sabato, maggio 08, 2010

Si salvi chi può.

Nella serata che potrebbe decidere il titolo, anche la bassa classifica ribolle. Di seguito una ricognizione di tutte le squadre coinvolte dalla matematica, anche quelle che possono dirsi quasi salve o virtualmente spacciate.


XEREZ


ULTIMO/30 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -29. CALENDARIO: Zaragoza (casa); Osasuna (trasferta).

Applausi comunque. La salvezza è praticamente impossibile ormai, ma lo spirito dimostrato è encomiabile, e anche al di là dello spirito con Gorosito in panchina il Xerez ha mostrato soluzioni migliori in campo. Cambio di tecnico (modesto Ziganda) purtroppo tardivo, nonostante la sensibile crescita nei risultati.
Un Xerez che non rinuncia a giocare, nonostante le grosse carenze nel mezzo (con il prepensionato obeso Viqueira fuori gioco, manca chi veda al di là del proprio naso, anche se l’innesto di Víctor Sánchez accanto all’aspirapalloni Sidi Keita ha migliorato le cose rispetto al Bergantiños titolare della prima metà di stagione), e che trova le migliori soluzioni fra la trequarti e gli esterni: utilizzando più spesso il 4-2-3-1 che le due punte pure, Gorosito adatta sulla trequarti un esterno di ruolo (il mancino Momo e Calvo), alternando sulle fasce gli stessi Calvo e Momo e poi l’argentino Armenteros (buon giocatore) e soprattutto il cileno Orellana a destra, l’elemento maggiormente in evidenza: leggerino assai ma estroso e con un’ottima capacità nel trattenere il pallone e smarcarsi tra le linee con i tagli.
L’attacco è limitatissimo, sebbene Mario Bermejo (giocatore senza qualità che spiccano, ma capace di arrangiarsi un po’ in tutte le situazioni: spalle alla porta, in profondità, nel gioco aereo e nelle conclusioni sottomisura), storico mestierante delle serie inferiori, abbia ampiamente sconfessato (con 12 gol sonanti) nel girone di ritorno la sensazione di inadeguatezza alla categoria emersa nei primi mesi. La principale alternativa è un altro veterano del sottobosco, Míchel II, grezzo centravanti-boa, con l’acquisto invernale, l’argentino Alustiza impiegato spesso a partita in corso come seconda punta, ma mai dal primo minuto.
Gorosito preferisce una sola punta, come detto, e nelle gare più esigenti (soprattutto contro le grandi) adotta una variante più difensiva, un 4-1-4-1 con un uomo di pura copertura davanti alla difesa, solitamente il 36enne Vicente Moreno, ma anche (vedi Camp Nou) un difensore centrale adattato come l’ex sevillista David Prieto. Consolidata in difesa la coppia centrale formata dall’argentino Gioda e dal canario Aythami, deludente Renan fra i pali, il Xerez di Gorosito si è caratterizzato per una buona densità in fase di non possesso e per la capacità di ripartire senza buttare mai via il pallone.

FORMAZIONE TIPO (4-2-3-1): Renan; Francis, Gioda, Aythami, Casado; Víctor Sánchez, Sidi Keita; Orellana, Calvo, Armenteros; Bermejo.


VALLADOLID

PENULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -22. CALENDARIO: Racing (casa); Barcelona (trasferta).

Su questo blog generalmente le preferenze estetiche sono altre, ma non si può non simpatizzare con il fútbol anti-metrosexual del mitico Javier Clemente. L’unico, originale, con il marchio registrato. Personaggio detestato da una metà della stampa spagnola e guardato con sospetto dall’altra metà, ma con un carisma che nemmeno il suo più acceso detrattore potrebbe negargli, Javi ha subito imposto le sue ricette, gli inconfondibili difensori avanzati a centrocampo e, più sporadico, il doppio terzino. Nell’ultima partita casalinga col Getafe addirittura un “trivote” in mediana con Javier Baraja (fratello del “Pipo” valenciano, generalmente jolly difensivo con Mendilibar) a far legna accanto a Borja e Pelé (il migliore dei centrocampisti).
Al di là delle variazioni contingenti, la ricetta è comunque chiarissima: dopo la fallimentare parentesi di Onésimo, che aveva cercato un Valladolid più portato al possesso-palla (ottenendo risposte di sconcertante mollezza), si è tornati a privilegiare la riconquista del pallone come base, anche se con caratteri assai meno spregiudicati rispetto all’era Mendilibar. Quest’ultimo rischiava pressing e difesa altissima, Clemente infoltisce la propria metacampo, butta lungo il pallone e manda meno giocatori possibile in avanti, in modo da trovarsi subito pronto, blindato tutto dietro la linea della palla non appena l’attacco svanisce e gli avversari ne tornano in possesso. Per questo là davanti conta maggiormente rispetto a Mendilibar e Onésimo su Manucho, cristone capace di fare reparto da solo. Il forte Diego Costa, per caratteristiche tecniche e atletiche, si può adattare a partire anche da una posizione di esterno (ma con ampia licenza di incursione in area avversaria), mentre a ripresa inoltrata, con le squadre più lunghe, Clemente si riserva l’utilizzo di giocatori più leggeri e vivaci come il giovane rapidissimo esterno destro Keko (in prestito dall’Atlético Madrid), Alberto Bueno o il delizioso ma complicato Medunjanin. Altra novità di Clemente è la fiducia data al centro della difesa al portoghese Henrique Sereno, un altro degli acquisti invernali.
Le ricette di Clemente (mai una formazione uguale all’altra, quella sotto è puramente indicativa e ho trovato un po’ di difficoltà a inventarmela…) finora hanno pagato abbastanza, ma la salvezza resta lontanissima. Forse anche in questo caso il cambio in panchina è avvenuto con eccessivo ritardo.

FORMAZIONE TIPO (4-5-1): Jacobo; Barragán, Arzo, Sereno (Nivaldo), Nivaldo; Nauzet (Keko), Borja, Pelé, Javi Baraja, Diego Costa; Manucho.


TENERIFE

TERZULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI:-33. CALENDARIO: Almería (casa); Valencia (trasferta).

