lunedì, novembre 22, 2010

Poteva venire un funerale migliore, Juanma.


Non analizzeremo l’Almería-Barça di avantieri. Questo blog solitamente non pubblica articoli sugli allenamenti infrasettimanali, e non vedo perché dovrebbe farlo quando vengono invece spostati al sabato. Parleremo del disastro dell’Almería, e dell’ esonero di Juanma Lillo, ormai annunciato da settimane.
Un altro fallimento nella carriera di un allenatore discusso, che dopo il “miracolo” del Salamanca di inizio carriera, quando arrivò ad allenare in Primera a soli 29 anni (record assoluto), dopo due promozioni consecutive ottenute partendo dalla Segunda B, non è più riuscito ad accompagnare alle belle parole i risultati, nonostante la stima di colleghi di prestigio come lo stesso Guardiola (che nelle elezioni del Barça 2003, da direttore sportivo designato del candidato Bassat, avrebbe voluto proprio Lillo sulla panchina blaugrana).
Dopo 28 giornate della Liga ‘95-’96 il Salamanca lo esonera, e da lì una sfilza di licenziamenti con Oviedo, Tenerife, Zaragoza, Ciudad de Murcia e Terrassa, condita dalla fama di parolaio (un blog raccoglie le sue perle) e dalla beffarda storpiatura in “Juan Malillo”, dall’aggettivo “malo”, cattivo.

Nel dicembre dello scorso anno prende in corsa l’Almería, dopo quasi dieci anni di assenza dalla Primera (esonero dal Zaragoza 2000-2001 dopo solo quattro giornate), e la cosa sembra anche funzionare. Solo pallone negli allenamenti, un’idea di gioco più attraente di quella di Hugo Sánchez, risultati e prestazioni più che interessanti, e un rispettabile tredicesimo posto finale.
Questa stagione però, con la possibilità di modellare sin dall’estate una squadra tutta sua, il tracollo. Tentativo dopo tentativo, è sembrato non capirci molto, fino al ridicolo col Barça. Era partito con l’ambiziosissimo intento di alternare al 4-3-3 un 3-3-1-3 alla Cruijff. Elaborare sin dalla difesa, possesso-palla come principio ordinatore anche della fase difensiva, addirittura difesa a tre con due terzini d’attacco nella seconda giornata, in casa con la Real Sociedad. Qui il primo campanello d’allarme: Juanma Ortiz come terzo a sinistra non è proponibile, voragini dietro ogni volta che l’Almería perde palla, partita riacciuffata con il carattere più che con il gioco, e difesa a tre definitivamente abbandonata.
Dopo la sconfitta casalinga col modestissimo Levante della quarta giornata poi cominciano a moltiplicarsi le voci di un esonero, allontanate solo momentaneamente dalla vittoria in casa del Deportivo (Kalu Uche segna e va ad abbracciare proprio l’allenatore), dal passaggio del turno in Copa del Rey (contro la Real Sociedad) e dal prezioso pareggio al Vicente Calderón contro l’Atlético Madrid. Ma che al presidente Alfonso García Lillo non piaccia, risulta esplicitamente dalle interviste in cui parla di gioco che non c’è e mette naso persino nei metodi di allenamento. Possiamo dire tranquillamente che non aspettava altro che uno 0-8 casalingo, e che Lillo si sia seduto sulla panchina almeriense quest’ultima giornata solo per evitare che il nuovo allenatore si bruciasse nel proibitivo scontro col Barça.

Ma è innegabile che Lillo non sia riuscito a costruire un’identità credibile per questa squadra, arrivando a sconfessare apertamente anche i suoi propositi iniziali. Sconcertante l’ultima trasferta, a Bilbao, dove il tecnico ha completamente snaturato la formazione-tipo, passando alla difesa a 5, lasciando in panchina le ali Piatti e Crusat, il creativo Corona e puntando su due punte pesanti come Goitom e Ulloa, in cerca del lancio verso le torri e del conseguente sfruttamento delle seconde palle. Però col resto della squadra che non sapeva come uscire dalla propria metacampo e avvicinarsi ai due attaccanti, questo restava un pio proposito. “Ragazzi, quello che abbiamo provato fino ad oggi era tutto sbagliato, tentiamo un’altra cosa completamente diversa che non sapete giocare”. Una dichiarazione di resa. In tutto questo, l’acquisto-clou dell’estate, la mezzapunta argentina Diego Valeri, che doveva rappresentare l’elemento decisivo per rafforzare l’idea di gioco, è scomparso, “vaporizzato” come un personaggio di 1984.

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sabato, maggio 08, 2010

Si salvi chi può.

Nella serata che potrebbe decidere il titolo, anche la bassa classifica ribolle. Di seguito una ricognizione di tutte le squadre coinvolte dalla matematica, anche quelle che possono dirsi quasi salve o virtualmente spacciate.


XEREZ


ULTIMO/30 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -29. CALENDARIO: Zaragoza (casa); Osasuna (trasferta).

Applausi comunque. La salvezza è praticamente impossibile ormai, ma lo spirito dimostrato è encomiabile, e anche al di là dello spirito con Gorosito in panchina il Xerez ha mostrato soluzioni migliori in campo. Cambio di tecnico (modesto Ziganda) purtroppo tardivo, nonostante la sensibile crescita nei risultati.
Un Xerez che non rinuncia a giocare, nonostante le grosse carenze nel mezzo (con il prepensionato obeso Viqueira fuori gioco, manca chi veda al di là del proprio naso, anche se l’innesto di Víctor Sánchez accanto all’aspirapalloni Sidi Keita ha migliorato le cose rispetto al Bergantiños titolare della prima metà di stagione), e che trova le migliori soluzioni fra la trequarti e gli esterni: utilizzando più spesso il 4-2-3-1 che le due punte pure, Gorosito adatta sulla trequarti un esterno di ruolo (il mancino Momo e Calvo), alternando sulle fasce gli stessi Calvo e Momo e poi l’argentino Armenteros (buon giocatore) e soprattutto il cileno Orellana a destra, l’elemento maggiormente in evidenza: leggerino assai ma estroso e con un’ottima capacità nel trattenere il pallone e smarcarsi tra le linee con i tagli.
L’attacco è limitatissimo, sebbene Mario Bermejo (giocatore senza qualità che spiccano, ma capace di arrangiarsi un po’ in tutte le situazioni: spalle alla porta, in profondità, nel gioco aereo e nelle conclusioni sottomisura), storico mestierante delle serie inferiori, abbia ampiamente sconfessato (con 12 gol sonanti) nel girone di ritorno la sensazione di inadeguatezza alla categoria emersa nei primi mesi. La principale alternativa è un altro veterano del sottobosco, Míchel II, grezzo centravanti-boa, con l’acquisto invernale, l’argentino Alustiza impiegato spesso a partita in corso come seconda punta, ma mai dal primo minuto.
Gorosito preferisce una sola punta, come detto, e nelle gare più esigenti (soprattutto contro le grandi) adotta una variante più difensiva, un 4-1-4-1 con un uomo di pura copertura davanti alla difesa, solitamente il 36enne Vicente Moreno, ma anche (vedi Camp Nou) un difensore centrale adattato come l’ex sevillista David Prieto. Consolidata in difesa la coppia centrale formata dall’argentino Gioda e dal canario Aythami, deludente Renan fra i pali, il Xerez di Gorosito si è caratterizzato per una buona densità in fase di non possesso e per la capacità di ripartire senza buttare mai via il pallone.

FORMAZIONE TIPO (4-2-3-1): Renan; Francis, Gioda, Aythami, Casado; Víctor Sánchez, Sidi Keita; Orellana, Calvo, Armenteros; Bermejo.


VALLADOLID

PENULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -22. CALENDARIO: Racing (casa); Barcelona (trasferta).

Su questo blog generalmente le preferenze estetiche sono altre, ma non si può non simpatizzare con il fútbol anti-metrosexual del mitico Javier Clemente. L’unico, originale, con il marchio registrato. Personaggio detestato da una metà della stampa spagnola e guardato con sospetto dall’altra metà, ma con un carisma che nemmeno il suo più acceso detrattore potrebbe negargli, Javi ha subito imposto le sue ricette, gli inconfondibili difensori avanzati a centrocampo e, più sporadico, il doppio terzino. Nell’ultima partita casalinga col Getafe addirittura un “trivote” in mediana con Javier Baraja (fratello del “Pipo” valenciano, generalmente jolly difensivo con Mendilibar) a far legna accanto a Borja e Pelé (il migliore dei centrocampisti).
Al di là delle variazioni contingenti, la ricetta è comunque chiarissima: dopo la fallimentare parentesi di Onésimo, che aveva cercato un Valladolid più portato al possesso-palla (ottenendo risposte di sconcertante mollezza), si è tornati a privilegiare la riconquista del pallone come base, anche se con caratteri assai meno spregiudicati rispetto all’era Mendilibar. Quest’ultimo rischiava pressing e difesa altissima, Clemente infoltisce la propria metacampo, butta lungo il pallone e manda meno giocatori possibile in avanti, in modo da trovarsi subito pronto, blindato tutto dietro la linea della palla non appena l’attacco svanisce e gli avversari ne tornano in possesso. Per questo là davanti conta maggiormente rispetto a Mendilibar e Onésimo su Manucho, cristone capace di fare reparto da solo. Il forte Diego Costa, per caratteristiche tecniche e atletiche, si può adattare a partire anche da una posizione di esterno (ma con ampia licenza di incursione in area avversaria), mentre a ripresa inoltrata, con le squadre più lunghe, Clemente si riserva l’utilizzo di giocatori più leggeri e vivaci come il giovane rapidissimo esterno destro Keko (in prestito dall’Atlético Madrid), Alberto Bueno o il delizioso ma complicato Medunjanin. Altra novità di Clemente è la fiducia data al centro della difesa al portoghese Henrique Sereno, un altro degli acquisti invernali.
Le ricette di Clemente (mai una formazione uguale all’altra, quella sotto è puramente indicativa e ho trovato un po’ di difficoltà a inventarmela…) finora hanno pagato abbastanza, ma la salvezza resta lontanissima. Forse anche in questo caso il cambio in panchina è avvenuto con eccessivo ritardo.

FORMAZIONE TIPO (4-5-1): Jacobo; Barragán, Arzo, Sereno (Nivaldo), Nivaldo; Nauzet (Keko), Borja, Pelé, Javi Baraja, Diego Costa; Manucho.


TENERIFE

TERZULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI:-33. CALENDARIO: Almería (casa); Valencia (trasferta).

