lunedì, settembre 12, 2011

SECONDA GIORNATA

Tre punti buttati via e segnali un po’ preoccupanti per il Barça, rimontato sul campo della Real Sociedad. Rimontato dopo aver costruito un doppio vantaggio in poco più di dieci minuti. In quel frangente il timore era quello di un’altra goleada imbarazzante per la credibilità della Liga: Real Sociedad improponibile nel suo 4-1-4-1 (Mariga preferito ad Aranburu) con difesa altissima ma senza pressare chi faceva il passaggio. Xavi o chi per lui alzava la testa, imbucava e il gioco era fatto.

Talmente facile che il Barça ha finito per rilassarsi: i passaggi son diventati via via più fini a sé stessi, giusto per tenere palla, Fàbregas da falso centravanti ha finito con l’appiattirsi sempre più sul centrocampo, e gli assist alle spalle della difesa txuri-urdin sempre più scontati, con una circolazione troppo lenta e sempre meno movimenti che distraessero la difesa di casa.

Così la Real, tutto sommato sopravvissuta alla fine del primo tempo, ha finito col crederci, e registrando qualcosa dietro (bene il canterano Iñigo Martínez), con più aggressività sulle linee di passaggio blaugrana, è rientrata in partita. Prima grazie ad Agirretxe (confermato al centro del tridente, Vela invece in panchina per il ritorno di Griezmann), rivelazione di inizio stagione, e poi grazie a…Villa (subentrato all’infortunato Alexis Sánchez, otto settimane fuori), che con uno sconsiderato retropassaggio innesca l’azione del pareggio della Real, firmato Griezmann.

Guardiola butta dentro i big Iniesta e Messi, preservati dopo la sosta delle nazionali, ma è un Barça che fatica a ritrovare la cattiveria giusta dopo essere colpevolmente uscito dalla partita. Lezione di umiltà.

Real Madrid a due facce: bene a tratti in un primo tempo complessivamente di buon livello anche per la dignitosissima figura del Getafe; malissimo, ma paradossalmente più prolifico, nel secondo tempo.

Il primo tempo conferma l’idea di Mourinho in fase offensiva, la mancanza totale di punti di riferimento e il movimento costante. Tre le chiavi: Özil, Benzema, Coentrão. Il tedesco rispetto alle sue prime partite a Madrid è un giocatore che pesa sempre di più sull’elaborazione della manovra, non solo nella fase di accelerazione a partire dalla trequarti. Non si limita a dettare il passaggio verticale, ma sempre più spesso si avvicina a Xabi Alonso. Coordinato coi movimenti del tedesco, il lavoro di Coentrão, una scheggia impazzita. Davanti alla linea della palla, tagliando verso l’esterno o verso l’interno, inserendosi in area di rigore, il portoghese è sempre il terzo uomo, quello che genera la sorpresa, nella zona in cui il Madrid sta giocando la palla.

Dulcis in fundo, Karim Benzema, il principe degli attaccanti di manovra. La sua tendenza a uscire dall’area di rigore offre un punto d’appoggio sempre più prezioso alla manovra madridista (senza dimenticare che il francese non dimentica quando serve dare la profondità e schiaffarla dentro). In questo momento lui assieme a Özil, Coentrão, Xabi Alonso e Marcelo orienta e dà spessore al gioco madridista più di quanto non faccia Cristiano Ronaldo, che si limita ad aspettare lo spazio o il momento giusto per piazzare lo spunto.

Il Real Madrid potrebbe meritare di più per le occasioni, ma non si può dire che il Getafe rubi l’1-1 alla fine del primo tempo. Buona impressione dalla squadra di Luis García, che pure non poteva disporre di tre dei suoi migliori elementi (Diego Castro, Pedro León e Lopo). Sarabia promosso sulla sinistra, Torres centrale e Valera terzino destro, per il resto stessa formazione vista col Levante, un 4-5-1 molto raccolto nel retrocedere nella sua metacampo ma anche nell’uscirne in blocco, talvolta con disimpegni notevoli palla a terra sul pressing madridista. Sempre ben raccolta e quindi con un buon controllo delle transizioni fra le due fasi. Non sono un fan di Miku, ma il suo movimento ha creato più di un grattacapo alla coppia Pepe-Carvalho, non impeccabile.

Nella ripresa, un’altra partita. Il Madrid si allunga, un po’ per la stanchezza un po’perché comincia ad esagerare con le iniziative individuali palla al piede che tendono a spezzare in due la squadra (si segnala in negativo Cristiano Ronaldo), con i quattro giocatori offensivi che faticano a ripiegare. Con la squadra più lunga, anche Coentrão perde punti di riferimento, e in qualche momento della fase difensiva si vede che quello di centrale non è il suo ruolo.

Il paradosso però è che in queste fasi il Madrid può diventare ancora più pericoloso: invita l’avversario a giocarsela, e con quattro giocatori che non tornano in difesa, e possono ripartire in campo aperto, può segnare in qualsiasi momento. È quello che succede, tanto che giocando male arrivano tre gol nel secondo tempo. Cristiano Ronaldo fa un gol e un bell’assist, e lui sarà contento così anche se la sua non è stata una buona prestazione in realtà.

Deludente il big-match della giornata, Valencia-Atlético Madrid. Emery fa storcere un po’ il naso con la sua formazione: Albelda-Tino Costa nel doble pivote, poi Pablo-Jonas-Piatti dietro Soldado. Intensità altissima, grande velocità e costante intenzione di verticalizzare, ma poco cervello nel gestire le azioni offensive. Difetto non nuovo. Quel Canales in panchina non si capisce (Parejo invece non è stato nemmeno convocato nelle prime due partite, questo parla chiaro), ma in parte spiega perché soprattutto nel primo tempo la gara veda susseguirsi azioni da una metacampo all’altra senza troppo criterio.

L’Atlético però non ne approfitta, perché pur con i difetti esposti sopra, il Valencia è una squadra, mentre i colchoneros non ancora, nulla di strano. Manzano gioca con questa specie di tridente nel quale Reyes occupa una posizione abbastanza indefinita: non parte da destra per accentrarsi come con Quique, direi che parte già abbastanza accentrato, come trequartista. Al di là degli spunti individuali però pesa pochissimo sulla manovra. Le altre due punte, Falcao e Adrián, si dividono gli spazi in base alle loro preferenze, e cioè Falcao centravanti classico che si muove fra i centrali avversari, Adrián che svaria anche verso le fasce.

L’Atlético però copre male il campo in ampiezza, e non crea i presupposti perché i terzini possano inserirsi a sorpresa (Silvio comunque mi sembra ogni volta che lo vedo sempre più un acquisto azzeccato: uno di quei terzini che hanno il pregio di alzare la testa). Non avvolge l’avversario e non accorcia nella sua metacampo, e questo lo rende al momento più vulnerabile nei ripiegamenti, perché i 3 mediani non fanno in tempo a coprire le sovrapposizioni dei terzini avversari. L’azione del gol di Soldado su cross di Miguel (ma non lo avevano fatto fuori?) parla chiaro.

Mario Suárez è evidentemente di troppo (anche se Manzano nell’occasione ha fatto uscire Tiago), e la squadra ha risposto meglio con gli ingressi di Diego, Juanfran e Arda Turan. Solo sulla carta più sbilanciato, l’Atlético invece si è organizzato meglio in fase di possesso, con Diego a dirigere e i due subentrati, esterni di ruolo, a dare riferimenti più chiari, aprendo campo anche a Reyes, più presente nell’ultimo quarto della gara. Anche Emery però se l’è un po’ cercata, con cambi esclusivamente difensivi (Jordi Alba per Piatti, Topal, doppione di Albelda, al posto di Tino Costa nel doble pivote; Canales dentro solo per l’infortunio di Jonas, ma non riesce a entrare in partita) che hanno schiacciato troppo dietro la squadra nel finale.

Qualcuno comincia a borbottare invece sul fronte Athletic Bilbao. Un punto dopo due partite, comprensibile se si pensa che l’idea di gioco di Bielsa esige più tempo della media per mettere radici, incomprensibile per chi invece pretende tutto e subito. L’esito della stagione dell’Athletic dipende da quale delle due tendenze prevarrà…

Bielsa perde il confronto con l’allievo Pochettino (sua scoperta come giocatore ai tempi del Newell’s, ispiratore invece del Pochettino allenatore). Quanto a occasioni ci poteva stare anche un pari (Cristian Álvarez, portiere di casa, fra i migliori in campo), ma certo all’Athletic manca ancora tantissimo.

Pessimo il primo tempo, stramba la formazione scelta dal Loco: Ia predilezione del tecnico argentino per centrocampisti che giochino da terzini (in modo da esaltare la predisposizione offensiva delle proprie squadre) stavolta porta all’impiego di Iñigo Pérez (un centrocampista centrale, massimo esterno sinistro) da laterale difensivo, spostando invece De Marcos, il titolare del ruolo nelle gare precedenti, a centrocampo, come mezzala accanto a Ander Herrera. Il gol dell’Espanyol testimonia tutta la scomodità di Iñigo Pérez nel ruolo: sguardo rivolto verso la porta, senza accorgersi dell’uomo che arriva alle sue spalle, seguendo solo la palla e dimenticandosi del resto. Un gioco da ragazzi per una vecchia volpe come Sergio García tagliare e concludere in rete il cross dall’altra fascia. Bene l’attacco dell’Espanyol: sempre intelligenti i movimenti del centravanti Álvaro Vázquez, più in evidenza nell’aprire spazi ai compagni che nel concludere; brillante il canterano Thievy, che entra subito al posto dell’infortunato Albín e sulla sinistra mostra un bel cambio di passo e personalità.

Inizialmente la partita è una marmellata a centrocampo, coi tre centrali delle due squadre che si annullano a vicenda, e nessuno che crei superiorità smarcandosi tra le linee o portando palla dalla difesa. Poi l’Athletic degenera: i baschi ancora non si muovono come blocco coeso. Quando l’Espanyol inizia l’azione, il pressing è poco coordinato: magari uno esce ad inseguire l’avversario come un assatanato, ma gli altri non scalano per coprire tutte le linee di passaggio; poi la difesa accorcia male verso il centrocampo, lasciando più di un buco.

E anche la scarsa armonia in fase di possesso influisce negativamente sulla transizione difensiva: attacchi frettolosi, con pochi giocatori che portano palla o verticalizzano frettolosamente senza dare il tempo alla squadra per salire, e così una volta recuperato il possesso, l’Espanyol trova facilmente il giocatore libero cui passare la palla per ripartire.

Un po’ più ordinato l’Athletic della ripresa. Chi lo ordina è Muniain (bene anche Iturraspe, che la sua maglia da titolare se la sta meritando tutta): è lui a tenere palla e dare il tempo ai compagni per salire ed accorciare più agevolmente anche sulle respinte avversarie. Il talento di Muniain ispira alcune occasioni per l’Athletic, anche se il gol arriva dallo strapotere aereo di Llorente su un calcio d’angolo. Nel momento migliore però s’infortuna Ander Herrera, il socio migliore di Muniain, e l’Athletic non assimila il cambio (entra Toquero e si passa a un 4-2-3-1), perdendo quel controllo sulla gara che sembrava aver acquisito. Il resto lo fa ancora una volta la prontezza di riflessi di Sergio García, che sorprende la difesa basca su un calcio di punizione battuto rapido.

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mercoledì, settembre 07, 2011

Il punto sul calciomercato/prima parte.