Una delle squadre più deboli ma anche più generose nei confronti dello spettatore, una delle più divertenti ma anche una delle più inconsistenti, con una differenza imbarazzante fra i 38 gol fatti (quintultimo attacco del campionato) e i 71 subiti (di gran lunga il dato peggiore di tutta la Liga). Un rendimento fuori casa catastrofico, una sola vittoria.
La squadra di Oltra se la gioca più o meno con tutti allo stesso modo, cercando di aggredire per prima. Ricerca della massima intensità e ritmo possibile nella manovra. Il tasso tecnico è quello che è, ma i movimenti sono mandati giù a memoria, l’offerta di appoggi ampia e nelle sue partite migliori il Tenerife fila che è un piacere: l’esterno di centrocampo stringe e si avvicina al portatore di palla, le punte a turno vengono incontro. Nel mentre l’esterno della fascia opposta si allarga per ricevere il cambio di gioco. Sempre due opzioni minimo per il portatore, e ottima copertura in ampiezza. I due terzini accompagnano costantemente l’azione offensiva, mentre nel corso dell’azione spesso uno dei due centrali di centrocampo si stacca per inserirsi a rimorchio. Benissimo fino alla trequarti, ma poi il Tenerife nel 99% dei casi si perde. Dove non basta l’organizzazione infatti deve subentrare il talento, la capacità di inventare e sorprendere. E al Tenerife ne manca, se è vero che una mole di gioco offensivo ragguardevole troppo spesso sfocia nel semplice cross buttato in area o nel tentativo velleitario da fuori area.
Nino i gol li fa sempre (13, finalmente in doppia cifra anche in Primera dopo una passata esperienza al Levante), è rapidissimo sul filo del fuorigioco e negli ultimi metri, ma la coppia che forma con Alejandro Alfaro non ha certo avuto lo stesso impatto che ebbe nella scorsa Segunda (39 gol in due!). Rispetto alle aspettative estive (quando sembrava che non dovesse prolungarsi il prestito dal Sevilla e i tifosi chicharreros lo attendevano come un salvatore della patria) Alfaro, accettabile dal punto di vista realizzativo (7 gol), vivace e intelligente nello smarcarsi fra le linee non è mai stato però particolarmente risolutivo come “colpi”. E né Dinei né Ángel (generalmente inseriti in corsa, con lo spostamento di Alfaro a destra quando Oltra intende rimontare uno svantaggio) hanno mai rappresentato alternative davvero credibili.
Sulla fascia sinistra ha perso la titolarità rispetto alla promozione Kome, in favore di Ayoze, che a sua volta tiene in panchina uno dei giovani talenti più stuzzicanti di questa Liga, Omar Ramos. Buono tecnicamente Ayoze, anche discretamente continuo e disciplinato, ma Omar ha margini decisamente superiori, ha il dribbling nel sangue e iniziative spettacolari (anche se talvolta un po’ testarde), sembra l’unico giocatore in rosa in grado di cambiare il volto a una partita, ed è una carta che a nostro avviso Oltra dovrebbe giocarsi con maggior convinzione per “scuotere” questo finale di campionato, senza dimenticare che uno dei due mancini, Omar (più portato allo spunto) e Ayoze (più manovriero), può comunque adattarsi anche a destra e in questo caso lasciare in panchina il più lineare Juanlu Hens.
Al centro il più importante è il regista Ricardo, e accanto lui in questo finale di stagione ha acquisito una certa continuità d’impiego l’argentino Román Martínez, cursore non rapidissimo ma capace di coprire un’ampia porzione di terreno con discreta proprietà di palleggio e un eccellente tempismo negli inserimenti che ha fruttato alcuni gol preziosi nelle ultime giornate, ribadendo un senso del gol già emerso nella passata stagione all’Espanyol, pure non ricchissima di soddisfazioni. Più limitati al semplice lavoro oscuro invece i concorrenti Richi e Mikel Alonso.
Quando non ha il pallone il Tenerife cerca di riconquistarlo subito, più vicino possibile all’area avversaria, adoperando la massima aggressività. È una delle pecche principali di questa squadra la debolezza in fase di non possesso. A volte l’entusiasmo permette di recuperare in breve tempo il pallone e dare continuità, e persino dominio, al gioco, ma troppo spesso la cattiva coordinazione fra i reparti e fra giocatore e giocatore lascia dei buchi clamorosi, ancora più devastanti in una squadra che tende a difendere molto alto. Nei difensori si nota una tendenza eccessiva a seguire l’uomo nella propria zona anche oltre la zona stessa di competenza, perdendo le distanze dai compagni di reparto.
Facendo un esempio, una volta che il terzino sinistro del Tenerife segue sino alla sua metacampo l’esterno destro avversario che retrocede per prendere palla, e una volta che gli avversari riescono a tagliare fuori il terzino del Tenerife con una combinazione, il terzino del Tenerife si troverà in una zona troppo lontana dal suo collega che gioca sul centro-sinistra della difesa, e questo centrale sarà chiamato a effettuare una copertura al limite, con uno spostamento laterale frettoloso nella zona lasciata sguarnita dal terzino. È un po’ migliorato quest’aspetto ultimamente, ma insomma, troppo spesso insomma la linea difensiva perde la sua coesione, e ciò accentua pure le carenze individuali dei difensori canari, alcuni davvero macchinosi e lenti (su tutti il centrocampista riconvertito Manolo Martínez, che comunque ha perso il posto a favore di Culebras, ora centrale titolare a fianco di Pablo Sicilia).
Insomma, il Tenerife ha grossissime chances di retrocedere perché non risolve quasi mai a suo favore le situazioni nelle due aree, quello che più conta.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Aragoneses; Marc Bertran, Culebras, Pablo Sicilia, Héctor; Juanlu Hens, Ricardo, Román Martínez, Ayoze; Alfaro; Nino.

RACING

DICIASSETTESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Valladolid (trasferta); Sporting (casa).

Del lotto è la squadra più grigia, ma ha un’abitudine a cavarsela sempre bene o male che potrebbe sorprenderci anche stavolta, con due scontri diretti nelle ultime giornate. Arriva comunque a pezzi dalla goleada casalinga subita dal Sevilla, e con dati che lasciano piuttosto perplessi. Bizzarro soprattutto il rapporto fra casa e trasferta: fra le mura amiche del Sardinero solo 14 punti con differenza reti –17, mentre in trasferta 22 punti e bilancio più equilibrato fra gol fatti e subiti, solo –1. Statistiche che supportano la tesi di un Racing in grosse difficoltà quando c’è da fare la partita, soprattutto per le enormi lacune di immaginazione a centrocampo (cambia poco che accanto a Colsa Diop abbia rubato il posto a Lacen: il senegalese è un altro cursore). Con l’infortunio di Munitis (peraltro già in nettissimo declino) e Serrano si accentua la solitudine di Canales, che alla sua età non può vedersi chiedere di trascinare da solo una squadra modesta: 6 gol e lampi straordinari, un talento sotto gli occhi di tutti, ma anche una pausa fisiologica nel cuore della stagione. Non aiuta poi l’attacco meno dotato del campionato: Tchité, volenteroso e mobile ma pasticcione, ha raggiunto quota 9 grazie a qualche rigore, il bisonte Xisco è quello che è, Bolado è il più dotato, ma è inesperto ed è stato scongelato troppo tardi dopo il suo ritorno alla base nel mercato invernale.
Così al Racing viene bene soprattutto affidarsi al lavoro difensivo (grazie a una certa continuità negli uomini e nel modulo, un 4-4-2 semplice semplice ma generalmente affidabile), controllare un po’ le cose e aspettare l’episodio.

FORMAZIONE TIPO (4-4-2): Coltorti; Pinillos (Crespo), Torrejón (Moratón), Oriol, Christian Fernández; Arana, Colsa, Diop, Toni Moral; Canales; Tchité.


MÁLAGA

SEDICESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Getafe (trasferta); Real Madrid (casa)

Strano il calcio. Rispetto alla squadra rivelazione dell’anno scorso, il Málaga di questa stagione è nettamente più attrezzato, anche convincente per buoni tratti della stagione, ma tuttavia puzza sempre più di Segunda dopo l’inequivocabile blackout dell’ultimo quarto di campionato.
Muñiz l’ha anche organizzata bene questa squadra: fase di non possesso fra le più serie, una zona sobria e con distanze corrette e coperture puntuali, portata ad attendere con un blocco medio-basso più che ad aggredire col pressing alto. Anche in fase di possesso comunque il Málaga non rinuncia alla coralità. Fondamentale in questo senso, come detto più volte, l’apporto di Duda, uomo-chiave e di fatto regista della squadra dalla sua posizione di esterno sinistro. Duda non ha cambio di ritmo né conquista il fondo, però tiene palla, detta bene i tempi, permette alla squadra di raggrupparsi e salire attorno al pallone, oltre a costituire uno dei maggiori pericoli a palla ferma di tutto il campionato, col suo sinistro veloce e tagliatissimo.
Ha rappresentato però una grave menomazione la stagione discontinua, fra un infortunio e l’altro, del regista ufficiale, e cioè Apoño, impossibilitato a ripetersi sui grandi livelli della passata stagione. Ora è disponibile, ma in sua assenza Muñiz ha fatto prevelentemente alternare nel doble pivote il centrocampista difensivo Juanito (anche difensore centrale), il canterano Toribio e il tunisino Benachour, più spesso però trequartista (il suo ruolo).
Toribio ordinato, lontano anni luce dal peso sulla manovra di Apoño ma comunque positivo, buon segnale di una cantera che quest’anno ha aiutato parecchio: su tutti il ventiduenne difensore centrale Iván González (notevole per personalità e potenziale atletico), ma si sono affacciati anche il terzino sinistro Manu Torres (in concorrenza col danese Mtiliga), Javi López (esterno-centrocampista offensivo, 2 gol), Orozco (altro difensore centrale) e, con spezzoni molto più ridotti, Juanmi (attaccante, solo 16 anni e anche lo sfizio di un golletto in Copa del Rey), Portillo e Pedrito (a ciascuno il suo).
Molta scelta dalla trequarti in su: a destra non c’è un padrone fisso fra Valdo, più specialista del ruolo di esterno, e Fernando, che la fascia la cerca poco e preferisce inserisi sulla trequarti, mentre al centro della trequarti le cose migliori le ha fatte vedere il buon Benachour, posto che Forestieri non è esploso nemmeno qui, e Baha può sacrificarsi in appoggio al centrocampo oltre che partire centravanti, ma fa comunque poca differenza sul piano qualitativo.
Un attacco cui non manca la qualità, ma più semplicemente la capacità di andare al sodo e buttarla dentro: Obinna vivacizza tantissimo con la velocità, i dribbling e il movimento su tutto il fronte offensivo, ma davanti al portiere è negato (4 gol, e la cosa ha il suo peso quando in molte occasioni si vede schierato come unica punta), Baha non è da doppia cifra (5 gol in 31 partite), l’ecuadoriano Caicedo aggiunge alternative importanti al gioco (soprattutto il fisico da bestione che gli permette di fare reparto da solo e impegnare i centrali avversari), ma ha trovato solo 4 gol in 16 partite, accettabili come bilancio per uno che è arrivato in inverno, ma pochi in termini assoluti per la squadra.
Anche la difesa ha dovuto soffrire un contrattempo serio come l’assenza per infortunio in questo finale di stagione del centrale mancino Weligton, motivo per cui Muñiz ha dovuto sperimentare accanto a Iván González, ora adattando Jesús Gámez (con discreti risultati, ma è un po’ uno spreco perché così ti perdi uno dei terzini destri più completi e profondi della Liga), ora inserendo il citato Orozco o Stepanov, infine arretrando Juanito per queste ultime partite.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Munúa; Jesús Gámez, Juanito, Iván González, Mtiliga; Fernando (Valdo), Toribio (Juanito), Apoño, Duda; Benachour (Baha); Caicedo (Obinna, Baha).