Una delle squadre più deboli ma anche più generose nei confronti dello spettatore, una delle più divertenti ma anche una delle più inconsistenti, con una differenza imbarazzante fra i 38 gol fatti (quintultimo attacco del campionato) e i 71 subiti (di gran lunga il dato peggiore di tutta la Liga). Un rendimento fuori casa catastrofico, una sola vittoria.
La squadra di Oltra se la gioca più o meno con tutti allo stesso modo, cercando di aggredire per prima. Ricerca della massima intensità e ritmo possibile nella manovra. Il tasso tecnico è quello che è, ma i movimenti sono mandati giù a memoria, l’offerta di appoggi ampia e nelle sue partite migliori il Tenerife fila che è un piacere: l’esterno di centrocampo stringe e si avvicina al portatore di palla, le punte a turno vengono incontro. Nel mentre l’esterno della fascia opposta si allarga per ricevere il cambio di gioco. Sempre due opzioni minimo per il portatore, e ottima copertura in ampiezza. I due terzini accompagnano costantemente l’azione offensiva, mentre nel corso dell’azione spesso uno dei due centrali di centrocampo si stacca per inserirsi a rimorchio. Benissimo fino alla trequarti, ma poi il Tenerife nel 99% dei casi si perde. Dove non basta l’organizzazione infatti deve subentrare il talento, la capacità di inventare e sorprendere. E al Tenerife ne manca, se è vero che una mole di gioco offensivo ragguardevole troppo spesso sfocia nel semplice cross buttato in area o nel tentativo velleitario da fuori area.
Nino i gol li fa sempre (13, finalmente in doppia cifra anche in Primera dopo una passata esperienza al Levante), è rapidissimo sul filo del fuorigioco e negli ultimi metri, ma la coppia che forma con Alejandro Alfaro non ha certo avuto lo stesso impatto che ebbe nella scorsa Segunda (39 gol in due!). Rispetto alle aspettative estive (quando sembrava che non dovesse prolungarsi il prestito dal Sevilla e i tifosi chicharreros lo attendevano come un salvatore della patria) Alfaro, accettabile dal punto di vista realizzativo (7 gol), vivace e intelligente nello smarcarsi fra le linee non è mai stato però particolarmente risolutivo come “colpi”. E né Dinei né Ángel (generalmente inseriti in corsa, con lo spostamento di Alfaro a destra quando Oltra intende rimontare uno svantaggio) hanno mai rappresentato alternative davvero credibili.
Sulla fascia sinistra ha perso la titolarità rispetto alla promozione Kome, in favore di Ayoze, che a sua volta tiene in panchina uno dei giovani talenti più stuzzicanti di questa Liga, Omar Ramos. Buono tecnicamente Ayoze, anche discretamente continuo e disciplinato, ma Omar ha margini decisamente superiori, ha il dribbling nel sangue e iniziative spettacolari (anche se talvolta un po’ testarde), sembra l’unico giocatore in rosa in grado di cambiare il volto a una partita, ed è una carta che a nostro avviso Oltra dovrebbe giocarsi con maggior convinzione per “scuotere” questo finale di campionato, senza dimenticare che uno dei due mancini, Omar (più portato allo spunto) e Ayoze (più manovriero), può comunque adattarsi anche a destra e in questo caso lasciare in panchina il più lineare Juanlu Hens.
Al centro il più importante è il regista Ricardo, e accanto lui in questo finale di stagione ha acquisito una certa continuità d’impiego l’argentino Román Martínez, cursore non rapidissimo ma capace di coprire un’ampia porzione di terreno con discreta proprietà di palleggio e un eccellente tempismo negli inserimenti che ha fruttato alcuni gol preziosi nelle ultime giornate, ribadendo un senso del gol già emerso nella passata stagione all’Espanyol, pure non ricchissima di soddisfazioni. Più limitati al semplice lavoro oscuro invece i concorrenti Richi e Mikel Alonso.
Quando non ha il pallone il Tenerife cerca di riconquistarlo subito, più vicino possibile all’area avversaria, adoperando la massima aggressività. È una delle pecche principali di questa squadra la debolezza in fase di non possesso. A volte l’entusiasmo permette di recuperare in breve tempo il pallone e dare continuità, e persino dominio, al gioco, ma troppo spesso la cattiva coordinazione fra i reparti e fra giocatore e giocatore lascia dei buchi clamorosi, ancora più devastanti in una squadra che tende a difendere molto alto. Nei difensori si nota una tendenza eccessiva a seguire l’uomo nella propria zona anche oltre la zona stessa di competenza, perdendo le distanze dai compagni di reparto.
Facendo un esempio, una volta che il terzino sinistro del Tenerife segue sino alla sua metacampo l’esterno destro avversario che retrocede per prendere palla, e una volta che gli avversari riescono a tagliare fuori il terzino del Tenerife con una combinazione, il terzino del Tenerife si troverà in una zona troppo lontana dal suo collega che gioca sul centro-sinistra della difesa, e questo centrale sarà chiamato a effettuare una copertura al limite, con uno spostamento laterale frettoloso nella zona lasciata sguarnita dal terzino. È un po’ migliorato quest’aspetto ultimamente, ma insomma, troppo spesso insomma la linea difensiva perde la sua coesione, e ciò accentua pure le carenze individuali dei difensori canari, alcuni davvero macchinosi e lenti (su tutti il centrocampista riconvertito Manolo Martínez, che comunque ha perso il posto a favore di Culebras, ora centrale titolare a fianco di Pablo Sicilia).
Insomma, il Tenerife ha grossissime chances di retrocedere perché non risolve quasi mai a suo favore le situazioni nelle due aree, quello che più conta.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Aragoneses; Marc Bertran, Culebras, Pablo Sicilia, Héctor; Juanlu Hens, Ricardo, Román Martínez, Ayoze; Alfaro; Nino.

RACING

DICIASSETTESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Valladolid (trasferta); Sporting (casa).

Del lotto è la squadra più grigia, ma ha un’abitudine a cavarsela sempre bene o male che potrebbe sorprenderci anche stavolta, con due scontri diretti nelle ultime giornate. Arriva comunque a pezzi dalla goleada casalinga subita dal Sevilla, e con dati che lasciano piuttosto perplessi. Bizzarro soprattutto il rapporto fra casa e trasferta: fra le mura amiche del Sardinero solo 14 punti con differenza reti –17, mentre in trasferta 22 punti e bilancio più equilibrato fra gol fatti e subiti, solo –1. Statistiche che supportano la tesi di un Racing in grosse difficoltà quando c’è da fare la partita, soprattutto per le enormi lacune di immaginazione a centrocampo (cambia poco che accanto a Colsa Diop abbia rubato il posto a Lacen: il senegalese è un altro cursore). Con l’infortunio di Munitis (peraltro già in nettissimo declino) e Serrano si accentua la solitudine di Canales, che alla sua età non può vedersi chiedere di trascinare da solo una squadra modesta: 6 gol e lampi straordinari, un talento sotto gli occhi di tutti, ma anche una pausa fisiologica nel cuore della stagione. Non aiuta poi l’attacco meno dotato del campionato: Tchité, volenteroso e mobile ma pasticcione, ha raggiunto quota 9 grazie a qualche rigore, il bisonte Xisco è quello che è, Bolado è il più dotato, ma è inesperto ed è stato scongelato troppo tardi dopo il suo ritorno alla base nel mercato invernale.
Così al Racing viene bene soprattutto affidarsi al lavoro difensivo (grazie a una certa continuità negli uomini e nel modulo, un 4-4-2 semplice semplice ma generalmente affidabile), controllare un po’ le cose e aspettare l’episodio.

FORMAZIONE TIPO (4-4-2): Coltorti; Pinillos (Crespo), Torrejón (Moratón), Oriol, Christian Fernández; Arana, Colsa, Diop, Toni Moral; Canales; Tchité.


MÁLAGA

SEDICESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Getafe (trasferta); Real Madrid (casa)

Strano il calcio. Rispetto alla squadra rivelazione dell’anno scorso, il Málaga di questa stagione è nettamente più attrezzato, anche convincente per buoni tratti della stagione, ma tuttavia puzza sempre più di Segunda dopo l’inequivocabile blackout dell’ultimo quarto di campionato.
Muñiz l’ha anche organizzata bene questa squadra: fase di non possesso fra le più serie, una zona sobria e con distanze corrette e coperture puntuali, portata ad attendere con un blocco medio-basso più che ad aggredire col pressing alto. Anche in fase di possesso comunque il Málaga non rinuncia alla coralità. Fondamentale in questo senso, come detto più volte, l’apporto di Duda, uomo-chiave e di fatto regista della squadra dalla sua posizione di esterno sinistro. Duda non ha cambio di ritmo né conquista il fondo, però tiene palla, detta bene i tempi, permette alla squadra di raggrupparsi e salire attorno al pallone, oltre a costituire uno dei maggiori pericoli a palla ferma di tutto il campionato, col suo sinistro veloce e tagliatissimo.
Ha rappresentato però una grave menomazione la stagione discontinua, fra un infortunio e l’altro, del regista ufficiale, e cioè Apoño, impossibilitato a ripetersi sui grandi livelli della passata stagione. Ora è disponibile, ma in sua assenza Muñiz ha fatto prevelentemente alternare nel doble pivote il centrocampista difensivo Juanito (anche difensore centrale), il canterano Toribio e il tunisino Benachour, più spesso però trequartista (il suo ruolo).
Toribio ordinato, lontano anni luce dal peso sulla manovra di Apoño ma comunque positivo, buon segnale di una cantera che quest’anno ha aiutato parecchio: su tutti il ventiduenne difensore centrale Iván González (notevole per personalità e potenziale atletico), ma si sono affacciati anche il terzino sinistro Manu Torres (in concorrenza col danese Mtiliga), Javi López (esterno-centrocampista offensivo, 2 gol), Orozco (altro difensore centrale) e, con spezzoni molto più ridotti, Juanmi (attaccante, solo 16 anni e anche lo sfizio di un golletto in Copa del Rey), Portillo e Pedrito (a ciascuno il suo).
Molta scelta dalla trequarti in su: a destra non c’è un padrone fisso fra Valdo, più specialista del ruolo di esterno, e Fernando, che la fascia la cerca poco e preferisce inserisi sulla trequarti, mentre al centro della trequarti le cose migliori le ha fatte vedere il buon Benachour, posto che Forestieri non è esploso nemmeno qui, e Baha può sacrificarsi in appoggio al centrocampo oltre che partire centravanti, ma fa comunque poca differenza sul piano qualitativo.
Un attacco cui non manca la qualità, ma più semplicemente la capacità di andare al sodo e buttarla dentro: Obinna vivacizza tantissimo con la velocità, i dribbling e il movimento su tutto il fronte offensivo, ma davanti al portiere è negato (4 gol, e la cosa ha il suo peso quando in molte occasioni si vede schierato come unica punta), Baha non è da doppia cifra (5 gol in 31 partite), l’ecuadoriano Caicedo aggiunge alternative importanti al gioco (soprattutto il fisico da bestione che gli permette di fare reparto da solo e impegnare i centrali avversari), ma ha trovato solo 4 gol in 16 partite, accettabili come bilancio per uno che è arrivato in inverno, ma pochi in termini assoluti per la squadra.
Anche la difesa ha dovuto soffrire un contrattempo serio come l’assenza per infortunio in questo finale di stagione del centrale mancino Weligton, motivo per cui Muñiz ha dovuto sperimentare accanto a Iván González, ora adattando Jesús Gámez (con discreti risultati, ma è un po’ uno spreco perché così ti perdi uno dei terzini destri più completi e profondi della Liga), ora inserendo il citato Orozco o Stepanov, infine arretrando Juanito per queste ultime partite.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Munúa; Jesús Gámez, Juanito, Iván González, Mtiliga; Fernando (Valdo), Toribio (Juanito), Apoño, Duda; Benachour (Baha); Caicedo (Obinna, Baha).


SPORTING

QUINDICESIMO/39 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -13. CALENDARIO: Atlético Madrid (casa); Racing (trasferta).

Si è complicata di brutto la vita quella che nel girone d’andata pareva una delle squadre più convincenti in rapporto ai mezzi. Però ha smesso di giocare, e quando ti credi salvo con largo anticipo e invece ripiombi, può innescarsi allora una tendenza micidiale.
Rimangono comunque più che attrezzati per la salvezza gli asturiani, che ribadiscono come loro arma vincente la trequarti, fatta di giocatori rapidi, fantasiosi, portati a saltare l’uomo con una certa facilità. Lo Sporting non è una squadra che specula particolarmente, gli piace attaccare su ritmi alti e arrivare con un po’ di uomini in area avversaria, ma non ritiene necessario arrivarci attraverso azioni particolarmente elaborate: meglio se possibile chiamare fuori l’avversario, ripiegare un po’ e poi sfogarsi negli spazi. De las Cuevas ispira al centro (a dire il vero un po’ meno nel girone di ritorno, e al calo dell’ex colchonero non è nemmeno corrisposto un rilancio in funzione compensativa della sua validissima riserva, il canario Carmelo), Diego Castro invece è il solista principe: parte da sinistra ma essendo destro si accentra spessissimo (lasciando la fascia alle frequenti sovrapposizioni del terzino sinistro, Canella o José Ángel) per provare la conclusione a girare o lasciare il segno col suo dribbling, mortifero come pochi nella Liga. Anche Barral offre uno sfogo importante al gioco di rimessa, con la tendenza a defilarsi verso sinistra per poi puntare verso la rete nelle azioni di contropiede. Mate Bilic invece è un centravanti più classico, che dalla panchina offre l’alternativa del gioco aereo contro difese schierate, talvolta passando alle due punte in coppia con lo stesso Barral. Più lineare invece la fascia destra, con un tornante come Luis Morán. Importante scoperta invece Lora, mezzala riciclata con successo da Preciado nel ruolo di terzino destro.
Comunque è uno Sporting più maturo e completo rispetto a quello allegrone della stagione passata, che attaccava solo a ondate e imbarcava in difesa. Il salto di qualità nel girone d’andata è passato infatti per la leadership tecnica di Rivera a centrocampo, moto perpetuo capace di organizzare e garantire continuità alla manovra anche in fasi d’attacco necessariamente più ragionate (però il centrocampo ha accusato la partenza invernale di Míchel verso Birmingham), e per l’ottimo rendimento dietro della coppia formata da Botía, puntuale e pulito centrale 21enne di scuola Barça, e dalla montagna umana Gregory, difficilmente superabile nel gioco aereo.