Questo pezzo in realtà è in parte un bilancio del mercato in parte una presentazione delle 20 squadre del campionato, che verranno analizzate in maniera più approfondita nel corso della stagione.


Athletic Bilbao

Poco da trafficare, per ovvi motivi. Bielsa ha usato l’accetta: anche se i vari scartati (fra cui Koikili) ad inizio pretemporada son stati reintegrati, l’idea è sempre quella di un blocco ridotto di 19 giocatori super-motivati da integrare con gli innesti dalla cantera. Emblematica la scelta della cessione del veterano Orbaiz (ormai senza ritmo per competere) per far spazio all’atteso centrocampista del Bilbao Athletic Ruiz de Galarreta (ma anche Jonas Ramalho dovrebbe avere i suoi minuti dietro, dove non è stato acquistato nessuno e Bielsa conta di poter adattare Aurtenetxe centrale, all’occorrenza).

Non è arrivato Aduriz (e sarebbe stato un acquisto intelligente, utilizzabile sia come quel vice-Llorente che in rosa non c’è, sia come jolly per tutte le posizioni del tridente), e il mercato è servito più che altro per tagliare un po’di rami secchi (Ion Vélez, Balenziaga, lo sfortunato De Cerio, la meteora Urko Vera e Ustaritz, che forse poteva ancora servire).

Sul campo, inutile dire che bisogna dare tutto il tempo a Bielsa: i fischi al termine della prima deludente col Rayo ci possono stare per la gara in sé, ma non se si pensa a tutto il lavoro ancora da fare per cambiare il modello di gioco, che dal rudimentale stile di Caparrós deve passare a un sistema molto più complesso, con tanti nuovi concetti e movimenti offensivi che devono diventare pressoché automatici e un’idea di calcio totale che intende coinvolgere tutti e undici i giocatori in entrambe le fasi, indifferentemente (e l’idea di spostarne alcuni fra un ruolo e l’altro, vedi De Marcos e Gurpegi terzini o Javi Martínez difensore centrale nell’amichevole col Tottenham, va proprio in questo senso, non è certo il divertimento estemporaneo di uno scienziato pazzo).

Atlético Madrid

Dal panorama deprimente di inizio mercato si è passati a un quadro che, seppur con l’obbligatoria differenza che suscita qualsiasi mossa di questo club, sembra piuttosto stuzzicante.

Era cominciata male con la scelta di Manzano, che non può non sapere di minestra riscaldata: vero che questo Atlético non c’entra niente con quello 2003-2004, vero che Goyo è un buon tecnico, ma è anche vero che trasmettere all’ambiente un messaggio di rinnovamento (e non del tipo “abbiamo preso Manzano perché quelli che avevamo scelto prima di lui non volevano”, ciò che è successo in realtà) ti può aiutare a partire con un margine maggiore di fiducia e ottimismo.

La partenza di Agüero poi era parsa il colpo di grazia, ma le successive operazioni di mercato hanno rimescolato molto le carte e contribuito a suscitare molta curiosità attorno al progetto.

Era impossibile sostituire il Kun con un altro attaccante di pari livello, quindi giustamente l’Atlético ha cercato di reinvestire il denaro ottenuto dalle due squadre di Manchester (anche De Gea è valso un bel gruzzolo) rinforzando altre zone, soprattutto il centrocampo. È un Atlético questo che potrebbe finalmente avere la varietà di soluzioni e la creatività di cui mancava fra mezzeali e trequartisti. È arrivato Diego, reduce sì da delusioni fra Juventus e ritorno in Bundesliga, ma che se si ritrovasse potrebbe davvero dare un’altra dimensione alla manovra; poi c’è Arda Turan che da esterno sinistro può accentrarsi spesso e aggiungere imprevedibilità tra le linee, consentendo al tempo stesso a Reyes di partire da destra, la posizione da cui davvero può esprimere il suo miglior calcio e far giocare meglio anche i compagni.

A seconda della posizione di Diego, vedremo un 4-2-3-1 o il 4-3-3 della prima con l’Osasuna, ma qualche dubbio in più lo lasciano i centrali. È richiesta un’esplosione di Koke, che sicuramente possiede più talento e geometrie di Gabi (va bene come primo rincalzo per la mediana, ma da titolare…) e dei piattissimi Mario Suárez e Assunção, fermo restando Tiago, valido più come complemento che come leader. La regola degli extracomunitari ha invece imposto la cessione di Elias, che poteva rappresentare un’alternativa interessante come incursore.

Il fatto di non poter trovare un altro come Agüero non toglie comunque il valore di Falcao, fra i più pregiati sul mercato. E anche Adrián può apportare alternative, movimento e qualche gol in più rispetto alle sue stagioni passate (sembra cresciuto dal punto di vista realizzativo). La cessione di Forlán ci sta tutta.

Una coppia Miranda-Godín potrebbe far fare un salto di qualità alla difesa, così come una crescita di Filipe sulla sinistra, mentre più incerte sono le questioni riguardanti il terzino destro (Silvio sostituirà degnamente il sottovalutato Ujfaluši?) e soprattutto il portiere (molta inesperienza fra Joel e il nuovo acquisto Courtois, in prestito dal Chelsea; da ricostruire l’ex grande promessa Asenjo). Comunque, a prima vista non sembra un Atlético indebolito rispetto alla scorsa stagione, anzi.

Barcelona

Acquisti mirati ma di peso, tra l’altro rientrando pure nei margini finanziari previsti: la società aveva preventivato 45 milioni di esborso massimo per la campagna acquisti, e se è vero che Fàbregas e Alexis Sánchez son costati 60 milioni, i circa 24 ottenuti dalle cessioni di Bojan, Oriol Romeu, Jeffren e Cáceres hanno permesso di rientrare nel bilancio.

Alexis largo nel tridente deve studiare da “Pedro con un po’ più di magia”, in un attacco chiaramente impostato attorno all’idea dell’assenza di centravanti di ruolo. Partito Bojan, non rimane nessuno, se consideriamo che Villa partirà soprattutto all’ala e che l’acquisto di Fàbregas sembra pure proporre un’alternativa al Messi falso centravanti, anche se in casi presumibilmente limitati.

Acquisto di Fàbregas che più che incasellarsi nel solito 4-3-3 mira ad aumentare le alternative tattiche a disposizione di Guardiola, fra il 3-4-3 e le sconfinate possibilità di turnover offerte da una stagione fitta di impegni. Così si spiega (oltre che, inutile nasconderlo, col capriccio di tutto un ambiente ossessionato dal “ritorno del figliol prodigo”) quello che a prima vista può apparire un lusso non necessario, ovvero Fàbregas quando hai pronto Thiago e magari anche Sergi Roberto.

Unica carenza (ma non imperdonabile), un terzino sinistro, perché per i centrali la cantera può fornire un buon ricambio fra Fontas, Bartra e Muniesa.

Betis

Rispetto all’analisi pubblicata qualche giorno fa, da aggiungere solo l’ufficialità di Santa Cruz.

Espanyol

I conti potrebbero non tornare. Va bene che Pochettino ha tante idee, va bene il mercato al risparmio degno d’elogio, va bene la politica dei giovani, ma quest’organico rischia di perdere parecchi punti quanto a solidità. Potrà divertire vedere giocare l’Espanyol (però la prima a Maiorca a dire il vero è stata brutta), ma il saldo fra gol fatti e subiti quale sarà?

In attacco bisognerà pregare perché Álvaro Vázquez esploda non subito, subitissimo. La partenza di Osvaldo ha lasciato sguarnito il reparto in termini di personalità sicuramente, in attesa di valutare appieno il talento di Alvarito nostro. Personalità che potrebbe offrire l’acquisto dell’ultim’ora Pandiani, ma 35 anni sono 35 anni. Si tentava il colpo El Hamdaoui dall’Ajax, ma purtroppo è svanito.

Se ne vanno via gol preziosi anche con la partenza di Luis García verso Zaragoza, che si aggiunge a quella di Callejón. A Maiorca Pochettino ha schierato ai lati di Verdú (meno male che almeno lui è rimasto) sulla linea dei trequartisti proprio Luis García a sinistra e il canterano Rui Fonte a destra. Questo per dire che dovrà reinventare qualcosa, anche se non manca il talento, fra Sergio García e un altro nuovo acquisto, l’ala slovacca Weiss dal Manchester City. Senza dimenticare un buon trequartista come Albín, forse sin troppo snobbato da Míchel al Getafe negli ultimi anni. Ma i gol rimangono un’incognita.

In difesa potrebbe rivelarsi una mossa da dritti il centrale mancino messicano Héctor Moreno, che cerca un po’ di riproporre l’identikit del Víctor Ruiz della scorsa stagione, ovvero senso della posizione, leadership e qualità nell’impostare. Qualità nell’impostare che è diventata quasi una tautologia parlando di difensori messicani. Bel colpo anche l’operazione Didac col Milan: i soldi incassati a gennaio rimangono in cassa, e intanto si gode di un prestito sicuro in un ruolo che l’Espanyol ha faticato un po’ a coprire nella pessima seconda metà della scorsa stagione. Una scommessa il recupero del deludentissimo Romaric, in un ruolo che peraltro è già occupato da Javi Márquez, uno dei pezzi pregiati dell’organico: la sua connessione con Verdú in cabina di regia è la chiave del gioco dell’Espanyol.

Getafe

Una specie di rivoluzione. Via Míchel, dentro Luis García dopo il mezzo miracolo sulla panchina del Levante, via i due migliori giocatori oltre che colonne portanti del centrocampo (Boateng e Parejo), ma anche tanti nuovi arrivi davvero interessanti. Interesse che si concentra soprattutto sul possibile quartetto offensivo: a destra Pedro León, dopo l’annata da incubo al Real Madrid, tornerà a fare quello che sa (cross precisi come pochi nella Liga e quel curioso modo di dribblare e conquistare il fondo, senza avere la velocità dalla sua) senza doversi confrontare con Di María o Cristiano Ronaldo (ma Callejón è poi tanto meglio di lui, Divo José?), ma da “stella” di metà classifica, la sua dimensione; al centro, o forse no (nella prima contro il Levante è subentrato a sinistra) il fresco campione d’Europa Under 19 Sarabia, movenze alla Silva (ma tatticamente un po’ diverso); a sinistra, visto che parliamo di stelle di media classifica, abbiamo invece un fuoriclasse del dribbling, l’ex Sporting Diego Castro, solitamente ai vertici delle statistiche di questo particolare fondamentale, in compagnia di nomi ben più altisonanti. Un colpaccio, anche se non più giovanissimo.

Poi in attacco un ritorno eccellente, Güiza, innesto veramente cruciale perché uno dei punti deboli del Getafe l’anno scorso era proprio l’inconsistenza offensiva, sia in generale per la scarsa profondità del possesso-palla che per le mancanze individuali (Colunga ha fallito miseramente il salto di qualità, Miku va bene come dodicesimo più che come titolare).

Possesso-palla abbastanza sterile anche nella prima col Levante, dove Luis García ha proposto un centrocampo sin troppo affollato, con tre centrali, Casquero sul centro-destra (che comincia a mostrare segni di declino), Juan Rodríguez al centro e Lacen (quasi tutti i palloni passavano da lui) sul centro-sinistra. L’azione ristagnava lì, con troppe poche linee di passaggio più avanti.