SPORTING

QUINDICESIMO/39 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -13. CALENDARIO: Atlético Madrid (casa); Racing (trasferta).

Si è complicata di brutto la vita quella che nel girone d’andata pareva una delle squadre più convincenti in rapporto ai mezzi. Però ha smesso di giocare, e quando ti credi salvo con largo anticipo e invece ripiombi, può innescarsi allora una tendenza micidiale.
Rimangono comunque più che attrezzati per la salvezza gli asturiani, che ribadiscono come loro arma vincente la trequarti, fatta di giocatori rapidi, fantasiosi, portati a saltare l’uomo con una certa facilità. Lo Sporting non è una squadra che specula particolarmente, gli piace attaccare su ritmi alti e arrivare con un po’ di uomini in area avversaria, ma non ritiene necessario arrivarci attraverso azioni particolarmente elaborate: meglio se possibile chiamare fuori l’avversario, ripiegare un po’ e poi sfogarsi negli spazi. De las Cuevas ispira al centro (a dire il vero un po’ meno nel girone di ritorno, e al calo dell’ex colchonero non è nemmeno corrisposto un rilancio in funzione compensativa della sua validissima riserva, il canario Carmelo), Diego Castro invece è il solista principe: parte da sinistra ma essendo destro si accentra spessissimo (lasciando la fascia alle frequenti sovrapposizioni del terzino sinistro, Canella o José Ángel) per provare la conclusione a girare o lasciare il segno col suo dribbling, mortifero come pochi nella Liga. Anche Barral offre uno sfogo importante al gioco di rimessa, con la tendenza a defilarsi verso sinistra per poi puntare verso la rete nelle azioni di contropiede. Mate Bilic invece è un centravanti più classico, che dalla panchina offre l’alternativa del gioco aereo contro difese schierate, talvolta passando alle due punte in coppia con lo stesso Barral. Più lineare invece la fascia destra, con un tornante come Luis Morán. Importante scoperta invece Lora, mezzala riciclata con successo da Preciado nel ruolo di terzino destro.
Comunque è uno Sporting più maturo e completo rispetto a quello allegrone della stagione passata, che attaccava solo a ondate e imbarcava in difesa. Il salto di qualità nel girone d’andata è passato infatti per la leadership tecnica di Rivera a centrocampo, moto perpetuo capace di organizzare e garantire continuità alla manovra anche in fasi d’attacco necessariamente più ragionate (però il centrocampo ha accusato la partenza invernale di Míchel verso Birmingham), e per l’ottimo rendimento dietro della coppia formata da Botía, puntuale e pulito centrale 21enne di scuola Barça, e dalla montagna umana Gregory, difficilmente superabile nel gioco aereo.

FORMAZIONE (4-2-3-1): Juan Pablo; Lora (Sastre), Botía, Gregory, Canella (José Ángel); Diego Camacho, Rivera; Luis Morán, De las Cuevas, Diego Castro; Barral (Bilic).


ZARAGOZA

QUATTORDICESIMO/40 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -17. CALENDARIO: Xerez (trasferta); Villarreal (casa).

Nell’analisi già effettuata sugli aragonesi, avevo sottolineato come i tanti cambi di giocatori e il cambio in panchina recassero come conseguenza logica una certa indefinitezza nello stile di gioco. Va aggiunto come aggiornamento che il lavoro di Gay non persuade del tutto, votando la squadra a un certo conformismo che non ne valorizza del tutto le potenzialità. Mi riferisco alla condotta troppo spesso meramente attendista, alla discutibile preferenza per Eliseu rispetto a Lafita, al mancato utilizzo contemporaneo di Suazo e Colunga, che pure per caratteristiche costituirebbero una delle coppie meglio assortite del campionato… Comunque, l’infortunio del magnifico cileno ha “risolto” il problema, lasciando Gay contento della sua mono-punta e mandando finalmente allo scoperto Colunga, Villa dei poveri in gol nelle ultime tre partite.
In ogni caso Gay non è stato assunto per una prospettiva a lungo termine, su tutto ora più che mai conta il risultato e il Zaragoza di fatto è a un piccolissimo passo dalla salvezza.


ALMERÍA

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -11. CALENDARIO: Tenerife (trasferta); Sevilla (casa).

Una ricaduta inaspettata, ma la netta vittori casalinga col Villarreal ha riportato la calma, e la salvezza matematica è solo a un punto. Il cambio in panchina, da Hugo Sánchez a Lillo, aveva prodotto un drastico cambio di rotta nei risultati, e aveva posto le condizioni per una salvezza ancora più anticipata, solo fino a un paio di settimane fa.
Il lavoro di Juanma Lillo è stato piuttosto interessante, e accompagnato dal risultato giusto potrebbe implicare anche la rivalutazione di un personaggio che nell’immaginario calcistico popolare spagnolo viene spesso bollato come un venditore di fumo. Enfant prodige della panchina col Salamanca a metà anni ’90, poi ridimensionato da una serie di esperienze negative, il suo punto debole è che adora parlare di calcio, in termini originali ma talvolta astrusi e involontariamente comici (se snoccioli piacevolezze come "Messi ha mejorado mucho, y espero continúe en ello, en no jugar de forma trascendente pelotas intrascendentes." è chiaro che un po’ te la cerchi…), e difendendo sempre un’idea di calcio spettacolare oltre il risultato si è esposto inevitabilmente agli sberleffi ogni qualvolta i fatti non seguivano le parole.
Maestro (lo ha allenato nei Dorados messicani) e al tempo stesso allievo (riconosce di essersi ispirato al suo Barça nella filosofia di gioco, fatte ovviamente le debite proporzioni) di Guardiola, Lillo non è un sognatore, ma un pragmatico iluminato che ha dimostrato di saper leggere le partite e praticare numerosi adattamenti all’interno del modello di gioco di base. Ereditata una squadra senza alcuna identità da Hugo Sánchez, Lillo ha impostato l’Almería sulla ricerca di un possesso-palla elaborato sin dalle retrovie, con l’imperativo strategico della supremazia in termini di opzioni di passaggio nel cuore del centrocampo. Quindi i moduli possono variare, ma in genere sono garantiti tre giocatori nel mezzo (punti fermi M’Bami sul centro-destra, importante per le doti di corsa negli spostamenti laterali, e soprattutto l’ordinatissimo argentino Bernardello davanti alla difesa, pallino personale) più uno che può essere o un attaccante che viene spesso a fornire l’appoggio, una mezzapunta (Corona importante prima dell’infortunio) oppure il jolly Soriano, che indifferentemente gioca mezzala (in concorrenza col peruviano Vargas) o incursore subito dietro le punte, sfruttando il gioco aereo e gli ottimi tempi d’inserimento.
L’esigenza della superiorità a centrocampo ha spinto addirittura a ricorrere al 3-4-3 (3-4-3 vero, con quattro centrocampisti puri e Michel e Cisma dietro, due terzini di spinta, specie il primo), alternato da Lillo al 4-3-3 e al 4-4-2 a rombo. Questo senza dimenticare la carta del contropiede, giocata volentieri quando le circostanze lo permettono, potendo contare su due giocatori velocissimi lanciati negli spazi, Crusat e Piatti. Con Diego Alves fra i migliori portieri del campionato, rappresenta invece un neo l’attacco, che non ha colmato il vuoto lasciato da Negredo: Goitom può fare da punto di riferimento ma la porta non la vede, Kalu Uche ha bei colpi ma un po’estemporanei, e da un punto di vista tattico la squadra difficilmente si può appoggiare su di lui.

