sabato, maggio 08, 2010

Si salvi chi può.

Nella serata che potrebbe decidere il titolo, anche la bassa classifica ribolle. Di seguito una ricognizione di tutte le squadre coinvolte dalla matematica, anche quelle che possono dirsi quasi salve o virtualmente spacciate.


XEREZ


ULTIMO/30 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -29. CALENDARIO: Zaragoza (casa); Osasuna (trasferta).

Applausi comunque. La salvezza è praticamente impossibile ormai, ma lo spirito dimostrato è encomiabile, e anche al di là dello spirito con Gorosito in panchina il Xerez ha mostrato soluzioni migliori in campo. Cambio di tecnico (modesto Ziganda) purtroppo tardivo, nonostante la sensibile crescita nei risultati.
Un Xerez che non rinuncia a giocare, nonostante le grosse carenze nel mezzo (con il prepensionato obeso Viqueira fuori gioco, manca chi veda al di là del proprio naso, anche se l’innesto di Víctor Sánchez accanto all’aspirapalloni Sidi Keita ha migliorato le cose rispetto al Bergantiños titolare della prima metà di stagione), e che trova le migliori soluzioni fra la trequarti e gli esterni: utilizzando più spesso il 4-2-3-1 che le due punte pure, Gorosito adatta sulla trequarti un esterno di ruolo (il mancino Momo e Calvo), alternando sulle fasce gli stessi Calvo e Momo e poi l’argentino Armenteros (buon giocatore) e soprattutto il cileno Orellana a destra, l’elemento maggiormente in evidenza: leggerino assai ma estroso e con un’ottima capacità nel trattenere il pallone e smarcarsi tra le linee con i tagli.
L’attacco è limitatissimo, sebbene Mario Bermejo (giocatore senza qualità che spiccano, ma capace di arrangiarsi un po’ in tutte le situazioni: spalle alla porta, in profondità, nel gioco aereo e nelle conclusioni sottomisura), storico mestierante delle serie inferiori, abbia ampiamente sconfessato (con 12 gol sonanti) nel girone di ritorno la sensazione di inadeguatezza alla categoria emersa nei primi mesi. La principale alternativa è un altro veterano del sottobosco, Míchel II, grezzo centravanti-boa, con l’acquisto invernale, l’argentino Alustiza impiegato spesso a partita in corso come seconda punta, ma mai dal primo minuto.
Gorosito preferisce una sola punta, come detto, e nelle gare più esigenti (soprattutto contro le grandi) adotta una variante più difensiva, un 4-1-4-1 con un uomo di pura copertura davanti alla difesa, solitamente il 36enne Vicente Moreno, ma anche (vedi Camp Nou) un difensore centrale adattato come l’ex sevillista David Prieto. Consolidata in difesa la coppia centrale formata dall’argentino Gioda e dal canario Aythami, deludente Renan fra i pali, il Xerez di Gorosito si è caratterizzato per una buona densità in fase di non possesso e per la capacità di ripartire senza buttare mai via il pallone.

FORMAZIONE TIPO (4-2-3-1): Renan; Francis, Gioda, Aythami, Casado; Víctor Sánchez, Sidi Keita; Orellana, Calvo, Armenteros; Bermejo.


VALLADOLID

PENULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -22. CALENDARIO: Racing (casa); Barcelona (trasferta).

Su questo blog generalmente le preferenze estetiche sono altre, ma non si può non simpatizzare con il fútbol anti-metrosexual del mitico Javier Clemente. L’unico, originale, con il marchio registrato. Personaggio detestato da una metà della stampa spagnola e guardato con sospetto dall’altra metà, ma con un carisma che nemmeno il suo più acceso detrattore potrebbe negargli, Javi ha subito imposto le sue ricette, gli inconfondibili difensori avanzati a centrocampo e, più sporadico, il doppio terzino. Nell’ultima partita casalinga col Getafe addirittura un “trivote” in mediana con Javier Baraja (fratello del “Pipo” valenciano, generalmente jolly difensivo con Mendilibar) a far legna accanto a Borja e Pelé (il migliore dei centrocampisti).
Al di là delle variazioni contingenti, la ricetta è comunque chiarissima: dopo la fallimentare parentesi di Onésimo, che aveva cercato un Valladolid più portato al possesso-palla (ottenendo risposte di sconcertante mollezza), si è tornati a privilegiare la riconquista del pallone come base, anche se con caratteri assai meno spregiudicati rispetto all’era Mendilibar. Quest’ultimo rischiava pressing e difesa altissima, Clemente infoltisce la propria metacampo, butta lungo il pallone e manda meno giocatori possibile in avanti, in modo da trovarsi subito pronto, blindato tutto dietro la linea della palla non appena l’attacco svanisce e gli avversari ne tornano in possesso. Per questo là davanti conta maggiormente rispetto a Mendilibar e Onésimo su Manucho, cristone capace di fare reparto da solo. Il forte Diego Costa, per caratteristiche tecniche e atletiche, si può adattare a partire anche da una posizione di esterno (ma con ampia licenza di incursione in area avversaria), mentre a ripresa inoltrata, con le squadre più lunghe, Clemente si riserva l’utilizzo di giocatori più leggeri e vivaci come il giovane rapidissimo esterno destro Keko (in prestito dall’Atlético Madrid), Alberto Bueno o il delizioso ma complicato Medunjanin. Altra novità di Clemente è la fiducia data al centro della difesa al portoghese Henrique Sereno, un altro degli acquisti invernali.
Le ricette di Clemente (mai una formazione uguale all’altra, quella sotto è puramente indicativa e ho trovato un po’ di difficoltà a inventarmela…) finora hanno pagato abbastanza, ma la salvezza resta lontanissima. Forse anche in questo caso il cambio in panchina è avvenuto con eccessivo ritardo.

FORMAZIONE TIPO (4-5-1): Jacobo; Barragán, Arzo, Sereno (Nivaldo), Nivaldo; Nauzet (Keko), Borja, Pelé, Javi Baraja, Diego Costa; Manucho.


TENERIFE

TERZULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI:-33. CALENDARIO: Almería (casa); Valencia (trasferta).

Una delle squadre più deboli ma anche più generose nei confronti dello spettatore, una delle più divertenti ma anche una delle più inconsistenti, con una differenza imbarazzante fra i 38 gol fatti (quintultimo attacco del campionato) e i 71 subiti (di gran lunga il dato peggiore di tutta la Liga). Un rendimento fuori casa catastrofico, una sola vittoria.
La squadra di Oltra se la gioca più o meno con tutti allo stesso modo, cercando di aggredire per prima. Ricerca della massima intensità e ritmo possibile nella manovra. Il tasso tecnico è quello che è, ma i movimenti sono mandati giù a memoria, l’offerta di appoggi ampia e nelle sue partite migliori il Tenerife fila che è un piacere: l’esterno di centrocampo stringe e si avvicina al portatore di palla, le punte a turno vengono incontro. Nel mentre l’esterno della fascia opposta si allarga per ricevere il cambio di gioco. Sempre due opzioni minimo per il portatore, e ottima copertura in ampiezza. I due terzini accompagnano costantemente l’azione offensiva, mentre nel corso dell’azione spesso uno dei due centrali di centrocampo si stacca per inserirsi a rimorchio. Benissimo fino alla trequarti, ma poi il Tenerife nel 99% dei casi si perde. Dove non basta l’organizzazione infatti deve subentrare il talento, la capacità di inventare e sorprendere. E al Tenerife ne manca, se è vero che una mole di gioco offensivo ragguardevole troppo spesso sfocia nel semplice cross buttato in area o nel tentativo velleitario da fuori area.
Nino i gol li fa sempre (13, finalmente in doppia cifra anche in Primera dopo una passata esperienza al Levante), è rapidissimo sul filo del fuorigioco e negli ultimi metri, ma la coppia che forma con Alejandro Alfaro non ha certo avuto lo stesso impatto che ebbe nella scorsa Segunda (39 gol in due!). Rispetto alle aspettative estive (quando sembrava che non dovesse prolungarsi il prestito dal Sevilla e i tifosi chicharreros lo attendevano come un salvatore della patria) Alfaro, accettabile dal punto di vista realizzativo (7 gol), vivace e intelligente nello smarcarsi fra le linee non è mai stato però particolarmente risolutivo come “colpi”. E né Dinei né Ángel (generalmente inseriti in corsa, con lo spostamento di Alfaro a destra quando Oltra intende rimontare uno svantaggio) hanno mai rappresentato alternative davvero credibili.
Sulla fascia sinistra ha perso la titolarità rispetto alla promozione Kome, in favore di Ayoze, che a sua volta tiene in panchina uno dei giovani talenti più stuzzicanti di questa Liga, Omar Ramos. Buono tecnicamente Ayoze, anche discretamente continuo e disciplinato, ma Omar ha margini decisamente superiori, ha il dribbling nel sangue e iniziative spettacolari (anche se talvolta un po’ testarde), sembra l’unico giocatore in rosa in grado di cambiare il volto a una partita, ed è una carta che a nostro avviso Oltra dovrebbe giocarsi con maggior convinzione per “scuotere” questo finale di campionato, senza dimenticare che uno dei due mancini, Omar (più portato allo spunto) e Ayoze (più manovriero), può comunque adattarsi anche a destra e in questo caso lasciare in panchina il più lineare Juanlu Hens.
Al centro il più importante è il regista Ricardo, e accanto lui in questo finale di stagione ha acquisito una certa continuità d’impiego l’argentino Román Martínez, cursore non rapidissimo ma capace di coprire un’ampia porzione di terreno con discreta proprietà di palleggio e un eccellente tempismo negli inserimenti che ha fruttato alcuni gol preziosi nelle ultime giornate, ribadendo un senso del gol già emerso nella passata stagione all’Espanyol, pure non ricchissima di soddisfazioni. Più limitati al semplice lavoro oscuro invece i concorrenti Richi e Mikel Alonso.
Quando non ha il pallone il Tenerife cerca di riconquistarlo subito, più vicino possibile all’area avversaria, adoperando la massima aggressività. È una delle pecche principali di questa squadra la debolezza in fase di non possesso. A volte l’entusiasmo permette di recuperare in breve tempo il pallone e dare continuità, e persino dominio, al gioco, ma troppo spesso la cattiva coordinazione fra i reparti e fra giocatore e giocatore lascia dei buchi clamorosi, ancora più devastanti in una squadra che tende a difendere molto alto. Nei difensori si nota una tendenza eccessiva a seguire l’uomo nella propria zona anche oltre la zona stessa di competenza, perdendo le distanze dai compagni di reparto.
Facendo un esempio, una volta che il terzino sinistro del Tenerife segue sino alla sua metacampo l’esterno destro avversario che retrocede per prendere palla, e una volta che gli avversari riescono a tagliare fuori il terzino del Tenerife con una combinazione, il terzino del Tenerife si troverà in una zona troppo lontana dal suo collega che gioca sul centro-sinistra della difesa, e questo centrale sarà chiamato a effettuare una copertura al limite, con uno spostamento laterale frettoloso nella zona lasciata sguarnita dal terzino. È un po’ migliorato quest’aspetto ultimamente, ma insomma, troppo spesso insomma la linea difensiva perde la sua coesione, e ciò accentua pure le carenze individuali dei difensori canari, alcuni davvero macchinosi e lenti (su tutti il centrocampista riconvertito Manolo Martínez, che comunque ha perso il posto a favore di Culebras, ora centrale titolare a fianco di Pablo Sicilia).
Insomma, il Tenerife ha grossissime chances di retrocedere perché non risolve quasi mai a suo favore le situazioni nelle due aree, quello che più conta.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Aragoneses; Marc Bertran, Culebras, Pablo Sicilia, Héctor; Juanlu Hens, Ricardo, Román Martínez, Ayoze; Alfaro; Nino.

RACING

DICIASSETTESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Valladolid (trasferta); Sporting (casa).

