sabato, aprile 17, 2010

Fidatevi di Pochettino.


No, decisamente l’Espanyol 2009-2010 non si è rivelato una squadra capace di ergersi sopra la mediocrità diffusa della Liga, chiariamolo subito. Però c’è mediocrità e mediocrità: ci sono squadre grigie e sempre uguali a loro stesse, ci sono squadre del tutto inguardabili, e ci sono squadre che nella mediocrità trovano un temporaneo parcheggio, più per immaturità che per mancanza di idee. Nell’Espanyol di Mauricio Pochettino c’è un’idea di gioco chiara e ci sono giocatori non solo validi ma di prospettiva, solo che l’idea attende ancora una traduzione in un discorso più coerente e solido. E cioè maggiore continuità e maggiore personalità, anche nel passaggio fra casa e trasferta (dove i periquitos hanno speso più di una partita fra il banale, il conformista e l’irritante).

Ha passato fasi delicate quest’Espanyol, extrasportive (la morte di Dani Jarque) e sportive (una flessione accentuata nei risultati e nel gioco fra novembre e dicembre del 2009), ma Pochettino ha resistito, e per fortuna non son state spazzate via le basi di un lavoro che già in pretemporada sembrava promettente (splendido 3-0 nell’amichevole col Liverpool, inaugurazione del nuovo stadio di Cornellá-El Prat e purtroppo ultima partita di Jarque). Il tecnico argentino si è fatto forte del credito derivatogli dalla lunga apprezzata militanza nel club come giocatore e ancora di più della miracolosa salvezza ottenuta la stagione passata. I risultati restano tuttora alterni, ma il peggio pare passato e sembrano esserci i margini per un progetto a medio-lungo termine, pur entro i limiti delle ristrettezze economiche del club.
Dopo le disastrose gestioni di Tintín Márquez e di Mané, pochi vedevano l’Espanyol capace di risollevarsi a metà della scorsa stagione, e l’inesperienza di Pochettino come tecnico rappresentava un’ulteriore incognita. L’argentino però ha promosso un cambio di rotta netto, evidente nell’atteggiamento oltre che nei risultati: un Espanyol più corto e aggressivo nel pressing e molto più scomodo per gli avversari.

Quest’anno, Pochettino ha cercato di aumentare la complessità del modello di gioco, non più solo reattivo (il pressing alto a palla persa, la ricerca dell’intensità, rimangono comunque una caratteristica dominante, anche se una volta superato questo primo pressing la coordinazione non è sempre impeccabile, talvolta chi si stacca per andare a pressare perde le distanze dai compagni di reparto e così si creano buchi ancora più profittevoli per l’avversario quando si sceglie di difendere alto) ma anche propositivo. L’Espanyol non rifiuta il peso di fare la partita, e cerca sin dalle prime fasi una manovra che contemperi la massima ampiezza con combinazioni fitte e pochi punti di riferimento dalla trequarti in su.
Cominciano l’azione i due difensori, che partono larghi, e un centrocampista (generalmente quello con maggiori doti di regia, Verdù o Javi Márquez) che retrocede per offrire l’appoggio, i quali hanno a disposizione due opzioni principali: la prima è il cambio di gioco, la seconda il passaggio interno. La prima opzione, molto ricercata, vede il lancio in diagonale (Pareja fra i difensori e Javi Márquez fra i centrocampisti i più dotati nel fondamentale) verso l’esterno di centrocampo del lato opposto, che si offre per allargare il gioco; la seconda opzione invece la presentiamo come alternativa per comodità di esposizione, ma in realtà è complementare: cioè, una volta che allarghi il sistema difensivo avversario (un cambio di gioco ben effettuato ruba all’avversario quegli attimi preziosi per scivolare da un lato all’altro e coprire adeguatamente la zona del pallone), approfitti anche degli spazi che si creano al centro.
Tali spazi Pochettino intende sfruttarli con quattro giocatori fortemente coinvolti nella fase conclusiva: la cosa più interessante è infatti l’uso degli esterni di centrocampo, che diventano attaccanti aggiunti. In questa fase l’Espanyol lascia ai terzini il compito di garantire l’ampiezza: questi alzano molto la loro posizione (Chica a destra e David García/Dídac a sinistra accompagnano con frequenza l’azione offensiva, il problema però è che si limitano al cross dalla trequarti), per consentire alla squadra di guadagnare alternative in zona centrale. I due esterni per l’appunto, che possono tagliare verso il centro o per triangolare col Verdù-Javi Márquez di turno oppure per andare direttamente alla conclusione. Gli esterni poi incrociano spessissimo per accompagnare l’unica punta nei movimenti alle spalle della difesa avversaria (quando questa è alta e l’Espanyol cerca subito il lancio in profondità) oppure per attaccare il secondo palo sui cross dalla fascia opposta. Molti cambi di posizione poi che portano sovente l’esterno di una fascia a cercare la superiorità numerica assieme al compagno della fascia opposta, nell’intento di offrire meno punti di riferimento possibili. L’intento non sempre trova la migliore concretizzazione (per imprecisioni, mancanza di mordente, giocate approssimative e una certa maniera eccessivamente ansiosa di attaccare che più di una volta ha manifestato la squadra), però non si può dire che non ci sia dietro un lavoro serio: non si trovano in giro tanti allenatori interessati ad organizzare la fase offensiva (molti pensano non sia necessario, che si debba sistemare quella di non possesso, e poi lasciare in avanti libertà di seguire l’ispirazione), e in quest’aspetto è probabile che Pochettino raccolga l’eredità del “Loco” Bielsa, suo allenatore nel Newell’s Old Boys di inizio anni ’90.