FORMAZIONE (4-2-3-1): Juan Pablo; Lora (Sastre), Botía, Gregory, Canella (José Ángel); Diego Camacho, Rivera; Luis Morán, De las Cuevas, Diego Castro; Barral (Bilic).


ZARAGOZA

QUATTORDICESIMO/40 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -17. CALENDARIO: Xerez (trasferta); Villarreal (casa).

Nell’analisi già effettuata sugli aragonesi, avevo sottolineato come i tanti cambi di giocatori e il cambio in panchina recassero come conseguenza logica una certa indefinitezza nello stile di gioco. Va aggiunto come aggiornamento che il lavoro di Gay non persuade del tutto, votando la squadra a un certo conformismo che non ne valorizza del tutto le potenzialità. Mi riferisco alla condotta troppo spesso meramente attendista, alla discutibile preferenza per Eliseu rispetto a Lafita, al mancato utilizzo contemporaneo di Suazo e Colunga, che pure per caratteristiche costituirebbero una delle coppie meglio assortite del campionato… Comunque, l’infortunio del magnifico cileno ha “risolto” il problema, lasciando Gay contento della sua mono-punta e mandando finalmente allo scoperto Colunga, Villa dei poveri in gol nelle ultime tre partite.
In ogni caso Gay non è stato assunto per una prospettiva a lungo termine, su tutto ora più che mai conta il risultato e il Zaragoza di fatto è a un piccolissimo passo dalla salvezza.


ALMERÍA

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -11. CALENDARIO: Tenerife (trasferta); Sevilla (casa).

Una ricaduta inaspettata, ma la netta vittori casalinga col Villarreal ha riportato la calma, e la salvezza matematica è solo a un punto. Il cambio in panchina, da Hugo Sánchez a Lillo, aveva prodotto un drastico cambio di rotta nei risultati, e aveva posto le condizioni per una salvezza ancora più anticipata, solo fino a un paio di settimane fa.
Il lavoro di Juanma Lillo è stato piuttosto interessante, e accompagnato dal risultato giusto potrebbe implicare anche la rivalutazione di un personaggio che nell’immaginario calcistico popolare spagnolo viene spesso bollato come un venditore di fumo. Enfant prodige della panchina col Salamanca a metà anni ’90, poi ridimensionato da una serie di esperienze negative, il suo punto debole è che adora parlare di calcio, in termini originali ma talvolta astrusi e involontariamente comici (se snoccioli piacevolezze come "Messi ha mejorado mucho, y espero continúe en ello, en no jugar de forma trascendente pelotas intrascendentes." è chiaro che un po’ te la cerchi…), e difendendo sempre un’idea di calcio spettacolare oltre il risultato si è esposto inevitabilmente agli sberleffi ogni qualvolta i fatti non seguivano le parole.
Maestro (lo ha allenato nei Dorados messicani) e al tempo stesso allievo (riconosce di essersi ispirato al suo Barça nella filosofia di gioco, fatte ovviamente le debite proporzioni) di Guardiola, Lillo non è un sognatore, ma un pragmatico iluminato che ha dimostrato di saper leggere le partite e praticare numerosi adattamenti all’interno del modello di gioco di base. Ereditata una squadra senza alcuna identità da Hugo Sánchez, Lillo ha impostato l’Almería sulla ricerca di un possesso-palla elaborato sin dalle retrovie, con l’imperativo strategico della supremazia in termini di opzioni di passaggio nel cuore del centrocampo. Quindi i moduli possono variare, ma in genere sono garantiti tre giocatori nel mezzo (punti fermi M’Bami sul centro-destra, importante per le doti di corsa negli spostamenti laterali, e soprattutto l’ordinatissimo argentino Bernardello davanti alla difesa, pallino personale) più uno che può essere o un attaccante che viene spesso a fornire l’appoggio, una mezzapunta (Corona importante prima dell’infortunio) oppure il jolly Soriano, che indifferentemente gioca mezzala (in concorrenza col peruviano Vargas) o incursore subito dietro le punte, sfruttando il gioco aereo e gli ottimi tempi d’inserimento.
L’esigenza della superiorità a centrocampo ha spinto addirittura a ricorrere al 3-4-3 (3-4-3 vero, con quattro centrocampisti puri e Michel e Cisma dietro, due terzini di spinta, specie il primo), alternato da Lillo al 4-3-3 e al 4-4-2 a rombo. Questo senza dimenticare la carta del contropiede, giocata volentieri quando le circostanze lo permettono, potendo contare su due giocatori velocissimi lanciati negli spazi, Crusat e Piatti. Con Diego Alves fra i migliori portieri del campionato, rappresenta invece un neo l’attacco, che non ha colmato il vuoto lasciato da Negredo: Goitom può fare da punto di riferimento ma la porta non la vede, Kalu Uche ha bei colpi ma un po’estemporanei, e da un punto di vista tattico la squadra difficilmente si può appoggiare su di lui.

FORMAZIONE TIPO (4-3-3): Diego Alves; Michel (Juanma Ortiz), Chico (Pellerano), Acasiete, Cisma; Mbami, Bernardello, Soriano (Vargas); Piatti, Uche, Crusat.


ESPANYOL

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -16. CALENDARIO: Osasuna (casa); Mallorca (trasferta).

Come all’Almería, manca solo un punto. Qui abbiamo già analizzato la seconda squadra di Barcellona.

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lunedì, dicembre 07, 2009

Considerazioni sparse sulla tredicesima giornata.

Doctor Jekyll-Real e Mister Hyde-Madrid. Non ci faremo mai l’abitudine all’inquietante schizofrenia di questo Real Madrid. Non si fa a tempo a metabolizzare il primo tempo, che ha appena offerto la miglior versione stagionale dei merengues (anche meglio del Camp Nou) che subito si aprono le porte di una ripresa sconcertante, che addirittura offre a un banale Almería (l’aggettivo che meglio si addice agli andalusi da quando li ha presi in consegna Hugo Sánchez, il quale ha fatto compiere una discreta involuzione al gioiellino che fu di Emery) la possibilità concreta della vittoria. La contro-rimonta madridista, comunque strameritata, arriva con un finale tutto impeto che ricorda più che altro l’ultimo Madrid di Capello, e non è certo un complimento.
Ma, prima che la squadra si perdesse in giocate contorte e si allungasse come da consuetudine dei secondi tempi, nei primi 45 minuti avevamo visto per la prima volta il vero modello di gioco cui aspira Pellegrini. Un Villarreal ultra-velocizzato, senza riferimenti fissi per l’avversario sulla trequarti e sulle fasce, ma nel quale il ritmo lo fanno non il valzer di Marcos Senna e Riquelme, ma il rock di Cristiano Ronaldo e Xabi Alonso. In Spagna dicono “ver, tocar y mover”, ed è proprio questo che i madridisti fanno finalmente con la coordinazione giusta. Ogni giocatore occupa uno spazio solo momentaneamente per lasciarlo subito a un compagno che subentrando in corsa crea per questo molte più difficoltà di marcatura all’avversario. Se aggiungete che si gioca costantemente ad uno-due tocchi, capirete quanto sia difficile per il sistema difensivo dell’Almería stare dietro a tutto ciò e occupare il campo per tempo.
Partecipano tutti nel Real Madrid, a partire dai terzini e da Marcelo, passando per la coppia Granero-Van der Vaart che da mezzeali lasciano Xabi Alonso solo davanti alla difesa, appoggiando i portatori di palla con grande intelligenza e inserendosi poi a rimorchio degli attaccanti (l’olandese va ri-valorizzato, Granero invece fa finalmente quello che sa fare da sempre e che in questo suo ritorno alla base non aveva mostrato ancora, troppo irrigidito in una posizione di esterno destro statico). Partecipa di più persino Higuaín, che in attacco fa coppia con Cristiano Ronaldo, mina vagante fra le linee.
Un attacco succede all’altro senza respiro, difesa e centrocampo accorciano benissimo a palla persa a partire da una posizione di vantaggio (perché tutta la squadra attacca in blocco e ordinatamente nella metacampo avversaria, e quindi guadagna già le posizioni migliori per recuperare palla), e in un bombardamento continuo verso la porta del fortissimo Diego Alves, la cosa che sorprende è che il gol del vantaggio di Sergio Ramos arrivi solo al 30’. La ripresa poi è tutta un’altra storia, e ci mette il marchio pure Cristiano Ronaldo con un’espulsione stupida che lo priverà di una partita-clou come quella di Valencia.

La legge di Messi. Autorevolissimo Barça al Riazor, risultato in bilico fino all’ultimo quarto di partita, ma il pari sarebbe stato decisamente bugiardo. Il Barça è parso avere le idee più chiare già dai primi istanti del match. Non ho ben capito l’atteggiamento del Deportivo, se l’intenzione fosse quella di arroccarsi oppure di giocarsela alla pari. Ne è uscita una via di mezzo che ha spianato la strada agli ospiti.
Con le due punte del Depor Adrián e Mista molto passive in fase di non possesso (nel secondo tempo Lotina cercherà di rimediare allargando Adrián a destra e spostando Juan Rodríguez nella zona di Busquets, dal 4-4-2 al 4-2-3-1), il Barça si è trovato sempre con un uomo in più a centrocampo, e con la possibilità di far girare il pallone agevolmente. Molto decisi anche nel pressing, gli uomini di Guardiola nel primo tempo hanno trovato con molta facilità sia le giocate in profondità che la superiorità numerica sulle fasce.
Si segnala in particolare un magnifico Messi, forse galvanizzato dal Pallone d’Oro: l’argentino si inserisce tra le linee con una puntualità e un’efficacia impressionanti. A partire da qui, l’intesa con Ibrahimovic si fa sempre più solida: lo svedese non può offrire quella verticalità diretta che offriva Eto’o, ma apre altri spazi interessanti, facendo da sponda oppure creando varchi centrali con dei leggeri spostamenti laterali, nella zona fra il centrale e il terzino avversario. Sono loro due alla fine ad assicurare al Barça tre punti più sofferti del dovuto (il mezzo-gollonzo di Adrián a fine primo tempo era evitabile come quello di Toquero alla Catedral).