Del lotto è la squadra più grigia, ma ha un’abitudine a cavarsela sempre bene o male che potrebbe sorprenderci anche stavolta, con due scontri diretti nelle ultime giornate. Arriva comunque a pezzi dalla goleada casalinga subita dal Sevilla, e con dati che lasciano piuttosto perplessi. Bizzarro soprattutto il rapporto fra casa e trasferta: fra le mura amiche del Sardinero solo 14 punti con differenza reti –17, mentre in trasferta 22 punti e bilancio più equilibrato fra gol fatti e subiti, solo –1. Statistiche che supportano la tesi di un Racing in grosse difficoltà quando c’è da fare la partita, soprattutto per le enormi lacune di immaginazione a centrocampo (cambia poco che accanto a Colsa Diop abbia rubato il posto a Lacen: il senegalese è un altro cursore). Con l’infortunio di Munitis (peraltro già in nettissimo declino) e Serrano si accentua la solitudine di Canales, che alla sua età non può vedersi chiedere di trascinare da solo una squadra modesta: 6 gol e lampi straordinari, un talento sotto gli occhi di tutti, ma anche una pausa fisiologica nel cuore della stagione. Non aiuta poi l’attacco meno dotato del campionato: Tchité, volenteroso e mobile ma pasticcione, ha raggiunto quota 9 grazie a qualche rigore, il bisonte Xisco è quello che è, Bolado è il più dotato, ma è inesperto ed è stato scongelato troppo tardi dopo il suo ritorno alla base nel mercato invernale.
Così al Racing viene bene soprattutto affidarsi al lavoro difensivo (grazie a una certa continuità negli uomini e nel modulo, un 4-4-2 semplice semplice ma generalmente affidabile), controllare un po’ le cose e aspettare l’episodio.

FORMAZIONE TIPO (4-4-2): Coltorti; Pinillos (Crespo), Torrejón (Moratón), Oriol, Christian Fernández; Arana, Colsa, Diop, Toni Moral; Canales; Tchité.


MÁLAGA

SEDICESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Getafe (trasferta); Real Madrid (casa)

Strano il calcio. Rispetto alla squadra rivelazione dell’anno scorso, il Málaga di questa stagione è nettamente più attrezzato, anche convincente per buoni tratti della stagione, ma tuttavia puzza sempre più di Segunda dopo l’inequivocabile blackout dell’ultimo quarto di campionato.
Muñiz l’ha anche organizzata bene questa squadra: fase di non possesso fra le più serie, una zona sobria e con distanze corrette e coperture puntuali, portata ad attendere con un blocco medio-basso più che ad aggredire col pressing alto. Anche in fase di possesso comunque il Málaga non rinuncia alla coralità. Fondamentale in questo senso, come detto più volte, l’apporto di Duda, uomo-chiave e di fatto regista della squadra dalla sua posizione di esterno sinistro. Duda non ha cambio di ritmo né conquista il fondo, però tiene palla, detta bene i tempi, permette alla squadra di raggrupparsi e salire attorno al pallone, oltre a costituire uno dei maggiori pericoli a palla ferma di tutto il campionato, col suo sinistro veloce e tagliatissimo.
Ha rappresentato però una grave menomazione la stagione discontinua, fra un infortunio e l’altro, del regista ufficiale, e cioè Apoño, impossibilitato a ripetersi sui grandi livelli della passata stagione. Ora è disponibile, ma in sua assenza Muñiz ha fatto prevelentemente alternare nel doble pivote il centrocampista difensivo Juanito (anche difensore centrale), il canterano Toribio e il tunisino Benachour, più spesso però trequartista (il suo ruolo).
Toribio ordinato, lontano anni luce dal peso sulla manovra di Apoño ma comunque positivo, buon segnale di una cantera che quest’anno ha aiutato parecchio: su tutti il ventiduenne difensore centrale Iván González (notevole per personalità e potenziale atletico), ma si sono affacciati anche il terzino sinistro Manu Torres (in concorrenza col danese Mtiliga), Javi López (esterno-centrocampista offensivo, 2 gol), Orozco (altro difensore centrale) e, con spezzoni molto più ridotti, Juanmi (attaccante, solo 16 anni e anche lo sfizio di un golletto in Copa del Rey), Portillo e Pedrito (a ciascuno il suo).
Molta scelta dalla trequarti in su: a destra non c’è un padrone fisso fra Valdo, più specialista del ruolo di esterno, e Fernando, che la fascia la cerca poco e preferisce inserisi sulla trequarti, mentre al centro della trequarti le cose migliori le ha fatte vedere il buon Benachour, posto che Forestieri non è esploso nemmeno qui, e Baha può sacrificarsi in appoggio al centrocampo oltre che partire centravanti, ma fa comunque poca differenza sul piano qualitativo.
Un attacco cui non manca la qualità, ma più semplicemente la capacità di andare al sodo e buttarla dentro: Obinna vivacizza tantissimo con la velocità, i dribbling e il movimento su tutto il fronte offensivo, ma davanti al portiere è negato (4 gol, e la cosa ha il suo peso quando in molte occasioni si vede schierato come unica punta), Baha non è da doppia cifra (5 gol in 31 partite), l’ecuadoriano Caicedo aggiunge alternative importanti al gioco (soprattutto il fisico da bestione che gli permette di fare reparto da solo e impegnare i centrali avversari), ma ha trovato solo 4 gol in 16 partite, accettabili come bilancio per uno che è arrivato in inverno, ma pochi in termini assoluti per la squadra.
Anche la difesa ha dovuto soffrire un contrattempo serio come l’assenza per infortunio in questo finale di stagione del centrale mancino Weligton, motivo per cui Muñiz ha dovuto sperimentare accanto a Iván González, ora adattando Jesús Gámez (con discreti risultati, ma è un po’ uno spreco perché così ti perdi uno dei terzini destri più completi e profondi della Liga), ora inserendo il citato Orozco o Stepanov, infine arretrando Juanito per queste ultime partite.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Munúa; Jesús Gámez, Juanito, Iván González, Mtiliga; Fernando (Valdo), Toribio (Juanito), Apoño, Duda; Benachour (Baha); Caicedo (Obinna, Baha).


SPORTING

QUINDICESIMO/39 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -13. CALENDARIO: Atlético Madrid (casa); Racing (trasferta).

Si è complicata di brutto la vita quella che nel girone d’andata pareva una delle squadre più convincenti in rapporto ai mezzi. Però ha smesso di giocare, e quando ti credi salvo con largo anticipo e invece ripiombi, può innescarsi allora una tendenza micidiale.
Rimangono comunque più che attrezzati per la salvezza gli asturiani, che ribadiscono come loro arma vincente la trequarti, fatta di giocatori rapidi, fantasiosi, portati a saltare l’uomo con una certa facilità. Lo Sporting non è una squadra che specula particolarmente, gli piace attaccare su ritmi alti e arrivare con un po’ di uomini in area avversaria, ma non ritiene necessario arrivarci attraverso azioni particolarmente elaborate: meglio se possibile chiamare fuori l’avversario, ripiegare un po’ e poi sfogarsi negli spazi. De las Cuevas ispira al centro (a dire il vero un po’ meno nel girone di ritorno, e al calo dell’ex colchonero non è nemmeno corrisposto un rilancio in funzione compensativa della sua validissima riserva, il canario Carmelo), Diego Castro invece è il solista principe: parte da sinistra ma essendo destro si accentra spessissimo (lasciando la fascia alle frequenti sovrapposizioni del terzino sinistro, Canella o José Ángel) per provare la conclusione a girare o lasciare il segno col suo dribbling, mortifero come pochi nella Liga. Anche Barral offre uno sfogo importante al gioco di rimessa, con la tendenza a defilarsi verso sinistra per poi puntare verso la rete nelle azioni di contropiede. Mate Bilic invece è un centravanti più classico, che dalla panchina offre l’alternativa del gioco aereo contro difese schierate, talvolta passando alle due punte in coppia con lo stesso Barral. Più lineare invece la fascia destra, con un tornante come Luis Morán. Importante scoperta invece Lora, mezzala riciclata con successo da Preciado nel ruolo di terzino destro.
Comunque è uno Sporting più maturo e completo rispetto a quello allegrone della stagione passata, che attaccava solo a ondate e imbarcava in difesa. Il salto di qualità nel girone d’andata è passato infatti per la leadership tecnica di Rivera a centrocampo, moto perpetuo capace di organizzare e garantire continuità alla manovra anche in fasi d’attacco necessariamente più ragionate (però il centrocampo ha accusato la partenza invernale di Míchel verso Birmingham), e per l’ottimo rendimento dietro della coppia formata da Botía, puntuale e pulito centrale 21enne di scuola Barça, e dalla montagna umana Gregory, difficilmente superabile nel gioco aereo.

FORMAZIONE (4-2-3-1): Juan Pablo; Lora (Sastre), Botía, Gregory, Canella (José Ángel); Diego Camacho, Rivera; Luis Morán, De las Cuevas, Diego Castro; Barral (Bilic).


ZARAGOZA

QUATTORDICESIMO/40 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -17. CALENDARIO: Xerez (trasferta); Villarreal (casa).

Nell’analisi già effettuata sugli aragonesi, avevo sottolineato come i tanti cambi di giocatori e il cambio in panchina recassero come conseguenza logica una certa indefinitezza nello stile di gioco. Va aggiunto come aggiornamento che il lavoro di Gay non persuade del tutto, votando la squadra a un certo conformismo che non ne valorizza del tutto le potenzialità. Mi riferisco alla condotta troppo spesso meramente attendista, alla discutibile preferenza per Eliseu rispetto a Lafita, al mancato utilizzo contemporaneo di Suazo e Colunga, che pure per caratteristiche costituirebbero una delle coppie meglio assortite del campionato… Comunque, l’infortunio del magnifico cileno ha “risolto” il problema, lasciando Gay contento della sua mono-punta e mandando finalmente allo scoperto Colunga, Villa dei poveri in gol nelle ultime tre partite.
In ogni caso Gay non è stato assunto per una prospettiva a lungo termine, su tutto ora più che mai conta il risultato e il Zaragoza di fatto è a un piccolissimo passo dalla salvezza.


ALMERÍA

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -11. CALENDARIO: Tenerife (trasferta); Sevilla (casa).

Una ricaduta inaspettata, ma la netta vittori casalinga col Villarreal ha riportato la calma, e la salvezza matematica è solo a un punto. Il cambio in panchina, da Hugo Sánchez a Lillo, aveva prodotto un drastico cambio di rotta nei risultati, e aveva posto le condizioni per una salvezza ancora più anticipata, solo fino a un paio di settimane fa.
Il lavoro di Juanma Lillo è stato piuttosto interessante, e accompagnato dal risultato giusto potrebbe implicare anche la rivalutazione di un personaggio che nell’immaginario calcistico popolare spagnolo viene spesso bollato come un venditore di fumo. Enfant prodige della panchina col Salamanca a metà anni ’90, poi ridimensionato da una serie di esperienze negative, il suo punto debole è che adora parlare di calcio, in termini originali ma talvolta astrusi e involontariamente comici (se snoccioli piacevolezze come "Messi ha mejorado mucho, y espero continúe en ello, en no jugar de forma trascendente pelotas intrascendentes." è chiaro che un po’ te la cerchi…), e difendendo sempre un’idea di calcio spettacolare oltre il risultato si è esposto inevitabilmente agli sberleffi ogni qualvolta i fatti non seguivano le parole.
Maestro (lo ha allenato nei Dorados messicani) e al tempo stesso allievo (riconosce di essersi ispirato al suo Barça nella filosofia di gioco, fatte ovviamente le debite proporzioni) di Guardiola, Lillo non è un sognatore, ma un pragmatico iluminato che ha dimostrato di saper leggere le partite e praticare numerosi adattamenti all’interno del modello di gioco di base. Ereditata una squadra senza alcuna identità da Hugo Sánchez, Lillo ha impostato l’Almería sulla ricerca di un possesso-palla elaborato sin dalle retrovie, con l’imperativo strategico della supremazia in termini di opzioni di passaggio nel cuore del centrocampo. Quindi i moduli possono variare, ma in genere sono garantiti tre giocatori nel mezzo (punti fermi M’Bami sul centro-destra, importante per le doti di corsa negli spostamenti laterali, e soprattutto l’ordinatissimo argentino Bernardello davanti alla difesa, pallino personale) più uno che può essere o un attaccante che viene spesso a fornire l’appoggio, una mezzapunta (Corona importante prima dell’infortunio) oppure il jolly Soriano, che indifferentemente gioca mezzala (in concorrenza col peruviano Vargas) o incursore subito dietro le punte, sfruttando il gioco aereo e gli ottimi tempi d’inserimento.
L’esigenza della superiorità a centrocampo ha spinto addirittura a ricorrere al 3-4-3 (3-4-3 vero, con quattro centrocampisti puri e Michel e Cisma dietro, due terzini di spinta, specie il primo), alternato da Lillo al 4-3-3 e al 4-4-2 a rombo. Questo senza dimenticare la carta del contropiede, giocata volentieri quando le circostanze lo permettono, potendo contare su due giocatori velocissimi lanciati negli spazi, Crusat e Piatti. Con Diego Alves fra i migliori portieri del campionato, rappresenta invece un neo l’attacco, che non ha colmato il vuoto lasciato da Negredo: Goitom può fare da punto di riferimento ma la porta non la vede, Kalu Uche ha bei colpi ma un po’estemporanei, e da un punto di vista tattico la squadra difficilmente si può appoggiare su di lui.