Se fra trequarti e attacco il Getafe di quest’anno migliora quello dell’anno scorso, più incerta la scommessa per quanto riguarda la mediana. Bisognerà trovare un nuovo leader dopo Boateng, e difficilmente potrà esserlo Juan Rodríguez, cursore di poca qualità, o Lacen, poco più che ordinato. Rubén Pérez, una delle poche note positive del Deportivo lo scorso anno, ha geometrie, e le ha anche Míchel, in cerca di rilancio dopo la negativa esperienza inglese. Loro due sembrano la coppia migliore, in un 4-2-3-1.

Sempre dal Deportivo, una garanzia l’acquisto di Lopo per fare coppia con Cata Díaz al centro della difesa, molto più discutibile Valera come rincalzo di Miguel Torres, mentre il sudafricano Masilela dà il cambio a Mané sulla sinistra. Moyá fra i pali è un altro che cerca rilancio dopo i disastri a Valencia, ma sarebbe grave far perdere il posto a un potenziale fuoriclasse come Ustari, attualmente infortunato.

Granada

Il contropiede più veloce della Segunda 2010-2011 cerca successo anche in Primera. Alla freccia Dani Benítez sulla sinistra, dominante in Segunda ma tutto da verificare nella massima serie, si aggiunge nell’ultimo giorno di mercato Ikechukwu Uche (girato in prestito dal Villarreal), mai pienamente confermato fra Getafe e Zaragoza dopo le promettenti stagioni al Recreativo Huelva. Bisognerà vedere se il nigeriano partirà come punta o sulla destra del 4-1-4-1 di Fabri (lasciando l’attacco al bomber di Segunda Geijo o al connazionale, interessante ma ancora un po’ acerbo, Ighalo; in attesa di verificare l’argentino Franco Jara, prestato dal Benfica), scalzando in tal caso il mancino Jaime Romero, uno dei 45000 prestiti dall’Udinese.

Fascia destra che ha perso un elemento come Orellana (con tutto il rispetto per il Celta, questo stramerita la Primera), che dava gioco tra le linee a una squadra che abusa un po’ della sovrapposizione e del cross in area senza guardare quanti ce ne sono pronti a concludere.

A centrocampo buon acquisto quello di Moisés Hurtado, quasi invisibile ma sempre efficace davanti alla difesa, mentre Abel sul centro-destra non pare troppo all’altezza della Primera. Meglio il portoghese Carlos Martins, in coppia col dinamico Mikel Rico oppure con l’altro nuovo acquisto Yebda (che può giocare anche davanti alla difesa). Magari potrebbe spuntarla a sorpresa Fran Rico, 24enne regista di cui si parla bene da anni (già dai tempi del Pontevedra, prima di passare al Real Madrid Castilla) ma mai sperimentato in Primera.

In difesa assolutamente da seguire il terzino sinistro Siqueira, il giocatore forse più interessante di tutto il Granada: nella miglior tradizione brasiliana, esprime grande tecnica ad alta velocità e pure una apprezzabile disciplina difensiva. Molto inferiore, semplicemente un muscolare, anche se con una facilità di corsa che impressiona, il francese Nyom sulla destra (rincalzo il sempre affidabile David Cortés). Al centro, i nuovi acquisto Pamarot e Diakhaté si contenderanno due posti con la coppia della promozione formata da Lucena (impiegabile anche davanti alla difesa) e Diego Mainz.

Levante

Dimenticare Caicedo. Una parola. Non parliamo di Van Basten, ma del giocatore che comunque dava certezze realizzative alla squadra “operaia” della scorsa stagione, che ha perso anche il suo allenatore, Luis García, sostituito da Juan Ignacio Martínez, messosi in bella mostra al Cartagena.

Caicedo potrebbe mancare tantissimo, anche perché pure il suo vice (Stuani, che chiamato in causa i gol li faceva) è partito, e i nuovi arrivi hanno altre caratteristiche. Aranda è un attaccante di movimento, tecnico quanto si vuole, pure capace di creare occasioni dal nulla (la sua carriera poteva essere molto migliore) ma difficilmente in doppia cifra; Arouna Koné invece è l’incognita delle incognite, fra infortuni e delusioni assortite a Siviglia. In ogni caso, non un finalizzatore. Le alternative poi le abbiamo viste già nella partita di Getafe, dove Martínez ha dovuto schierare un attacco composto da un centrocampista esterno, Valdo, e dalla seconda punta Rubén Suárez.

Qualche gol magari potrebbe arrivare dallo splendido sinistro di Barkero, esterno o trequartista, molto prolifico in Segunda col Numancia, l’acquisto forse di maggior richiamo di un club che deve fare le nozze coi fichi secchi. Con Barkero centrale, la fascia sinistra resterebbe di Juanlu, che garantisce profondità e rendimento. Senza dimenticare il marocchino El Zhar, prelevato dal Liverpool, che può dare vivacità (ce n’è molto bisogno) in tutte le posizioni della trequarti.

A centrocampo le caratteristiche dei Xavi Torres, Pallardó e Iborra dicono che difficilmente lo stile di gioco potrà cambiare rispetto alla scorsa stagione: 4-4-2 semplice, organizzato in fase difensiva, rubare palla e ripartire, giocare con concentrazione e aggressività. Difficilmente Martínez potrà proporre il “tiqui-taca” visto al Cartagena, anche se Farinós ha le qualità e i tempi di gioco per permettersi qualcosa un pizzico più elaborato.

La difesa dei vecchietti Javi Venta-Ballesteros-Nano-Juanfran (senza dimenticare Del Horno) aggiunge due ricambi: il terzino Pedro López, un altro assai scafato, e il 26enne argentino Cabral, che mi ricordo al centro della difesa dell’Argentina campione nel Mondiale Under 20 del 2005, quello di Messi.

Málaga

I protagonisti del mercato, dietro i soliti noti. Se Pellegrini la scorsa stagione subentrando in corsa non aveva proprio i giocatori più adatti per il suo calcio (erano adatti al calcio di Jesualdo Ferreira), quest’anno non ha scuse. Potrà sbizzarrirsi col suo quadrato (o rombo) di centrocampo, senza esterni veri, con l’imbarazzo della scelta.

Cazorla è chiamato ad essere il giocatore-chiave, conoscendo a menadito questo sistema di gioco, mentre abbiamo già parlato delle possibili difficoltà di adattamento di Joaquín sulla destra. Buonanotte è inferiore, ma ha più nel sangue il taglio per smarcarsi tra le linee, mentre Isco è il più atteso per quanto mi riguarda: il talento, sovrabbondante, potrebbe compensare pure le carenze atletiche. Difficile trovare spazio per Duda, uno dei giocatori di riferimento quando il Málaga era ancora una piccola squadra.

Il vero acquisto capolavoro però è Toulalan, il Marcos Senna che mancava a Pellegrini per completare le qualità di Apoño in cabina di regia. Il doble pivote di scorta, sicuramente meno desiderabile, è composto invece da Camacho (promessa ancora non mantenuta) e Maresca (onestamente passato di cottura). Le porte sembrano chiuse per il canterano Recio, che pure era stata la scoperta di Pellegrini la scorsa stagione.

Esperienza (forse troppa…) in difesa: Demichelis, nonostante il rendimento sul piano strettamente difensivo abbia lasciato fin qui a desiderare, rimane difficilmente discutibile anche per la sua capacità nell’impostare. Un primo passaggio fra i migliori della Liga, e che concede un vantaggio importante al Málaga in fase di possesso, per la facilità dell’argentino nel superare il pressing avversario e liberare compagni nelle zone più avanzate. Accanto a lui il 31enne Mathijsen, affermatosi come giocatore affidabile a livello internazionale, poco appariscente, lento ma dal buon senso della posizione. Il danese Kris Stadtsgaard (più che il nuovo acquisto Sergio Sánchez, un po’ sopravvalutato) è un buon rincalzo. Caballero fra i pali non ha sbagliato un colpo finora.

Sulla destra Jesús Gámez e nessun altro (fra i migliori terzini del campionato), a sinistra la buona intuizione di Pellegrini di arretrare Eliseu, che partendo dalle retrovie ha più spazio per sorprendere con la sua velocità, e che cresce anche sul piano difensivo. In alternativa comunque Monreal (pagato sin troppo, 6 milioni), non così esplosivo non così offensivo ma con buoni tempi e buone letture in entrambe le fasi.

In attacco, Van Nistelrooy potrebbe rivelarsi un acquisto più di nome che di sostanza. Conosce il mestiere, e i movimenti fra i centrali avversari, come nessuno, però gli anni si fanno sentire ed è sempre più difficile per lui arrivare per primo sul pallone. Pellegrini ha bisogno di questi movimenti degli attaccanti: preferisce le due punte più che il 4-2-3-1 perché così può allungare e allargare meglio le difese: una punta detta la profondità e l’altra svaria verso le fasce, così la difesa avversaria non può uscire a raddoppiare e il centrocampo senza esterni di Pellegrini può conquistare la superiorità nel mezzo.

Van Nistelrooy ha i migliori movimenti da prima punta ma poca energia, Rondón invece ha energia da vendere, Papelito Fernández non abbonda di tecnica e forza nei contrasti, ma come seconda punta è molto mobile e intelligente su tutto il fronte offensivo. Forse la scelta migliore è confermare proprio gli ultimi due, la coppia della passata stagione, e sfruttare il fiuto di Van Nistelrooy a partita in corso. Senza dimenticare il talento di casa (per alcuni supertalento) Juanmi.

Mallorca

Incazzato è dire poco. Michael Laudrup esprime tutta la sua contrarietà rispetto alla campagna acquisti condotta, in particolare sulla cessione dell’ultima ora di De Guzman al Villarreal, avvenuta senza aver preparato un adeguato ricambio (Marvin Ogunjimi del Genk è una scommessa, Tissone non proprio la stessa cosa dell’olandese/canadese).

Peccato perché la prima uscita con l’Espanyol aveva mostrato cose interessanti, oltre alla vittoria ottenuta grazie a un gol proprio di De Guzman (anche se con una fortunosa deviazione). Coralità, scambi fitti a centrocampo e un 4-4-2 senza punti di riferimento: Martí e De Guzman in mezzo al campo, ma da lì in avanti nessuna posizione fissa: il mancino Tejera che parte da destra e si accentra, Alfaro che da sinistra taglia per fare la seconda punta, la nuova punta israeliana Hemed che incrocia con lui e Nsue che è un attaccante di movimento per definizione.

È chiaro che senza De Guzman questo Mallorca manovriero sarà più difficile da proporre: accanto a Martí probabilmente scalerà Tejera, che ha buon piede e visione di gioco anche se è un po’lento nell’esecuzione. Gonzalo Castro avrà un posto di esterno, mentre è incerta la collocazione di Nsue e Alfaro, divisi fra fascia e attacco. Sulle fasce tutto sommato le alternative sono ampie, contando Pereira (rivelazione nella prima parte della scorsa stagione) e non dimenticando il discreto contributo fornito dal mancino (schierato però a destra) giapponese Akihiro Ienaga, acquisto invernale. Il canterano Pina e João Victor le alternative per il doble pivote.

È in attacco però che si concentrano le sacrosante preoccupazioni di Laudrup, che calcola “16 gol in meno” rispetto alla scorsa stagione, date le cessioni di Webó e De Guzman. Arduo individuare delle fonti alternative di gol: Nsue è utilissimo quanto a movimento ma sotto porta è un po’ negato, Alfaro ha segnato molto solo in Segunda, Víctor è un oggetto misterioso da sempre e rimane infine ingiusto caricare di responsabilità eccessive il nuovo arrivo Hemed, come sottolinea lo stesso Laudrup.