I quasi cinque attaccanti dell’Atlético. Come Abel poco prima dell’esonero, anche Quique nelle ultime due partite contro Espanyol e Xerez si è reso conto di un fatto: Jurado, al di là delle sue capacità assolute, è l’unica arma a disposizione del centrocampo dell’Atlético per uscire dalla trappola dell’orizzontalità. Quindi, un solo centrocampista davanti alla difesa, Assunção, e Jurado qualche metro davanti. Con Jurado ci sono anche i soliti Agüero e Forlán davanti e Simão e Reyes (che da promessa mancata cerca perlomeno di tornare alla dimensione di normale professionista) larghi rispettivamente a sinistra e a destra. Non cinque attaccanti, ma cinque sempre proiettati verso la fase offensiva sì. È attorno a questi cinque che l’Atlético deve trovare degli equilibri. Contro il povero Xerez non son costate nulla quelle fasi in cui l’Atlético si è spezzato fra questi cinque e il resto della squadra, ma sarà questo il problema che Quique dovrà risolvere per restituire davvero competitività ai colchoneros.
A mio avviso la soluzione non passa per avvicinare i cinque talenti offensivi al resto della squadra, ma viceversa. Sono difesa e centrocampo che devono accorciare in avanti: è lo stesso discorso dell’attaccare in blocco che si faceva per il Madrid del primo tempo di sabato e che si fa per ogni secondo di partita del Barça. Solo a partire da una manovra che coinvolga tutti l’Atlético potrà guadagnare posizioni nella metacampo avversario e anche difendere bene in blocco. Insomma, nessuno lo avrebbe mai detto, ma Quique insistendo su questa scelta sarà costretto da ragioni di equilibrio a giocare un calcio in tutto e per tutto offensivo. Sempre che la scelta rimanga questa, visto che il primo proposito una volta subentrato era di coprirsi con un baricentro più basso rispetto alla disastrosa difesa alta proposta da Abel.

Spazio gratuito di propaganda pro-Tenerife. Giuro che nessuno mi paga per dirlo, ma fatti una serie di calcoli (un Barça che si dosa di più rispetto alla passata stagione, i prolungati lavori in corso del Madrid, la relativa sproporzione fra i mezzi di partenza), è la squadra di Oltra quella che a mio avviso ad oggi gioca il calcio più bello di questa Liga. Tre punti fondamentali per tenersi a galla sopra la zona-retrocessione, tre punti conditi da una netta superiorità di gioco su una squadra che pure ha offerto anch’essa finora uno degli spettacoli migliori, ovvero il più che mai credibile Sporting Gijón.
In genere vedere sempre lo stesso film annoia, ma qui è l’esatto contrario: osservare la macchina macinare gioco indipendentemente dall’avversario, coi giocatori che si trovano a memoria e la palla (rigorosamente a terra) che si muove a mille all’ora per tutti i novanta minuti con un’intensità tremenda è osservare calcio allo stato puro.
Certo, è un calcio che presenta i suoi rischi (col baricentro alto se sbagli il tempo o la misura del pressing l’avversario può verticalizzare con grande facilità: è il caso del gol del vantaggio realizzato in apertura dallo Sporting, che un Diego Castro col colpo in canna ce l’ha sempre) però a lungo andare il Tenerife impone la logica del suo calcio. Anzi, c’è pure da fare i complimenti a uno Sporting che conferma l’enorme crescita difensiva rispetto alla passata stagione (la coppia di centrali Botía-Gregory è uno dei must di questa Liga): non è facile passare un’ora a rincorrere il pallone senza perdere mai l’ordine, eppure lo Sporting per lungo tempo ha concesso poche occasioni, con coperture e interventi difensivi sempre precisi.
Va aggiunto che i suoi gol il Tenerife se li deve sempre sudare sino all’ultima goccia, e questo è un handicap che ahinoi lo manterrà in zona-pericolo fino alla fine della stagione. Si conferma la carenza di talento negli ultimi metri e di giocatori che attacchino con convinzione nell’area avversaria: assoluta delusione rispetto agli standard della scorsa Segunda è stato finora l’atteso Alejandro Alfaro, innocuo tra le linee e inesistente in fase conclusiva: non a caso il Tenerife migliora e trova il gol decisivo con Nino solo quando l’ex sevillista viene spostato a destra e in attacco viene aggiunto peso affiancando a Nino un'altra punta di ruolo, il vivace Ángel. È un problema quello offensivo che andrà se non risolto attenuato (magari anche con interventi sul mercato a gennaio) per valorizzare appieno la straordinaria mole di lavoro in mediana della coppia Mikel Alonso-Ricardo, autentiche colonne portanti, e i colpi da ala vecchio stampo del divertentissimo mancino Omar.

Valencia in rampa di lancio. Al di là della prestazione, i tre punti del San Mamés offrono al Valencia l’opportunità d’oro di misurare tutta la sua credibilità di grande squadra. La prossima è in casa col Real Madrid, a soli tre punti e con la possibilità quindi di essere agguantato.
Partita strana alla Catedral, né Athletic né Valencia entrano mai appieno in gara: il Valencia ha un certo predominio territoriale e nel possesso-palla, ma scarsissima profondità; l’Athletic riesce ad andare solo a fiammate, non riesce a costruirsi i presupposti per una buona partita in contropiede (ammesso che il proposito fosse questo) e perde anche la “stampella” Llorente, sostituito in corsa da De Marcos, che per quanto interessante di ruolo è un esterno o al massimo una seconda punta.
La partita si sblocca solo nella ripresa: in una delle sue fiammate l’Athletic trova il gol (con Muniain, che oltre al gol da opportunista propone un paio di spunti favolosi: questo qui puzza di fenomeno lontano un miglio… guardate l’occasione nel finale in cui scarta Miguel: non è che lo dribbla, semplicemente lo ignora e passa oltre, che è ben diverso), ma il Valencia risponde subito con una prodezza di Villa (Pablo Hernández, che per tutta la partita si era spostato dalla sinistra verso il centro ristagnando in una posizione molto poco produttiva, fa finalmente quello che deve: tagliare senza palla per creare superiorità assieme a Joaquín, e liberarsi per il cross dal fondo). Per l’Athletic si aggiungono un secondo giallo rigoroso se non ingiusto a Koikili, e il pasticcio di Iraizoz che consegna a Mathieu la palla del gol decisivo. I baschi senza aver mai trovato davvero il filo del gioco si tengono comunque in piedi col loro enorme orgoglio, e pure in dieci si conquistano l’occasionissima per pareggiare dagli undici metri, ma la conclusione di David López (il cui impiego in assenza di Gurpegi ha ripristinato il 4-4-2 classico con due esterni di ruolo messo da parte nelle ultime giornate) si stampa sul palo.

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lunedì, marzo 23, 2009

VENTOTTESIMA GIORNATA: Real Madrid-Almería 3-0: Marcelo; Huntelaar; Huntelaar.

Il Real Madrid, bruttissimo nel primo tempo, legittima nella ripresa i tre punti contro un Almería spuntato.

Juande Ramos dopo la buona prova di Bilbao conferma l’assetto con un solo centrocampista a protezione della difesa, Lassana Diarra, schierato qualche metro dietro Sneijder. Hugo Sánchez è costretto a fare a meno di Negredo dall’assurda clausola contrattuale che impedisce di schierarlo contro la propria ex-squadra (e se non ricordo male, la cessione di Negredo è stata pure definitiva, mica un prestito). Certo, il contratto è l’incontro delle libere volontà, ma una delle due chiaramente è in posizione di forza, e comunque la federazione dovrebbe intervenire per mettere un freno perché ormai siamo a livelli francamente eccessivi.
L’inizio, e tutto il primo tempo, del Madrid sono deprecabili: slegato e privo di continuità nella propria azione, l’undici di Juande Ramos sembra diviso in due metà, cinque che difendono e cinque che attaccano. Come nel derby, c’è una certa improvvisazione: l’Almería si muove con più criterio nelle due fasi, ma certo non ha la pericolosità dell’Atlético.
La mobilità fra le linee di Piatti, sostituto di Negredo (con Kalu Uche avanzato a prima punta), crea qualche grattacapo quando l’argentino dal centro taglia verso le fasce costringendo Lassana Diarra a seguirlo e a lasciare uno spazio invitante a ridosso dell’area di rigore madridista, vista la scarsa coesione fra Lass e il resto del centrocampo. Situazione di pericolo però soltanto potenziale, perché gli ospiti non hanno nessun incursore che dalla seconda linea possa sfruttare questo vantaggio (“Hugol” non rinuncia mai al doble pivote bloccatissimo composto da Iriney e Juanito: Julio Álvarez, il “cocco” di Arconada, ha subito una purga staliniana; Corona invece pare avere qualcosa tipo la rogna agli occhi del suo tecnico). E intanto il Madrid passa pure in vantaggio: una situazione abbastanza casuale, un calcio di punizione respinto dalla difesa almeriense, trova al limite dell’area un formidabile destro(!) di prima intenzione di Marcelo che si insacca violentemente sotto la traversa.
Il gol non modifica il copione del match, anzi invita l’Almería a insistere: gli ospiti hanno una vaga supremazia territoriale, cercano la superiorità numerica sulle fasce (soprattutto sulla sinistra, dove Sergio Ramos non trova mai adeguato supporto nel menefreghismo difensivo di Robben, che costringe spesso Pepe a uscire dalla propria zona in aiuto al terzino quando Crusat e Mané attaccano in coppia), ma difettano di peso offensivo a vista d’occhio, confermando l’insostituibilità di Negredo.
Solo dopo l’intervallo il Madrid decide di fare sul serio, e lì chiude subito la partita: inizio molto aggressivo dei merengues, Marcelo prende una traversa e poco dopo Huntelaar raddoppia sugli sviluppi di calcio d’angolo (coordinazione da grandissimo centravanti qual è). Ancora Huntelaar metterà il sigillo finale su un’azione in campo aperto lanciata da Sneijder, conclusa da Robben con un pallonetto sul portiere e ribattuta in rete dal nostro amato Cacciatore. Il resto fino al fischio finale è un giochicchiare senza alcuna rilevanza.

I MIGLIORI: Partitone di un Marcelo sempre più in palla. Da sottolineare e da applaudire l’exploit del brasiliano, soprattutto se raffrontato con la situazione di Drenthe. I due infatti partivano da premesse assolutamente uguali: giocatori giovani e presi di mira con cattiveria eccessiva dal pubblico del Bernabeu, hanno risposto in maniera decisamente diversa: Drenthe ha chiesto a Juande di essere messo da parte perché non sopportava più la pressione, Marcelo il pubblico l’ha affrontato di petto e ha finito col conquistarlo. Uno così, al di là del lato tecnico, è fatto di pasta buonissima.
Lo spostamento a centrocampo da parte di Juande Ramos gli ha permesso di giocare senza la Spada di Damocle dell’errore difensivo, ma sarebbe un errore non considerarlo più come terzino, che del resto è pur sempre il suo ruolo. Terzini con questa qualità di palleggio non ce ne sono tanti, e rappresentano un valore aggiunto (di centrocampisti puri capaci di pareggiare il livello di Marcelo-esterno alto ne trovi tanti, ma di terzini no): vedere l’anno prossimo un Real Madrid dominante nella metacampo avversaria esalterebbe le qualità del Marcelo terzino. Del resto, chi è che insiste sulle carenze difensive di Daniel Alves, che pure esistono?
Huntelaar va spedito verso medie da Eto’o (o da Eredivisie, che gli è più familiare), la coppia Pepe-Cannavaro si conferma uno dei cardini del Madrid. Vanno sottolineati i loro meriti, specialmente quelli di Cannavaro (perfetto per tempismo e lettura delle situazioni), dato che la copertura del centrocampo nell’occasione è stata tutt’altro che perfetta.
I PEGGIORI: Stona Raúl.

Real Madrid (4-1-3-2): Iker Casillas 6,5; Sergio Ramos 6, Pepe 6,5, Cannavaro 7, Heinze 6(Miguel Torres s.v., m.85); ''Lass'' Diarra 6(Gago, m.67); Robben 6, Sneijder 6, Marcelo 7,5; Raúl 5, Huntelaar 7.
UD Almería (4-4-1-1): Diego Alves 6,5; Bruno 6,5, Acasiete 6,5, Pellerano 6, Mané 6; Juanma Ortiz 5,5(José Ortiz s.v., m.61), Juanito 6, Iriney 6(Nieto s.v., m.85), Crusat 6; Piatti 6; Kalu Uche 6(Corona, m.68).

