il primo pallone fra le linee ed andare in gol con un’ azione corale esemplare per velocità e verticalità: fra le linee si smarca l’ intelligentissimo De la Red, il passaggio di Diarra taglia fuori Míchel e Camacho in un colpo solo, Colin esce dalla difesa ma rimane a metà strada, perché De la Red ha il tempo di girarsi e perché si sta inserendo Van der Vaart; De la Red alza un pallonetto, Raúl prolunga di testa e Van der Vaart fulmina al volo nella zona che Colin ha abbandonato senza venir coperto né da Cámara né dall’ altro centrale Iván Hernández che si dimenticano di stringere.
Il diluvio: subito il primo gol gli altri vengono di conseguenza. Gli ospiti perdono facilmente le posizioni e il possesso del pallone, si allungano e perdono ogni minima velleità di pressing, in difesa non accorciano o lo fanno al momento sbagliato, gli attaccanti del Real Madrid si trovano quasi sempre in situazione di uno contro uno e la vigilanza sugli inserimenti dalla seconda linea è inesistente.
Così non è possibile competere ad alto livello, e infatti la partita si trasforma in “allenamento ufficiale” per il Real Madrid e in passeralla per un Van der Vaart sublime: deviato da Iván Hernández, ma il suo colpo di tacco per il 2-0 è arte pura, talmente bello che pure difensori e centrocampisti dello Sporting si fermano ad ammirarlo in area di rigore. Tanto per gradire poi lo Sporting si prende pure un bel contropiede con l’ uno contro uno per Robben, nell’ occasione gentile servitore di Higuaín: tre a zero alla fine del primo tempo.
Nella ripresa il Madrid giustamente rispetta chi ha pagato il biglietto continuando a garantire gol e belle giocate: il piattone chirurgico di Van Der Vaart (su intelligente scarico di Raúl) completa la tripletta di Rafa, che poi si esalta ancora con un magnifico suggerimento in profondità per Robben, che ridicolizza la spalancata difesa asturiana. Infine, detto dell’ intermezzo di beneficenza col gol di Kike Mateo (il minimo per quei tifosi che sul 7-1 facevano ancora sentire il coro “Sporting! Sporting!”), c’è gloria finalmente anche per Raúl, non più giocatore decisivo (non raccontiamoci storie) ma comunque splendido nel pallonetto del settimo gol, colpo più volte mostrato durante la propria carriera.

I MIGLIORI: Van der Vaart si prende l’ Oscar: fa le cose più determinanti e senza mai scinderle da un’ espressione artistica di prim’ ordine. Come ribadito in altre occasioni, dà il meglio di sé negli ultimi metri di campo, a ridosso dell’ area di rigore piuttosto che nella costruzione del gioco a metacampo. Ancora una buona prestazione di De la Red, che ha dovuto approfittare degli infortuni di Sneijder, Guti e Gago per trovare lo spazio che merita. Chissà che il fatto di essere canterano possa finalmente smettere di essere una colpa (magistrale la frase con cui Don Alfredo Di Stefano accolse a suo tempo l’ acquisto di Gago: “ma come, ci andiamo a comprare le uova fuori quando abbiamo già la gallina in casa?”): intanto Rubén sfrutta questa parentesi muovendosi per il campo con il solito criterio e la solità personalità nel tessere il gioco. In una partita nella quale logicamente risalta più l’ aspetto offensivo, non va messa in secondo piano la prestazione di Diarra, che raramente sbaglia partita: perfetto il maliano nelel coperture, nell’ occasione ottimo anche nell’ avviare l’ azione del primo gol.
I PEGGIORI: Sarebbe del tutto fuori luogo fare nomi nello Sporting.

Real Madrid (4-3-3): Casillas s.v.; Torres 6, Pepe 6,5, Cannavaro 6, Marcelo 6,5; De la Red 7, Diarra 7 (53'), V. der Vaart 8,5; Robben 6,5 (67'), Raúl 6,5, Higuaín 6,5 (61').
In panchina: Dudek, Heinze, Salgado, Javi García s.v. (53'), Drenthe s.v. (67'), Saviola s.v. (61'), V. Nistelrooy.
Sporting (4-2-3-1): S. Sánchez 6; R. Cámara 5 (46'), Colin 5,5, I. Hernández 5, Canella 5,5; Míchel 5, D. Camacho 5,5; Pedro 5,5 (56'), Kike Mateo 5,5, Maldonado 5 (46'); Barral 5.
In panchina: Cuéllar, Neru s.v. (46'), Andreu, D. Castro s.v. (46'), De Lucas, L. Morán s.v. (56') Bilic.

Goles: 1-0 (17'): Van der Vaart, con la izquierda. 2-0 (32'): Van der Vaart, de tacón con la zurda. 3-0 (36'): Higuaín, con la derecha, pegado al palo. 4-0 (46'): Van der Vaart. 5-0 (50'): Robben, de zurda. 5-1 (53'): Kike Mateo, con la derecha, tras pase de Barral. 6-1 (58'): Raúl, a puerta vacía. 7-1 (63'): Raúl, de vaselina con la izquierda.
Árbitro: Rodríguez Santiago, del Colegio Castellano-Leonés.
Incidencias: Bernabéu. 80.000 espectadores.

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