La difesa è il reparto uscito meglio dal mercato, anche se l’infortunio che terrà fuori a lungo il leader Nunes è una mazzata: accanto a Ramis lo sostituisce l’ex genoano Chico. Buon acquisto l’olandese Zuiverloon sulla fascia destra, mentre l’uruguaiano Pablo Cáceres rimpiazza la partenza di Ayoze al Deportivo.

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martedì, gennaio 04, 2011

Pausa indigesta.

La tradizione del calcio spagnolo vuole che nella prima giornata dell’anno, al ritorno dalle vacanze natalizie, il livello di gioco sia fra lo scadente e l’inguardabile. Saranno i pasti festivi ancora da smaltire, ma è una legge quasi infallibile, anche stavolta. Sonnecchiante il Barça, orribile il Madrid, modesto lo scontro diretto in chiave-Champions fra Valencia ed Espanyol.

Nulla di sorprendente per il Barça, che tende a giocare particolarmente sottotono queste prime gare dell’anno (vedi l’anno scorso l’1-1 casalingo contro un Villarreal dominante al Camp Nou, oppure nell’anno del Triplete la vittoria stentata e con aiuto arbitrale contro il Mallorca). Mancava Messi, e l’avversario, il Levante, invitava a una certa sottovalutazione. Primo tempo bloccato, fra il trivote ultraconservatore della mediana ospite (Pallardó-Xavi Torres-Gorka Larrea) e la staticità blaugrana.
Curiosa scelta di Guardiola in assenza di Piqué e Puyol: accanto ad Abidal, centrale non gioca il canterano Bartra ma Busquets, con Mascherano davanti alla difesa. Non funziona granché: Busquets mi sembra più portato a continuare l’azione che a gestire i primi passaggi (come dimostrato anche nella difesa a tre di inizio stagione), non ha nemmeno il lancio lungo per cambiare gioco, e al di là delle caratteristiche individuali, il Barça non approfitta della superiorità a inizio azione dei suoi due difensori rispetto all’unico attaccante del Levante, Stuani.
I difensori non portano palla attirando gli avversari, anche Mascherano si limita al passaggio semplice e non libera Iniesta e Xavi dalle attenzioni avversarie. Aggiungiamo che l’assenza di Messi toglie un ulteriore elemento (quello nettamente più decisivo, manco a dirlo) di distrazione/liberazione per Xavi e Iniesta, e si ribadisce come il gioco del Barça sia una catena nel quale ogni singolo elemento, sin dalla difesa (anzi, sin dal gioco coi piedi del portiere) deve lavorare per creare le superiorità, una successione logica di superiorità fino all’accelerazione decisiva. Se si inceppa una rotellina, le cose non funzionano più tanto bene, e capita così di vedere Villa prendere palla a centrocampo, con il trivote del Levante davanti a sé, quindi senza creare le linee di passaggio veramente importanti, DIETRO il centrocampo avversario. Non è la stessa cosa Villa falso centravanti rispetto a Messi falso centravanti, chiaro. Della prestazione di Bojan poi direttamente non parliamo, per decenza.
Comunque il Barça non corre rischi, perché la scarsissima qualità dell’avversario non consente di poter coprire con pericolosità quei chilometri verso la porta di Valdés che implica la scelta (l’unica possibile) di un baricentro così basso nella propria metacampo. Poi è inevitabile che col passare dei minuti la bilancia penda dalla parte del Barça, più sciolto nel far circolare palla nella ripresa. Sempre parlando di catene, funziona meglio quella di fascia destra, con Pedro che libera lo spazio per la sovrapposizione di Alves e Alves che, a sua volta, da riferimento più esterno, può liberare centralmente proprio Pedro o i centrocampisti (come il neo-entrato Thiago Alcantara, più funzionale di Mascherano) per la conclusione. Da qui arrivano i due gol del salvavita Pedrito, prima del gol di Stuani che se non sperare almeno consente almeno al Levante di uscire a testa alta dal Camp Nou.

Due parole sulla squadra di Luis García (sì, esiste anche un Luis García allenatore), e sono parole tutto sommato positive. Non si può dire altro di una squadra con la rosa oggettivamente, indiscutibilmente e drammaticamente più scarsa della Liga, ma che ha se non altro il pregio di sapere sempre a cosa gioca. Organizzata, concentrata nelle coperture, umile e aggressiva quando può, continuando così può davvero salvarsi. Perché sebbene complessivamente più debole, sembra avere più gol di alcune delle potenziali concorrenti, grazie alla presenza di Caicedo: l’ecuadoriano è stato un’assenza pesante al Camp Nou, perché aveva il passo giusto per fare male negli spazi. Centravantone di sostanza, fisicamente poderoso, in grado di fare reparto e allungare la propria squadra: è un solo giocatore, ma è un arsenale più convincente di quello di Zaragoza (Sinama Pongolle-Braulio-Marco Pérez: hombre, dillo che ami il rischio!), Almería (Uche è una seconda punta, Ulloa non è ancora una certezza, Goitom la porta non la vede proprio), Racing (non si trova un bomber affidabile fra Rosenberg, Bolado e l’oggetto misterioso Nahuelpan) e forse anche Osasuna (se non rende Pandiani, sono cavoli amari fra attaccanti di movimento come Aranda, Camuñas, Masoud e mediani avanzati sulla trequarti come Soriano).

Del Real Madrid di ieri possiamo dire che, eccetto il Clásico e le primissime partite (di rodaggio, non fanno testo), è stato il peggiore visto con Mourinho. Cinque gol, gara divertente col Getafe, ma gara di basso livello, infarcita di errori sul filo di un calcio molto approssimativo. Due squadre che il meglio di sé lo danno in fase di possesso, perché quando la palla va nella loro metacampo e devono difendere schierate, sono un mezzo disastro. Il Getafe un disastro completo perché non ha nemmeno la transizione difensiva, non ha un briciolo di aggressività quando perde palla; per il Madrid invece solito discorso: la struttura regge solo quando i suoi attacchi vertiginosi disordinano il sistema difensivo avversario permettendo ai centrocampisti e difensori merengues di recuperare sulla respinta e iniziare subito una nuova azione offensiva. Quando però non c’è questa prima barriera, e l’avversario sale in blocco fraseggiando nella metacampo madridista, apriti cielo. Le conseguenze ultime dipendono dalla qualità dell’avversario (si può andare dalla mezza sofferenza di ieri, al 5-1 casalingo bugiardo con l’Athletic, per finire con l’altro estremo, il più negativo, l’imbarcata del Camp Nou), ma il problema c’è ed è sempre quello.
Il fatto è che dopo le due fiammate dei primi 20 minuti (il rigore di Cristiano Ronaldo e l’elegante raddoppio di Özil), il Real Madrid ha attaccato malissimo, senza alcun criterio. Non si è visto nulla di tutto quello esposto sopra: niente attacchi continuati, nessun ordine, nessun sistema difensivo avversario “sotto stress”, molte verticalizzazioni approssimative, molte palle perse dove non si devono perdere e con la squadra lunga, troppi andirivieni da una metacampo all’altra.
Ciò ha permesso di uscire allo scoperto al Getafe, che seppure senza troppo mordente, è una squadra che il pallone lo sa muovere. Gli azulones hanno trovato una buona striscia di gioco e risultati da quando Míchel ha cambiato l’assetto passando alle due punte: prima era un 4-2-3-1 con Parejo trequartista, un po’ ridondante a centrocampo dove (stanti gli acciacchi di Casquero) Boateng veniva accompagnato da acquisti sbagliati come Víctor Sánchez e Borja, poveri qualitativamente o incapaci di creare linee di passaggio più avanti. Centrocampo troppo piatto, scarsa presenza davanti e poca pressione sulle difese avversarie.
Míchel perciò ha eliminato un “pivote”, lasciando il solo Boateng davanti alla difesa e liberando Parejo vicino a lui. Davanti, Miku (accantonato Colunga: lui non si è adattato al Getafe e il Getafe non si è adattato alle sue caratteristiche, radicalmente diverse da quelle di Soldado) e Manu del Moral fanno molto movimento, anche verso le fasce, dando più agilità e sbocchi alla manovra. Parejo, destinato a quanto pare a rientrare alla base madridista la prossima stagione (nutro forti dubbi sulla bontà dell’operazione), si inventa un golazo che fa rientrare in partita i suoi: nel secondo tempo entra il trequartista Albín per Manu del Moral, alla ricerca di un possesso-palla più elaborato a partire dalla connessione con Parejo. Ma il Getafe come sempre è una squadra un po’ spuntata, e in generale molle, che contro le grandi denuncia sempre le sue brave ingenuità. Che il Real Madrid viva degli errori dell’avversario nei disimpegni e di qualche contropiede dice tutto della “volgare” partita merengue, ma suggerisce anche che il risultato finale non è mai stato realmente in discussione: tragicomico l’1-3 regalato a Cristiano Ronaldo.
Un paio di note di interesse nell’ultimo quarto d’ora: l’espulsione (esagerata) di Arbeloa (terzino destro, con Sergio Ramos centrale d’emergenza assieme ad Albiol) e soprattutto il ritorno dall’infortunio di Kaká, che entra al posto di Benzema (deludente…) aprendo il dibattito per il futuro: considerando che Higuaín si dovrà operare (una perdita che rischia di mandare a monte buona parte dei piani di Mourinho), dove piazziamo il brasiliano?

Riprendiamo il discorso da dove lo avevamo lasciato, e cioè dalla scorsa stagione: sicuramente un Kaká insufficiente dal punto di vista individuale, ma non del tutto dannoso per il collettivo, anzi. Anche quando non è ispirato, non ha lo spunto, si muove comunque bene senza palla, gioca intelligentemente a uno-due tocchi, non ingombra e può entrare benissimo nel sistema di gioco di Mourinho, che si fonda proprio sulla mobilità delle tre mezzepunte. Se a tutto questo poi aggiunge le prodezze individuali, tanto di guadagnato, di certo non toglie nulla. Potrebbe incidere di più sulla manovra di un Özil che per quanto talentuoso e spettacolare si limita un po’ troppo alla fase di accelerazione e finalizzazione. Il tedesco è il meno irrinunciabile dei tre trequartisti, sicuramente.
Ma il vero punto interrogativo è l’attacco: il miglior Madrid di questa stagioone vedeva un Higuaín reintegrato nel gioco di squadra con movimenti utili, diversi da quelli di Benzema, che tende a venire incontro alla palla. L’idea sarebbe Ronaldo unica punta, come nello United campione d’Europa, ma quello United giocava spesso in contropiede mentre questo Madrid è basato su premesse diverse, e Ronaldo unica punta in questo contesto viene molto a cercare palla. Questa soluzione si è vista nella vittoria casalinga contro il Valencia, un 4-5-1 (con Khedira-Xabi Alonso-Lass in mezzo) che mancò onestamente di profondità. Va poi aggiunto che Ronaldo esterno sinistro è uno dei cardini della manovra madridista: pure le statistiche rilevano come il portoghese venga cercato da Marcelo (il primo regista della squadra) anche più frequentemente di Xabi Alonso: il basco spesso interviene dopo, a comporre quel triangolo che rappresenta il vero motore offensivo madridista. Puntare stabilmente su Ronaldo unica punta significa ridiscutere queste basi: nulla di impossibile, perché la ricchezza della rosa permette tante cose, però nemmeno una barzelletta.