FORMAZIONE TIPO (4-3-3): Diego Alves; Michel (Juanma Ortiz), Chico (Pellerano), Acasiete, Cisma; Mbami, Bernardello, Soriano (Vargas); Piatti, Uche, Crusat.


ESPANYOL

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -16. CALENDARIO: Osasuna (casa); Mallorca (trasferta).

Come all’Almería, manca solo un punto. Qui abbiamo già analizzato la seconda squadra di Barcellona.

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domenica, aprile 04, 2010

La macchina gira.

In attesa dell’insidioso ritorno con l’Arsenal, il Barça sembra rifiorito. Il 4-1 con l’Athletic Bilbao non è una vittoria cinica ma nuovamente prodiga di ritmo, di geometrie e di spettacolo, come nella migliore tradizione blaugrana, un seguito convincente del capolavoro incompleto dell’Emirates.
Il meglio per Guardiola è aver confermato la solidità della struttura anche al di là degli uomini. Perso infatti Ibrahimovic per infortunio (brutta assenza con l’Arsenal: lo so, sono una banderuola, ma nel calcio quello che è certezza in un momento determinato diventa l’esatto contrario nel giro di una settimana, penso lo abbiate capito), ancora indisponibile Iniesta, a riposo Xavi e la coppia Milito-Márquez (fortemente sospettata di titolarità per martedì), Pep rispolvera Chygrinskiy (ingiusto bersaglio di sberleffi dell’entorn culè), si gioca un doble pivote Busquets-Touré, Jeffren ala destra, ma soprattutto il doppio terzino a sinistra, Abidal al rientro con Maxwell esterno alto. Ancora una volta come con l’impiego di Keita mercoledì, non bisogna fermarsi a un’impressione superficiale nell’analisi: non è neanche questa una mossa difensiva, ma a conti fatti risulta anzi uno dei fattori di superiorità del 4-2-3-1 (Messi ancora libero e bello sulla trequarti blaugrana).
Due gol su quattro infatti nascono da sovrapposizioni di Abidal generate dal perfetto gioco di posizione di Maxwell. Anche questo un piccolo “caso Ibrahimovic”, un giocatore che tardivamente sta giustificando l’investimento estivo: il brasiliano non va mai in percussione, ma ha un senso tattico e una dimestichezza nel palleggio pienamente funzionali all’idea di gioco blaugrana. Porta via l’uomo, apre spazio ai compagni e collabora col centrocampo. Il primo tempo blaugrana è convincente per la continuità impressa alla manovra, ancora di più perché l’avversario ha fatto poco per agevolarlo.
Un Athletic con distanze ravvicinate fra i reparti e che ha disposto anche della prima occasione seria della partita, con Susaeta, stavolta preferito a Toquero alle spalle di Fernando Llorente (fe-no-me-no, forse l’attaccante più in forma del campionato nelle ultime settimane: lasciatemi anticipare tutta la mia possibile indignazione nel caso in cui Del Bosque gli preferisse il pur ottimo Negredo fra i 23 dei mondiali). Non sappiamo se l’intenzione dell’Athletic fosse quella di pressare alto in stile Osasuna (Caparrós in questo senso ha oscillato nei suoi precedenti contro il Barça: molto aggressivo nella finale di Copa la stagione scorsa e nella Supercoppa di Spagna a Bilbao, più conservatore invece nell’andata di Liga quest’anno), fatto sta che il Barça trovava sempre i primi passaggi (anche con Valdés) e riusciva a spingere dietro l’Athletic alzando i terzini. Il merito dell’Athletic nel primo tempo è di non aver concesso eccessive occasioni a fronte di questa marcata superiorità territoriale, soprattutto grazie alla vicinanza e la coesione fra le linee di difesa e centrocampo, brave a limitare la possibilità di percussione diretta da parte di Messi (limitare soltanto, perché Leo non lo si può cancellare del tutto).
Quindi il “contro-merito” del Barça è risieduto nell’aver avuto pazienza e cercare proprio dalle fasce di aggirare e alla lunga far crollare il sistema difensivo avversario. Aver mantenuto pazienza, grande concentrazione e intensità, come dimostra anche il gran pressing collettivo all’origine del 2-0 di Bojan. A differenza di altre (troppe) della Liga, non una partita regalata, per quanto il risultato finale cerchi di dire il contrario. Altro discorso la ripresa: col Barça in vantaggio e con più spazi per arrotondare è impossibile rimontare praticamente per chiunque, pur avendo avuto l’Athletic le sue occasioni in un buon inizio di secondo tempo (con cambi offensivi di Caparrós: Yeste e Toquero per Gabilondo e il solito trascurabile David López). Nell’ampia vittoria va sottolineata la doppietta di Bojan, cui Guardiola continua a chiedere scusa per i troppi pochi minuti (più che sospetta paraculata di Pep, la millesima di quest’animale da conferenza stampa, una razza agli antipodi di Mourinho ma a suo modo ugualmente temibile come domatore di giornalisti): due gol da finalizzatore di razza e un’ottima partita in generale. Il suo istinto e i suoi ottimi movimenti sono risaputi, ma continua a essere incerta la sua competitività in grandissime partite come quella con l’Arsenal, per la quale si candida come sostituto di Ibra. Per colpa di Guardiola, non ha un’adeguata sperimentazione alle spalle, oltre a esserci un gap mentale e atletico di base.

In bassa classifica, interessante affermazione del Zaragoza (2-0) nello scontro diretto col Málaga (detto “Marajah” dai telecronisti cinesi). Ora a sette punti sul terzultimo posto, la squadra di Gay fa il pieno di tranquillità, e attenzione perché mantenendo l’ossatura si candidano come una delle outsider più promettenti per la prossima stagione.
Nell’articolo tutto dedicato agli aragonesi parlavamo di lavori in corso, di un’identità ancora da costruire, e la partita di ieri è un buon passo avanti. Di fronte c’era un Málaga troppo rinunciatario, è vero, però il Zaragoza ha esercitato un convinto dominio territoriale, magari non troppo produttivo in termini di occasioni (il sommo Chupete Suazo segnerà il suo quinto gol stagionale nella ripresa, però prima peccherà forse di eccessivo altruismo, facendosi sentire un po’ meno del dovuto in area di rigore), ma effettivo e visibile. Si sostiene su un doble pivote Gabi-Edmilson in mediana che dà tranquillità e permette di sganciarsi in avanti al resto della squadra, mantenendo la posizione e coprendo e accorciando prontamente a palla persa (Edmilson poi è un maestro dai tempi del Barça, sa bene cosa vuol dire giocare in copertura in un sistema di gioco basato sul possesso palla). Così Diogo torna a sfrecciare sulla destra e si fionda negli spazi creati dalla partecipazione di qualità di Suazo e dal continuo movimento del trio di mezzepunte alle spalle del cileno (Ander sempre una gioia per gli occhi, poi benone Arizmendi, va detto, sempre pronto a tagliare e ad attaccare anche l’area sui cross, dando manforte al Chupete: la titolarità se la sta meritando il nostro affezionatissimo scarpone). Tutti cercano di partecipare (già a partire da Jarošik e Contini, che cercano di non buttare mai via il pallone), il Zaragoza è corto e fluido , convince e ritira un giustissimo premio.