FORMAZIONE TIPO (4-3-3): Diego Alves; Michel (Juanma Ortiz), Chico (Pellerano), Acasiete, Cisma; Mbami, Bernardello, Soriano (Vargas); Piatti, Uche, Crusat.


ESPANYOL

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -16. CALENDARIO: Osasuna (casa); Mallorca (trasferta).

Come all’Almería, manca solo un punto. Qui abbiamo già analizzato la seconda squadra di Barcellona.

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mercoledì, febbraio 03, 2010

Cade Mendilibar, fine di un’era.


Negli ultimi anni di Liga poche squadre come il Valladolid son risultate tanto riconoscibili da restare inconfondibili anche di fronte all’ipotesi immaginaria di un cambiamento improvviso di colori sociali. “Ehi, ma quello è il Valladolid di Mendilibar!”, te ne accorgi ad una semplice occhiata per l’approccio alla partita, per la mentalità e per i movimenti in campo. Un’identità fortissima, un’impronta tattica che si è imposta in maniera quasi dittatoriale sui singoli e ha garantito per tre anni una valorizzazione ottimale delle poche risorse a disposizione del club castigliano.
A partire dal girone di ritorno della scorsa stagione però è cominciato un calo inesorabile, e in questa annata il modello di gioco ha mostrato segni di stanchezza sempre più evidenti, fino alla decisione forse inevitabile dell’esonero di lunedì mattina, dopo il deludente pareggio casalingo con l’Almería che lascia il Valladolid sì ancora sopra le ultime tre, ma più per l’insipienza di Xerez, Zaragoza e (ahimè) Tenerife che per meriti propri.

È sorprendente che questo divorzio sia maturato proprio nella stagione in cui il Valladolid dispone della miglior rosa degli ultimi anni, ma non è paradossale: è un insuccesso frutto anche della rigidità di Mendilibar, assai efficiente quando si è trattato di plasmare squadre povere ma capaci di eseguire lo spartito a memoria, inadeguata però quando la rosa permetteva combinazioni di maggior qualità come quest’anno.
Il bilancio globale di questi tre anni e mezzo comunque non può che essere positivo: Mandilibar ha segnato la storia recente del club, risollevandolo da una depressione tecnica (ed economica), con una formidabile promozione alla prima stagione (2006-2007), e poi due meritate salvezze in Primera.

Una parola descrive meglio di tutti il Valladolid di Mendilibar: pressing, pressing, pressing… ripetuta incessantemente affinchè possa trapanare il cervello dei giocatori penetrandovi in profondità. La prima, indispensabile e innegoziabile, obbligazione del giocatore biancoviola è aggredire il portatore di palla. Ogni altra considerazione tecnica viene relegata in secondo piano. Pressing altissimo e linea difensiva all’altezza della metacampo: un equilibrio delicato, basta che salti un anello perché la catena si spezzi. Baricentro alto per un sistema di gioco estremamente aggressivo che però è errato definire offensivo, perché la preoccupazione di recuperare il pallone è la determinante principale, e la successiva fase di possesso ne viene condizionata oltre misura. Questa non ha una rilevante elaborazione autonoma: se l’avversario cerca la manovra, si può recuperare e attaccare con pochi metri da percorrere; ogni volta che invece ha ceduto il possesso-palla, questo Valladolid ha sempre un po’ faticato: pur essendo una squadra votata al dominio territoriale nella metacampo avversaria, non ha mai amato infatti elaborare l’azione da posizioni più arretrate.
Tuttavia nell’ultimo anno la catena si è spezzata con frequenza sin troppo eccessiva: i tanti gol incassati dal Valladolid hanno finito col suscitare più di una risata nei divoratori di highlights. Un minimo spazio scoperto e l’avversario verticalizza e buca la difesa alta senza problemi: difesa che tra l’altro ha mostrato una tenuta come reparto e come singoli sempre più problematica: da Luis Prieto ai nuovi acquisti Nivaldo e Arzo la sicurezza è un optional (e chissà cosa offriranno i freschi innesti invernali, il centrale portoghese Henrique Sereno e l’ex grande promessa Del Horno).

Il modello del pressing forsennato scricchiola da tempo, ma Mendilibar non ha potuto o non ha saputo riconsiderarlo, sbattendoci la testa fino a rompersela. Ha mostrato flessibilità nella scelta del modulo (il suo 4-2-3-1 aveva sempre accusato la presenza di pochi giocatori a concludere nell’area avversaria, così quest’anno è passato al 4-4-2, spostando il trequartista Canobbio e affiancando Manucho al vulcanico Diego Costa in attacco; in più in alcune gare ha provato la soluzione “alla Gurpegi”, con un mediano sulla fascia destra), ma non nell’idea di gioco, che è la cosa più importante.
Sempre inseguire gli avversari, e non il contrario, cioè cercare di costringere gli avversari ad inseguirti. Quindi doble pivote composto da animali da pressing come Borja, Álvaro Rubio, Pelé o il neopromosso canterano Carlos Lázaro, e mai nessuna possibilità per Medunjanin.

Il bosniaco è l’emblema di questa scarsa flessibilità di Mendilibar: mancino delizioso per eleganza, sensibilità di tocco e visione di gioco, tuttavia sempre considerato dal tecnico basco un anello troppo debole per la propria catena, a causa della scarsa propensione al pressing. Così Medunjanin si è dovuto accontentare di un impiego da trequartista a partita in corso, immodificabile qualunque cosa facesse, ripetuti gol decisivi e spezzoni di qualità compresi. Altro caso quello di Alberto Bueno, attaccante esile ma con molta tecnica e capacità di appoggio alla manovra, costantemente ignorato perché evidentemente le priorità sono altre, giocatori più fisici che si facciano valere sulle palle contese, come l’angolano Manucho che appena arrivato in Spagna promise la scorsa estate una trentina di gol (…so’ ragazzi…).
Eppure un altro Valladolid sarebbe possibile, con Medunjanin in regia (senza dimenticare l’alternativa Héctor Font: minor qualità ma caratteristiche simile), Canobbio falso esterno, due punte e un altro esterno offensivo da pescare nella rosa fra i validi mancini Marquitos e Jonathan Sesma e l’un po’ meno valido destro Nauzet Alemán (peccato l’infortunio a Sisi), con possibilità di inserimento anche per l’altro nuovo acquisto invernale Keko, in prestito dalla cantera dell’Atlético Madrid. Mai avuta tanta scelta: pure troppa per una squadra impegnata solo in campionato.
Con Diego Costa a guidare l’attacco c’è di che giocare e staccare le concorrenti per la salvezza, ma il nuovo tecnico Onésimo, promosso dalla seconda squadra, dovrà inventarsi qualcosa di originale. Non è più “quel Valladolid di Mendilibar”.

PS: Da più di una settimana ho iniziato una collaborazione con il sito “Sardegna-Diario Sportivo”, con una mia rubrica settimanale sul calcio spagnolo. Siete tutti invitati.

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lunedì, giugno 01, 2009

I verdetti finali.

CAMPIONE DI SPAGNA: Barcelona.

FASE FINALE CHAMPIONS LEAGUE: Barcelona, Real Madrid, Sevilla.
PRELIMINARI CHAMPIONS LEAGUE: Atlético Madrid.

COPPA UEFA: Villarreal, Valencia, Athletic Bilbao.

RETROCESSE: Betis, Recreativo, Numancia.

CLASSIFICA
1 Barcelona 87
2 R. Madrid 78
3 Sevilla 70
4 Atlético 67
5 Villarreal 65
6 Valencia 62
7 Deportivo 58
8 Málaga 55
9 Mallorca 51
10 Espanyol 47
11 Almería 46
12 Racing 46
13 Athletic 44
14 Sporting 43
15 Osasuna 43
16 Valladolid 43
17 Getafe 42
18 Betis 42
19 Numancia 35
20 Recreativo 33

CLASSIFICA MARCATORI
Forlán 32 (Atlético Madrid, 5 rig.)
Eto’o 30 (Barcelona, 2 rig.)
Villa 28 (Valencia, 8 rig.)
Messi 23 (Barcelona, 3 rig.)
Higuaín 22 (Real Madrid, 3 rig.)

PREMIO “ZAMORA” (Coefficiente; gol subiti; partite giocate)
Víctor Valdés(Barcelona) 0,89-31-35
Palop(Sevilla) 1,00-35-35
Aranzubía(Deportivo) 1,22-45-37
Toño(Racing) 1,24-41-33
Kameni(Espanyol) 1,27-47-37


RISULTATI TRENTOTTESIMA GIORNATA

Giocate sabato
Atlético Madrid-Almería 3-0: Agüero 19'; Raúl García 27'; Forlán 49'.
Mallorca-Villarreal 2-3: Cani 29'(V); Aduriz 35'(M); Llorente 39'(V); Llorente 52'(V); Webó 89'(M).
Deportivo-Barcelona 1-1: Bodipo 29'(D); Eto'o 89'(B).
Valencia-Athletic Bilbao 2-0: Villa 6'; Villa 89'.

Giocate domenica
Numancia-Sevilla 0-2: Armenteros 87'; autorete J.C. Moreno 92'.
Espanyol-Málaga 3-0: Tamudo 5'; Tamudo 45'; Tamudo, rig. 55'.
Betis-Valladolid 1-1: Aguirre 47' (V; recupero primo tempo); Oliveira 49'.
Racing-Getafe 1-1: Toni Moral 34'(R); Granero 38'(G).
Sporting-Recreativo 2-1: Ersen Martin 23'(R); Barral 57'(S); Luis Morán 66'(S).
Osasuna-Real Madrid 2-1: Higuaín 11'(R); Plasil 14'(O); Juanfran 60'(O).


Alla fine, nonostante lo sforzo da parte di tutte le squadre, anche quelle senza più nulla da chiedere al proprio campionato, per tenere viva la lotta (il Recreativo già retrocesso che mette sotto lo Sporting per un tempo; il Real Madrid che passa in vantaggio sul campo dell’Osasuna; il Racing che impone il pareggio al Getafe), è Betis-Valladolid la sfida che come prevedibile dirime la questione-salvezza, e la dirime nella maniera più rispettosa nei confronti della tradizione recente della Liga: a fare il tonfo è la squadra non solo più dotata sulla carta, ma quella teoricamente estranea ad ogni prospettiva di lotta per la salvezza. Atlético Madrid 2000, Celta 2004, ancora Celta 2007, Zaragoza 2008, e ora Betis.
Non è un “caso” clamoroso quanto il Zaragoza della scorsa stagione, ma esattamente come quella squadra anche questo Betis poteva contare su una coppia d’attacco composta da Sergio García e Ricardo Oliveira, oltre che sui vari Edu (tornato per il finale di stagione, stavolta non si è ripetuto come salvatore della patria dopo il 2006-2007), Emana, Mark González, Mehmet Aurelio (comunque indisponibile nell’ ultimo mese), Nelson etc.. Se si pensa che la stampa filo-verdiblanca più ottimista parlava la scorsa estate di una delle rose migliori della storia del club, si hanno le dimensioni compiute del fallimento.
Il Betis paga tutta stavolta la mancanza di una linea chiara, la mancanza di continuità e di un progetto vero. Chaparro era stato confermato dopo la salvezza ottenuta in corsa l’anno passato, ma quando si è trattato di fare il salto di qualità, da semplice tappabuchi a valido stratega, da motivatore a gestore a tutto tondo, “Mick Jagger” ha fallito.
Il suo Betis aveva cominciato la Liga mostrando anche momenti di manovra offensiva convincente, ma non ha mai monetizzato appieno quei buoni momenti, e alla lunga a prevalere è stato lo squilibrio in fase di non possesso, un problema mai risolto: un Betis sempre troppo sfilacciato, con troppi giocatori oltre la linea della palla, esageratamente vulnerabile ogni volta che l’avversario rilancia l’azione. Dal 4-3-3 col frizzante trio di centrocampo Mehmet Aurelio-Capi-Emana, Chaparro è passato a un 4-2-3-1 con un doble pivote più bloccato (con l’infortunio di Capi, Arzu viene avanzato dalla difesa e affiancato a Mehmet Aurelio), ma questo non risolve i problemi di equilibrio.
Col passare delle giornate e il peggioramento dei risultati, il Betis ha poi perso pure quella residua allegria offensiva di inizio stagione, finendo col consegnarsi al non-gioco e all’ansia. Chaparro poi perde colpi, riceve crescenti critiche per le sue scelte soprattutto a partita in corso, e così scatta, come tradizione nel caotico club verdiblanco, il cambio di tecnico.
Nogués dal Betis B sembra rinvigorire l’ambiente nelle primissime partite, se non altro quanto a risultati, ma ben presto entra anche lui nella spirale negativa, fino alle pesanti degenerazioni delle ultime giornate. Lo si può dire tranquillamente: se nelle ultime tre giornate parti con Emana (il miglior giocatore della stagione bética, nonché una delle sensazioni di tutta la Liga per alcuni mesi) in panchina, allora vuol dire che un po’te la cerchi anche. Per non parlare dei cambi in quest’ultima partita: fuori Sergio García per mettere per l’appunto Emana, e poi pochi minuti dopo fuori Capi per Pavone (ma non era meglio a quel punto far entrare direttamente Emana per Capi e tenere Sergio García che è meglio di Pavone?); infine Juanma in campo solo negli ultimi cinque minuti al posto di un Mark González inutile e strameritevole di una sostituzione molto più anticipata.
Punto e a capo: il Betis è uno di quei club spagnoli che vivono tutto alla giornata, che procedono per tentativi, e alla fine il verdetto è sacrosanto: a Valladolid ci saranno meno euro e meno nomi, ma son tre anni che Mendilibar lavora su un’Idea che si è guadagnata una piena credibilità, al di là della clamorosa flessione dell’ultimo mese.