Altri giocatori. Portieri: Cristian Álvarez, Javi Ruiz. Difensori: Pillud (terzino destro), Roncaglia (centrale/terzino destro). Centrocampisti: De la Peña (trequartista/centrocampista centrale), Corominas (esterno/seconda punta). Attaccanti: Iván Alonso, Ben Sahar, Tamudo.

È certo curioso che uno degli aspetti più interessanti del gioco di Pochettino riguardi un reparto come l’attacco che rappresenta il più debole di tutta la Primera, con il bilancio a dir poco ridicolo di 26 gol all’attivo finora. Bilancio che risente senza ombra di dubbio di un certo sconvolgimento riguardante gli effettivi che lo compongono. Sconvolgimento che implica addii dolorosi: quello annunciato di Tamudo alla sua squadra di sempre e quello sempre più vicino di De la Peña al calcio giocato. Brutto lasciarsi così: vero che Tamudo ultimamente aveva perso il graffio, quel decimo di secondo che in area fa la differenza, però si pensava a un congedo ben più sereno rispetto alla rottura netta col club (sul tema dell’eventuale rinnovo contrattuale) verificatasi nei primi mesi di questa stagione, rottura che lo ha portato fuori rosa. Più malinconica la situazione di De la Peña, perso in una spirale di infortuni dalla quale a quasi 34 anni sembra ormai difficile trovare l’uscita. Quattro partite tutte da subentrato per “Lo Pelat”, solo 159 minuti, 5 presenze e zero gol per Tamudo. Del “Triangle Magic” dello splendido Espanyol 2006-2007 vicecampione di Uefa rimane in piedi solo Luis García.
Altro contrattempo difficile da mettere in conto in estate era il flop gigantesco di Shunsuke Nakamura. Il giapponese, sensibilità calcistica sulla carta molto adatta alla Liga, non si è minimamente adattato alla Catalogna, non si è inserito nello spogliatoio e presto si è rivelato anche poco utile sul campo, vanificando anche tutto il possibile ritorno in termini di immagine e di seguito che l’Espanyol cercava nel Sol Levante. Provato senza successo da falso esterno a destra (simil-Celtic) o a sinistra, mancino raffinatissimo ma mobilità da Sfinge, 13 partite (6 da titolare) senza alcuna gloria e ritorno in patria agli Yokohama Marinos.