Goles: 1-0, m.23: Marcelo. 2-0, m.53: Huntelaar. 3-0, m.64: Huntelaar.
Árbitro: Mateu Lahoz (colegio valenciano). Mostró tarjetas amarillas a los locales Pepe, Raúl, Sergio Ramos, Heinze y Gago; y a los visitantes Bruno e Iriney.
Incidencias: Partido correspondiente a la vigésima octava jornada de Primera División disputado en el estadio Santiago Bernabéu ante unos 78.000 espectadores. Los jugadores de ambos equipos saltaron al terreno de juego con camisetas alusivas a la Campaña contra el Hambre que se desarrolló en todos los campos esta jornada.

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lunedì, marzo 16, 2009

VENTISETTESIMA GIORNATA: Almería-Barcelona 0-2: Bojan; Bojan.

C’è poco, pochissimo da dire su questa partita, più che una partita un allenamento per il Barça. Un esercizio di pazienza e di stile dei blaugrana, che muovono ossessivamente la palla da un lato all’altro (più stancamente nel primo tempo, con maggior decisione nella ripresa) in cerca dell’uno contro uno di Iniesta e Messi (schierato nel tridente al posto di Henry, a riposo in panchina assieme a Eto’o), col supporto delle incursioni di Alves, in attesa dell’agognata capitolazione di Diego Alves, unico e straordinario baluardo almeriense.
Almería privo della pur minima ambizione, arresosi a una doppietta di Bojan, ora protagonista anche nella Liga coi suoi primi due gol stagionali (straordinario il secondo, non per merito dell’ispano-serbo ma dell’azione che lo precede, un tikitaka nello spazio di un francobollo fra Alves-esterno, Messi-suola/tacco, Iniesta-esterno, e poi di nuovo Alves che smarca Bojan). Fatti i gol, il resto è torello fino al novantaduesimo.

I MIGLIORI: Alves, Iniesta e Xavi i più attivi e continui nel creare il gioco che Bojan, per il resto nullo, concretizza. Messi ci mette un paio di spunti. Spettacolare il primo tempo di Diego Alves, tre interventi importanti, due dei quali ai confini della fantascienza, su Keita e su Piqué. Portiere non perfetto nella presa il brasiliano, non impeccabile tecnicamente, ma quanto a riflessi puri siamo vicini ai vertici assoluti del ruolo.
I PEGGIORI: Negredo abbandonato a sé stesso paga colpe non sue, ma simboleggia la nullità offensiva dell’Almería di ieri sera (giusto una fuga dell’iperveloce Crusat nel primo tempo, conclusa però “alla Crusat”…).

Almería (4-4-1-1): Diego Alves 8, Bruno 6, Acasiete 6, Pellerano 6, Mané 6; Juanma Ortiz 5(José Ortíz s.v., m.64), Juanito 5,5(Corona s.v., m.68), Iriney 5,5, Crusat 6; Uche 5,5; Negredo 5.
Barcelona (4-3-3): Valdés s.v.; Daniel Alves 7, Márquez 6, Piqué 6,5, Sylvinho 6; Xavi 6,5, Touré 6, Keita 6(Gudjohnsen s.v., m.80); Messi 6,5, Bojan 6,5(Eto’o s.v., m.67), Iniesta 7(Hleb s.v., m.83).

Goles: 0-1, m.53: Bojan. 0-2, m.57: Bojan.
Árbitro: Mejuto González. Mostró tarjeta amarilla a Acasiete (m.21), José Ortiz (m.76) y Negredo (m.85).
Incidencias: encuentro correspondiente a la vigésima séptima jornada de Liga de Primera División disputado en el estadio de los Juegos Mediterráneos ante unos 9.300 espectadores.

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lunedì, novembre 03, 2008

NONA GIORNATA: Almería-Real Madrid 1-1: Raúl(R); Piatti(A).

Erano tre punti fondamentali, e il Real Madrid li butta via in una maniera che richiederebbe una bella cura ricostituente a base di ceffoni. Se già nel primo tempo era stato brutto il gioco, nella ripresa è decisamente inaccettabile l’attitudine, questo pigro e inesorabile consegnarsi al ritorno dell’avversario che francamente non riesce a trovare spiegazioni ragionevoli. Son tre punti persi pesantissimi, il peggior segnale possibile nei confronti del Barça, che di questi tempi non ha bisogno di ulteriori incoraggiamenti.


Arconada può tornare a disporre di Piatti, Schuster invece non recupera in tempo Van Nistelrooy, e sistema la mediana con Gago davanti alla difesa e Diarra e Sneijder interni, la formula del finale della scorsa stagione. Doveroso poi ricordare la delicata situazione di De la Red, che dopo il terribile spavento per la sincope che lo ha colpito giovedì in Copa del Rey, resterà indisponibile per un tempo indeterminato, cioè fino a quando tutti gli esami possibili non scongiureranno ogni eventuale problema cardiaco (l’eventualità che possa anche smettere di giocare a calcio va purtroppo messa in conto).


Il primo tempo, volendolo definire con un aggettivo carino, è osceno: a un brevissimo accenno di aggressività dei padroni di casa nei primi minuti, segue una lunga fase nella quale nessuna delle due squadre ha intenzione di pressare l’altra e di alzare i ritmi. L’Almería si crogiola dietro la linea della palla, ripiega, fa densità senza cercare il pressing ed è estremamente timido nel proporre il contropiede (ammesso che ne proponga uno); il Real Madrid è altrettanto “imborghesito”, mancando di intensità nelle due fasi del gioco, troppo lento nel far girare la palla, con poco movimento senza palla sulla trequarti e scarsa profondità sugli esterni.

Se non altro però il merito, non nuovo, dei merengues, è quello di trovare il gol alla prima azione seria: ancora una volta protagonista Higuaín nella fabbricazione della stessa, ma la prodezza è tutta di Raúl, che si smarca e “aggredisce” il cross del compagno in maniera pregevole, anticipando sul primo palo Chico (che ha buone doti ma non sempre è concentratissimo sull’uomo) con un tuffo di testa.

Archiviato un primo tempo dimenticabile, sin dalle prime fasi della ripresa si capisce che qualche parolina ai suoi Arconada deve averla detta nello spogliatoio: l’Almería abbandona la passività dei primi 45 minuti e ritrova le basi del suo calcio, in termini di intensità e profondità d’azione. Se l’utilità del cambio di Kalu Uche per Corona francamente sfugge (Arconada sta tentando di riciclare da interno di centrocampo il nigeriano, che mostra finora una familiarità inesistente col ruolo), molto intelligente è quello di Crusat per Juanma Ortiz (un peso morto, scusate l’accanimento), con conseguente spostamento di Piatti sulla destra.

L’Almería abbandona ogni timore, alza i ritmi e il baricentro e attacca con convinzione: Crusat attacca lo spazio senza palla come suo solito, Mané e Bruno si sovrappongono con molta più continuità, Julio Álvarez orchestra, e Piatti offre un’opzione in più di finalizzazione, perché lui mancino taglia costantemente senza palla dalla destra verso il centro dell’area, e anche se quando entra in contatto col pallone non ne azzecca una, questi movimenti restano molto interessanti e riceveranno infine un premio adeguato.

Parliamo solo di Almería, di quello che vuole l’Almería e di quello che fa l’Almería perché nel frattempo il Real Madrid è sparito dal campo come se la cosa non lo riguardasse. E dire che il forcing dei padroni di casa offrirebbe ai madridisti anche la possibilità del contropiede che solitamente son tanto bravi a sfruttare, ma può sfruttare le proprie armi soltanto una squadra determinata e convinta, e non è questo il caso del Real Madrid visto ieri sera, in tutta la ripresa privo della pur minima volontà di affondare e finalizzare le proprie azioni, pur avendone gli spazi in più di un momento.

Oltrettutto esce Pepe per far spazio a Metzelder, e la difesa perde solidità (mentre è ininfluente il cambio Van der Vaart-Higuaín): si susseguono tentativi sempre più insistenti dei padroni di casa, su tutti un colpo di testa debole di Soriano smarcato dentro l’area, un sinistro di controbalzo di Crusat e un colpo di tacco ciccato da Piatti su cross rasoterra di Crusat. Prove generali del gol almeriense, perché quei tagli senza palla di Piatti, lo abbiamo detto, sono buoni, e appena trovano l’impatto giusto col pallone la rete si gonfia: ancora Crusat dalla sinistra, ancora Piatti stringe verso il centro, arriva prima di Heinze (non la prima situazione di questo tipo per l’argentino, già anticipato sul secondo palo da Danny contro la Zenit e da Amauri contro la Juve) e al volo gira in rete.

Non c’è nemmeno la famigerata reazione del Real Madrid negli ultimi minuti, anzi Piatti ancora potrebbe andare in gol quando conclude a lato una veloce azione di contropiede, e i tre minuti di recupero, di solito “Zona Real Madrid”, scorrono placidamente.


I MIGLIORI: Raúl per il gol e per l’impegno, Cannavaro per la puntualità là dietro e Diarra per la solita continuità e intelligenza nel farsi trovare dove serve. Nell’Almería, determinante l’ingresso de “La Bala” Crusat, che dota la propria squadra di un verticalità sconosciuta nel primo tempo (quando Piatti si impegnava in uno contro uno di scarso successo): entra in quasi tutte le azioni offensive, compresa quella del gol, tiene sulla corda Sergio Ramos prendendolo alle spalle. Giocatore limitato nell’uno contro uno “da fermo” ma imprendibile se lanciato nello spazio. Eccellente il secondo tempo di Julio Álvarez: se Crusat è il braccio, lui è la mente che organizza gran parte degli attacchi, sempre più nel vivo del gioco col passare dei minuti, lucido nello scegliere l’opzione migliore, chirurgico nel tocco e molto insidioso fra le linee del sistema difensivo madridista.

I PEGGIORI: Un po’deludente Negredo, lotta e lavora anche bene per la squadra ma non riesce a procurarsi un’occasione. Continuo a non capire la titolarità di Juanma Ortiz, esterno sì provvisto di corsa, sacrificio e diligenza tattica, ma davvero eccessivamente lineare per agire dalla trequarti in su. Non è piaciuto Robben, a conti fatti fumoso.


Almería (4-2-3-1): Diego Alves 6; Bruno 6, Chico 6, Pellerano 6, Mané 6,5; Juanito 6(71'), J. Álvarez 6,5; Juanma Ortiz 5,5(46'), Corona 5,5(46'), Piatti 6; Negredo 5,5.

In panchina: Esteban, C. García, Soriano 6(71'), José Ortiz, Solari, K. Uche 5,5(46'), Crusat 7(46').

R. Madrid (4-3-3): Casillas 6; Ramos 6, Pepe 6,5(48'), Cannavaro 6,5, Heinze 5,5; Diarra 6,5, Gago 6, Sneijder 6(77'); Higuaín 6(71'), Raúl 6,5, Robben 5,5.

In panchina: Dudek, Metzelder 5,5(48'), Marcelo, Drenthe, Guti s.v.(77'), V. d. Vaart s.v.(71'), Saviola.


Goles: 0-1 (37'): Higuaín corre a por un balón que parecía perdido, lo recupera y saca un centro muy bueno desde la banda izquierda que Raúl remata de cabeza en plancha. 1-1 (81'): Apertura de Negredo a la banda izquierda del Almería, donde aparece Crusat, cuyo centro desde el lateral del área lo remata Piatti con la zurda adelantándose a Heinze.

Árbitro: González Vázquez, del Colegio Gallego. Amonestó a K. Uche (54'), Juanito (60'), Sneijder (61'), Soriano (90'), Negredo (91') y Casillas (92').

Incidencias: Estadio Juegos del Mediterráneo. 15.000 espectadores. El césped estaba blando y se levantó con frecuencia.

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domenica, ottobre 26, 2008

OTTAVA GIORNATA: Barcelona-Almería 5-0: Eto’o; Henry; Eto’o; Eto’o; Daniel Alves.

Beh, a questo punto non è più un caso. Una volta era lo Sporting, poverino, un’altra l’Atlético che eseguiva la sua miglior recita da Patético, mercoledì scorso il Basilea che non era un’ avversario attendibile… stavolta un Almería che non si può proprio dire privo di buone referenze, una delle più competitive esponenti della classe media.
Il fatto è che se il Barça di Guardiola va di goleada in goleada è perché crea molte occasioni, e se crea molte occasioni è perché a parte alcune parentesi (Soria, Donetsk e Bilbao, quest’ultima peraltro in parte giustificata dai problemi di formazione) gioca bene, anzi benissimo.