La partita è stata il classico scontro diretto di fine stagione: nervoso, irregolare, tiranneggiato dal fattore psicologico. Il Betis parte molto forte per sfruttare il fattore-campo e il disorientamento del Valladolid. Gli ospiti, ripiombati a “freddo” nella bagarre-salvezza, partono contratti e intimoriti. Il Betis punta sui ritmi alti e su un calcio molto diretto, cercando di evidenziare le crepe della difesa vallisoletana, forzatamente rimaneggiata in questo rush finale (il terzino sinistro titolare Marcos si adatta a destra lasciando la sinistra ad Óscar Sánchez; solo García Calvo dei titolari abituali gioca nella sua posizione, affiancato da Javi Baraja, ma pure lui dovrà gettare la spugna per infortunio nella ripresa, rilevato da Iñaki Bea) e molto insicura sulle verticalizzazioni biancoverdi, come quella che smarca Ricardo Oliveira a tu per tu con Asenjo nell’occasione più ghiotta del primo tempo.
Passata indenne la sfuriata dei padroni di casa, col fisiologico abbassamento dei ritmi (la fatica di tutta una stagione e il caldo non si possono ignorare), il Valladolid riequilibra la gara, e capisce che facendo girare con calma la palla non è così difficile evidenziare lo scarso equilibrio del Betis. Così a fine primo tempo la vecchia gloria Víctor (in ottima forma in questo finale di stagione, ha superato Canobbio nel ballottaggio per il posto da trequartista) trova lo spazio fra le linee, attira la difesa su di sé e con una giocata elegante libera Aguirre (subentrato all’infortunato Pedro León) che, spostatosi da destra verso sinistra, lascia partire un gran rasoterra di collo-esterno sinistro che si infila sul primo palo gelando il Ruiz de Lopera. Primo gol spagnolo per l’argentino, il più importante e pure col piede “sordo”.
Nella ripresa Oliveira trova subito il pareggio (Marcos si addormenta sul secondo palo e lascia incornare il brasiliano), prende pure un palo, ma poi non si gioca più a calcio, si inseguono gli stati d’animo e i risultati dagli altri campi. Al Ruiz de Lopera si comincia a sentire puzza di bruciato quando le radio annunciano l’espulsione di Salgado a Pamplona e poi il golazo di Juanfran, infine il colpo di grazia arriva quando lo Sporting completa la poco evitabile rimonta sul Recre (gran bel gol anche quello di Luis Morán).
Ora è tutta fra Betis e Valladolid, i padroni di casa devono fare assolutamente un gol, ma non ci sono più con la testa, mezzora sprecata fra palloni a casaccio, imprecisioni e giocate frettolose che non scompongono un Valladolid cui basta l’ordine per soppravvivere (oltre a qualche pallone tenuto su da Canobbio, entrato per questo preciso scopo al posto di Jonathan Sesma). A Siviglia il calcio si vive con una passione che in Spagna ha pochissimi paragoni, per cui vi lascio immaginare i torrenti di lacrime sugli spalti alla notizia del fischio finale di Gijón. E purtroppo nel quadro rientrano anche quegli ultrà del Betis che non si smentiscono e fuori dallo stadio decidono di sfogarsi a modo loro.

Rose e fiori sugli altri campi: lo Sporting trova finalmente un porto sicuro alla sua stagione incredibilmente altalenante, Camacho si guadagna la conferma sulla panchina dell’Osasuna così come Míchel, che firma per i prossimi due anni col Getafe. Già benvoluto dai giocatori, che gli tributano un’ovazione nei festeggiamenti di fine partita, l’ex della Quinta del Buitre promette di ricominciare quel ciclo virtuoso (bel calcio e giovani da valorizzare) che il pessimo interregno di Víctor Muñoz aveva bruscamente interrotto.

Intanto, il Real Madrid può ufficialmente concentrarsi solo e soltanto sul futuro: Juande Ramos è già storia vecchia (un po’preso in mezzo il tecnico manchego, sicuramente merita un rilancio in qualche altra società di Primera), Florentino Pérez è da oggi il “nuovo” presidente. L’unanimità attorno a Florentino (tutti i possibili concorrenti elettorali si sono ritirati anzitempo) ha un chiaro significato: si chiude un occhio sulla terrificante seconda parte del suo precedente mandato e si spera di riattivare prima a livello mediatico e poi a tutti gli altri livelli l’ottimismo e i sogni di grandezza dell’ambiente madridista.
Solo Florentino poteva contendere le copertine al Barça del triplete, solo Florentino coi suoi annunciati 300 milioni per il prossimo mercato (non male in tempi di crisi… se davvero terrà fede riattiverà l’intero mercato europeo facendo girare cifre simili), per 6 acquisti, anche se l’imperativo è quello di una rosa di 25 giocatori, il che implica numerose cessioni, alcune delle quali eccellenti e potenzialmente piuttosto redditizie (in ballo fra gli altri ci sono Mahamadou Diarra, Robben e Van Nistelrooy).
La scelta quasi certa di Pellegrini fa pensare che il potere decisionale di Valdano, “nuovo” Direttore Tecnico, si farà sentire. Quello dell’ormai ex tecnico del Villarreal è un nome molto più in linea con la visione del calcio di Valdano che con quella di Florentino: un tecnico sudamericano, con uno spiccato gusto per il “futbol de toque” mai disgiunto dall’attenzione per gli equilibri tattici. C’è un po’ di incertezza su come potrà avvenire il passaggio di Pellegrini da un ambiente sereno come quello del Villarreal alla burrasca madridista, e c’è anche un po’ di rammarico per quello che lascia a Vila-Real, un progetto più che mai “suo”, che rischierebbe una battuta d’arresto ove la società amarilla scegliesse un allenatore in disaccordo con la tradizione instaurata dal tecnico cileno (tradotto: niente scelte tipo Víctor Muñoz al Getafe, per favore).

La lotta per la Champions invece praticamente non ha riservato emozioni. Era preventivabile, con l’Atlético, squadra più in forma del campionato, cui bastava un punto in casa contro una delle squadre già in piena vacanza, cioè l’Almería (che si prepara a numerose importanti partenze quest’estate: su tutte quelle di Negredo e dei due ottimi terzini Bruno e Mané). Un Agüero molto brillante nell’ultimo mese sfodera una perla, Raúl García (altro giocatore in ottima condizione) arrotonda, e così il Villarreal a Maiorca può dedicarsi soltanto a mettere il punto esclamativo sul grande finale di stagione di Cani e Joseba Llorente. La ciliegina però non poteva fornirla altri che Forlán, un’altra formidabile conclusione mancina dalla lunga distanza, trentaduesimo gol (in una Liga di gol a buon mercato, parecchi hanno superato la ventina: se si pensa che Villa a 28 gol è soltanto terzo…) e Scarpa d’Oro.
Ora è Champions, per modo di dire visto che la nuova formula dei preliminari metterà contro tutte le squadre dei campionati europei principali, per cui non è da escludere un barbaro Atlético Madrid-Arsenal già ad Agosto. Ancora in ballo il nome del nuovo allenatore: a norma dovrebbe essere Abel Resino, dato che una clausola contrattuale sanciva il rinnovo in caso di quarto posto alla fine del campionato. È un nome molto amato nell’ambiente per il suo status di vecchia gloria del club, e ha saputo guadagnarsi il rispetto di stampa e giocatori (che aveva rischiato di incrinarsi con una scelta discutibilissima come la panchina di Forlán ad Oporto), ma dal punto di vista tecnico non è una certezza. Il suo Atlético ha esibito un’eccellente condizione atletica in questo finale di stagione, e ha anche mostrato qualche miglioramento in fase di non possesso, con la difesa più vicina al centrocampo, ma per quanto riguarda la manovra non è cambiato nulla, resta povera e legata al contropiede e alle improvvisazioni dei solisti offensivi.

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lunedì, aprile 13, 2009

TRENTESIMA GIORNATA: Real Madrid-Valladolid 2-0: Raúl; Robben.

Se sulle partite del Barça spesso c’è poco da dire perché la partita non c’è proprio, anche le gare del Real Madrid pongono un problema simile, ma per un motivo ben differente. Il fatto è che qui oltre a riepilogare il tabellino non si può andare. Cercare un gioco, tracce anche minime di qualcosa di stimolante, è davvero un impresa. Ma tant’è, questo basta con la maggior parte delle squadre della Liga, e le probabilità che il Real Madrid arrivi allo scontro diretto col Barça con un distacco dalla vetta non superiore a quello attuale sono elevatissime.
Juande Ramos poi sa bene che le sue chances di rimanere sulla panchina merengue, comunque vada, sono scarse (per una causa di forza maggiore rappresentata dal ritorno di Florentino Pérez, le cui velleità di Rinascimento Galáctico richiederanno probabilmente un nome nuovo e ancora più altisonante di quello dell’attuale tecnico), perciò è il caso di vivere alla giornata e accontentarsi di quello che passa il convento. Nessuno lo ha chiamato per progettare qualcosa, ma per raddrizzare la barca.

Questa partita ha ricordato parecchio la vittoria di due turni fa contro l’Almería. Real Madrid con la sua formazione-tipo delle ultime partite, quella con un solo centrocampista difensivo, tendenzialmente spezzato in due tronconi, fra una metà coi quattro uomini offensivi (Robben e Higuaín sulle fasce, Huntelaar e Raúl di punta)+Sneijder ed un’altra coi quattro difensori+Lass. Pochissima comunicazione fra i reparti, azioni offensive affidate alla casualità o all’abilità dei solisti, campo per gli avversari. Il Valladolid esattamente come quell’Almería (privo di Negredo) accompagna però al gioco corale e alle distanze più sensate una totale impotenza offensiva. Combinano gli ospiti ma girano quasi sempre a largo da Casillas (si conta solo un tap-in clamorosamente fallito da Luis Prieto su una punizione non irresistibile di Pedro León respinta in maniera orripilante da Iker), ancora di più se Goitom svaria e praticamente nessuno va ad attaccare nell’area madridista (annoso problema di Mendillibar).
Così a chi ne ha già visto tante di partite come queste, basta soltanto aspettare il contropiede o lo spunto giusto che porti in vantaggio il Madrid. Higuaín è il protagonista, prima con una percussione neutralizzata da Asenjo, poi con l’eccellente sfondamento sulla destra che propizia il gol di Raúl, lesto sottomisura.
Un po’ più di pressione convinta per il Real Madrid nel secondo tempo, ma stessi squilibri tattici, quindi possibilità di azioni da una porta all’altra, invero con pochi rischi vista la leggerezza offensiva degli avversari. Il Valladolid va veramente vicino al gol soltanto sul colpo di testa del subentrato Víctor (che cross di Pedro López!), poi reclama un rigore per un intervento di Pepe su Goitom, ma sul contropiede seguente Guti, l’amicone di Juande Ramos entrato al posto di Huntelaar, sguinzaglia Robben in campo aperto con uno straordinario lancio, ed è il definitivo 2-0.

I MIGLIORI: Higuaín crea le situazioni di superiorità numerica, bene come sempre Lass (che con l’uscita di Cannavaro e l’ingresso di Gago passa a fare il terzino destro).
I PEGGIORI: Delude Escudero, che aveva una grande chance con l’assenza di Sesma. Reputo l’argentino un grande talento, ma tende ad incaponirsi in azioni individuali non sempre produttive. Goitom non fa neanche il solletico: lotta, svaria, ma non vince mai un duello coi centrali avversari. Concludere in porta poi, nemmeno a parlarne.