Se le squadre rientrando dalle vacanze non sono mai al massimo, gli arbitri spagnoli mantengono sempre la loro prodigiosa forma, il loro estro visionario. In questo caso González González a Valencia è l’unico a non vedere il fuorigioco con cui Mata segna allo scadere il gol che vale tre punti pesanti nella corsa al quarto posto. Generalmente qui non si parla degli arbitri, ma questa era l’ultima azione della partita, vedete un po’…
Comunque, senza voler togliere nulla all’arbitro, nella stessa azione è evidente anche l’ingenuità dell’Espanyol che si beve il calcio d’angolo battuto in due tempi, prevedibile e neutralizzabile ancora di più se hai l’uomo in più (espulsione di Aduriz: anche questa esagerata). Fotografia dei limiti dell’Espanyol, se vogliamo una squadra simpatia per l’appassionato neutrale, perché costruita con due lire e coi giovani, la maggior parte della cantera, oltre che sempre propositiva nel gioco. Però non se l’è giocata al meglio: il Valencia continua a non convincere, a vivere più di episodi slegati, però morde; l’Espanyol ha una manovra più strutturata, qualità con Verdú e Javi Márquez e tanto movimento con Luis García, Callejón e Osvaldo, però al di là delle buone intenzioni la sua risposta alla superiorità numerica non ha convinto. Ci stava l’ingresso di Datolo (per Javi Márquez, Verdú arretrato nel doble pivote), perché col Valencia costretto a difendere più basso dall’espulsione poteva servire un solista come l’argentino, se vogliamo “sgrammaticato” ma pungente nell’uno contro uno, ma non c’è stata sufficiente cattiveria né peso davanti.
Qui ha inciso l’uscita prematura per infortunio di un giocatore-chiave come Osvaldo, che non ha sostituti credibili: il 18enne canterano Álvaro Vázquez ha fatto intravedere numeri (gol da grande attaccante quello decisivo all’Osasuna), però non gli si può chiedere ancora una presenza nella partita tale da andare oltre il semplice spunto, come a tutti quelli della sua età (la regola non vale solo per Muniain, ma quello non sembra uno normale…). A proposito di inesperienza, terribile poi la serata della coppia di difensori centrali composta, in assenza del “crack” Víctor Ruiz, da Jordi Amat (18 anni pure lui) e Forlín. Cresceranno, loro e tutto l’Espanyol.

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sabato, maggio 08, 2010

Si salvi chi può.

Nella serata che potrebbe decidere il titolo, anche la bassa classifica ribolle. Di seguito una ricognizione di tutte le squadre coinvolte dalla matematica, anche quelle che possono dirsi quasi salve o virtualmente spacciate.


XEREZ


ULTIMO/30 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -29. CALENDARIO: Zaragoza (casa); Osasuna (trasferta).

Applausi comunque. La salvezza è praticamente impossibile ormai, ma lo spirito dimostrato è encomiabile, e anche al di là dello spirito con Gorosito in panchina il Xerez ha mostrato soluzioni migliori in campo. Cambio di tecnico (modesto Ziganda) purtroppo tardivo, nonostante la sensibile crescita nei risultati.
Un Xerez che non rinuncia a giocare, nonostante le grosse carenze nel mezzo (con il prepensionato obeso Viqueira fuori gioco, manca chi veda al di là del proprio naso, anche se l’innesto di Víctor Sánchez accanto all’aspirapalloni Sidi Keita ha migliorato le cose rispetto al Bergantiños titolare della prima metà di stagione), e che trova le migliori soluzioni fra la trequarti e gli esterni: utilizzando più spesso il 4-2-3-1 che le due punte pure, Gorosito adatta sulla trequarti un esterno di ruolo (il mancino Momo e Calvo), alternando sulle fasce gli stessi Calvo e Momo e poi l’argentino Armenteros (buon giocatore) e soprattutto il cileno Orellana a destra, l’elemento maggiormente in evidenza: leggerino assai ma estroso e con un’ottima capacità nel trattenere il pallone e smarcarsi tra le linee con i tagli.
L’attacco è limitatissimo, sebbene Mario Bermejo (giocatore senza qualità che spiccano, ma capace di arrangiarsi un po’ in tutte le situazioni: spalle alla porta, in profondità, nel gioco aereo e nelle conclusioni sottomisura), storico mestierante delle serie inferiori, abbia ampiamente sconfessato (con 12 gol sonanti) nel girone di ritorno la sensazione di inadeguatezza alla categoria emersa nei primi mesi. La principale alternativa è un altro veterano del sottobosco, Míchel II, grezzo centravanti-boa, con l’acquisto invernale, l’argentino Alustiza impiegato spesso a partita in corso come seconda punta, ma mai dal primo minuto.
Gorosito preferisce una sola punta, come detto, e nelle gare più esigenti (soprattutto contro le grandi) adotta una variante più difensiva, un 4-1-4-1 con un uomo di pura copertura davanti alla difesa, solitamente il 36enne Vicente Moreno, ma anche (vedi Camp Nou) un difensore centrale adattato come l’ex sevillista David Prieto. Consolidata in difesa la coppia centrale formata dall’argentino Gioda e dal canario Aythami, deludente Renan fra i pali, il Xerez di Gorosito si è caratterizzato per una buona densità in fase di non possesso e per la capacità di ripartire senza buttare mai via il pallone.

FORMAZIONE TIPO (4-2-3-1): Renan; Francis, Gioda, Aythami, Casado; Víctor Sánchez, Sidi Keita; Orellana, Calvo, Armenteros; Bermejo.


VALLADOLID

PENULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -22. CALENDARIO: Racing (casa); Barcelona (trasferta).

Su questo blog generalmente le preferenze estetiche sono altre, ma non si può non simpatizzare con il fútbol anti-metrosexual del mitico Javier Clemente. L’unico, originale, con il marchio registrato. Personaggio detestato da una metà della stampa spagnola e guardato con sospetto dall’altra metà, ma con un carisma che nemmeno il suo più acceso detrattore potrebbe negargli, Javi ha subito imposto le sue ricette, gli inconfondibili difensori avanzati a centrocampo e, più sporadico, il doppio terzino. Nell’ultima partita casalinga col Getafe addirittura un “trivote” in mediana con Javier Baraja (fratello del “Pipo” valenciano, generalmente jolly difensivo con Mendilibar) a far legna accanto a Borja e Pelé (il migliore dei centrocampisti).
Al di là delle variazioni contingenti, la ricetta è comunque chiarissima: dopo la fallimentare parentesi di Onésimo, che aveva cercato un Valladolid più portato al possesso-palla (ottenendo risposte di sconcertante mollezza), si è tornati a privilegiare la riconquista del pallone come base, anche se con caratteri assai meno spregiudicati rispetto all’era Mendilibar. Quest’ultimo rischiava pressing e difesa altissima, Clemente infoltisce la propria metacampo, butta lungo il pallone e manda meno giocatori possibile in avanti, in modo da trovarsi subito pronto, blindato tutto dietro la linea della palla non appena l’attacco svanisce e gli avversari ne tornano in possesso. Per questo là davanti conta maggiormente rispetto a Mendilibar e Onésimo su Manucho, cristone capace di fare reparto da solo. Il forte Diego Costa, per caratteristiche tecniche e atletiche, si può adattare a partire anche da una posizione di esterno (ma con ampia licenza di incursione in area avversaria), mentre a ripresa inoltrata, con le squadre più lunghe, Clemente si riserva l’utilizzo di giocatori più leggeri e vivaci come il giovane rapidissimo esterno destro Keko (in prestito dall’Atlético Madrid), Alberto Bueno o il delizioso ma complicato Medunjanin. Altra novità di Clemente è la fiducia data al centro della difesa al portoghese Henrique Sereno, un altro degli acquisti invernali.
Le ricette di Clemente (mai una formazione uguale all’altra, quella sotto è puramente indicativa e ho trovato un po’ di difficoltà a inventarmela…) finora hanno pagato abbastanza, ma la salvezza resta lontanissima. Forse anche in questo caso il cambio in panchina è avvenuto con eccessivo ritardo.

FORMAZIONE TIPO (4-5-1): Jacobo; Barragán, Arzo, Sereno (Nivaldo), Nivaldo; Nauzet (Keko), Borja, Pelé, Javi Baraja, Diego Costa; Manucho.


TENERIFE

TERZULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI:-33. CALENDARIO: Almería (casa); Valencia (trasferta).

Una delle squadre più deboli ma anche più generose nei confronti dello spettatore, una delle più divertenti ma anche una delle più inconsistenti, con una differenza imbarazzante fra i 38 gol fatti (quintultimo attacco del campionato) e i 71 subiti (di gran lunga il dato peggiore di tutta la Liga). Un rendimento fuori casa catastrofico, una sola vittoria.
La squadra di Oltra se la gioca più o meno con tutti allo stesso modo, cercando di aggredire per prima. Ricerca della massima intensità e ritmo possibile nella manovra. Il tasso tecnico è quello che è, ma i movimenti sono mandati giù a memoria, l’offerta di appoggi ampia e nelle sue partite migliori il Tenerife fila che è un piacere: l’esterno di centrocampo stringe e si avvicina al portatore di palla, le punte a turno vengono incontro. Nel mentre l’esterno della fascia opposta si allarga per ricevere il cambio di gioco. Sempre due opzioni minimo per il portatore, e ottima copertura in ampiezza. I due terzini accompagnano costantemente l’azione offensiva, mentre nel corso dell’azione spesso uno dei due centrali di centrocampo si stacca per inserirsi a rimorchio. Benissimo fino alla trequarti, ma poi il Tenerife nel 99% dei casi si perde. Dove non basta l’organizzazione infatti deve subentrare il talento, la capacità di inventare e sorprendere. E al Tenerife ne manca, se è vero che una mole di gioco offensivo ragguardevole troppo spesso sfocia nel semplice cross buttato in area o nel tentativo velleitario da fuori area.
Nino i gol li fa sempre (13, finalmente in doppia cifra anche in Primera dopo una passata esperienza al Levante), è rapidissimo sul filo del fuorigioco e negli ultimi metri, ma la coppia che forma con Alejandro Alfaro non ha certo avuto lo stesso impatto che ebbe nella scorsa Segunda (39 gol in due!). Rispetto alle aspettative estive (quando sembrava che non dovesse prolungarsi il prestito dal Sevilla e i tifosi chicharreros lo attendevano come un salvatore della patria) Alfaro, accettabile dal punto di vista realizzativo (7 gol), vivace e intelligente nello smarcarsi fra le linee non è mai stato però particolarmente risolutivo come “colpi”. E né Dinei né Ángel (generalmente inseriti in corsa, con lo spostamento di Alfaro a destra quando Oltra intende rimontare uno svantaggio) hanno mai rappresentato alternative davvero credibili.
Sulla fascia sinistra ha perso la titolarità rispetto alla promozione Kome, in favore di Ayoze, che a sua volta tiene in panchina uno dei giovani talenti più stuzzicanti di questa Liga, Omar Ramos. Buono tecnicamente Ayoze, anche discretamente continuo e disciplinato, ma Omar ha margini decisamente superiori, ha il dribbling nel sangue e iniziative spettacolari (anche se talvolta un po’ testarde), sembra l’unico giocatore in rosa in grado di cambiare il volto a una partita, ed è una carta che a nostro avviso Oltra dovrebbe giocarsi con maggior convinzione per “scuotere” questo finale di campionato, senza dimenticare che uno dei due mancini, Omar (più portato allo spunto) e Ayoze (più manovriero), può comunque adattarsi anche a destra e in questo caso lasciare in panchina il più lineare Juanlu Hens.
Al centro il più importante è il regista Ricardo, e accanto lui in questo finale di stagione ha acquisito una certa continuità d’impiego l’argentino Román Martínez, cursore non rapidissimo ma capace di coprire un’ampia porzione di terreno con discreta proprietà di palleggio e un eccellente tempismo negli inserimenti che ha fruttato alcuni gol preziosi nelle ultime giornate, ribadendo un senso del gol già emerso nella passata stagione all’Espanyol, pure non ricchissima di soddisfazioni. Più limitati al semplice lavoro oscuro invece i concorrenti Richi e Mikel Alonso.
Quando non ha il pallone il Tenerife cerca di riconquistarlo subito, più vicino possibile all’area avversaria, adoperando la massima aggressività. È una delle pecche principali di questa squadra la debolezza in fase di non possesso. A volte l’entusiasmo permette di recuperare in breve tempo il pallone e dare continuità, e persino dominio, al gioco, ma troppo spesso la cattiva coordinazione fra i reparti e fra giocatore e giocatore lascia dei buchi clamorosi, ancora più devastanti in una squadra che tende a difendere molto alto. Nei difensori si nota una tendenza eccessiva a seguire l’uomo nella propria zona anche oltre la zona stessa di competenza, perdendo le distanze dai compagni di reparto.
Facendo un esempio, una volta che il terzino sinistro del Tenerife segue sino alla sua metacampo l’esterno destro avversario che retrocede per prendere palla, e una volta che gli avversari riescono a tagliare fuori il terzino del Tenerife con una combinazione, il terzino del Tenerife si troverà in una zona troppo lontana dal suo collega che gioca sul centro-sinistra della difesa, e questo centrale sarà chiamato a effettuare una copertura al limite, con uno spostamento laterale frettoloso nella zona lasciata sguarnita dal terzino. È un po’ migliorato quest’aspetto ultimamente, ma insomma, troppo spesso insomma la linea difensiva perde la sua coesione, e ciò accentua pure le carenze individuali dei difensori canari, alcuni davvero macchinosi e lenti (su tutti il centrocampista riconvertito Manolo Martínez, che comunque ha perso il posto a favore di Culebras, ora centrale titolare a fianco di Pablo Sicilia).
Insomma, il Tenerife ha grossissime chances di retrocedere perché non risolve quasi mai a suo favore le situazioni nelle due aree, quello che più conta.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Aragoneses; Marc Bertran, Culebras, Pablo Sicilia, Héctor; Juanlu Hens, Ricardo, Román Martínez, Ayoze; Alfaro; Nino.