Málaga in calo, ma la fortuna degli andalusi è che le terzultime non si schiodano mai: con tutto l’affetto nutrito dal sottoscritto per la freschezza dei canari, il Tenerife visto a Siviglia è ancora una volta desolante. Se provi sempre a giocartela, ma ogni volta che devi mettere l’ultimo passaggio o finalizzare cadi dalle nuvole (per quanto Nino sia un onestissimo mestierante), e se a questo aggiungi una difesa di burro (Manolo Martínez un ex centrocampista riconvertito, e si vede tutto), allora fai bene a prenotarti il biglietto di ritorno per la Segunda.

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lunedì, gennaio 11, 2010

Il Madrid ha una marcia in più?

Ad oggi il Real Madrid convince di più: si sta scoprendo come squadra, con l’entusiasmo del primo anno di un nuovo progetto, quell’entusiasmo che invece il Barça di Guardiola ha dovuto forzatamente mettere da parte. Ora si tratta di gestire e far fruttare il creduto accumulato col Triplete, e sebbene i blaugrana non abbiano finora fallito alcuno dei propri obiettivi stagionali, questa gestione continua a non convincere.

Vi sfido ad elencarmi le partite della stagione in corso nelle quali il Barça abbia eseguito fino in fondo, senza incertezze e senza contrattempi, il proprio spartito. Supercoppa di Spagna, Zaragoza, Inter…e poi? E poi tanti balbettii e tante gare vinte con una sufficienza che nello stesso momento in cui ti persuade della forza della squadra ti suscita un altro genere di perplessità.
Il Barça è “mès que un club” anche perché non si alimenta di soli risultati. A questa deve accompagnare una messa in scena che non ha solo valore estetico ma deve anche servire per intimidire gli avversari e rinforzare l’autostima e la fiducia dei giocatori nel modello. Fattori che l’anno scorso permettevano ai culè di partire con un virtuale gol di vantaggio sull’avversario praticamente in ogni partita.
Quest’anno, altra storia: gli avversari hanno un po’ mangiato la foglia e il Barça non si propone con la stessa brillantezza.

Tenerife rappresenta il picco di questo processo. Nonostante lo 0-5 finale, la partita peggiore dell’era Guardiola. Venti-venticinque minuti raccapriccianti, tre occasioni nitide (una traversa) per Alfaro che ha ancora una volta ribadito tutti i limiti realizzativi della divertentissima squadra canaria. Un vantaggio di due gol sarebbe stato il minimo vista la totale supremazia territoriale avversaria. Barça che non si era visto imporre il ritmo in maniera così sfacciata nemmeno dal Real Madrid e dal Villarreal.
Particolarmente deprecabile l’inizio della manovra (non si vede quasi più nemmeno lo schieramento a tre dietro sperimentato ad inizio stagione), con giocate approssimative, imprecisione e un’allarmante incapacità nell’innescare i centrocampisti e nel cambiare lato all’azione. Xavi, Busquets e Rafa Márquez spiccano in negativo, travolti dal pressing e dai ribaltamenti del Tenerife.
Poi però si verifica una di quelle ingiustizie di cui è fatto il calcio: chi ha i soldi e i talenti può passare alla prima azione. Dal nulla Bojan scappa sul fondo e serve il primo assist dei tre gol di Messi. Puyol nel mezzo approfitta di un’uscita a vuoto di Aragoneses per chiudere la contesa già nel primo tempo. Un cinismo del quale il Barça ha poco di che andare orgoglioso.
La partita va in discesa e degenera in goleada perché il Tenerife si scoraggia, il Barça si tranquillizza e mette in evidenza tutte le debolezze dell’avversario. Il sistema difensivo del Tenerife è, bisogna dirlo, qualcosa di davvero allarmante.
Il problema non risiede tanto nell’intenzione di aggredire con una linea difensiva altissima, quanto piuttosto nel tipo di marcatura adottato. Una marcatura a zona, ma una marcatura così aggressiva che in più di un occasione porta i giocatori a sforare dalla propria zona di competenza. Non so se sia tutto frutto di una scelta precisa di Oltra o se molto passi per la debolezza dei singoli.
Esempio: un terzino pressa l’ala avversaria e, puntando a non farla girare, la segue fino alla sua metacampo. Così lascia uno spazio alle sue spalle, dove si può infilare un altro avversario, sul quale in questo caso dovrà coprire il centrale allargandosi verso la fascia. E se si sposta il centrale, chi copre al centro? Insomma, un rimescolamento di posizioni molto pericoloso, che può crollare come un castello di carte di fronte ad attaccanti avversari tecnici e mobili, capaci di giocare a un tocco eludendo il tentativo di pressing e di scambiarsi le posizioni costantemente.
L’ideale per Henry, Bojan e Messi, che ieri calzavano a pennello con la difesa del Tenerife. Perfetto l’ispano-serbo, particolarmente bravo nei movimenti senza palla, molto più adatto di Ibrahimovic nel fornire uno sfogo immediato in profondità che ha rappresentato l’ancora di salvezza per un Barça con tante difficoltà a combinare dalle retrovie. Pochissime altre difese però si muoveranno come quella del Tenerife, e la competitività di Bojan, una carta potenzialmente importantissima per la stagione blaugrana, andrà saggiata in ben altri contesti, a partire dal dentro o fuori di mercoledì nella Copa.
Per quanto riguarda il Tenerife, rimane il rammarico per il fatto che una delle poche squadre per le quali valga la pena ad oggi di vedere una partita di Primera rischi la retrocessione: una simile fragilità nelle due aree si paga cara.

Il Barça di ieri somigliava al Real Madrid delle scorse stagioni, quello che subiva l’avversario fino a quando non pescava il gol che cambiava completamente corso alla partita. Nulla a che vedere con i merengues di quest’anno, prodighi di occasioni e con un livello di gioco di tutt’altro spessore, manco a dirlo.
Che l’onesto Mallorca, con tutto il rispetto, competa per il quarto posto, è un fatto ancora una volta preoccupante per la reputazione della Liga, ma quella di ieri non era una prova da sottovalutare per il Real Madrid. Senza due giocatori importanti come Lass e Ramos, ha dovuto cambiare la formazione e anche il modulo, passando dal centrocampo a qualcosa di meno definito, con Gago davanti alla difesa, Xabi Alonso leggermente più avanzato, Van der Vaart sul centro-sinistra (esce però per infortunio: al suo posto Granero, stesse mansioni e pure un gol all’attivo), Kaká trequartista e di punta Higuaín e Cristiano Ronaldo, portati ad allargarsi anche per creare la superiorità numerica assieme ad Arbeloa e Marcelo (ieri terzino).
Dettagli da nulla, perché una volta che l’idea di gioco è stata assorbito conta poco o nulla come disponi le pedine in partenza. L’idea di gioco è molto chiara: manovra elaborata ma molto rapida e verticale (stessa intenzione offensiva, ma diversa filosofia rispetto al Barça), niente posizioni fisse dalla trequarti in su e giocatori che non presidiano mai staticamente lo spazio ma lo occupano in corsa, per sorprendere la difesa avversaria schierata. Calcio moderno.
La cosa comincia a funzionare che è un piacere, con triangolazioni fitte e il terzo uomo sempre pronto a inserirsi. Merita una menzione Gonzalo Higuaín, che ai gol (tanti e nelle ultime giornate particolarmente belli) è tornato ad aggiungere movimenti funzionali al gioco di squadra come ai suoi primi tempi in Spagna.
Sapremo solo a fine stagione chi è più forte, ma in questo momento è il Madrid ad esercitare un maggior potere intimidatorio sugli avversari. Li spinge indietro, li obbliga a guardarsi sempre alle spalle coi suoi velocissimi incursori, cosa che non può dire il Barça ancora impegnato a metabolizzare del tutto il cambio Eto’o-Ibrahimovic. Certo, la classica della Catedral con l’Athletic (capace, più a livello ambientale che tecnico-tattico, di replicare la proposta dell’Osasuna che una settimana fa è andata di traverso a Cristiano e soci) ci dirà di più della gara di ieri.

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lunedì, dicembre 07, 2009

Considerazioni sparse sulla tredicesima giornata.