Real Madrid (4-1-3-1-1): Casillas 5,5; Torres 6, Pepe 6, Cannavaro 6(Gago 5,5, m. 61), Heinze 6; Lass 6,5; Higuaín 7, Sneijder 5,5(Van der Vaart s.v., m. 73), Robben 6,5; Raúl 6; Huntelaar 5,5(Guti 6,5, m. 61).
In panchina: Dudek; Salgado, Metzelder y Drenthe.
Valladolid (4-2-3-1): Asenjo 6; Pedro López 6,5, Luis Prieto 5,5, Iñaki Bea 6, Marcos 5,5; Borja 6(Aguirre, m. 83), Á. Rubio 6; Pedro León 6(Víctor, m. 75), Canobbio 5,5(Ogbeche, m. 86), Escudero 5,5; Goitom 5,5.
In panchina: Justo Villar; Baraja, Ó. Sánchez y V. Dorado.

Goles: 1-0. M. 43. Higuaín elude a dos defensas y centra raso al área chica para que Raúl remache. 2-0. M. 81. Robben recibe un gran pase en profundidad de Guti, se marcha de Bea y bate a Asenjo.
Árbitro: Ramírez Domínguez. Amonestó a Prieto, Cannavaro, Gago y Guti.
70.000 espectadores en el Bernabéu.

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domenica, marzo 22, 2009

VENTOTTESIMA GIORNATA: Sevilla-Valladolid 4-1: Kanouté (S); Goitom (V); Kanouté (S); Luis Fabiano (S); Kanouté (S).

Sempre più lanciato verso il proprio obiettivo, al Sevilla capita ora di accompagnare alla pura efficacia offensiva anche qualche timido momento di buon calcio. Da due-tre partite la squadra di Jiménez propone una manovra un po’più elaborata, partecipata e armoniosa, sperando che questo possa essere l’inizio di qualcosa di serio (posto che Jiménez debba per forza essere il “Wenger del Sevilla”, come proclamato dal presidente Del Nido).
Vittoria incontestabile contro un Valladolid che come sempre ha cercato di giocarsela: la competitività però è un’altra cosa. Modesta prestazione degli uomini di Mendillibar, leggerini oltre il tollerabile. Per come è strutturata, con difesa alta e tutto il resto, quella castigliana è una squadra che per rendere ha bisogno della massima intensità e concentrazione, altrimenti al primo spiffero imbarca di brutto, come successo ieri (e altre volte in una stagione pur ottima: non dimentichiamo che la salvezza certa è cosa praticamente fatta).

Jiménez, pienamente recuperato il duo Luis Fabiano-Kanouté, conferma la svolta delle ultime giornate, ovvero Romaric esterno sinistro (ruolo peraltro già ricoperto spessissimo nella propria nazionale dall’ivoriano) con Duscher e Renato centrali. Confermato Adriano terzino destro come nel finale di Málaga: soluzione non proprio ortodossa ma che alla fine risulta la meno improbabile nel surrogare Alves, più del centrale adattato Mosquera o del modesto Konko. Mendillibar invece rispetto all’ultima uscita col Getafe recupera Goitom e Luis Prieto, mentre Álvaro Rubio scavalca Vivar Dorado nella corsa per il posto accanto a Borja nel doble pivote.
Gioca bene nei primi minuti il Sevilla, gioca veloce e sorprende il sistema difensivo ospite: su una rimessa Luis Fabiano disattiva il pressing alto del Valladolid, così Romaric ha tempo e spazio sufficienti per pensare la miglior rifinitura; il resto lo fa il magistrale controllo a seguire di Kanouté, l’unico controllo possibile che permetta al maliano di sistemarsi il pallone dal sinistro al destro per la conclusione immediata, un diagonale fuori dalla portata di Villar.
Dopo i primi 10 minuti in cui il Sevilla riesce ad aggirare la difesa alta degli ospiti, la partita progressivamente si riequilibra. Il Valladolid prende le misure, accorcia le distanze fra i reparti, raddoppia sistematicamente con successo e trova anche l’episodio che gli frutta il pareggio: guarda caso il Sevilla prende gol su palla inattiva, una punizione dalla trequarti destra di Canobbio sulla quale la colpa non è certo di Palop che si trova Goitom abbandonato in area piccola ed esce come può, ma di chi lascia lo svedese liberissimo di colpire su una palla del genere. Misteri inspiegabili che, eccetto un’ illusoria interruzione nella prima fase di questa stagione, si ripetono da più di un anno.
La gara entra in una fase in cui non succede più nulla, le squadre si annullano in pochi metri di campo, il Valladolid afissia ma non riesce a elaborare trame decenti (eppure avrebbe la qualità sulla trequarti per ripartire in maniera meno approssimativa e più pericolosa), Jiménez inverte le posizioni di Renato e Romaric cercando di portare l’ivoriano più nel vivo del gioco, ma la situazione si sblocca soltanto agli sgoccioli della prima frazione, quando il Sevilla riesce a far circolare il pallone da un lato all’altro e trovare lo sbocco, da Romaric a Navas, cross del canterano e Kanouté che gira al volo in rete approfittando dell’inettitudine della difesa del Valladolid, che sul cross si abbassa eccessivamente nei pressi del portiere (le difese di PES fanno esattamente la stessa cosa) e lascia il maliano incustodito all’altezza del dischetto.
Il Sevilla chiude definitivamente i conti nella ripresa: subito dopo il cambio Perotti-Duscher (cambio in senso offensivo) Renato può verticalizzare “a palla scoperta”, il che rende un gioco da ragazzi bucare la difesa altissima del Valladolid e permettere a Luis Fabiano (partito a dire il vero in posizione sospetta di fuorigioco) di segnare uno dei suoi gol, tutto freddezza e qualità nell’uno contro uno col portiere.
Non c’è più storia, il Valladolid tira i remi in barca e gioca con un’intensità infima, il Sevilla ha il controllo del pallone, del tempo, di tutto, e si diverte pure: Perotti imita Michael Laudrup in un paio di azioni (occhio, il ragazzo ci sta prendendo gusto), il Sanchez Pizjuán saluta il ritorno di Arouna Koné, e Kanouté chiude con una meritatissima tripletta (ancora assai teneri i centrali del Valladolid), incornata su cross perfetto di Fernando Navarro dalla sinistra.

I MIGLIORI: Re Freddy Kanouté. Purtroppo devo ripetermi per l’ennesima volta: segna tre gol, ma l’importanza di questo straordinario giocatore va ben oltre il fatto “volgare” del gol. I calciatori bravi si dividono in due categorie: quelli che brillano di per sé e quelli che fanno giocare meglio i compagni. I primi possono esaltarti e possono monopolizzare tutte le copertine, i secondi vanno al di là di questi discorsi e sono più semplicemente un tesoro che devi tenerti stretto. Kanouté appartiene alla seconda categoria: sempre uno spettacolo osservare il controllo della situazione che ha sulla trequarti, come viene incontro, tiene palla, temporeggia, riparte, crea spazi e opzioni di passaggio prima inesistenti. Lui ha sempre avuto questo senso del gioco, e aggiungendovi il gol ha completato la trasformazione in campione vero.
Costante la crescita di Romaric: da giocatore timido ad inizio stagione a elemento con un peso sempre maggiore sulla manovra, finalmente comincia a valorizzare la visione di gioco e il sinistro da privilegiato che possiede. Entra nelle azioni dei primi due gol, forse partire da esterno sinistro gli ha dato anche un po’ più di libertà di movimento sulla trequarti, di certo arricchisce la manovra molto di più di quanto non faccia il solista Capel.
Dire che Fernando Navarro gioca bene è un’ovvietà: partita al solito precisissima, perfetto in difesa e pure utile in attacco, dove le sue sortite generalmente son poche ma non prive di proprietà tecnica (il cross per Kanouté in questa occasione, ma pensiamo anche all’azione e al cross sempre per il gol di Kanouté nel derby perso col Betis). Lui sarebbe anche meglio di Capdevila, ma le partite a carte che hanno cementato il gruppo nell’ultimo Europeo si giocavano nella stanza del giocatore del Villarreal…
I PEGGIORI: Male la linea difensiva del Valladolid, in blocco, e deludente anche la trequarti di Mendillibar, specie il da me attesissimo Pedro León, che vagabonda senza costrutto (in tutta la serata non ho capito quali fossero la sua posizione e i suoi compiti) e senza personalità.

Sevilla FC (4-4-2): Palop 6; Adriano 6(Crespo s.v., m.76), Squillaci 6, Dragutinovic 6, Fernando Navarro 7; Jesús Navas 6,5, Renato 6,5, Duscher 6(Perotti 6,5, m.56), Romaric 7; Kanouté 8, Luis Fabiano 6,5(Koné s.v., m.70).
Real Valladolid (4-2-3-1): Justo Villar 6; Pedro López 5,5, Luis Prieto 5, Iñaki Bea 5, Marcos 5,5(Óscar Sánchez s.v., m.82); Borja 5,5(Víctor s.v., m.66), Álvaro Rubio 5,5; Pedro León 4,5(Vivar Dorado s.v., m.66), Canobbio 6, Jonathan Sesma 5,5; Goitom 6.

Goles: 1-0, M.08: Kanouté. 1-1, M.22: Goitom. 2-1, M.43: Kanouté. 3-1, M.57: Luis Fabiano. 4-1, M.70: Kanouté.
Árbitro: Eduardo Jesús Iturralde González (Comité Vasco). Amonestó a los visitantes Goitom (m.25), Pedro León (m.64), Óscar Sánchez (m.88) y Iñaki Bea (m.93) y a los locales Luis Fabiano (m.39), Romaric (m.60) y Adriano (m.76).

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lunedì, ottobre 06, 2008

SESTA GIORNATA: Valladolid-Valencia 0-1: Manuel Fernandes.

Questo Valencia non incanta, ma in campo sa sempre cosa fare, dimostra una capacità di adattamento alle situazioni da squadra ultra-competitiva. La situazione in questo caso era di aperto dominio territoriale dell' avversario, e la squadra di Emery non ha fatto una piega: il pallone agli altri, noi portiamo pazienza, manteniamo le distanze corrette, e aspettiamo il nostro momento, che tanto arriverà, perchè davanti non abbiamo Ogbeche.
Il nuovo Valencia è prima di tutto una squadra che, dimenticati tutti gli squilibri e le vulnerabilità della stagione passata, ha recuperato quella solidissima credibilità nella fase di non possesso che lo caratterizzava dai tempi di Cuper e Benitez e anche nel biennio iniziale di Quique (seppure con rilevantissime differenze di stile di gioco fra Quique e il Benitez valenciano). Non è facile fargli gol, scivola bene da un lato all' altro, accorcia e raddoppia, e a quest' impianto solido aggiunge una rinnovata consapevolezza della propria forza e un rinnovato ottimismo.
Ha fatto la partita il Valladolid, ma questo non vuol dire che il Valencia l'abbia in alcun momento persa di mano. Di fatto gli ospiti hanno subito pochissimo, e sulla bella sponda di tacco di Villa il Valladolid ha dimenticato di vigilare l' inserimento a rimorchio di Manuel Fernandes, che ha fucilato di sinistro per una vittoria che potrà definirsi cinica, spietata, machiavellica e tutto quello che volete... ma che non mi sento di definire immeritata, perchè non è frutto del caso e perchè la squadra che l' ha ottenuta si muove in campo secondo logica.
Per quanto riguarda il Valladolid, siamo purtroppo costretti a ripetere il solito discorso: dispiace perchè ho profonda stima per la concezione e lo stile di gioco di questa squadra che fra le mura amiche (e qualche volta anche fuori) cerca sempre di imporre il proprio ritmo e di fare la partita infischiandosene del divario tecnico nei confronti dell' avversario, ma ancora una volta è stata la sterilità la nota dominante.
La filosofia che ispira la sua fase di non possesso e la maniera in cui occupa gli spazi rappresentano per alcuni versi un modello: difendersi per essere subito pronti ad attaccare, baricentro avanzato, difesa alta, squadra cortissima e pressing incessante già sulla trequarti avversaria. Anche ieri non ha deluso da questo punto di vista, ha conquistato prontamente il dominio territoriale costringendo l' avversario a rilanci approssimativi e riconquistando con facilità il pallone (e alla fine pure il dato del possesso-palla registrerà una superiorità schiacciante).
Il problema però, ed è un problema costante, è che questa supremazia territoriale ha una ricaduta miserrima in termini di palle-gol create: sempre lo stesso filo lega partite come il pareggio casalingo col Real Madrid dello scorso campionato (prestazione di un' intensità per me memorabile) e la sconfitta di ieri. Si dirà che il problema è più grave quando come opzioni offensive hai Ogbeche e Goitom, e certo questa è una parte rilevante del problema, ma c'è un problema tattico di fondo che ho già avuto modo di cogliere e che mi ha fatto piacere trovare confermato anche nelle dichiarazioni del dopopartita di Mendillibar. Il tecnico basco ha detto: "A nosotros nos falta... llegar con más gente a las zonas de remate porque llegando uno en cada centro es casi imposible hacer gol."
Perfetto. Vedendo la partita registrata ieri notte ho potuto usare il fermo-immagine più di una volta ed effettivamente questo era un problema ricorrente. Si arrivava facilmente all' uno contro uno sull' ala, spesso si sovrapponeva anche Pedro López a destra, ma al momento del cross, sempre e soltanto un giocatore in mezzo all' area come opzione credibile di finalizzazione, e così, come dice Mendillibar, è quasi impossibile fare gol, anche giocando tre partite di fila.
Giocando una sola punta, mancano inserimenti dalla seconda linea, che sarebbero vitali, per evitare anche di porre a Mendillibar il dilemma tattico di un passaggio alle due punte, dilemma che il tecnico vallisoletano non vorrà mai affrontare ed ipotesi da escludere decisamente, perchè il passaggio a due punte implicherebbe la rinuncia al centrocampo folto, e il centrocampo folto è una delle basi del dominio territoriale di questa squadra, che non si può certo permettere di trascurare il controllo tattico del match affidandosi all' efficacia peraltro inesistente del suo attacco (belli miei, non stiamo parlando del Real Madrid).
Solo se smetterà di girare intorno alla porta e andrà al dunque, il Valladolid potrà evitare una stagione sofferta come quella passata.