RACING

DICIASSETTESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Valladolid (trasferta); Sporting (casa).

Del lotto è la squadra più grigia, ma ha un’abitudine a cavarsela sempre bene o male che potrebbe sorprenderci anche stavolta, con due scontri diretti nelle ultime giornate. Arriva comunque a pezzi dalla goleada casalinga subita dal Sevilla, e con dati che lasciano piuttosto perplessi. Bizzarro soprattutto il rapporto fra casa e trasferta: fra le mura amiche del Sardinero solo 14 punti con differenza reti –17, mentre in trasferta 22 punti e bilancio più equilibrato fra gol fatti e subiti, solo –1. Statistiche che supportano la tesi di un Racing in grosse difficoltà quando c’è da fare la partita, soprattutto per le enormi lacune di immaginazione a centrocampo (cambia poco che accanto a Colsa Diop abbia rubato il posto a Lacen: il senegalese è un altro cursore). Con l’infortunio di Munitis (peraltro già in nettissimo declino) e Serrano si accentua la solitudine di Canales, che alla sua età non può vedersi chiedere di trascinare da solo una squadra modesta: 6 gol e lampi straordinari, un talento sotto gli occhi di tutti, ma anche una pausa fisiologica nel cuore della stagione. Non aiuta poi l’attacco meno dotato del campionato: Tchité, volenteroso e mobile ma pasticcione, ha raggiunto quota 9 grazie a qualche rigore, il bisonte Xisco è quello che è, Bolado è il più dotato, ma è inesperto ed è stato scongelato troppo tardi dopo il suo ritorno alla base nel mercato invernale.
Così al Racing viene bene soprattutto affidarsi al lavoro difensivo (grazie a una certa continuità negli uomini e nel modulo, un 4-4-2 semplice semplice ma generalmente affidabile), controllare un po’ le cose e aspettare l’episodio.

FORMAZIONE TIPO (4-4-2): Coltorti; Pinillos (Crespo), Torrejón (Moratón), Oriol, Christian Fernández; Arana, Colsa, Diop, Toni Moral; Canales; Tchité.


MÁLAGA

SEDICESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Getafe (trasferta); Real Madrid (casa)

Strano il calcio. Rispetto alla squadra rivelazione dell’anno scorso, il Málaga di questa stagione è nettamente più attrezzato, anche convincente per buoni tratti della stagione, ma tuttavia puzza sempre più di Segunda dopo l’inequivocabile blackout dell’ultimo quarto di campionato.
Muñiz l’ha anche organizzata bene questa squadra: fase di non possesso fra le più serie, una zona sobria e con distanze corrette e coperture puntuali, portata ad attendere con un blocco medio-basso più che ad aggredire col pressing alto. Anche in fase di possesso comunque il Málaga non rinuncia alla coralità. Fondamentale in questo senso, come detto più volte, l’apporto di Duda, uomo-chiave e di fatto regista della squadra dalla sua posizione di esterno sinistro. Duda non ha cambio di ritmo né conquista il fondo, però tiene palla, detta bene i tempi, permette alla squadra di raggrupparsi e salire attorno al pallone, oltre a costituire uno dei maggiori pericoli a palla ferma di tutto il campionato, col suo sinistro veloce e tagliatissimo.
Ha rappresentato però una grave menomazione la stagione discontinua, fra un infortunio e l’altro, del regista ufficiale, e cioè Apoño, impossibilitato a ripetersi sui grandi livelli della passata stagione. Ora è disponibile, ma in sua assenza Muñiz ha fatto prevelentemente alternare nel doble pivote il centrocampista difensivo Juanito (anche difensore centrale), il canterano Toribio e il tunisino Benachour, più spesso però trequartista (il suo ruolo).
Toribio ordinato, lontano anni luce dal peso sulla manovra di Apoño ma comunque positivo, buon segnale di una cantera che quest’anno ha aiutato parecchio: su tutti il ventiduenne difensore centrale Iván González (notevole per personalità e potenziale atletico), ma si sono affacciati anche il terzino sinistro Manu Torres (in concorrenza col danese Mtiliga), Javi López (esterno-centrocampista offensivo, 2 gol), Orozco (altro difensore centrale) e, con spezzoni molto più ridotti, Juanmi (attaccante, solo 16 anni e anche lo sfizio di un golletto in Copa del Rey), Portillo e Pedrito (a ciascuno il suo).
Molta scelta dalla trequarti in su: a destra non c’è un padrone fisso fra Valdo, più specialista del ruolo di esterno, e Fernando, che la fascia la cerca poco e preferisce inserisi sulla trequarti, mentre al centro della trequarti le cose migliori le ha fatte vedere il buon Benachour, posto che Forestieri non è esploso nemmeno qui, e Baha può sacrificarsi in appoggio al centrocampo oltre che partire centravanti, ma fa comunque poca differenza sul piano qualitativo.
Un attacco cui non manca la qualità, ma più semplicemente la capacità di andare al sodo e buttarla dentro: Obinna vivacizza tantissimo con la velocità, i dribbling e il movimento su tutto il fronte offensivo, ma davanti al portiere è negato (4 gol, e la cosa ha il suo peso quando in molte occasioni si vede schierato come unica punta), Baha non è da doppia cifra (5 gol in 31 partite), l’ecuadoriano Caicedo aggiunge alternative importanti al gioco (soprattutto il fisico da bestione che gli permette di fare reparto da solo e impegnare i centrali avversari), ma ha trovato solo 4 gol in 16 partite, accettabili come bilancio per uno che è arrivato in inverno, ma pochi in termini assoluti per la squadra.
Anche la difesa ha dovuto soffrire un contrattempo serio come l’assenza per infortunio in questo finale di stagione del centrale mancino Weligton, motivo per cui Muñiz ha dovuto sperimentare accanto a Iván González, ora adattando Jesús Gámez (con discreti risultati, ma è un po’ uno spreco perché così ti perdi uno dei terzini destri più completi e profondi della Liga), ora inserendo il citato Orozco o Stepanov, infine arretrando Juanito per queste ultime partite.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Munúa; Jesús Gámez, Juanito, Iván González, Mtiliga; Fernando (Valdo), Toribio (Juanito), Apoño, Duda; Benachour (Baha); Caicedo (Obinna, Baha).


SPORTING

QUINDICESIMO/39 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -13. CALENDARIO: Atlético Madrid (casa); Racing (trasferta).

Si è complicata di brutto la vita quella che nel girone d’andata pareva una delle squadre più convincenti in rapporto ai mezzi. Però ha smesso di giocare, e quando ti credi salvo con largo anticipo e invece ripiombi, può innescarsi allora una tendenza micidiale.
Rimangono comunque più che attrezzati per la salvezza gli asturiani, che ribadiscono come loro arma vincente la trequarti, fatta di giocatori rapidi, fantasiosi, portati a saltare l’uomo con una certa facilità. Lo Sporting non è una squadra che specula particolarmente, gli piace attaccare su ritmi alti e arrivare con un po’ di uomini in area avversaria, ma non ritiene necessario arrivarci attraverso azioni particolarmente elaborate: meglio se possibile chiamare fuori l’avversario, ripiegare un po’ e poi sfogarsi negli spazi. De las Cuevas ispira al centro (a dire il vero un po’ meno nel girone di ritorno, e al calo dell’ex colchonero non è nemmeno corrisposto un rilancio in funzione compensativa della sua validissima riserva, il canario Carmelo), Diego Castro invece è il solista principe: parte da sinistra ma essendo destro si accentra spessissimo (lasciando la fascia alle frequenti sovrapposizioni del terzino sinistro, Canella o José Ángel) per provare la conclusione a girare o lasciare il segno col suo dribbling, mortifero come pochi nella Liga. Anche Barral offre uno sfogo importante al gioco di rimessa, con la tendenza a defilarsi verso sinistra per poi puntare verso la rete nelle azioni di contropiede. Mate Bilic invece è un centravanti più classico, che dalla panchina offre l’alternativa del gioco aereo contro difese schierate, talvolta passando alle due punte in coppia con lo stesso Barral. Più lineare invece la fascia destra, con un tornante come Luis Morán. Importante scoperta invece Lora, mezzala riciclata con successo da Preciado nel ruolo di terzino destro.
Comunque è uno Sporting più maturo e completo rispetto a quello allegrone della stagione passata, che attaccava solo a ondate e imbarcava in difesa. Il salto di qualità nel girone d’andata è passato infatti per la leadership tecnica di Rivera a centrocampo, moto perpetuo capace di organizzare e garantire continuità alla manovra anche in fasi d’attacco necessariamente più ragionate (però il centrocampo ha accusato la partenza invernale di Míchel verso Birmingham), e per l’ottimo rendimento dietro della coppia formata da Botía, puntuale e pulito centrale 21enne di scuola Barça, e dalla montagna umana Gregory, difficilmente superabile nel gioco aereo.