Così il popolo espanyolista ha dovuto penare per inventarsi dei nuovi eroi. Molto di moda ora Osvaldo, in prestito da gennaio dal Bologna, e al centro di un caso che riempie un giorno sì e l’altro pure le pagine dei giornali. L’Espanyol vuole estendere il prestito al prossimo anno, il giocatore sostiene questo tentativo non risparmiando dichiarazioni forti (“Se torno a Bologna, lascio il calcio”, “Là in Italia a parte due-tre squadre nessuno gioca a calcio”). Fatto sta che il matrimonio ha fatto comodo ad entrambe le parti: rilancia Osvaldo, che in tutta sincerità non ritenevo il bomber necessario all’Espanyol (me lo ricordavo dall’Under 21 come una punta discreta, ma di movimento più che altro), e mitiga quella mancanza di mordente dell’Espanyol di cui parlavo prima. Sei gol in quattordici partite, nella squadra meno prolifica del campionato, evidenziano un’ inversione di tendenza.
Osvaldo offre un po’ più di peso e di presenza all’attacco, senza per questo vanificare quel gioco offensivo agile e con pochi punti di riferimento che predilige Pochettino. Osvaldo attacca lo spazio, svaria e triangola ma va anche a sgomitare e staccare nell’area avversaria, con quel po’ di concretezza in più rispetto ai colleghi di reparto. Potente e con buone doti tecniche, Osvaldo dà profondità ma non è molto portato al gioco spalle alla porta, il che gli impedisce di fare reparto come dovrebbe in quelle partite in cui l’Espanyol fatica a salire e supportare l’azione offensiva a pieno organico.
Osvaldo ha preso il posto di Tamudo che inizialmente sembrava tagliato su misura per José Callejón, che l’ormai ammainata bandiera espanyolista la ricorda per la rapidità, l’istinto, la capacità di muoversi fra i centrali, sul filo del fuorigioco. Il 23enne ex canterano madridista (che, a scanso di equivoci, di Tamudo non ha certo il gol, solo 2 centri finora in 30 partite) si è però riciclato emergendo nel ruolo di esterno, già sperimentato la scorsa stagione. Più a sinistra che a destra, comunque Callejón (destro naturale) incide abbastanza. Non ha doti tecniche meravigliose, però è aggressivo, verticale, punta sempre l’uomo (e gli va bene perché ha il baricentro basso e sul breve è rapido), incrocia, tira, crossa, partecipa tantissimo, aiuta in ripiegamento, è sempre attivo e si fa apprezzare.
A destra invece nelle ultime giornate pare essersi conquistato un posto (ma stasera nel derby non ci sarà), e finalmente un po’ di stabilità (speriamo) in una carriera tormentata, Fernando Marqués. A ciascuno il suo Cassano: classe ’84, non ancora ventenne Marqués era segnalato come uno dei talenti più brillanti del calcio spagnolo quando il Rayo Vallecano lo promosse dalla cantera. Poi un bel po’ di anni buttati via fra indisciplina e mattane, tiramolla fra Racing e Atlético Madrid B, un contratto rescisso prematuramente col Castellón (ne parlammo qui) e poi… e poi Marqués ha chinato il capo, si è rimboccato le maniche ed è ripartito dall’Iraklis in Grecia, fino alla firma con l’Espanyol l’estate scorsa, avvenuta negli ultimi giorni di mercato dopo un breve periodo di prova che ha convinto Pochettino. Marqués del quartetto offensivo è l’elemento più estroso, che riconosci subito dopo un paio di giocate per i cambi di direzione palla al piede, i doppi passi, gli elastici, il gusto dell’uno contro uno. A dire il vero visto finora ha un po’ controllato la sua voglia di uscire dagli schemi: il rendimento è complessivamente apprezzabile, qualche partita l’ha anche accesa, ma forse la sua priorità è più quella di rendersi credibile semplicemente come giocatore su cui puoi contare per tutti i 90 minuti tutte le domeniche. È probabile che con la fiducia consolidata e senza infortuni o altri contrattempi, la sua incisività possa crescere di pari passo con il nostro divertimento.
Chiude il quartetto il classico Luis García, sempre importante ma piuttosto lontano dai livelli che lo avevano portato fra il 2006 e il 2007 nel giro della nazionale. Due gol in trentuno partite sono una miseria per uno come lui, anche se va detto che Pochettino l’ha lungamente sacrificato in una posizione di esterno alquanto scomoda. Scomoda non tanto per il fatto di partire esterno, perché come abbiamo visto nell’Espanyol questi sono coinvolti anche nella fase conclusiva, ma perché la scelta di farlo partire prevalentemente da destra toglieva angolo al miglior tiratore fra tutti gli attaccanti. Ora però gioca centrale, subito dietro la prima punta, quella che è sempre stata la sua posizione preferita.
Abbastanza definito il quartetto di base, trovano molto meno spazio Coro (19 presenze, solo 10 da titolare, 1 gol), mitico talismano della salvezza 2005-2006, e Ben Sahar, ancora tarda l’esplosione dell’israeliano (anche lui 19 presenze e 1 gol, ma solo 4 gare dall’inizio). Più rilevante invece il contributo del 31enne uruguaiano Iván Alonso, veterano dei campi spagnoli: 5 gol in 29 partite, poco talento ma abbastanza mestiere (e un notevole stacco aereo), duttilità e spirito di sacrificio per giocare indifferentemente davanti o sulla trequarti, con un significativo apporto in fase di non possesso, col pressing e i ripiegamenti in aiuto al centrocampo.