I MIGLIORI: Manuel Fernandes continua la sua ascesa. Superati i postumi della disastrosa parentesi della passata stagione, si intuiva che sarebbe potuto diventare lui l' uomo-chiave del centrocampo per il gioco di transizioni rapide che predilige Emery, non certo "moviola" Baraja. Ed effettivamente lo sta diventando: grande dinamismo ed energia, partecipazione costante, mobilità, inserimenti dalla seconda linea e sassate come quella del gol e recuperi come quello splendido che frena Sesma lanciato verso la porta nelle fasi finali del match. C'è tutto nella sua prova e nel suo inizio di campionato di ottimo spessore. Anche se a conti fatti son stati impegnati pochino, ha trasmesso sicurezza la coppia di centrali Helguera-Alexis (il primo impiegato per le contemporanee assenze dei due nazionali Albiol e Marchena).
Nel Valladolid l' ingresso di Escudero dà un cambio di marcia sulla trequarti, anche se inutile ai fini del risultato. Già non condividevo la sua cessione in prestito da parte del Villarreal (perchè mi sembra un giocatore già pronto per certi livelli), figuratevi quindi come possa comprendere la panchina che ha spesso fatto in questo inizio di stagione (e in alternativa è stato schierato anche a destra o come unica punta, non proprio i suoi ruoli). Certo, questa situazione si giustifica col rendimento sempre notevole di Jonathan Sesma, ma l' argentino potrebbe trovare spazio anche al centro della trequarti. In ogni caso, basta che glielo si trovi questo spazio, perchè mancini della sua qualità mica ce ne sono tanti nella Liga. Si fanno apprezzare anche l' eccellente tocco di palla di Pedro León (che nel primo tempo crea l' occasione più grossa per il Valladolid, un calcio di punizione tagliatissimo dalla fascia sinistra deviato sul primo palo da un ottimo intervento di Renan) e la continua spinta di Pedro López.
I PEGGIORI: Parlando della sterilità blanquivioleta, dobbiamo chiamare in causa sia Ogbeche, giocatore che si batte ma invero abbastanza modesto (oltre che costituzionalmente inadatto a muoversi come unica punta) che il glorioso Víctor, che se è vero quanto detto da Mendillibar qualche responsabilità ce la dovrà pur avere.
Non mi è piaciuto nemmeno Vivar Dorado, troppo lento: è un veterano sempre dignitoso, ma anche qui a mio avviso la sua presenza costringe in panchina giocatori di livello a mio avviso attualmente superiore, come Borja e anche Medunjanin, subentrato nel finale (va detto che il Valladolid in generale non ha ancora sfruttato la sua interessante campagna acquisti, discorso valido per Escudero, per Medunjanin e anche per Canobbio ieri assente e un po' condizionato dagli infortuni in quest' inizio di stagione). Nel Valencia, Miguel soffre la velocità di Sesma. Ancora discretamente inutile la presenza di Angulo.

Valladolid (4-2-3-1): Asenjo 6; P. López 6,5, Prieto 6,5, J. Baraja 6 (85'), Marcos 6; Á. Rubio 6,5, Vivar Dorado 5,5 (64'); Pedro León 6,5, Víctor 5,5 (77'), J. Sesma 7; Ogbeche 5,5.

In panchina: Villar, Borja, Nano, Ó. Sánchez, Escudero 7 (64'), Medunjanin s.v. (77'), Goitom s.v. (85')

Valencia (4-4-1-1): Renan 6,5; Miguel 5,5, Helguera 6,5, Alexis 6,5, Moretti 6 (46'); Joaquín 6, Albelda 6, Fernandes 7, Mata 6 (81'); Angulo 5,5 (86'); Villa 6,5.

In panchina: Güaita, Morientes, H. Viana, P. Hernández, Del Horno 6 (46'), Vicente s.v. (81'), Baraja s.v.(86').


Gol 0-1 (54'): Fernandes, de duro disparo desde fuera del área.

Árbitro: Muñiz Fernández, asturiano. Amonestó a Pedro León (28'), por parte del Real Valladolid y a Miguel (36'), Villa (52'), Albelda (52') y Renán (86') por el Valencia.

Incidencias: Nuevo Estadio José Zorrilla. Acudieron a presenciar este encuentro de la sexta jornada de la Liga de Primera División 17.456 espectadores.


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domenica, agosto 31, 2008

ESPANYOL-VALLADOLID 1-0: Luis García.

La prima gara della nuova Liga è un discreto orrore, ma per l’ Espanyol son tre punti d’oro: per almeno due settimane allontanerà gli spettri, i dubbi sul nuovo corso e i malumori suscitati dalla campagna di smobilitazione degli ultimi giorni (via Zabaleta e Riera: ma arrivano Nené e Pareja).

Formazione tipo col 4-3-3 per Márquez, Mendillibar invece è privo sia di Canobbio che di Escudero, proprio le due pedine che (assieme a Medunjanin) dovrebbero alzare il tasso tecnico sulla trequarti rispetto alla scorsa stagione, e così rinuncia alla figura del trequartista, optando per un 4-5-1 dove Álvaro Rubio resta prevalentemente vertice basso e Borja e Vivar Dorado si muovono come mezzeali.
Il primo tempo è per stomaci forti: il 4-3-3 e il cambio di filosofia (più possesso-palla) propugnati da Tintín per ora si riducono a mera improvvisazione, le distanze fra i reparti e i giocatori non sono quelle ottimali e il lancio lungo diventa così la soluzione più battuta dal portatore di palla.
Dall’ altra parte il Valladolid è disposto in maniera più razionale, accenna un po’ più di possesso-palla, ma come spesso gli capita manca di lucidità e qualità nello sviluppare l’ azione sulla trequarti: risultato, a fine primo tempo zero tiri nello specchio da ambo le parti.
Vedendo che tutto sommato ha il controllo della situazione tattica, Mendillibar decide di operare due cambi offensivi, fiutando l’ occasione: fuori Goitom, più morto che vivo, dentro Kike, e fuori Borja (magari non andava tolto lui dei centrocampisti) per dare spazio alla vecchia volpe Víctor sulla trequarti. Sarebbero anche i cambi giusti, peccato che subito intervenga una svolta a vanificarli, ovvero il gol del solito Luis García, che servito da De la Peña approfitta dell’ indecisione di Pedro López per procurarsi lo spazio per rientrare sul destro e scaricare a rete.
La partita cambia dal punto di vista psicologico e anche tattico: l’ Espanyol si rianima e con i cambi del Valladolid trova anche più spazi per giocare la palla, specie con De la Peña (che migliora rispetto a un primo tempo mediocre) e prevalentemente in contropiede, ovvero l’ unica situazione per ora familiare, consolidata dall’ epoca Valverde. Anche Coro offre qualcosa in più in termini di vivacità rispetto a Valdo, e Tamudo si mangia un gol clamoroso lanciato davanti ad Asenjo.
Dall’ altra parte la risposta è davvero modesta: Mendillibar si gioca Ogbeche, ma a ritmi bassi e a difesa avversaria schierata, questo Valladolid, privo dei suoi migliori nuovi acquisti, punge davvero poco. Tutto sembrare filare liscio fino al fischio finale per i padroni di casa, ma i tre minuti di recupero offrono più emozioni di quanto non abbiano fatto i novantuno precedenti: Ogbeche colpisce un clamoroso palo di testa solo soletto in area piccola, poi di nuovo il nigeriano con un diagonale mancino al termine di una mischia obbliga Kameni a una deviazione decisiva in calcio d’ angolo.

I MIGLIORI: Sempre Luis García, almeno lui è rimasto, se lo tengano stretto. Nel Valladolid bene García Calvo al centro della difesa, autorevole e puntuale (qualche piccola incertezza invece da Luis Prieto).
I PEGGIORI: Colpevolmente molle Pedro López sul gol avversario, inguardabile Goitom: la cosa che fa più rabbia è che col fisico che si ritrova questo micione si mostri totalmente privo di cattiveria agonistica: se ne sta là davanti, non pressa, non lotta, non conclude, non tiene su un pallone, non offre un punto di riferimento che sia uno.
Giustissimo il cambio, però anche il suo sostituto, il canterano Kike, sebbene volenteroso, si mostra leggerino e anche un po’ confusionario, non combinando nulla. Lo abbiamo già detto, è su questo povero arsenale offensivo che rischia di andare a monte il progetto in altri punti interessante del Valladolid. Pure Víctor non accende la luce. Nell’ Espanyol, non è proprio la serata di Tamudo, e anche Valdo si mostra notevolmente impacciato.

Espanyol (4-3-3): Kameni 6,5; S. Sánchez 6, Jarque 6, Lacruz 6, Béranger 6; Román Martínez 6 (68') Moisés 6, Iván 6,5 (91'); Valdo 5 (56') Tamudo 5, Luis García 6,5.
In panchina: Cristian Álvarez , Chica, Sielva s.v. (91'), Jonathan, Rufete, Corominas 6 (56') ,Ángel s.v. (68').
Valladolid (4-5-1): Asenjo 6; P. López 5,5, Luis Prieto 6, García Calvo 6,5, Marcos 6; Aguirre 6 (73'), Borja 6 (46'), Alvaro Rubio 6, Vivar Dorado 5,5, Sesma 6; Goitom 4,5 (46').
In panchina: Villar, O. Sánchez, J. Baraja, Ogbeche 6 (73'), Víctor 5 (46'), J. Rueda, Kike 5 (46').

Gol: 1-0 (48'): Luis García penetra por la izquierda, recorta a Pedro López y cruza con la derecha.
Árbitro: Ayza Gámez, del Col. Valenciano. Amonestó a Beranguer (39), Rubio (47'), Moisés (66'), Ogbeche (75'), Vivar Dorado (84') y Kike (75') y Sielva (91').
Incidencias: Olímpic de Montjuïc. 19.350 espectadores.

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domenica, marzo 23, 2008

VENTINOVESIMA GIORNATA: Barcelona-Valladolid 4-1: Eto’o (B); Sesma, rig. (V); Iniesta (B); Bojan (B); Bojan (B).

Vittoria abbastanza comoda per il Barça, troppa la differenza di qualità, anche se non sono mancate le preoccupazioni, specialmente quando il Valladolid si era portato sul pareggio nel primo tempo e quando ha rischiato di riaprire i giochi nel secondo, colpendo due traverse sul risultato di 3-1.