FORMAZIONE (4-2-3-1): Juan Pablo; Lora (Sastre), Botía, Gregory, Canella (José Ángel); Diego Camacho, Rivera; Luis Morán, De las Cuevas, Diego Castro; Barral (Bilic).


ZARAGOZA

QUATTORDICESIMO/40 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -17. CALENDARIO: Xerez (trasferta); Villarreal (casa).

Nell’analisi già effettuata sugli aragonesi, avevo sottolineato come i tanti cambi di giocatori e il cambio in panchina recassero come conseguenza logica una certa indefinitezza nello stile di gioco. Va aggiunto come aggiornamento che il lavoro di Gay non persuade del tutto, votando la squadra a un certo conformismo che non ne valorizza del tutto le potenzialità. Mi riferisco alla condotta troppo spesso meramente attendista, alla discutibile preferenza per Eliseu rispetto a Lafita, al mancato utilizzo contemporaneo di Suazo e Colunga, che pure per caratteristiche costituirebbero una delle coppie meglio assortite del campionato… Comunque, l’infortunio del magnifico cileno ha “risolto” il problema, lasciando Gay contento della sua mono-punta e mandando finalmente allo scoperto Colunga, Villa dei poveri in gol nelle ultime tre partite.
In ogni caso Gay non è stato assunto per una prospettiva a lungo termine, su tutto ora più che mai conta il risultato e il Zaragoza di fatto è a un piccolissimo passo dalla salvezza.


ALMERÍA

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -11. CALENDARIO: Tenerife (trasferta); Sevilla (casa).

Una ricaduta inaspettata, ma la netta vittori casalinga col Villarreal ha riportato la calma, e la salvezza matematica è solo a un punto. Il cambio in panchina, da Hugo Sánchez a Lillo, aveva prodotto un drastico cambio di rotta nei risultati, e aveva posto le condizioni per una salvezza ancora più anticipata, solo fino a un paio di settimane fa.
Il lavoro di Juanma Lillo è stato piuttosto interessante, e accompagnato dal risultato giusto potrebbe implicare anche la rivalutazione di un personaggio che nell’immaginario calcistico popolare spagnolo viene spesso bollato come un venditore di fumo. Enfant prodige della panchina col Salamanca a metà anni ’90, poi ridimensionato da una serie di esperienze negative, il suo punto debole è che adora parlare di calcio, in termini originali ma talvolta astrusi e involontariamente comici (se snoccioli piacevolezze come "Messi ha mejorado mucho, y espero continúe en ello, en no jugar de forma trascendente pelotas intrascendentes." è chiaro che un po’ te la cerchi…), e difendendo sempre un’idea di calcio spettacolare oltre il risultato si è esposto inevitabilmente agli sberleffi ogni qualvolta i fatti non seguivano le parole.
Maestro (lo ha allenato nei Dorados messicani) e al tempo stesso allievo (riconosce di essersi ispirato al suo Barça nella filosofia di gioco, fatte ovviamente le debite proporzioni) di Guardiola, Lillo non è un sognatore, ma un pragmatico iluminato che ha dimostrato di saper leggere le partite e praticare numerosi adattamenti all’interno del modello di gioco di base. Ereditata una squadra senza alcuna identità da Hugo Sánchez, Lillo ha impostato l’Almería sulla ricerca di un possesso-palla elaborato sin dalle retrovie, con l’imperativo strategico della supremazia in termini di opzioni di passaggio nel cuore del centrocampo. Quindi i moduli possono variare, ma in genere sono garantiti tre giocatori nel mezzo (punti fermi M’Bami sul centro-destra, importante per le doti di corsa negli spostamenti laterali, e soprattutto l’ordinatissimo argentino Bernardello davanti alla difesa, pallino personale) più uno che può essere o un attaccante che viene spesso a fornire l’appoggio, una mezzapunta (Corona importante prima dell’infortunio) oppure il jolly Soriano, che indifferentemente gioca mezzala (in concorrenza col peruviano Vargas) o incursore subito dietro le punte, sfruttando il gioco aereo e gli ottimi tempi d’inserimento.
L’esigenza della superiorità a centrocampo ha spinto addirittura a ricorrere al 3-4-3 (3-4-3 vero, con quattro centrocampisti puri e Michel e Cisma dietro, due terzini di spinta, specie il primo), alternato da Lillo al 4-3-3 e al 4-4-2 a rombo. Questo senza dimenticare la carta del contropiede, giocata volentieri quando le circostanze lo permettono, potendo contare su due giocatori velocissimi lanciati negli spazi, Crusat e Piatti. Con Diego Alves fra i migliori portieri del campionato, rappresenta invece un neo l’attacco, che non ha colmato il vuoto lasciato da Negredo: Goitom può fare da punto di riferimento ma la porta non la vede, Kalu Uche ha bei colpi ma un po’estemporanei, e da un punto di vista tattico la squadra difficilmente si può appoggiare su di lui.

FORMAZIONE TIPO (4-3-3): Diego Alves; Michel (Juanma Ortiz), Chico (Pellerano), Acasiete, Cisma; Mbami, Bernardello, Soriano (Vargas); Piatti, Uche, Crusat.


ESPANYOL

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -16. CALENDARIO: Osasuna (casa); Mallorca (trasferta).

Come all’Almería, manca solo un punto. Qui abbiamo già analizzato la seconda squadra di Barcellona.

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sabato, aprile 17, 2010

Fidatevi di Pochettino.


No, decisamente l’Espanyol 2009-2010 non si è rivelato una squadra capace di ergersi sopra la mediocrità diffusa della Liga, chiariamolo subito. Però c’è mediocrità e mediocrità: ci sono squadre grigie e sempre uguali a loro stesse, ci sono squadre del tutto inguardabili, e ci sono squadre che nella mediocrità trovano un temporaneo parcheggio, più per immaturità che per mancanza di idee. Nell’Espanyol di Mauricio Pochettino c’è un’idea di gioco chiara e ci sono giocatori non solo validi ma di prospettiva, solo che l’idea attende ancora una traduzione in un discorso più coerente e solido. E cioè maggiore continuità e maggiore personalità, anche nel passaggio fra casa e trasferta (dove i periquitos hanno speso più di una partita fra il banale, il conformista e l’irritante).

Ha passato fasi delicate quest’Espanyol, extrasportive (la morte di Dani Jarque) e sportive (una flessione accentuata nei risultati e nel gioco fra novembre e dicembre del 2009), ma Pochettino ha resistito, e per fortuna non son state spazzate via le basi di un lavoro che già in pretemporada sembrava promettente (splendido 3-0 nell’amichevole col Liverpool, inaugurazione del nuovo stadio di Cornellá-El Prat e purtroppo ultima partita di Jarque). Il tecnico argentino si è fatto forte del credito derivatogli dalla lunga apprezzata militanza nel club come giocatore e ancora di più della miracolosa salvezza ottenuta la stagione passata. I risultati restano tuttora alterni, ma il peggio pare passato e sembrano esserci i margini per un progetto a medio-lungo termine, pur entro i limiti delle ristrettezze economiche del club.
Dopo le disastrose gestioni di Tintín Márquez e di Mané, pochi vedevano l’Espanyol capace di risollevarsi a metà della scorsa stagione, e l’inesperienza di Pochettino come tecnico rappresentava un’ulteriore incognita. L’argentino però ha promosso un cambio di rotta netto, evidente nell’atteggiamento oltre che nei risultati: un Espanyol più corto e aggressivo nel pressing e molto più scomodo per gli avversari.

Quest’anno, Pochettino ha cercato di aumentare la complessità del modello di gioco, non più solo reattivo (il pressing alto a palla persa, la ricerca dell’intensità, rimangono comunque una caratteristica dominante, anche se una volta superato questo primo pressing la coordinazione non è sempre impeccabile, talvolta chi si stacca per andare a pressare perde le distanze dai compagni di reparto e così si creano buchi ancora più profittevoli per l’avversario quando si sceglie di difendere alto) ma anche propositivo. L’Espanyol non rifiuta il peso di fare la partita, e cerca sin dalle prime fasi una manovra che contemperi la massima ampiezza con combinazioni fitte e pochi punti di riferimento dalla trequarti in su.
Cominciano l’azione i due difensori, che partono larghi, e un centrocampista (generalmente quello con maggiori doti di regia, Verdù o Javi Márquez) che retrocede per offrire l’appoggio, i quali hanno a disposizione due opzioni principali: la prima è il cambio di gioco, la seconda il passaggio interno. La prima opzione, molto ricercata, vede il lancio in diagonale (Pareja fra i difensori e Javi Márquez fra i centrocampisti i più dotati nel fondamentale) verso l’esterno di centrocampo del lato opposto, che si offre per allargare il gioco; la seconda opzione invece la presentiamo come alternativa per comodità di esposizione, ma in realtà è complementare: cioè, una volta che allarghi il sistema difensivo avversario (un cambio di gioco ben effettuato ruba all’avversario quegli attimi preziosi per scivolare da un lato all’altro e coprire adeguatamente la zona del pallone), approfitti anche degli spazi che si creano al centro.
Tali spazi Pochettino intende sfruttarli con quattro giocatori fortemente coinvolti nella fase conclusiva: la cosa più interessante è infatti l’uso degli esterni di centrocampo, che diventano attaccanti aggiunti. In questa fase l’Espanyol lascia ai terzini il compito di garantire l’ampiezza: questi alzano molto la loro posizione (Chica a destra e David García/Dídac a sinistra accompagnano con frequenza l’azione offensiva, il problema però è che si limitano al cross dalla trequarti), per consentire alla squadra di guadagnare alternative in zona centrale. I due esterni per l’appunto, che possono tagliare verso il centro o per triangolare col Verdù-Javi Márquez di turno oppure per andare direttamente alla conclusione. Gli esterni poi incrociano spessissimo per accompagnare l’unica punta nei movimenti alle spalle della difesa avversaria (quando questa è alta e l’Espanyol cerca subito il lancio in profondità) oppure per attaccare il secondo palo sui cross dalla fascia opposta. Molti cambi di posizione poi che portano sovente l’esterno di una fascia a cercare la superiorità numerica assieme al compagno della fascia opposta, nell’intento di offrire meno punti di riferimento possibili. L’intento non sempre trova la migliore concretizzazione (per imprecisioni, mancanza di mordente, giocate approssimative e una certa maniera eccessivamente ansiosa di attaccare che più di una volta ha manifestato la squadra), però non si può dire che non ci sia dietro un lavoro serio: non si trovano in giro tanti allenatori interessati ad organizzare la fase offensiva (molti pensano non sia necessario, che si debba sistemare quella di non possesso, e poi lasciare in avanti libertà di seguire l’ispirazione), e in quest’aspetto è probabile che Pochettino raccolga l’eredità del “Loco” Bielsa, suo allenatore nel Newell’s Old Boys di inizio anni ’90.

Altri giocatori. Portieri: Cristian Álvarez, Javi Ruiz. Difensori: Pillud (terzino destro), Roncaglia (centrale/terzino destro). Centrocampisti: De la Peña (trequartista/centrocampista centrale), Corominas (esterno/seconda punta). Attaccanti: Iván Alonso, Ben Sahar, Tamudo.