Detto di chi si occupa di accelerare e finalizzare l’azione offensiva, non bisogna dimenticarsi di chi ne pone le premesse: Joan Verdú è un giocatore importante, non un fuoriclasse ma una mezzala classica dal notevole senso della manovra (affinato nella cantera del Barça: il marchio si nota). Il collante della squadra in fase di possesso, aiuta i difensori e il centrocampista più basso a “pulire” i primi passaggi, rifinisce sulla trequarti, collega i reparti, con ampia libertà di svariare si trova sempre al centro di tutte le triangolazioni e tocca più palloni di tutti, nettamente.
Ha contestato questa centralità di Verdù un giocatore non particolarmente attuale perché purtroppo infortunato fino a fine campionato, ma che merita una sacrosanta citazione, ovvero Javi Márquez. Si tratta senza dubbio della più bella novità della stagione espanyolista. Qualcuno è arrivato ad elaborare il paradosso della bontà di questo suo infortunio, perché utile ad occultare almeno per un po’ un talento che stava già attirando le attenzioni degli avvoltoi di media-alta classifica, magari disposti a sottrarlo subito la prossima estate senza dare tempo all’Espanyol di gustarselo e valorizzarlo in una stagione completa. Javi Márquez è un prodotto relativamente tardivo (si è affacciato in prima squadra a 23 anni compiuti) di una cantera che non sarà quella del Barça ma che resta comunque una delle migliori di Spagna (oltre a Javi sono stabili in prima squadra da quest’anno il ventenne terzino sinistro Dídac Vilà e l’interessante difensore centrale Víctor Ruiz, 21 anni). Nelle 15 scarse partite disputate (e solo 9 da titolare) è risaltata immediatamente la naturalezza e la faccia tosta in mezzo al campo. Centrocampista spagnolo e spagnoleggiante, di quelli buoni che piacciono a noi. Testa alta, sinistro millimetrico nelle aperture e la capacità che non tutti possiedono di fermarsi, rallentare, scegliere e gestire “la pausa” per poi cambiare senso e ritmo al gioco con grande criterio. Senza paura nel portare palla e ripartire vincitore dal pressing avversario, può essere impiegato anche sulla trequarti, ma lui preferisce partire dal doble pivote, perché non essendo rapidissimo ha più tempo e metri per arrivare a fari spenti e caricare la bordata dalla lunga distanza, il pezzo forte del suo repertorio. Insomma, non vediamo l’ora che inizi la prossima stagione per verificare se questo ragazzo conferma queste prime sensazioni tanto positive.
Con l’infortunio di Javi Márquez Verdù è tornato ad alternarsi fra la trequarti e il doble pivote, e in questi possibili impieghi risiede lo spartiacque fra le diverse versioni dell’Espanyol. Con Verdù in cabina di regia si accentua il carattere manovriero della squadra, che passa spesso e volentieri a un 4-1-4-1; in caso contrario, accanto all’inamovibile Moisés Hurtado (tanto invisibile quanto prezioso col suo senso tattico) Pochettino colloca un altro centrocampista difensivo come Raúl Baena (21enne andaluso, altro promosso dalla cantera, anzi il più utilizzato di tutti con 18 presenze, 10 delle quali dall’inizio) oppure avanza uno dei due difensori centrali argentini ex Boca (più spesso Forlín, ma nell’ultima trasferta a Santander anche Roncaglia), non tanto per un attacco di “JavierClementismo”, ma per la scarsa disponibilità di centrocampisti difensivi di ruolo in organico. Con queste soluzioni l’Espanyol inevitabilmente dipende più dalla palla rubata, dalla ripartenza rapida e dal contropiede manovrato, come quasi certamente avverrà stasera col Barça, perché il pallone è uno solo e ti devi saper adattare.

Dovrà funzionare come un orologio in questo derby tutto il sistema difensivo, che oltre a Moisés ha come pilastri Nico Pareja e Kameni fra i pali. Pareja è indiscutibile al centro della difesa (al suo fianco si alternano prevalentemente Víctor Ruiz e Forlín), per la personalità, l’ottimo tempismo nell’anticipo, la rapidità delle chiusure e la capacità di rilanciare il gioco (e anche una discreta familiarità coi calci di punizione). Possibile che in estate parta per qualche piazza più ricca e ambiziosa. Su Kameni invece devo cospargermi il capo di cenere: portiere che ho sempre sopportato a malapena per le sue interpretazioni strampalate, ma che sta aggiungendo una sobrietà determinante per completare assieme alle straordinarie risorse atletiche il ritratto di un ottimo portiere.

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