Stanno venendo fuori tutti gli indizi che segnalano il formarsi di una grande squadra, radicalmente diversa nello spirito e nei movimenti in campo da quella delle ultime due stagioni: il Barça che buca lo schermo e le reti avversarie non è conseguenza del fatto che Messi si alzi col piede giusto la mattina, che Eto’o faccia l’Eto’o o che Iniesta e Xavi in questo momento vedano calcio con una chiarezza sconosciuta ai loro simili, ma è frutto di una ricerca di situazioni collettive che nel loro sempre miglior funzionamento esaltano il talento individuale.
Situazioni ricercate, si vedano i gol dell’ 1-0 e del 3-0, con gli inserimenti senza palla nel primo caso di Iniesta e nel secondo di Xavi (meraviglioso gol questo, per l’ intuizione di Iniesta in rifinitura, il tempismo di Xavi nell’ inserimento, l’aggancio in corsa da applausi che favorisce la successiva cessione a Eto’o per il gol a porta vuota) a disattivare in seconda battuta l’uscita della linea difensiva avversaria alla ricerca del fuorigioco; e si vedano anche i movimenti del primo gol di Bojan o di quello di Busquets nella tanto snobbata goleada al Basilea.
Il modulo è lo stesso di sempre, ma l’attenzione e il lavoro di Guardiola su dettagli come gli schemi da palla inattiva e soprattutto i movimenti senza palla in fase offensiva arricchiscono notevolmente questo 4-3-3, regalando quella fluidità di manovra che non potrà mai venire di per se stessa dall’abilità dei singoli, per quanto dotati essi siano.
Il 4-3-3 statico e tiranneggiato dai solisti che, in mancanza di altro, chiedevano palla sul piede e partivano all’avventura, presenta ora una quantità e una qualità di soluzioni per il portatore di palla davvero invidiabile, che rende agevole la creazione di sbocchi di finalizzazione: l’ anno scorso Eto’o rimaneva sempre solo a centro area come unica possibile opzione di finalizzazione, quest’anno non solo al camerunese non manca mai l’aiuto in inserimento di una delle due mezzali, ma spesso questo tiene impegnati i due centrali avversari e favorisce il successivo inserimento di un terzo uomo (vedi i gol segnati finora da Xavi o anche quello di Busquets a Basilea); alla creazione di questi spazi collaborano anche i due esterni del tridente, che non rimangono sempre larghi con l’ unica possibilità di accentramento deputata all’ azione palla al piede (oserei dire addirittura che Messi sta migliorando anche nel gioco senza palla).
Questo Barça di partita in partita ha imparato a occupare con sempre maggior razionalità ed efficacia il campo: non solo i movimenti degli attaccanti ad aprire gli spazi e gli inserimenti dalla seconda linea difficili da leggere per gli avversari, ma anche un’ ampiezza sempre garantita.
Se nelle prime gare notavamo come la manovra fosse eccessivamente sbilanciata sul lato destro e legata in prevalenza all’abilità del triangolo Alves-Xavi-Messi, ora il Barça distribuisce il gioco sfruttando tutto il campo, sebbene Henry e Abidal non rimangano in assoluto opzioni esaltanti sulla sinistra (ferma restando la presenza semi-obbligata di Abidal, la mia idea per questa zona sarebbe quella di schierare Iniesta largo nel tridente e Hleb mezzala sinistra: il potenziale nelle combinazioni palla a terra si avvicinerebbe di più a quello della fascia destra): nella zona dove si sviluppa l’ azione il portatore di palla ha almeno due opzioni di passaggio, ma di fronte a una pressione dell’ avversario in questa zona è sempre presente l’opportunità di cambiare gioco verso l’altra fascia, opportunità quanto mai praticabile in una squadra nella quale le doti di palleggio abbondano anche nei difensori. Stando così le cose e circolando il pallone a una velocità così elevata, diventa complicato per l’avversario coprire e vigilare tutto il campo, sia sugli esterni che negli spazi fra le linee.
Alla ricchezza di soluzioni, collettive e individuali, nella fase di possesso, si abbina poi una crescita sensibile, in termini di occasioni e gol incassati, in quella di non possesso, nella quale il pressing alto e l’ intensità stanno tornando una costante decisiva.

Al dato tecnico-tattico bisogna poi aggiungere quello psicologico, essendo evidente come Guardiola abbia restituito convinzione e motivazioni a una rosa non così diversa da quella della passata stagione. “Cattiveria” ed entusiasmo che animano sempre più tutti i giocatori, che il tecnico sta facendo sentire importanti in egual misura (oddio, qualcuno come Messi, Iniesta, Xavi ed Alves è chiaramente più uguale degli altri, per dirla alla Orwell): la doppietta di Basilea è stata un tonico per un Bojan precedentemente un po’ abbacchiato; Abidal, pur non potendo offrire quello che non è in grado di offrire, è sempre più in sintonia col resto della squadra; anche Touré, dopo un inizio di stagione veramente modesto, sta ritrovando ritmo e piena affidabilità. I canterani, senza essere invocati come salvatori della patria come erroneamente accadeva l’anno scorso con Bojan, sono una parte integrante dell’ organico e non un addobbo, mentre Henry, pur essendo un giocatore chiaramente in parabola discendente, non viene fatto sentire tale dal tecnico.
Insomma, la squadra c’è, sta venendo fuori, e se anche è vero che il Barça non ha ancora incontrato le altre big, nella Liga i punti in palio sono sempre tre, e le partite come quella di ieri, le partite che finora la squadra di Guardiola ha dimostrato di saper vincere meglio di tutte, sono la stragrande maggioranza in un campionato.

I MIGLIORI: Fare i nomi di Eto’o, Xavi, Iniesta (questi due meritano una menzione per il modo sempre più convincente nel quale si propongono per l’inserimento o la conclusione a rete) o Messi è scontato, quindi voglio parlare di Alves, del quale va elogiata un’intelligenza e una capacità di adattamento che andava tutta verificata in estate.
Approfittando del gran gol su punizione di ieri, vi confesso che l’Alves del Sevilla non lo vedrete mai più, almeno finchè davanti a lui giocherà Messi. Ciò però non significa che non vedrete un buonissimo Alves, come è stato ieri e anche mercoledì: significa che il giocatore che dalla posizione di terzino destro trascinava la sua squadra, portando palla e incendiando le zone centrali del campo, al Barça non serve e anzi può essere pure controproducente. L’Alves che nella prima col Numancia si aggiungeva testardamente a Messi al centro e faceva perdere alla sua squadra ogni sbocco esterno ha lasciato progressivamente spazio a un Alves che coordina sempre meglio i propri movimenti con quelli di Messi, che si sovrappone senza palla lateralmente, portando via l’ uomo al compagno e assicurando sempre l’ampiezza.
Non è mai stato in discussione il suo protagonismo offensivo (preoccuparsi del fatto che la fase difensiva non è il suo forte o che avrebbe dovuto rimanere bloccato a coprire Messi era un falsissimo problema in una filosofia di gioco come quella blaugrana) quanto piuttosto le modalità di questo protagonismo. Il caso di Alves dimostra che a volte il sacrificio di un po’della ribalta individuale di un campione può portare un grosso beneficio al collettivo.
I PEGGIORI: Nella partita dell’Almería, vistosi travolto dopo aver pure tentato di giocare alla pari nelle primissime fasi, è ovviamente impossibile fare nomi (e a momenti sarebbe più comodo mettere a tutti un “senza voto”) se non quello di Negredo, per sottolineare la suprema idiozia della sua espulsione: l’entrata molto pericolosa su Márquez, al 29’ e già sul 4-0, ha ricadute indesiderate anche sul futuro prossimo dell’ Almería, che dovrà infatti fare a meno del proprio irrinunciabile cardine offensivo nella prossima gara col Real Madrid.

Barcelona (4-3-3): Valdés 6; Alves 7 (72'), Márquez 6,5, Puyol 6,5, Abidal 6,5; Xavi 7,5, Touré 6,5 (58'), Iniesta 7,5; Messi 7, Eto’o 7,5, Henry 6 (65').
In panchina: Pinto, Piqué, Busquets, Hleb s.v. (58'), Cáceres, Bojan s.v. (65').
Almería (4-2-3-1): Diego Alves 6 (72'); Bruno 6, Carlos García 5,5, Pellerano 5,5, Guilherme 5,5(87'); Soriano 5, J. Álvarez 5,5; J. Ortiz 5,5 (80'), Corona 5, Crusat 5 (46'); Negredo 4.
In panchina: Esteban, José Ortiz s.v. (87'), Juanito, Acasiete, Uche, Natalio s.v. (80'), Mané s.v. (46').

Goles: 1-0 (5'): Etoo. 2-0 (14'): Henry. 3-0 (21'): Etoo. 4-0 (24'): Etoo. 5-0 (37'): Alves.
Árbitro Pérez Burrull, colegio cántabro. Amonestó a Crusat (29'), J. Ortiz (43'), Soriano (80'), y expulsó con roja directa a Negredo (29').
Incidencias Camp Nou. 63.566 espectadores. Se guardó un minuto de silencio en memoria de Ricard Maxenchs, fallecido esta semana.

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lunedì, ottobre 20, 2008

SETTIMA GIORNATA: Almería-Sevilla 0-1: Adriano.

Non incanterà il Sevilla, ma dopo la vittoria del Vicente Calderón di due settimane fa si conferma squadra tostissima e senza particolari punti deboli, capace di uscire coi tre punti anche da uno dei campi attualmente più insidiosi della Liga e senza attaccanti di ruolo: è davvero un delitto e un grande rammarico pensare che a fine stagione una squadra fra gli andalusi, il Valencia e Villarreal non potrà qualificarsi per la Champions, visto il livello competitivo che le tre stanno offrendo. L’ Almería in tutta la serata non è mai riuscito a esprimersi come ci ha abituato, imbrigliato da un Sevilla estremamente concreto.


Tanto per gradire, Jiménez deve fare a meno di Kanouté (che starà fuori tre settimane dopo essersi infortunato con la nazionale), Luis Fabiano, Chevantón e Renato (e anche Dragutinovic), praticamente tutte le opzioni per i due ruoli d’ attacco. Ciò costringe quindi ad inventare una prima linea con Acosta (esterno-mezzapunta) riferimento avanzato e Romaric in appoggio, oltre che a prelevare due canterani (Armenteros e Fernando, entrambi avranno qualche minuto) dal Sevilla Atlético per completare la panchina. Arconada invece deve fare a meno di un’ arma affilata quale Piatti, e per sostituire l’ argentino non inserisce l’omologo Crusat, bensì modifica le caratteristiche del proprio 4-1-4-1 aggiungendo Soriano nel mezzo (in funzione anti-Maresca) e defilando la mezzapunta Corona sulla sinistra.

Non è che la mossa porti grandi benefici, perché in tutto il primo tempo l’Almería non riesce proprio a entrare in partita. Il match lo fa il Sevilla, che pressa l’ inizio dell’ azione dei difensori di casa, recupera con facilità il pallone mantenendone il possesso e stazionando prevalentemente nella metacampo avversaria. L’ Almería non entra in partita perché la sua transizione offensiva è inesistente: ha difficoltà a iniziare l’ azione e trasmettere il pallone dalla difesa al centrocampo a causa del pressing avversario, e di fatto non ha nemmeno la possibilità del gioco diretto.

Negredo viene neutralizzato dall’ eccellente sistema difensivo ospite, che lo tiene lontano dalla porta, isolandolo e ingabbiandolo nello spazio angusto fra la difesa e il centrocampo sevillista, impedendogli di fungere da boa e negandogli, con aiuti e raddoppi sistematici, la possibilità di far salire la propria squadra.