È certo curioso che uno degli aspetti più interessanti del gioco di Pochettino riguardi un reparto come l’attacco che rappresenta il più debole di tutta la Primera, con il bilancio a dir poco ridicolo di 26 gol all’attivo finora. Bilancio che risente senza ombra di dubbio di un certo sconvolgimento riguardante gli effettivi che lo compongono. Sconvolgimento che implica addii dolorosi: quello annunciato di Tamudo alla sua squadra di sempre e quello sempre più vicino di De la Peña al calcio giocato. Brutto lasciarsi così: vero che Tamudo ultimamente aveva perso il graffio, quel decimo di secondo che in area fa la differenza, però si pensava a un congedo ben più sereno rispetto alla rottura netta col club (sul tema dell’eventuale rinnovo contrattuale) verificatasi nei primi mesi di questa stagione, rottura che lo ha portato fuori rosa. Più malinconica la situazione di De la Peña, perso in una spirale di infortuni dalla quale a quasi 34 anni sembra ormai difficile trovare l’uscita. Quattro partite tutte da subentrato per “Lo Pelat”, solo 159 minuti, 5 presenze e zero gol per Tamudo. Del “Triangle Magic” dello splendido Espanyol 2006-2007 vicecampione di Uefa rimane in piedi solo Luis García.
Altro contrattempo difficile da mettere in conto in estate era il flop gigantesco di Shunsuke Nakamura. Il giapponese, sensibilità calcistica sulla carta molto adatta alla Liga, non si è minimamente adattato alla Catalogna, non si è inserito nello spogliatoio e presto si è rivelato anche poco utile sul campo, vanificando anche tutto il possibile ritorno in termini di immagine e di seguito che l’Espanyol cercava nel Sol Levante. Provato senza successo da falso esterno a destra (simil-Celtic) o a sinistra, mancino raffinatissimo ma mobilità da Sfinge, 13 partite (6 da titolare) senza alcuna gloria e ritorno in patria agli Yokohama Marinos.

Così il popolo espanyolista ha dovuto penare per inventarsi dei nuovi eroi. Molto di moda ora Osvaldo, in prestito da gennaio dal Bologna, e al centro di un caso che riempie un giorno sì e l’altro pure le pagine dei giornali. L’Espanyol vuole estendere il prestito al prossimo anno, il giocatore sostiene questo tentativo non risparmiando dichiarazioni forti (“Se torno a Bologna, lascio il calcio”, “Là in Italia a parte due-tre squadre nessuno gioca a calcio”). Fatto sta che il matrimonio ha fatto comodo ad entrambe le parti: rilancia Osvaldo, che in tutta sincerità non ritenevo il bomber necessario all’Espanyol (me lo ricordavo dall’Under 21 come una punta discreta, ma di movimento più che altro), e mitiga quella mancanza di mordente dell’Espanyol di cui parlavo prima. Sei gol in quattordici partite, nella squadra meno prolifica del campionato, evidenziano un’ inversione di tendenza.
Osvaldo offre un po’ più di peso e di presenza all’attacco, senza per questo vanificare quel gioco offensivo agile e con pochi punti di riferimento che predilige Pochettino. Osvaldo attacca lo spazio, svaria e triangola ma va anche a sgomitare e staccare nell’area avversaria, con quel po’ di concretezza in più rispetto ai colleghi di reparto. Potente e con buone doti tecniche, Osvaldo dà profondità ma non è molto portato al gioco spalle alla porta, il che gli impedisce di fare reparto come dovrebbe in quelle partite in cui l’Espanyol fatica a salire e supportare l’azione offensiva a pieno organico.
Osvaldo ha preso il posto di Tamudo che inizialmente sembrava tagliato su misura per José Callejón, che l’ormai ammainata bandiera espanyolista la ricorda per la rapidità, l’istinto, la capacità di muoversi fra i centrali, sul filo del fuorigioco. Il 23enne ex canterano madridista (che, a scanso di equivoci, di Tamudo non ha certo il gol, solo 2 centri finora in 30 partite) si è però riciclato emergendo nel ruolo di esterno, già sperimentato la scorsa stagione. Più a sinistra che a destra, comunque Callejón (destro naturale) incide abbastanza. Non ha doti tecniche meravigliose, però è aggressivo, verticale, punta sempre l’uomo (e gli va bene perché ha il baricentro basso e sul breve è rapido), incrocia, tira, crossa, partecipa tantissimo, aiuta in ripiegamento, è sempre attivo e si fa apprezzare.
A destra invece nelle ultime giornate pare essersi conquistato un posto (ma stasera nel derby non ci sarà), e finalmente un po’ di stabilità (speriamo) in una carriera tormentata, Fernando Marqués. A ciascuno il suo Cassano: classe ’84, non ancora ventenne Marqués era segnalato come uno dei talenti più brillanti del calcio spagnolo quando il Rayo Vallecano lo promosse dalla cantera. Poi un bel po’ di anni buttati via fra indisciplina e mattane, tiramolla fra Racing e Atlético Madrid B, un contratto rescisso prematuramente col Castellón (ne parlammo qui) e poi… e poi Marqués ha chinato il capo, si è rimboccato le maniche ed è ripartito dall’Iraklis in Grecia, fino alla firma con l’Espanyol l’estate scorsa, avvenuta negli ultimi giorni di mercato dopo un breve periodo di prova che ha convinto Pochettino. Marqués del quartetto offensivo è l’elemento più estroso, che riconosci subito dopo un paio di giocate per i cambi di direzione palla al piede, i doppi passi, gli elastici, il gusto dell’uno contro uno. A dire il vero visto finora ha un po’ controllato la sua voglia di uscire dagli schemi: il rendimento è complessivamente apprezzabile, qualche partita l’ha anche accesa, ma forse la sua priorità è più quella di rendersi credibile semplicemente come giocatore su cui puoi contare per tutti i 90 minuti tutte le domeniche. È probabile che con la fiducia consolidata e senza infortuni o altri contrattempi, la sua incisività possa crescere di pari passo con il nostro divertimento.
Chiude il quartetto il classico Luis García, sempre importante ma piuttosto lontano dai livelli che lo avevano portato fra il 2006 e il 2007 nel giro della nazionale. Due gol in trentuno partite sono una miseria per uno come lui, anche se va detto che Pochettino l’ha lungamente sacrificato in una posizione di esterno alquanto scomoda. Scomoda non tanto per il fatto di partire esterno, perché come abbiamo visto nell’Espanyol questi sono coinvolti anche nella fase conclusiva, ma perché la scelta di farlo partire prevalentemente da destra toglieva angolo al miglior tiratore fra tutti gli attaccanti. Ora però gioca centrale, subito dietro la prima punta, quella che è sempre stata la sua posizione preferita.
Abbastanza definito il quartetto di base, trovano molto meno spazio Coro (19 presenze, solo 10 da titolare, 1 gol), mitico talismano della salvezza 2005-2006, e Ben Sahar, ancora tarda l’esplosione dell’israeliano (anche lui 19 presenze e 1 gol, ma solo 4 gare dall’inizio). Più rilevante invece il contributo del 31enne uruguaiano Iván Alonso, veterano dei campi spagnoli: 5 gol in 29 partite, poco talento ma abbastanza mestiere (e un notevole stacco aereo), duttilità e spirito di sacrificio per giocare indifferentemente davanti o sulla trequarti, con un significativo apporto in fase di non possesso, col pressing e i ripiegamenti in aiuto al centrocampo.

Detto di chi si occupa di accelerare e finalizzare l’azione offensiva, non bisogna dimenticarsi di chi ne pone le premesse: Joan Verdú è un giocatore importante, non un fuoriclasse ma una mezzala classica dal notevole senso della manovra (affinato nella cantera del Barça: il marchio si nota). Il collante della squadra in fase di possesso, aiuta i difensori e il centrocampista più basso a “pulire” i primi passaggi, rifinisce sulla trequarti, collega i reparti, con ampia libertà di svariare si trova sempre al centro di tutte le triangolazioni e tocca più palloni di tutti, nettamente.
Ha contestato questa centralità di Verdù un giocatore non particolarmente attuale perché purtroppo infortunato fino a fine campionato, ma che merita una sacrosanta citazione, ovvero Javi Márquez. Si tratta senza dubbio della più bella novità della stagione espanyolista. Qualcuno è arrivato ad elaborare il paradosso della bontà di questo suo infortunio, perché utile ad occultare almeno per un po’ un talento che stava già attirando le attenzioni degli avvoltoi di media-alta classifica, magari disposti a sottrarlo subito la prossima estate senza dare tempo all’Espanyol di gustarselo e valorizzarlo in una stagione completa. Javi Márquez è un prodotto relativamente tardivo (si è affacciato in prima squadra a 23 anni compiuti) di una cantera che non sarà quella del Barça ma che resta comunque una delle migliori di Spagna (oltre a Javi sono stabili in prima squadra da quest’anno il ventenne terzino sinistro Dídac Vilà e l’interessante difensore centrale Víctor Ruiz, 21 anni). Nelle 15 scarse partite disputate (e solo 9 da titolare) è risaltata immediatamente la naturalezza e la faccia tosta in mezzo al campo. Centrocampista spagnolo e spagnoleggiante, di quelli buoni che piacciono a noi. Testa alta, sinistro millimetrico nelle aperture e la capacità che non tutti possiedono di fermarsi, rallentare, scegliere e gestire “la pausa” per poi cambiare senso e ritmo al gioco con grande criterio. Senza paura nel portare palla e ripartire vincitore dal pressing avversario, può essere impiegato anche sulla trequarti, ma lui preferisce partire dal doble pivote, perché non essendo rapidissimo ha più tempo e metri per arrivare a fari spenti e caricare la bordata dalla lunga distanza, il pezzo forte del suo repertorio. Insomma, non vediamo l’ora che inizi la prossima stagione per verificare se questo ragazzo conferma queste prime sensazioni tanto positive.
Con l’infortunio di Javi Márquez Verdù è tornato ad alternarsi fra la trequarti e il doble pivote, e in questi possibili impieghi risiede lo spartiacque fra le diverse versioni dell’Espanyol. Con Verdù in cabina di regia si accentua il carattere manovriero della squadra, che passa spesso e volentieri a un 4-1-4-1; in caso contrario, accanto all’inamovibile Moisés Hurtado (tanto invisibile quanto prezioso col suo senso tattico) Pochettino colloca un altro centrocampista difensivo come Raúl Baena (21enne andaluso, altro promosso dalla cantera, anzi il più utilizzato di tutti con 18 presenze, 10 delle quali dall’inizio) oppure avanza uno dei due difensori centrali argentini ex Boca (più spesso Forlín, ma nell’ultima trasferta a Santander anche Roncaglia), non tanto per un attacco di “JavierClementismo”, ma per la scarsa disponibilità di centrocampisti difensivi di ruolo in organico. Con queste soluzioni l’Espanyol inevitabilmente dipende più dalla palla rubata, dalla ripartenza rapida e dal contropiede manovrato, come quasi certamente avverrà stasera col Barça, perché il pallone è uno solo e ti devi saper adattare.

Dovrà funzionare come un orologio in questo derby tutto il sistema difensivo, che oltre a Moisés ha come pilastri Nico Pareja e Kameni fra i pali. Pareja è indiscutibile al centro della difesa (al suo fianco si alternano prevalentemente Víctor Ruiz e Forlín), per la personalità, l’ottimo tempismo nell’anticipo, la rapidità delle chiusure e la capacità di rilanciare il gioco (e anche una discreta familiarità coi calci di punizione). Possibile che in estate parta per qualche piazza più ricca e ambiziosa. Su Kameni invece devo cospargermi il capo di cenere: portiere che ho sempre sopportato a malapena per le sue interpretazioni strampalate, ma che sta aggiungendo una sobrietà determinante per completare assieme alle straordinarie risorse atletiche il ritratto di un ottimo portiere.

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