Doctor Jekyll-Real e Mister Hyde-Madrid. Non ci faremo mai l’abitudine all’inquietante schizofrenia di questo Real Madrid. Non si fa a tempo a metabolizzare il primo tempo, che ha appena offerto la miglior versione stagionale dei merengues (anche meglio del Camp Nou) che subito si aprono le porte di una ripresa sconcertante, che addirittura offre a un banale Almería (l’aggettivo che meglio si addice agli andalusi da quando li ha presi in consegna Hugo Sánchez, il quale ha fatto compiere una discreta involuzione al gioiellino che fu di Emery) la possibilità concreta della vittoria. La contro-rimonta madridista, comunque strameritata, arriva con un finale tutto impeto che ricorda più che altro l’ultimo Madrid di Capello, e non è certo un complimento.
Ma, prima che la squadra si perdesse in giocate contorte e si allungasse come da consuetudine dei secondi tempi, nei primi 45 minuti avevamo visto per la prima volta il vero modello di gioco cui aspira Pellegrini. Un Villarreal ultra-velocizzato, senza riferimenti fissi per l’avversario sulla trequarti e sulle fasce, ma nel quale il ritmo lo fanno non il valzer di Marcos Senna e Riquelme, ma il rock di Cristiano Ronaldo e Xabi Alonso. In Spagna dicono “ver, tocar y mover”, ed è proprio questo che i madridisti fanno finalmente con la coordinazione giusta. Ogni giocatore occupa uno spazio solo momentaneamente per lasciarlo subito a un compagno che subentrando in corsa crea per questo molte più difficoltà di marcatura all’avversario. Se aggiungete che si gioca costantemente ad uno-due tocchi, capirete quanto sia difficile per il sistema difensivo dell’Almería stare dietro a tutto ciò e occupare il campo per tempo.
Partecipano tutti nel Real Madrid, a partire dai terzini e da Marcelo, passando per la coppia Granero-Van der Vaart che da mezzeali lasciano Xabi Alonso solo davanti alla difesa, appoggiando i portatori di palla con grande intelligenza e inserendosi poi a rimorchio degli attaccanti (l’olandese va ri-valorizzato, Granero invece fa finalmente quello che sa fare da sempre e che in questo suo ritorno alla base non aveva mostrato ancora, troppo irrigidito in una posizione di esterno destro statico). Partecipa di più persino Higuaín, che in attacco fa coppia con Cristiano Ronaldo, mina vagante fra le linee.
Un attacco succede all’altro senza respiro, difesa e centrocampo accorciano benissimo a palla persa a partire da una posizione di vantaggio (perché tutta la squadra attacca in blocco e ordinatamente nella metacampo avversaria, e quindi guadagna già le posizioni migliori per recuperare palla), e in un bombardamento continuo verso la porta del fortissimo Diego Alves, la cosa che sorprende è che il gol del vantaggio di Sergio Ramos arrivi solo al 30’. La ripresa poi è tutta un’altra storia, e ci mette il marchio pure Cristiano Ronaldo con un’espulsione stupida che lo priverà di una partita-clou come quella di Valencia.

La legge di Messi. Autorevolissimo Barça al Riazor, risultato in bilico fino all’ultimo quarto di partita, ma il pari sarebbe stato decisamente bugiardo. Il Barça è parso avere le idee più chiare già dai primi istanti del match. Non ho ben capito l’atteggiamento del Deportivo, se l’intenzione fosse quella di arroccarsi oppure di giocarsela alla pari. Ne è uscita una via di mezzo che ha spianato la strada agli ospiti.
Con le due punte del Depor Adrián e Mista molto passive in fase di non possesso (nel secondo tempo Lotina cercherà di rimediare allargando Adrián a destra e spostando Juan Rodríguez nella zona di Busquets, dal 4-4-2 al 4-2-3-1), il Barça si è trovato sempre con un uomo in più a centrocampo, e con la possibilità di far girare il pallone agevolmente. Molto decisi anche nel pressing, gli uomini di Guardiola nel primo tempo hanno trovato con molta facilità sia le giocate in profondità che la superiorità numerica sulle fasce.
Si segnala in particolare un magnifico Messi, forse galvanizzato dal Pallone d’Oro: l’argentino si inserisce tra le linee con una puntualità e un’efficacia impressionanti. A partire da qui, l’intesa con Ibrahimovic si fa sempre più solida: lo svedese non può offrire quella verticalità diretta che offriva Eto’o, ma apre altri spazi interessanti, facendo da sponda oppure creando varchi centrali con dei leggeri spostamenti laterali, nella zona fra il centrale e il terzino avversario. Sono loro due alla fine ad assicurare al Barça tre punti più sofferti del dovuto (il mezzo-gollonzo di Adrián a fine primo tempo era evitabile come quello di Toquero alla Catedral).

I quasi cinque attaccanti dell’Atlético. Come Abel poco prima dell’esonero, anche Quique nelle ultime due partite contro Espanyol e Xerez si è reso conto di un fatto: Jurado, al di là delle sue capacità assolute, è l’unica arma a disposizione del centrocampo dell’Atlético per uscire dalla trappola dell’orizzontalità. Quindi, un solo centrocampista davanti alla difesa, Assunção, e Jurado qualche metro davanti. Con Jurado ci sono anche i soliti Agüero e Forlán davanti e Simão e Reyes (che da promessa mancata cerca perlomeno di tornare alla dimensione di normale professionista) larghi rispettivamente a sinistra e a destra. Non cinque attaccanti, ma cinque sempre proiettati verso la fase offensiva sì. È attorno a questi cinque che l’Atlético deve trovare degli equilibri. Contro il povero Xerez non son costate nulla quelle fasi in cui l’Atlético si è spezzato fra questi cinque e il resto della squadra, ma sarà questo il problema che Quique dovrà risolvere per restituire davvero competitività ai colchoneros.
A mio avviso la soluzione non passa per avvicinare i cinque talenti offensivi al resto della squadra, ma viceversa. Sono difesa e centrocampo che devono accorciare in avanti: è lo stesso discorso dell’attaccare in blocco che si faceva per il Madrid del primo tempo di sabato e che si fa per ogni secondo di partita del Barça. Solo a partire da una manovra che coinvolga tutti l’Atlético potrà guadagnare posizioni nella metacampo avversario e anche difendere bene in blocco. Insomma, nessuno lo avrebbe mai detto, ma Quique insistendo su questa scelta sarà costretto da ragioni di equilibrio a giocare un calcio in tutto e per tutto offensivo. Sempre che la scelta rimanga questa, visto che il primo proposito una volta subentrato era di coprirsi con un baricentro più basso rispetto alla disastrosa difesa alta proposta da Abel.

Spazio gratuito di propaganda pro-Tenerife. Giuro che nessuno mi paga per dirlo, ma fatti una serie di calcoli (un Barça che si dosa di più rispetto alla passata stagione, i prolungati lavori in corso del Madrid, la relativa sproporzione fra i mezzi di partenza), è la squadra di Oltra quella che a mio avviso ad oggi gioca il calcio più bello di questa Liga. Tre punti fondamentali per tenersi a galla sopra la zona-retrocessione, tre punti conditi da una netta superiorità di gioco su una squadra che pure ha offerto anch’essa finora uno degli spettacoli migliori, ovvero il più che mai credibile Sporting Gijón.
In genere vedere sempre lo stesso film annoia, ma qui è l’esatto contrario: osservare la macchina macinare gioco indipendentemente dall’avversario, coi giocatori che si trovano a memoria e la palla (rigorosamente a terra) che si muove a mille all’ora per tutti i novanta minuti con un’intensità tremenda è osservare calcio allo stato puro.
Certo, è un calcio che presenta i suoi rischi (col baricentro alto se sbagli il tempo o la misura del pressing l’avversario può verticalizzare con grande facilità: è il caso del gol del vantaggio realizzato in apertura dallo Sporting, che un Diego Castro col colpo in canna ce l’ha sempre) però a lungo andare il Tenerife impone la logica del suo calcio. Anzi, c’è pure da fare i complimenti a uno Sporting che conferma l’enorme crescita difensiva rispetto alla passata stagione (la coppia di centrali Botía-Gregory è uno dei must di questa Liga): non è facile passare un’ora a rincorrere il pallone senza perdere mai l’ordine, eppure lo Sporting per lungo tempo ha concesso poche occasioni, con coperture e interventi difensivi sempre precisi.
Va aggiunto che i suoi gol il Tenerife se li deve sempre sudare sino all’ultima goccia, e questo è un handicap che ahinoi lo manterrà in zona-pericolo fino alla fine della stagione. Si conferma la carenza di talento negli ultimi metri e di giocatori che attacchino con convinzione nell’area avversaria: assoluta delusione rispetto agli standard della scorsa Segunda è stato finora l’atteso Alejandro Alfaro, innocuo tra le linee e inesistente in fase conclusiva: non a caso il Tenerife migliora e trova il gol decisivo con Nino solo quando l’ex sevillista viene spostato a destra e in attacco viene aggiunto peso affiancando a Nino un'altra punta di ruolo, il vivace Ángel. È un problema quello offensivo che andrà se non risolto attenuato (magari anche con interventi sul mercato a gennaio) per valorizzare appieno la straordinaria mole di lavoro in mediana della coppia Mikel Alonso-Ricardo, autentiche colonne portanti, e i colpi da ala vecchio stampo del divertentissimo mancino Omar.