Accorciando con la linea difensiva e tenendo Negredo lontano dalla propria porta, il Sevilla non deve nemmeno temere la profondità e gli scatti sul filo del fuorigioco (che sono il teorico rovescio della medaglia di una difesa alta), perché Negredo non ha quei movimenti nel suo repertorio, perché Juanma Ortiz è un tornante dalla propensione offensiva notoriamente modesta e perché il mancato utilizzo di Crusat toglie all’ Almería il suo sfogo più credibile in profondità, destinando alla fascia sinistra un elemento come Corona dalle caratteristiche radicalmente differenti.

Corona non attacca lo spazio, vuole palla sul piede ed è un trequartista che dalla fascia può al massimo accentrarsi per offrirsi tra le linee e venire incontro al portatore di palla, una pedina funzionale a un calcio di possesso palla a terra, cioè proprio quel calcio che, per i motivi precedentemente esposti, l’Almería non è stato in grado di sviluppare per tutta la serata. Annullati così in un colpo solo l’effetto-Negredo e l’ effetto-Corona, per i padroni di casa risulta impossibile distendersi, e i palloni lanciati lunghi dalla difesa suonano come preghiere nel vuoto (a maggior ragione è stata una scelta sbagliata rinunciare a Crusat pensando alle note difficoltà di Konko in fase difensiva, che hanno sicuramente più possibilità di emergere con un avversario che attacca costantemente lo spazio alle sue spalle).

Il Sevilla ha quindi il controllo del match, ma come prevedibile punge poco per la leggerezza del suo improvvisato attacco: non che il rapido Acosta non si dia da fare (si muove molto, si applica nel pressing e impegna anche Diego Alves nell’ unica vera occasione del primo tempo, al 7’), ma prima punta non è e non può contendere molti palloni a Chico e Pellerano, mentre Romaric per indole tende ad abbassare la propria posizione per venire a prendersi il pallone. Perciò lo 0-0 della prima frazione rappresenta la logica conseguenza di questo quadro generale.

L’inizio della ripresa sembra offrire un Almería più vivo e presente nella metacampo avversaria, anche con le sovrapposizioni dei terzini, ma a stroncare ogni entusiasmo sul nascere arriva al 51’ l’episodio che il Sevilla capitalizzerà al massimo al fischio finale: un calcio d’angolo sul quale la difesa almeriense compie il grave errore di non vigilare il limite dell’area, consentendo ad Adriano di scagliare la conclusione che la sfortunata deviazione di Chico farà terminare in rete.

Raggiunto il vantaggio, il Sevilla imposta la gara sul contropiede, mentre muovendo la panchina Arconada cerca di alterare le basi del chiaro vantaggio tattico ospite: si accorge dell’inutilità di Soriano nella particolare circostanza, e passa al 4-4-2 inserendo Natalio, mossa che ha il suo perché, visto che tenere impegnati con due punte i due difensori centrali avversari può redistribuire meglio il lavoro offensivo, attenuando l’isolamento di Negredo e consentendogli più libertà nel suo lavoro di boa (poi entra anche Kalu Uche per Juanma Ortiz, quest’ ultimo inutile in senso quasi assoluto). Jiménez se ne rende conto, e in un gustoso botta e risposta fra strateghi, inserisce Fazio al posto di Maresca, saggiamente perché il doble pivote più bloccato Fazio-Duscher consente una copertura più stabile in aiuto ai due difensori centrali, senza rischiare pericolose situazioni di parità numerica con gli attaccanti avversari e potendo anche contare sul gioco aereo di Fazio che va a prendersi Negredo quando l’ Almería cerca sempre di più le palle lunghe verso la propria torre offensiva.

È proprio questo il copione del finale di partita: Sevilla dietro e Almería alla ricerca della mischia più che della trama ragionata: gli ospiti reggono senza grossi problemi a parte una splendida punizione a girare di Julio Álvarez che sibila vicino all’ incrocio al 78’, e anzi nel finale vanno vicinissimi al raddoppio sfruttando il contropiede, prima con Navas che, liberato da uno svarione di Chico, butta via un 2 contro uno con Diego Alves servendo Acosta nel peggiore dei modi, poi con Armenteros che incorna fuori un bel traversone di Romaric dalla destra.


I MIGLIORI: Bene David Prieto, centrale proveniente dalla cantera che si è meritatamente conquistato la titolarità già dal precampionato: ottimo senso della posizione e buon tempismo, si fa sorprendere raramente. Al di là del gol, peraltro fortunoso, Adriano è uno dei più attivi nel Sevilla. Positivo Acosta, come attitudine e come qualità delle giocate.

Nell’Almería c’è poco da segnalare, diciamo il buon lavoro di Juanito nelle transizioni difensive.

I PEGGIORI: Non per colpa sua, ma Negredo, l’ uomo-chiave della fase offensiva dell’Almería, non può incidere sulla partita. Sottotono anche Corona.


Almería (4-1-4-1): Diego Alves 6,5; Bruno 6, Chico 5,5, Pellerano 6, Mané 6; Juanito 6,5; Juanma Ortiz 5,5 (65'), Soriano 5,5 (62'), J. Álvarez 6, Corona 5,5 (83'); Negredo 5,5.

In panchina: Esteban, C. García, Acasiete, Crusat, Solari s.v. (83'), K. Uche 5,5(65'), Natalio 5,5 (62').

Sevilla (4-4-1-1): Palop 6; Konko 6, Prieto 7, Escudé 6,5, Navarro 6; Navas 6, Duscher 6, Maresca 6 (67'), Adriano 6,5 (75'); Romaric 6; Acosta 6,5 (87').

In panchina: Javi Varas, Fazio 6 (67'), Squillaci, Crespo, De Mul, Armenteros s.v. (75'), Fernando s.v. (87').


Gol: 0-1 (51'): Adriano engancha una volea tras un córner que entra en la portería de Alves después de rebotar en Chico.

Árbitro Daudén Ibáñez, Colegio Aragonés. Amonestó a Jesús Navas (64'), Natalio (73'), Romaric (78') y Fernando (94'+).

Incidencias Estadio de los Juegos del Mediterráneo. 12.050 espectadores, según informó el club. Noche lluviosa en Almería. Terreno de juego en condiciones aceptables.

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domenica, aprile 20, 2008

TRENTATREESIMA GIORNATA: Sevilla-Almería 1-4: autorete Daniel Alves (A); Negredo (A); Juanma Ortíz (A); Negredo (A); Kanouté (S).

Un altro incomprensibile blackout per il Sevilla, una disarmante figuraccia proprio quando la sconfitta casalinga dell’ Atlético (1-3 dal Betis) apriva prospettive interessantissime in chiave-Champions. A parte il passivo forse un po’ troppo ingeneroso nei confronti del Sevilla e a parte i primi 20 minuti nel pallone (con occasionissime a ripetizione divorate dai padroni di casa), è stato il trionfo dell’ Almería: signor allenatore (Emery è il vero fenomeno di questa Liga 2007-2008, assieme a Marcelino e ad Agüero) e signora squadra, in campo ci sta come poche, organizzata come un orologio, e non si tira mai indietro quando c’è da giocare il pallone. In piena zona-Uefa, e il quarto posto è ad appena 6 punti di distanza…

Dopo il Villarreal e il Mallorca, Manolo Jiménez torna alle due punte; Emery invece modifica il disegno abituale del suo centrocampo: solitamente composto da un vertice basso e due mezzeali, stavolta vede Melo sulla stessa linea di Soriano, con Corona a fungere più da trequartista classico, forse per sfruttare proprio la tendenza a lasciare spazi fra difesa e centrocampo del Sevilla di quest’ anno. Lo squalificato Crusat viene invece sostituito con l’ avanzamento di Mané.
Nonostante una traversa colta da Soriano con un’ acrobazia su calcio d’ angolo, l’ inizio di partita è assolutamente a senso unico, il Sevilla arriva con facilità irrisoria dalle parti di Diego Alves tanto che l’ Almería nemmeno sembra essere sceso in campo: gli ospiti non trovano le misure, Capel ha l’ uno contro uno facile e da lì piovono palloni su palloni che mettono in imbarazzo l’ incerta linea difensiva almeriense. Il gol è nell’ aria, ma Luis Fabiano in due occasioni e Keita concludono sul fondo colpi di testa praticamente a botta sicura.
Così, assolutamente inaspettata, arriva la doccia gelida per il Sánchez Pizjuan: al 23’, praticamente la prima occasione in cui l’ Almería si affaccia per impostare un’ azione manovrata, Soriano mette un cross dalla trequarti, tagliato e veloce, fra portiere e difensori, non è semplicissimo da gestire, Dani Alves va in tilt e incredibilmente fredda Palop di testa. Il gol, oltre all’ ovvio vantaggio sul tabellone, dà all’ Almeria la tranquillità per risistemarsi sul campo e occuparlo nella maniera più razionale: gli uomini di Emery cominciano a tenere di più palla e a combinare sfruttando il disorientamento del Sevilla, e così subito dopo il gol si creano l’ occasione per il KO, quando l’ arbitro fischia un rigore per fallo su Negredo. Sul dischetto lo stesso Negredo replica però l’ errore di domenica scorsa col Villarreal, stavolta scagliando il pallone sul palo.
Ciò incoraggia il Sevilla, il quale però continua a intravedere pochi spiragli. Dopo lo 0-1, è l’ Almeria ad avere assunto il controllo strategico, accorciando le distanze fra i reparti e restringendo il campo a disposizione dell’ avversario: i raddoppi sugli esterni impediscono di sfruttare la società Alves-Navas, mentre il pressing a centrocampo inghiottisce Poulsen e Keita, sicchè il Sevilla si trova nella disagevole situazione di dover impostare l’ azione coi piedi mediocri dei difensori centrali, potendo sperare al massimo in qualche episodio isolato per inquietare Diego Alves (come il tiro al volo alto di Navas alla fine del primo tempo).
Jiménez prova a trovare un filo logico a centrocampo con Renato per Poulsen, ma il Sevilla non ha nemmeno tempo di organizzare una reazione, ad inizio ripresa lo 0-2 di Negredo è un macigno. Il primo errore è quello di lasciare a Soriano sulla trequarti tutto il tempo per controllare, alzare la testa e liberare la conclusione (cosa che non sarebbe mai avvenuta con una corretta coordinazione dei movimenti fra difesa e centrocampo), il secondo, quello più vistoso, lo commette Palop, respingendo il tiro di Soriano centrale giusto giusto sui piedi dell’ accorrente Negredo, il quale insacca a porta vuota.
Sotto di due gol, Jiménez tenta la carta della disperazione, la mossa che forse affossa definitivamente il Sevilla: Koné per Mosquera, difesa ridotta all’ osso e ora spalancata ad ogni incursione avversaria. Come quella che porta allo 0-3: batti e ribatti, palla che rimane sulla trequarti, passaggio filtrante di Negredo per Juanma Ortiz che penetra come una lama nel burro e scavalca Palop con un tocco sotto.
Koné prende il palo, poi Adriano si fa espellere per proteste poco educate: di male in peggio, e l’ Almeria non mostra nessuna pietà, proprio nell’ azione susseguente al rosso ad Adriano, Negredo fa infatti doppietta, stavolta con una gran bella deviazione volante su cross dalla destra. Il finale è senza storia, soltanto per registrare la reazione d’ orgoglio del Sevilla: Kanouté prima sbaglia un rigore (sempre impressionante la reattività di Diego Alves, che però deve migliorare la presa), poi finalmente fa centro rimpallando in rete una deviazione sul palo di un difensore dell’ Almeria.