Mendillibar deve fare a meno dei due centrali titolari, il leader García Calvo e Iñaki Bea, quindi improvvisa con Javier Baraja (fratello del “Pipo” valenciano) e il canterano Rafa, che era titolare fisso fino a qualche partita fa. Confermati Diego Camacho in mediana e Vivar Dorado trequartista (con Víctor in panchina). Rijkaard sostituisce lo squalificato Milito con Thuram, preferisce Sylvinho a Abidal e riporta Iniesta a centrocampo, in coppia con Xavi.
Subito occasioni per i padroni di casa, nello specifico due palle-gol ghiotte fallite da Bojan: nella prima, su svarione della difesa del Valladolid, ha spazio per saltare il portiere e battere a rete, ma la conclusione è debole e viene salvata da Javier Baraja prima della linea di porta, nella seconda invece Xavi di prima lo mette a tu per tu con Asenjo, ma l’ ispano-serbo spara addosso al portiere.
Il Valladolid rinuncia al suo classico pressing alto e intasa la metacampo, il Barça controlla placidamente, con la sensazione che il gol sia nell’ aria: funziona la fascia sinistra, dove gravitano gli ispirati Bojan e Iniesta e sulla quale si sovrappone Sylvinho, sicuramente più utile in questo tipo di partite rispetto ad Abidal, sempre tecnico ed incisivo nelle sue incursioni offensive il brasiliano. Dalla sinistra nasce il gol del vantaggio blaugrana: dimostrazione di classe pura di Bojan, avversario mandato a vuoto, parabola al bacio per Eto’o che da destra taglia e imbuca in rete, ignorato da Marcos.
Strada in discesa per il Barça, se non fosse per l’ arbitro, l’ estrosissimo signor Paradas Romero, il quale inventa un rigore su un contatto minimo fra Thuram e Llorente. Il penalty trasformato da Sesma è una botta dura per i padroni di casa, che nell’ ultimo quarto del primo tempo non ci sono con la testa, praticamente spariscono dal campo, col Valladolid che inversamente acquista fiducia, ben ordinato sul terreno di gioco guadagna pure qualche metro e si affaccia, anche se il risibile potenziale offensivo del quale dispongono gli ospiti impedisce di tradurre tutto ciò in timori concreti per il Barça.
Riordinate le idee, i blaugrana ritrovano la marcia giusta e passano già ad inizio ripresa: bello il no-look con l’ esterno di Touré, è decisiva però la casuale e leggera deviazione di testa di Bojan per prolungare la traiettoria e servire l’ inserimento di Iniesta, che scarta Asenjo e deposita in rete da posizione angolata. Il Camp Nou torna tranquillo, e arriva anche il 3-1: sulla punizione di Xavi dalla destra, il guardalinee non si accorge del fuorigioco di Puyol, quindi ne approfitta Bojan sotto misura.
In vantaggio di due gol, nei blaugrana subentra quell’ attitudine riprovevole più volte sottolineata: giochicchiano, rilassati, svagati, sbagliano un gol inconcepibile a porta vuota con Eto’o, e permettono al sempre dignitoso Valladolid di prendere coraggio: con le forze fresche Víctor, Sisi e Manchev gli ospiti inquietano Valdés, colpendo prima un palo col solito Sesma, poi una traversa con una sassata di Manchev. Due occasioni che avrebbero potuto riaprire tutto e gettare nel panico il Barça, ma invece all’ 84’ arriva a chiudere i conti il secondo gol di Bojan, facile appoggio nella porta sguarnita al termine di una fuga di Eto’o sulla destra lanciato in profondità da Xavi.

I MIGLIORI: La Festa della Cantera, Bojan e Iniesta su tutti. L’ ispano-serbo oltre a realizzare due gol ha ribadito di possedere la naturalezza dei grandissimi, vedere l’ eleganza e l’ apparente semplicità con cui ogni volta si divincola degli avversari e inventa le giocate; Iniesta è stato ancora una volta il trascinatore: dappertutto, splendido, sempre creativo ed efficace palla al piede.
Già all’ andata Sesma era stato il più pericoloso del Valladolid: giocatore incisivo il canario, lo ribadiamo. Purtroppo il Valladolid è la squadra che ho potuto seguire meno quest’ anno, quindi certe considerazioni posso farle solo come osservatore distante, ma mi pare ben strana la panchina per Víctor nelle ultime partite, sicuramente l’ elemento più estroso e tecnico della povera rosa vallisoletana.
I PEGGIORI: Mediocre la difesa del Valladolid, nei centrali e in Marcos (“custode” di Eto’o sull’ 1-0). Almeno Pedro López ha dato un pochino di spinta, come sa fare. Nullo Llorente (meglio Manchev stasera), inesistente Kome in fase offensiva (per me anche se giochi al Camp Nou e devi fare una partita prettamente difensiva, sempre meglio tenerti dall’ inizio un Sisi che almeno può dare pepe ai contropiedi).

Barcelona (4-3-3): Valdés 6; Zambrotta 6, Thuram 5,5 (dal 71’ Abidal s.v.), Puyol 6, Sylvinho 6,5; Xavi 6,5, Yaya Touré 6,5 (dal 61’ Gudjohnsen s.v.), Iniesta 7; Eto’o 6,5, Henry 6, Bojan 7 (dall’ 86’ Pedrito s.v.).
In panchina: Pinto, Víctor Sánchez, Edmilson, Víctor Vázquez.
Valladolid (4-2-3-1): Asenjo 6,5; Pedro López 6, Javier Baraja 5,5, Rafa 5,5, Marcos 5; Diego Camacho 6 (dal 74’ Víctor 6,5), Álvaro Rubio 5,5; Kome 5 (dal 65’ Sisi 6), Vivar Dorado 5,5, Sesma 6,5; Llorente 5 (dal 60’ Manchev 6,5).
In panchina: Alberto, Óscar Sánchez, Alexis.

Gol: Eto’o 21’ (B); Jonathan Sesma, rig. 30’ (V); Iniesta 47’ (B); Bojan 62’ (B); Bojan 84’ (B).
Arbitro: Paradas Romero. Ammoniti: Puyol per il Barcelona; Camacho per il Valladolid.

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venerdì, novembre 02, 2007

DECIMA GIORNATA: Valladolid-Barcelona 1-1: Llorente (V); Ronaldinho (B).

Punto che non serve a nulla a un Barça ancora una volta assai poco convincente: solito eccesso di tocchi orizzontali e conduzioni palla al piede in fase di possesso (inevitabile viste le caratteristiche degli undici in campo: inutile che Rijkaard chieda a gran voce più verticalità, i giocatori sono questi), e in più va smarrendosi quella compattezza in fase di non possesso che i blaugrana parevano aver recuperato fino a qualche partita fa (qui dovrebbero aver inciso anche le assenza di Marquez, Deco e Touré, che hanno spezzato quella continuità di prestazioni che il Barça sembrava aver recuperato). Punto poco utile anche per la classifica del Valladolid, ma di prestigio e strameritato per i ragazzi di Mendillibar, costretti a guadagnarsi col sudore della fronte fino all’ ultima briciola: i mezzi sono fra i più limitati della categoria, ma sul piano della dedizione nessuno potrà rimproverare nulla a questa squadra a fine campionato, questo è certo.

Acciaccati Henry e Abidal, Rijkaard rilancia Bojan e rispolvera Sylvinho, mentre Mendillibar opta per la coppia Alvaro-Vivar Dorado a metacampo (Borja in panca).
Il Valladolid non può attuare il suo ultra-pressing, e il palleggio blaugrana lo costringe inevitabilmente a rinculare, ma i padroni di casa trovano facile sfogo in contropiede negli spazi che lascia un Barça molle, che non pressa e non accorcia una volta persa palla e dimostra minor reattività e determinazione sulle palle contese.
Sono Sisi e soprattutto Sesma a condurre i contropiedi più ficcanti: prima un sinistro sull’ esterno della rete di Johnny Sesma, poi un tiro dal limite di Sisi sventato in angolo da Valdés, infine l’ azione sulla quale il Barça capitola: blaugrana ancora presi in contropiede, rincorsa trafelata verso la porta di Valdés, Sesma ha spazio e dalla destra serve un pallone rasoterra nel mezzo, Marquez buca, Puyol è in ritardo con la diagonale e il pallone rimbalza prima su Valdés e poi su Llorente, vantaggio fortunoso ma meritato per i biancoviola.
La reazione del Barça è davvero poco significativa, perché il Valladolid arretra tutto e raddoppia con puntualità la marcatura (Messi molto ben imbrigliato), ma anche per i soliti limiti della manovra blaugrana, che presenta ben poche alternative a quella di entrare in porta col pallone. Così è praticamente la prima occasione vera quella nella quale gli ospiti pareggiano, al 41’, quando Xavi vede finalmente un corridoio nel quale si infila Ronaldinho (scambiatosi di posizione con Bojan), che vince il duello con Rafa e fulmina Alberto.
Il Barça rientra nel secondo tempo almeno più determinato, ed offre una maggiore intensità di gioco, dominando la prima metà della ripresa, complice forse anche il calo atletico che costringe il Valladolid a rimanere un po’ troppo schiacciato nella sua area. I blaugrana vanno vicini tanto così al vantaggio quando una grande azione individuale di Messi (lo schema preferito della squadra) libera Bojan sulla sinistra e la fucilata dello spigliatissimo 17enne si infrange sul palo.
Rijkaard nel tentativo di forzare ulteriormente la situazione butta nella mischia anche Gudjohnsen nel ruolo di centravanti-ombra come a Glasgow, poi inserisce anche Giovani (per Bojan: questa non l’ ho capita), ma in realtà ciò serve solo ad allungare la squadra e concedere di nuovo respiro al Valladolid, che nelle fasi finali torna ad inquietare di rimessa, avvicinandosi al gol con un colpo di testa di Sesma e venendo fermato in extremis davanti a Valdés in ben due occasioni, la prima con Victor smarcato ottimamente da un pallonetto filtrante di Sesma, la seconda col solito scatenato Sesma, stavolta fermato in angolo da Iniesta prima che fosse troppo tardi.

I MIGLIORI: Gran prestazione di Sesma, un tormento in contropiede per la difesa del Barça, esterno mancino (ma spesso si cambia di fascia con Sisi) veloce e verticale. Prova eloquente di Bojan: già come movimento e vivacità siamo su altri livelli rispetto al mortorio dell’ attuale Henry, poi il ragazzo mostra una personalità davvero fuori dal comune: grande rapidità d’ esecuzione ed abilità nello stretto, punta la porta senza indugi, sfiorando pure il gol.
I segnali d’ involuzione per il Barça vengono anche dal fatto che oggi come tante volte l’ anno scorso, si trova a dover ringraziare Valdés, determinante in un paio di uscite e di tuffi. Xavi il più positivo del centrocampo: viene accusato di rallentare il gioco, ma io credo che ciò accada perché nessuno in realtà si smarca. Quando c’è il movimento buono, la palla da lui arriva sempre coi giri e i tempi giusti, vedi il gol di Ronaldinho.
I PEGGIORI: Marquez confuso, Puyol insolitamente distratto ed impreciso: non replica l’ ottima prestazione di Glasgow nel ruolo di terzino destro (il suo ruolo antico), nullo in fase di spinta oltre che spesso in sofferenza sulle incursioni di Jonathan Sesma.

Valladolid (4-2-3-1): Alberto 6; Pedro Lopez 6,5, Rafa 6, Garcia Calvo 6,5, Marcos 6; Alvaro 6, Vivar Dorado 6; Sisi 6 dal 71’ Victor 6), Kome 5,5 (dall’ 80 Oscar Sanchez s.v.), Sesma 7; Llorente 6 (dal 63’ Ogbeche 5,5).
In panchina: Butelle, Alexis, Javier Baraja, Borja.
Barcelona (4-3-3): Valdés 7; Puyol 5,5, Marquez 5,5 (dal 60’ Zambrotta 5,5), G. Milito 6, Sylvinho 6; Xavi 6,5, Touré 6 (dal 69’ Gudjohnsen 5,5), Iniesta 6; Messi 6,5, Bojan 7 (dal 73’ Giovani s.v.), Ronaldinho 6,5.
In panchina: Jorquera, Thuram, Oleguer, Ezquerro.

Gol: Llorente 15’ (V); Ronaldinho 41’ (B).
Arbitro: Velasco Carballo. Ammoniti: Llorente per il Valladolid.

P.S.: Nell' altra partita della serata, 0-0 fra Espanyol e Murcia.

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lunedì, settembre 24, 2007

QUARTA GIORNATA: Valladolid-Real Madrid 1-1: Pedro Lopez (V); Saviola (R).