Valencia in rampa di lancio. Al di là della prestazione, i tre punti del San Mamés offrono al Valencia l’opportunità d’oro di misurare tutta la sua credibilità di grande squadra. La prossima è in casa col Real Madrid, a soli tre punti e con la possibilità quindi di essere agguantato.
Partita strana alla Catedral, né Athletic né Valencia entrano mai appieno in gara: il Valencia ha un certo predominio territoriale e nel possesso-palla, ma scarsissima profondità; l’Athletic riesce ad andare solo a fiammate, non riesce a costruirsi i presupposti per una buona partita in contropiede (ammesso che il proposito fosse questo) e perde anche la “stampella” Llorente, sostituito in corsa da De Marcos, che per quanto interessante di ruolo è un esterno o al massimo una seconda punta.
La partita si sblocca solo nella ripresa: in una delle sue fiammate l’Athletic trova il gol (con Muniain, che oltre al gol da opportunista propone un paio di spunti favolosi: questo qui puzza di fenomeno lontano un miglio… guardate l’occasione nel finale in cui scarta Miguel: non è che lo dribbla, semplicemente lo ignora e passa oltre, che è ben diverso), ma il Valencia risponde subito con una prodezza di Villa (Pablo Hernández, che per tutta la partita si era spostato dalla sinistra verso il centro ristagnando in una posizione molto poco produttiva, fa finalmente quello che deve: tagliare senza palla per creare superiorità assieme a Joaquín, e liberarsi per il cross dal fondo). Per l’Athletic si aggiungono un secondo giallo rigoroso se non ingiusto a Koikili, e il pasticcio di Iraizoz che consegna a Mathieu la palla del gol decisivo. I baschi senza aver mai trovato davvero il filo del gioco si tengono comunque in piedi col loro enorme orgoglio, e pure in dieci si conquistano l’occasionissima per pareggiare dagli undici metri, ma la conclusione di David López (il cui impiego in assenza di Gurpegi ha ripristinato il 4-4-2 classico con due esterni di ruolo messo da parte nelle ultime giornate) si stampa sul palo.

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lunedì, novembre 23, 2009

Lotta a tre?

Importanti responsi dalla giornata di sabato. Il Barça fermato alla Catedral sul pareggio cede la leadership al Real Madrid, che così potrà giocare su due risultati favorevoli il Clásico della prossima giornata al Camp Nou. Nel mentre a Tenerife nel pomeriggio il Sevilla ottiene il massimo risultato: i tre punti di distacco dal Real Madrid obbligano a tenere in considerazione anche gli andalusi (il Valencia a –4 richiede invece un esame ulteriore).


Dio benedica il risultato. Mai come in questa occasione il Real Madrid può nascondersi dietro il responso del tabellone. La prestazione, assai deludente, passa in secondo piano stavolta, perché momentaneamente la pressione si sposta dalle spalle di Pellegrini al Barça, e perché anche una vittoria striminzita e grigia come quella di ieri può fungere da trampolino data la prossimità del match del Camp Nou. Passare di colpo da una situazione di totale indefinitezza, di mormorii e di ansia attorno al nuovo progetto a un possibile vantaggio addirittura di quattro punti sul Barça potrebbe comportare una svolta radicale nella stagione madridista. Potrebbe subentrare l’ottimismo, e il dato psicologico retroagirebbe anche su quello tecnico, favorendo il consolidamento di un progetto, sinora rimasto solo sulla carta, che fra l’altro proprio a partire dal Clásico tornerà a contare su Cristiano Ronaldo.

A fronte dei discorsi sul valore potenzialmente molto elevato di questo risultato rimane però l’immagine di squadra davvero inconsistente che offre questo Real Madrid incapace di condurre il gioco con continuità per 90 minuti. Ancora una volta si vede qualcosa di buono soltanto nel primo quarto d’ora/mezzora del match: ci mette del suo anche il Racing appena affidato a Portugal dopo l’esonero di Mandiá.
Timidissimo nel suo 4-2-3-1, sprofonda ai limiti della propria area senza pressare l’inizio dell’azione madridista: strana passività per una squadra che della disciplina e dell’intensità in fase di non possesso aveva fatto il suo cavallo di battaglia negli ultimi anni. Senza doversi preoccupare alle sue spalle davanti a un Racing con troppa poca qualità per ripartire in spazi così estesi, il Real Madrid può far circolare palla con buona continuità (Pellegrini propone una nuova combinazione a centrocampo nel suo consueto 4-4-2 ibrido: Xabi Alonso vertice basso, Granero che un po’lo accompagna al centro e un po’ tende alla fascia destra coordinando i suoi movimenti con quelli di Kaká), con la possibilità sempre presente di inquietare coi suoi tiratori dal limite dell’area (palo di Xabi Alonso). Albiol acciaccato e Sergio Ramos squalificato portano Garay accanto a Pepe (dominante contro gli attaccanti del Racing) e Arbeloa a destra, con Marcelo di nuovo terzino a comporre una catena di sinistra con Drenthe che lavora discretamente nel primo tempo.
Come al solito però il gol di vantaggio (Higuaín d’opportunismo) intorpidisce gli uomini di Pellegrini. Il film di sempre: giocatori che cominciano a portare palla disordinatamente, squadra che non attacca più in blocco, si allunga e comincia a perdere palla in zone del campo sempre meno avanzate e a faticare nel recuperarla. Così succede che nella ripresa anche il Racing come il Tenerife, il Xerez e il Valladolid guadagna metri e possesso-palla.

Contro una squadra normale il Madrid avrebbe sicuramente pagato, ma la sua fortuna è di trovare sulla sua strada una delle più ferme candidate alla retrocessione. Indebolito rispetto all’anno scorso, il Racing continua a patire la scarsissima creatività del doble pivote Colsa-Lacen e in più perde chiaramente colpi in attacco. Le cessioni di Pereira e soprattutto di Zigic non sono state riassorbite: Tchité rapido e generoso nel cercare la profondità, ma con troppe carenze qualitative nel finalizzare l’azione; Geijo, che gli subentra, ha doti potenzialmente superiori come riferimento offensivo, ma è una pura incognita a livello realizzativo (l’ex Depor Xisco, la terza scelta, è invece elemento abbastanza modesto).
Così in una fase pure favorevole, il Racing non fa nemmeno sporcare i guanti a Casillas. Qualcosa di più sensato e ambizioso si intravvede soltanto con l’entrata del canterano Canales, unico vero rifinitore della rosa (non lo sono né il Munitis che parte da destra e che non ha più l’elettricità degli anni migliori, né quel Luis García davvero malinconico rispetto alle buone stagioni con Barça e Liverpool). Con lo spostamento di Luis García a sinistra Canales assume il comando tra le linee e lega di più centrocampo e attacco, propiziando combinazioni un minimo elaborate e segnando anche un gol ingiustamente annullato dall’arbitro. Nulla di sensazionale, ma in una squadra in cui i centrocampisti non vedono al di là del proprio naso e due attaccanti non fanno mezzo gol, il fatto di saper giocare a calcio dovrebbe porre in secondo piano le considerazioni anagrafiche che ne hanno finora ritardato il lancio in prima squadra (18 anni, campione d’Europa con l’Under 17 nel 2008, integrato nell’Under 19 già nell’ultimo Europeo).