I MIGLIORI: Si concede pure il lusso di sbagliare un rigore Negredo, al 13esimo gol stagionale, insostituibile per Emery, unico finalizzatore autentico della rosa almeriense, fondamentale anche per il suo lavoro spalle alla porta. Efficacissima partita di Soriano, presente nelle azioni dei primi due gol: un mediano di non esaltante qualità tecnica, ma capace di svolgere più fasi e coprire un ampia fetta di campo. Può giocare più bloccato davanti alla difesa oppure (come più spesso viene impiegato) da mezzala, ha polmoni, notevole continuità all’ interno dei novanta minuti, pressa ed ha una buona scelta di tempo negli inserimenti offensivi (pericoloso anche sui calci piazzati).
Le azioni più interessanti del Sevilla, soprattutto nel dominio dei primi 20 minuti, vengono dagli uno contro uno di Diego Capel.
I PEGGIORI: Insicura la copia Mosquera-David Prieto, cancellati dalla partita Poulsen e Keita, male anche Luis Fabiano, che due-tre palle buone di testa le avrebbe anche ma conclude come un killer che si rispetti non può proprio fare. Papera per Palop, che in generale quest’ anno non ha neanche lontanamente offerto la sicurezza delle due stagioni passate.

Sevilla (4-4-2): Palop 5; Alves 5,5, Mosquera 5 (57'), D. Prieto 5,5, Adriano 5; Navas 6, Poulsen 5 (46'), Keita 5,5, Capel 6,5(67'); Kanouté 6, L.Fabiano 5.
In panchina: De Sanctis, Crespo, Fazio, Duda (67'), Renato (46'), De Mul, Koné (57')
Almería (4-2-3-1): Diego Alves 6,5, Bruno 6, C.García 6, Pulido 6,5, Cisma 6,5; Soriano 7 (67'), Melo 6; Juanma Ortiz 6,5, Corona 6 (72'), Mané 6,5 (77'); Negredo 7.
In panchina: Aitor Alcalde, Kalu Uche s.v. (77'), José Ortiz s.v. (72'), Iriney s.v. (67'), Acasiete, Juanito, Guiherme

Goles 0-1 (24'): Alves, en propia puerta. 0-2 (47'): Negredo. 0-3 (62'): Juanma Ortiz. 0-4 (66'): Negredo. 1-4 (73'): Kanouté.
Árbitro: Clos Gómez, Col. Aragonés. Expulsó a Adriano con roja directa (65'). Amonestó a Soriano (18'), Juanma Ortiz (32'), Pulido (84'), Poulsen (22'), Alves (82') y Keita (87').
Incidencias: Sánchez Pizjuán. 30.000 espectadores. El campo, resbaladizo por la lluvia.


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lunedì, marzo 17, 2008

VENTOTTESIMA GIORNATA: Almeria-Barcelona 2-2: Bojan (B); Pulido (A); Eto’o (B); Kalu Uche (A).

Prosegue la farsa di una Liga che nessuno vuole vincere e nessuno merita di vincere. Parole sante quelle di Clemente in settimana (“El Madrid y el Barça no juegan un pimiento”), anche se valgono più per un discorso globale che per la partita di stasera: era infatti difficile attendersi un grande Barça in questa occasione. I punti più gravi son stati persi in altre partite, il “Juegos del Mediterraneo” è uno dei campi più complicati e l’ Almeria era una delle squadre che per caratteristiche poteva mettere più in difficoltà i blaugrana (molto più di Atlético e Villarreal).
Squadra tutta intensità, ritmo e organizzazione, proprio quello che manca al Barça, che per cavarsela doveva fare leva sulla qualità dei singoli e sul carattere che era assolutamente chiamato a sfoderare. Va detto che, dopo un primo tempo assolutamente censurabile, i catalani non hanno fatto mancare questi aspetti nella ripresa, prima inventando l’ 1-2 con Henry ed Eto’o e poi sacrificandosi a protezione del vantaggio dopo l’ espulsione di Milito (forse discutibile il primo giallo), ma la doccia fredda è arrivata lo stesso: due gol in fotocopia (su calcio d’ angolo, uno dei punti di forza dell’ Almeria, Emery cura in maniera maniacale le palle inattive) che chiamano a precise responsabilità la difesa, son “dettagli” che possono costare un campionato.

Formazione-tipo per Emery, non per Rijkaard che con l’ incessante pioggia di assenze non sa nemmeno cosa voglia dire questa parola: comunque Frank opta per aumentare i chili a centrocampo, affiancando Gudjohnsen a Xavi e avanzando in attacco Iniesta, mentre Bojan scalza il criticatissimo Henry.
Le linee della partita son chiare sin dall’ inizio: aggressione totale dell’ Almeria, come suo costume fra le mura amiche, pressing intensissimo che provoca numerosi errori perfino fra i fini palleggiatori blaugrana, riducendo il predominio nel possesso-palla del Barça al di sotto del 60% (il che è praticamente un’ impresa). Già in avvio poi un contropiede supersonico di Crusat, anche se innocuo, fa capire la differenza di velocità nelle transizioni fra le due squadre.
Quadro tattico che sembra spinosissimo per il Barça, costretto contro sua natura a mostrare i denti e a intervenire all’ ultimo su ogni pallone, ma gli ospiti vanno comunque in vantaggio al primo affondo: Iniesta sfonda sulla sinistra, si accentra, forse sono un po’ passivi i centrali dell’ Almeria a non stringere per chiudergli lo spazio, il tiro non è irresistibile, ma abbastanza angolato, respinta difettosa di Diego Alves, tap-in di Bojan, sempre molto pronto in queste situazioni.
Come tante altre volte, dopo essere passato in vantaggio, il Barça si siede e non gioca più, indeciso se cercare il secondo, se temporeggiare, se difendersi, finendo col non fare nessuna delle tre cose, discorso vecchio questo. Palese, come contro Atlético e Villarreal, la mancanza di coesione e di equilibrio: il pressing è una parola per nostalgici (addirittura a un certo punto si è visto Eto’o sbracciarsi per chiedere aiuto ai compagni mentre pressava da solo i centrali avversari), e saltata questa prima linea il centrocampo va facilmente sotto per i suoi limiti dinamici, ed è relativamente semplice arrivare sulla trequarti per gli avversari.
Dopo lo 0-1, i ritmi si abbassano notevolmente e l’ Almeria non può più agire in maniera diretta e verticale come predilige, ma gli uomini di Emery non si tirano comunque indietro quando c’è da elaborare l’ azione, e costruiscono con pazienza il meritato pareggio: calcio d’ angolo dalla destra, liberissimo sbuca Pulido, specialista del gioco aereo, e la conclusione è senza appello per Valdés e per il solito Barça passivo e irritante. Pareggio che galvanizza l’ Almeria, che torna ad aumentare i ritmi e mette pressione con un’ azione rimpallata di Felipe Melo in area di rigore. L’ occasione più ghiotta del primo tempo è comunque per il Barça: magnifica palla in profondità di Xavi, Bojan a tu per tu con Alves che si riabilita dopo l’ errore del gol.
La ripresa però cambia di segno: dopo un’ iniziale supremazia a centrocampo dell’ Almeria (gran percussione e tiro da fuori di Melo), esce fuori il Barça. Importante l’ ingresso in campo di Henry: viste le condizioni di Edmilson, Rijkaard decide di prescindere dall’ interdittore per piazzare Iniesta davanti alla difesa, la circolazione del pallone ne guadagna e il Barça ha un po’ più il controllo della situazione. Henry poi risponde alle critiche e, praticamente alla prima azione dall’ ingresso in campo, incide da grande campione: palla che gira da Bojan sulla destra a Xavi, Xavi alza la testa e serve Henry largo a sinistra, Titi con la sua classica azione finta di rientrare e guadagna il fondo, pase de la muerte e gran riflesso di Eto’o che anticipa tutti e infila in rete.
A questo punto la partita sembra tutta del Barça: l’ altra faccia della medaglia del gioco super-intenso dell’ Almeria implica infatti un dispendio energetico mostruoso, e passata l’ ora di gioco il conseguente calo atletico accresce le distanze fra i reparti. Più spazi per il Barça, che ha però la grave colpa di non chiudere la partita in contropiede: prima Henry su traversone dalla destra di Bojan si vede respingere la sua conclusione in controtempo da Alves, poi Eto’o si invola a tu per tu con Alves su un passaggio filtrante di Xavi, ma ancora una volta Alves è bravo a fargli perdere l’ attimo e costringerlo ad allargarsi.
Passato il treno dell’ 1-3, si apre una fase soffertissima per il Barça: tanti i gialli accumulati in una partita dal tasso agonistico assai elevato, il primo a Milito come detto si può discutere, ma sul secondo Corona scappa via e la somma di ammonizioni è presto fatta. Rijkaard costretto all’ emergenza toglie Bojan, inserisce Sylvinho e sposta Abidal centrale (ruolo originario del francese): la fase migliore del Barça paradossalmente è proprio questa, perlomeno per il carattere, con dieci giocatori tutti dietro e disposti al sacrificio, Eto’o ed Henry che si aggiungono al centrocampo prima di prendere palla e portarla su per perdere tempo.
Emery prova il tutto per tutto, aggiungendo la seconda punta centrale (Kalu Uche), togliendo un difensore, aggiungendo Iriney al centrocampo e allargando Corona a sinistra. Nonostante questo gran dispiegamento, i padroni di casa non sembrano però in grado di creare grandi pericoli, manca ormai lucidità, il Barça sembra reggere ma Abidal si dimentica dell’ uomo, e proprio il neo-entrato Kalu Uche incorna a rete un calcio d’ angolo praticamente uguale a quello dell’ 1-1, cambia solo il lato.

I MIGLIORI: Iniesta uno dei più positivi nel Barça, vivace quando gioca sulla trequarti e persino più consistente del derelitto Edmilson quando viene spostato davanti alla difesa, come sempre gioca ogni pallone con buon criterio. Bene Bojan, propone azioni interessanti, sveglio ed incisivo. Henry si rifà con la grande azione dell’ 1-2: sono il primo a pensare che il momento migliore della sua carriera sia già passato, però non bisogna dimenticare che la classe rimane comunque, e le critiche nei suoi confronti son state troppo violente, tese come abitudine nell’ ambiente blaugrana ad individuare il capro espiatorio di turno (prima Ronaldinho, poi Xavi, ora è toccato a lui) per problemi che prima di tutto sono collettivi.
Altra prova autorevole e di sostanza di Felipe Melo, uomo-chiave dell’ Almeria e grande neo-acquisto della Fiorentina: dinamismo, forza, tecnica e personalità.
I PEGGIORI: Edmilson non si regge in piedi, imbarazzante vedere in tale stato un giocatore che dovrebbe invece essere assai importante in questa fase della stagione, come prima alternativa all’ acciaccato Touré. Un po’ in affanno Puyol (lo spremono troppo, e quando non è al massimo della forma si nota qualche errore di posizionamento), disastroso Abidal, sul 2-2 si fa scappare come un dilettante Kalu Uche.

Almería (4-3-3): Diego Alves 6; L. Rekarte 6, C. García 6, Pulido 6,5 (80'), Mané 6; Melo 6,5, Juanito 6, Corona 6,5; Juan Ortiz 6 (64'), Negredo 6, Crusat 6 (80').
In panchina: Cobeño, Bruno, Kalu Uche 6,5 (80'), José Ortiz s.v. (64'), Cisma, Iriney s.v. (80'), Soriano.
Barcelona (4-3-3): Valdés 6; Puyol 5,5, Thuram 6, Milito 5,5, Abidal 5; Xavi 6, Edmilson 4,5 (54'), Gudjohnsen 5,5 (92'); Bojan 6,5 (74'), Eto’ o 6, Iniesta 6,5.
In panchina: Pinto, Sylvinho s.v. (74'), Henry 6,5 (54'), Oleguer, Victor Sanchez. s.v. (92'), Pedrito, V. Vázquez.

Goles: 0-1 (16'): Bojan aprovecha un rechace de Alves. 1-1 (32'): Pulido remata un córner de Corona. 1-2 (57'): Etoo. 2-2 (85'): Kalu Uche, en otro córner.
Árbitro: Rubinos Pérez, madrileño. Expulsó a Milito (71') por doble amonestación. Amonestó a Puyol (30'), Iniesta (60') y Gudjohnsen (68').
Incidencias: Estadio Juegos Mediterráneo. 18.605 espectadores.


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