Enorme ingiustizia, beffa atroce per un Valladolid COLOSSALE. Non mi è capitato tanto spesso di veder giocare così bene al calcio, collettivamente. Un concetto di gioco molto simile a quello del miglior Valencia di Benitez, un omaggio ad un maestro come Arrigo Sacchi, e poco importa che gli undici in campo non siano proprio dei fuoriclasse, se c’è un’ Idea da imporre, qualunque sia l’ avversario.
Purtroppo però il calcio dell’ uguaglianza se ne infischia: se al piccolo Valladolid occorre una mole di gioco sovrumana per ricavarne un misero golletto, al grande Real Madrid basta invece un respiro, un’ improvvisazione su uno spartito inesistente, per portare a casa quello che gli occorre.
Già l’ avevamo sottolineato parlando del furto di sabato scorso al Mestalla: questo Valladolid controlla tutte le variabili meno quella decisiva , cioè il gol. Per dominare quel particolare ci vuole ahiloro la qualità dei più grandi: non dai respiro all’ avversario, lo schiacci, gli impartisci una lezione di organizzazione tattica ed agonismo, lo rinchiudi nella sua area ma non fai che girarci continuamente attorno, con le azioni che sfumano sempre al momento di dare l’ ultimo passaggio o di finalizzare. Il gol viene soltanto da una prodezza difficilmente ripetibile di Pedro Lopez, e il pur generoso Llorente manda in fumo quasi ogni attacco.
Arrivi così con un solo gol di vantaggio a pochi minuti dal traguardo, e cominciano a tremarti le gambe: musica per le orecchie del Real Madrid, che sa che almeno un’ occasione prima del fischio finale l’ avrà, e di certo non farà sconti: Guti al limite dell’ area, l’ azione che preferisce, tocco morbido filtrante per Van Nistelrooy tenuto in gioco da Marcos, l’ olandese è freddo e altruista al tempo stesso e serve l’ 1-1 a porta vuota per il subentrato Saviola.
Beffa amara quanto nell’ aria per il pubblico del Zorilla, e i rimpianti per il Valladolid non finiscono certo qui, perché Llorente allo scadere si preoccupa di mandare clamorosamente alta una respinta difettosa di Casillas. Il Real Madrid è grande perché si può permettere Van Nistelrooy, il Valladolid è piccolo perché, con tutto il rispetto, si deve accontentare di Llorente…

I primi 10 minuti sono impressionanti, una dimostrazione elevata all’ ennesima potenza di quello che sarà l’ andazzo di tutto il match. Non esagero se dico che il Real Madrid fatica addirittura ad uscire dalla propria metacampo: il pressing scientifico del Valladolid lo schiavizza. I padroni di casa si riversano per intero nella metacampo madridista: ogni pallone che scappa dall’ area di Casillas o che il Madrid prova a verticalizzare diventa preda facile di un centrocampo dominante, accompagnato da una difesa implacabile nell'’aggredire alto.
Grandi spunti di Sisi, mobilità da Kome e Llorente, vivacità da Sesma, ma è il Real Madrid a rendersi per primo veramente pericoloso (fuga di Robinho sulla destra, tiro-cross e tap-in mancato da Van Nistelrooy), segno evidente della differenza enorme di potenziale fra le due squadre. Il dominio netto del Valladolid svanisce in area di rigore nell’ inconsistenza di Llorente, mentre il Real Madrid le rare volte in cui riesce a saltare il pressing inquieta con le sue individualità, come quando la splendida girata di Raul al limite dell’ area trova il provvidenziale intervento di Butelle. A bilanciare il saldo delle occasioni comunque ci pensa Sisi che libera un gran sinistro a girare che finirebbe sotto la traversa se Casillas non mettesse la mano provvidenziale.
L’ avvio del secondo tempo è in fotocopia rispetto al primo: intensità, possesso-palla ma finalizzazione inesistente, i palloni vagano ma Llorente tace… Il Real ha poi un momento di respiro solo quando il Valladolid rifiata, Van Nistelrooy ci prova col destro, ma è il Valladolid (che cerca più qualità negli ultimi metri col cambio Kome-Victor) a trovare finalmente il gol, con una inimmaginabile sassata di Pedro Lopez dalla lunghissima distanza.
In vantaggio, il Valladolid cerca ovviamente la gestione del risultato (esce Sisi, che ha dato tutto, ed entra il terzino sinistro Marcos, con Sesma che cambia fascia ed Oscar Sanchez che avanza a centrocampo), con oculatezza ma senza eccessive barricate, anzi disponendo pure di un ottimo contropiede, sciupato orrendamente da Llorente, ça va sans dire. Real Madrid salvo e cattivo al massimo nel colpire, sull’ asse Guti-Van Nistelrooy-Saviola l’ unico vero momento di debolezza di quest’ eccezionale Valladolid.

I MIGLIORI: Tanti nel Valladolid, sempre tenendo presente che è la forza del collettivo ad esaltare oltre ogni misura le prestazioni individuali. Borja padrone del centrocampo: spezza, costruisce, riparte, prova anche da fuori (con un sinistro dal limite sfiora anche il gol), con una continuità d’ azione impressionante. Pedro Lopez quasi-eroe: al di là del super-gol, una prestazione notevolissima sulla destra, cancella Drenthe e supporta l’ azione offensiva abbinando a ritmi elevatissimi una precisione più che discreta.
Esplosivo il puffo Sisi, calato nel secondo tempo ma difficilmente controllabile nel primo, coi suoi scatti e il suo baricentro basso. Ha picchi molto meno eclatanti ma dura di più Sesma, vivace palla al piede e ficcante nel proporre tagli e cercare la profondità. Ottimo leader difensivo Garcia Calvo, buona scelta di tempo e letture spesso azzeccate. Guti viene polverizzato dal pressing avversario, ma le sue magiche doti di rifinitore risultano determinanti nell’ occasione giusta.
I PEGGIORI: Pessimo l’ ex giocatore Salgado (graziato pure dall’ arbitro: ha rischiato l’ espulsione), in serie difficoltà sia con Sesma che con Sisi quando viene dalle sue parti, inghiottito Drenthe, Casillas rischia di combinarla grossa nel finale, ma Llorente lo grazia.
Ecco, Llorente: non mi andrebbe proprio di additare responsabili o pecore nere, ma è innegabile che il basco debba avere sulla coscienza un 90% dei due punti scappati via al Valladolid. Fa un ottimo lavoro senza palla, viene incontro o si offre in profondità con intelligenza a seconda dei casi, ma in area manca completamente di killer instinct (forse, giocando in un 4-2-3-1, delle volte si trova anche un po’ solo). Sciupa poi due azioni clamorose: sull’ 1-0, chiude nella maniera più goffa il contropiede che potrebbe valere il raddoppio, mentre già sull’ 1-1 e allo scadere, si divora la palla che l’ inattesa papera di Casillas gli consegna sul destro, a due passi dalla rete.


Valladolid (4-2-3-1): Butelle 6; Pedro Lopez 7,5, Rafa 6,5, Garcia Calvo 7, Oscar Sanchez 6,5; Borja 7,5, Alvaro Rubio 6,5 (dall’ 81’ Vivar Dorado s.v.); Sisi 7 (dal 76’ Marcos 5,5), Kome 6,5 (dal 63’ Victor 6), Jonathan Sesma 7; Llorente 4,5.
In panchina: Alberto, Cifuentes, Javier Baraja, Ogbeche.
Real Madrid (4-4-1-1): Casillas 5,5; Salgado 4,5 (dall’ 83’ Saviola 6,5), Cannavaro 6, Sergio Ramos 6, Marcelo 5,5; Robinho 6 (dal 61’ Higuain 5,5), Diarra 5,5, Guti 6,5, Drenthe 5 (dal 61’ Robben 5,5); Raul 6, Van Nistelrooy 6.
In panchina: Dudek, Heinze, Sneijder, Gago.

Gol: Pedro Lopez 69’ (V); Saviola 86’ (R).
Arbitro: Iturralde Gonzalez. Ammoniti: Butelle e Borja per il Valladolid; Michel Salgado per il Real Madrid.

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domenica, settembre 16, 2007

Valencia-Valladolid 2-1: : Kome (Vld); Morientes (Vnc); Silva (Vnc).

A volte il calcio, lasciatemelo dire, fa proprio schifo. Dopo i tre punti rubati ad Almeria, un sinistro scagliato senza eccessive pretese di Silva carambola su Pedro Lopez, spiazza Butelle e regala praticamente al 90’ un’ altra vittoria di dubbio gusto al Valencia. Un Valencia che non gioca proprio a nulla, assolutamente incapace di articolare una qualche manovra, pericoloso soltanto attraverso azioni isolate o peggio ancora fortunose.
Il Mestalla non fa certo sua la retorica del “conta solo il risultato”, e così a fine gara risuona imperioso un sacrosanto “Quique vete ya”, Quique vattene! Il coro parte proprio dopo il gol di Silva, qualcuno lo troverà pure bizzarro, ma francamente questo è uno degli aspetti che adoro del calcio spagnolo, la coerente cultura del bel calcio, e chiamatemi pure ingenuo. Allo spettacolo misero poi si aggiunge l’ ennesima bizzarra interpretazione del turnover da parte del tecnico valenciano: fuori Albelda, Zigic (nemmeno convocati), Silva, Villa, Miguel più gli infortunati Caneira, Gavilan e Vicente (che ormai sta facendo una cura a parte), Alexis si trova a fare il terzino destro, l’ esordiente dal primo minuto Manuel Fernandes l’ esterno sinistro di centrocampo (con una forzatura simile Mata presumo si trovi già nella lista dei bocciati senza possibilità d’ appello…), mentre Arizmendi accompagna Morientes in attacco.
Il primo tempo è abbastanza fluido, ed è caratterizzato dalle papere dei due portieri: colossale quella di Canizares, che su cross più che mai innocuo di Jonathan Sesma regala il gol a Kome, meno visibile ma altrettanto determinante quella di Butelle (l’ anno scorso riserva di Canizares: non c’è male…), che devia un tiro resistibilissimo di Arizmendi sui piedi dell’ accorrente Morientes, sempre puntuale all’ appuntamento.
La seconda parte ha un copione chiarissimo: è il Valladolid a controllare stabilmente le operazioni. Con le uniche armi che conosce: la forza del collettivo e l’ organizzazione di gioco. Soffoca col pressing l’ impostazione del Valencia, comunque già ben disposto di suo nello scagliarla avanti a casaccio (povero Villa: entra in corsa, e ne tocca due-tre massimo…), e tiene il campo con buona personalità.
Mancando di creatività in mediana e di accelerazioni sulla trequarti, gli ospiti si limitano a geometrie semplici, che quando non si infrangono sulla fatidica barriera dell’ ultimo passaggio, scontano in ogni caso la leggerezza di un reparto offensivo più portato a fare movimento e a creare occasioni che a finalizzarle (in un’ occasione però Llorente, già braccato da Albiol con un fallo che sarebbe da rigore, si inventa una splendida rovesciata nell’ area piccola, sventata da un intervento questa volta eccellente di “Sua Irregolarità” Canizares). Mendillibar comincia a godersi almeno un punticino, sempre prezioso per chi naviga in acque basse, ma la beffa è in agguato…

I MIGLIORI: Joaquin (inspiegabilmente sostituito), Morientes ed Albiol fra i meno peggio. Sunny conferma di essere tipo sveglio: sempre indaffarato, abile a districarsi nel traffico, è determinante nell’ occasione dell’ 1-1, quando ruba sulla trequarti il preziosissimo pallone che avvia l’ azione del gol.
Sisi, voglioso di dimostrare tutto il suo valore alla casa madre, conferma la sua vivacità ed intraprendenza: tutte le volte che può cerca l’ uno contro uno o la ripartenza veloce. Kome, elemento agile e reattivo, conferma il buon avvio di stagione, in attesa del reinsediamento fra i titolari dello storico Victor. Non mi è dispiaciuto il giovane Rafa al centro della difesa.
I PEGGIORI: Alexis fuori ruolo, non ha il passo per giocare terzino, Arizmendi si ferma come al solito alla generosità. Disastrosi Butelle (che già nelle poche apparizioni col Valencia aveva insospettito) e Canizares.

Valencia (4-4-2): Canizares 4,5; Alexis 5,5, Albiol 6,5, Helguera 6, Moretti 5,5; Joaquin 6 (dal 64’ Villa 5,5), Sunny 6,5, Baraja 5,5, Manuel Fernandes 6 (dal 57’ Silva 5,5); Arizmendi 5,5, Morientes 6,5 (dall’ 89’ Angulo s.v.).
In panchina: Hildebrand, Marchena, Miguel, Mata.
Valladolid (4-2-3-1): Butelle 5; Pedro Lopez 6, Rafa 6,5, Garcia Calvo 6, Oscar Sanchez 5,5; Alvaro Rubio 6, Borja 6,5; Sisi 6,5, Kome 6 (dal 62’ Victor s.v.), Jonathan Sesma 6 (dal 77’ Capdevila s.v.); Llorente 6 (dall’ 85’ Ogbeche s.v.).
In panchina: Alberto, Cifu, Baraja, Vivar Dorado.

Gol: Kome 10’ (Vld); Morientes 23’ (Vnc); Silva 89’ (Vnc).
Arbitro: Ramirez Dominguez. Ammoniti: Alexis per il Valencia; Oscar Sanchez e Borja per il Valladolid

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