¿Qué pasa, Pep? È un momento chiaramente delicato per il Barça, non tanto perché questa flessione sia irreversibile, ma perché il brevissimo termine presenta ostacoli forse non del tutto alla portata delle possibilità attuali del Barça. Giocarsi tutto con l’Inter non solo senza gli influenzati Abidal, Touré e Márquez, ma anche senza Messi e forse senza Ibrahimovic non rappresenta un handicap da poco, tanto più in un momento in cui il gioco e la condizione psicofisica sono ben lontani dai migliori standard. Quello che si nota è una certa carenza di cattiveria e intensità rispetto alla passata stagione: non è quel Barça che in tutte le partite e in ognuno dei 90 minuti impone il suo ritmo.

Caparrós infoltisce il centrocampo con tre centrali (Javi Martínez, Gurpegi, Orbaiz), in un 4-5-1 che vede Susaeta e Yeste larghi a supporto di Llorente. Il pregio dei padroni di casa in quest’occasione risiede nell’utilizzare più il cervello che quella foga un po’demagogica che alla lunga ne compromette le chances in numerose partite: Javi Martínez non si avventura nelle sue missioni impossibili ma tiene la posizione corretta vicino alla difesa, e così i suoi compari. Raggiunta la parità numerica con Xavi, Busquets e Keita, il peso della manovra blaugrana ricade nelle prime fasi del match sui difensori, in una misura anche eccessiva (ottimo comunque Chigrinskiy, alla sua miglior prestazione finora). Passati i minuti iniziali il Barça si riequilibra e coinvolge più giocatori, e in maniera più continua, nella manovra, garantendosi il dominio territoriale (e alcune buone occasioni), a partire soprattutto dalla posizione di Messi, in assenza di Ibra falso centravanti come in alcune delle migliori partite della passata stagione.
La fase migliore degli uomini di Guardiola si estende fino all’inizio della ripresa, quando Alves pescato magistralmente da Xavi si inserisce per lo 0-1. Ma è proprio dal vantaggio in poi che si apprezza tutta la differenza fra questo Barça e quello della scorsa stagione: i blaugrana non congelano né ammazzano la partita, improvvisamente cominciano a farsi trascinare dall’Athletic su un piano a loro completamente sgradito, e cioè quello dei ritmi spezzettati, delle palle contese, dei capovolgimenti da un fronte all’altro… Buonissima in ogni caso la reazione d’orgoglio dei baschi, che trovano il pareggio con il neo-entrato “Diego Armando” Toquero, che approfitta di una dormita fra Piqué ed Alves sugli sviluppi di un’azione tipicamente “made in Athletic”: rinvio del portiere, spizzata di Llorente e inserimento vincente della seconda punta.
Costretto a fare a meno di Messi, Guardiola si gioca il finale con l’onesto Henry e con Bojan, la cui panchina iniziale, pure in assenza di Ibra, fa davvero riflettere sulla scarsa considerazione in generale riservatagli da Pep. È un finale comunque giocato male, più sui nervi e le azioni individuali, con molte imprecisioni e scarsa continuità.


Il terzo incomodo. Intanto il Sevilla mette altro fieno in cascina, non importa se poco meritato. Il Tenerife infatti gioca una signora partita, confermandosi una delle squadre più interessanti di Primera in rapporto ai mezzi di partenza. Gli uomini di Oltra giocano un calcio veramente contagioso per lo spirito offensivo, l’intensità e il buon gusto estetico che lo caratterizzano. Non importa l’avversario, loro vogliono sempre fare la partita: pazzi scatenati che vanno a fare 56% di possesso-palla al Bernabeu (beccandosi uno 0-3 bugiardissimo), anche contro il Sevilla controllano il gioco per lunghi tratti, raccogliendo troppo poco. Schierati con un 4-2-3-1 nell’occasione (il 4-4-2 non si può fare perché la seconda punta titolare, Alfaro, è inutilizzabile perché prestato proprio dal Sevilla), pressano alto e fanno circolare il pallone con grande facilità da un lato all’altro. Mikel Alonso (gran pressing) e Ricardo (il regista) riciclano palloni su palloni, e l’organizzazione tattica offre sempre soluzioni facili al portatore di palla, che gioca a memoria. Sempre almeno due-tre opzioni di passaggio, con l’esterno vicino al portatore che stringe, il terzino che si sovrappone, l’attaccante o il trequartista che vengono incontro per fare da sponda, mentre l’esterno della fascia opposta si allarga prontamente per garantire il cambio di gioco.
Dopo una fase iniziale di predominio sevillista, il Tenerife si scioglie e attacca con continuità e a un ritmo alto (all’ala sinistra ancora una volta in evidenza la sfrontatezza del canterano Omar). Il problema però è che manca la capacità di fare la differenza negli ultimi metri: Nino, che nella scorsa Segunda ne ha fatti 29, fatica al di là dei buoni movimenti (anche se nel secondo tempo segnerà un gran gol), mentre mancano l’ultimo passaggio e l’imprevedibilità sulla trequarti, dato che Román Martínez è un semplice incursore adattato alle spalle dell’unica punta. Se la preparazione dell’azione è eccellente, la conclusione è deficitaria, con tiri dalla distanza spesso precipitosi e pochi giocatori a finalizzare in area.

E così se non mordi contro una squadra come il Sevilla, finisce che paghi. Al Sevilla al contrario basta un nulla per accendersi: una brutta palla persa da Bellvís, spazio in contropiede per Navas, e gol di Perotti. L’efficacia offensiva e le prestazioni affidabili sono in generale i grandi punti di forza del team di Jiménez. Ritmo, buona organizzazione difensiva (il reparto arretrato non risente delle assenze di Dragutinovic ed Escudé, buono l’apporto di Marc Valiente all’esordio assoluto in Primera), una fisicità alla portata di pochi nella Liga (impressionante Zokora), due frecce come Perotti e Navas a ribaltare il gioco e trovare il fondo, Kanouté, Luis Fabiano e ora anche Negredo capaci non solo di finalizzare come pochi ma anche di crearsi le occasioni da soli in area di rigore. Una volta che passa in vantaggio questo Sevilla è difficilissimo da riagguantare: si chiude e, per le necessità dell’avversario, vengono da sé quegli spazi in cui fa tanto male.
Una rosa logicamente molto inferiore per qualità assoluta a quelle di Barça e Real Madrid, ma una rosa completa. Il grande dubbio rimane il gioco, tendenzialmente più di quantità che di qualità. Alla grande capacità di gestire e concretizzare non si accompagna una pari capacità nel sapersi creare le situazioni favorevoli. La fisicità superiore frutta una grande pressione sul centrocampo avversario, molti palloni macinati, spesso anche dominio territoriale, ma questo dominio non si traduce facilmente in situazioni di superiorità numerica. È un Sevilla meno legato, con più movimento fra i reparti rispetto a quello inguardabile dell’anno scorso che come alternativa fondamentale aveva quella fra il possesso-palla orizzontale e il lancio a casaccio, però è un Sevilla che accusa sempre una certa prevedibilità. Navas e Perotti rappresentano l’unica via per la superiorità numerica, e uno schieramento con baricentro basso e raddoppi puntuali sulle fasce può irretire oltre misura il Sevilla, basti pensare allo 0-0 casalingo contro un Espanyol ridotto in dieci.
Mancano alternative perché a centrocampo prevalgono gli uomini che corrono col pallone rispetto a quelli che fanno correre il pallone (con Romaric inesploso e Maresca ceduto, Renato è sempre più indispensabile anche perché può creare più linee di passaggio coi suoi movimenti senza palla rispetto a centrocampisti bloccati come Zokora, Duscher e Lolo), e perché manca anche imprevedibilità sulla trequarti. Tutto ciò può costare qualche pareggio di troppo a fronte di avversarie come Barça e Madrid la cui tendenza prevalente è quella di andare di tre punti in tre punti.

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