venerdì, settembre 09, 2011

Il punto sul calciomercato/seconda parte.

Osasuna

Il mercato ha visto un certo ricambio, con partenze importanti (Monreal, Camuñas, Pandiani, Aranda, Soriano) rimpiazzate da scommesse dall’estero e da giocatori “di categoria” (si spera da salvezza, non da Segunda).

Al primo gruppo appartengono l’ala ivoriana (su entrambe le fasce) Roland Lamah, dal Lens, e il terzino sinistro finlandese Raitala, al secondo i due del Tenerife (tristemente sprofondato in Segunda B), Marc Bertrán, terzino destro piuttosto offensivo, e Nino, il bomber, acquisto ad occhio azzeccato, che supera quanto a fiuto Aranda e quanto a rapidità Pandiani. Nino la porta la vede, e nell’ultima sua esperienza in Primera (solo due in carriera, quella precedente al Levante però è da dimenticare) segnò ben 14 gol, in un Tenerife pure retrocesso. Parte titolare con Kike Sola,mentre Ibrahima Baldé (lanciato un paio di anni fa dall’Atlético Madrid) e Lekić, prime punte di peso, saranno i rincalzi.

A centrocampo il “colpo” è rappresentato dal ritorno di Raúl García dopo l’esperienza sostanzialmente negativa all’Atlético Madrid (che comunque lo ha dato solo in prestito). Bisognerà vedere se sarà un Raúl García scottato da questa delusione, o il Raúl García dei bei tempi; e bisognerà anche vedere se giocherà nel doble pivote oppure sulla trequarti in un 4-2-3-1, come faceva già nell’Osasuna di Ziganda, con i soliti Puñal e Nekounam davanti alla difesa (sempre meno gli spazi per Masoud, giocoliere più che giocatore).

Indebolite le fasce (a meno che non esploda Lamah) viste le partenze in pochi mesi di Juanfran e Camuñas, ancora non rimpiazzati in maniera sicura. A destra il comunque discreto Cejudo, a sinistra invece nella prima con l’Atlético ha giocato il canterano Timor.

Affidabile il parco-centrali, col valido Roversio (tornato dal prestito al Betis) accanto all’esperto Sergio, e di scorta Lolo, Miguel Flaño e un altro nuovo, Rubén, difensore di stazza come piace da quelle parti. Ricardo ha 40 anni, e ormai farà il terzo portiere, alle spalle di Riesgo e di un altro canterano tornato da prestito, Andrés Fernández (bene al Huesca).

Non un panorama esaltante, ma l’Osasuna si è sempre basato sul blocco più che sui nomi, e c’è da pensare che sarà una squadra capace di fare giocare male più di un avversario, impostata sul pressing forsennato prediletto da Mendilibar.

Racing Santander

Anno dopo anno, vedendo l’organico e il gioco espresso, ci si chiede come diavolo faccia a restare in Primera, eppure merita simpatia per come riesce a raggiungere i propri obiettivi con così poco.

Sedotto e abbandonato dal mascalzone Ali Syed, che aveva promesso di colmare i debiti del club, il Racing si trova sotto Ley Concursal , costretto a un mercato ancora più misero degli anni scorsi. La scelta di Héctor Cúper onestamente non fa fare i salti di gioia: quello dell’argentino, progressivamente in secondo piano dopo la sua epoca d’oro a Valencia, sembra un calcio un po’ vecchio, un 4-4-2 troppo rigido, basato sì su una grande disciplina difensiva, preparazione atletica accurata e su tanta serietà, ma senza situazioni offensive studiate.

Acosta-Stuani-Tziolis-Bernardo…ve li dico tutti d’un fiato i nuovi acquisti così forse vi spaventate un po’ meno. In difesa la perdita di Henrique non è da sottovalutare, e così accanto a Torrejón troverà molto spazio un centrale giovane come Osmar (titolare come l’altro canterano Picón, terzino destro, nella prima a Valencia) o Bernardo, canterano del Sevilla in prestito. Tutto sommato discreti, anche in fase offensiva, i due terzini, Francis a destra e Cisma a sinistra.

Colsa-Diop il doble pivote titolare, poverissimo di creatività, sempre che non si inserisca il regista Edu Bedia, altro canterano (veniva segnalato come il più promettente assieme a Canales) tornato in pista dopo infortuni e prestiti in giro. Kennedy Bakirçioglu sulla destra è il giocatore di maggior qualità, buon piede e capacità anche di impostare dalla fascia, mentre Arana ha più caratteristiche da ala, spendibili fra destra e sinistra (qui in concorrenza con Óscar Serrano). Anche Adrián González (non lo chiameremo più “il figlio di Míchel” per fargli un favore) può portare quella pochissima qualità presente in rosa, sulla sinistra o al centro.

In attacco ci si aggrappa mani e piedi a Stuani, prelevato dal Levante, perché Ariel Nahuelpán come ariete è una scommessa sul punto di essere persa. Attorno a questo benedetto centravanti ronzerà uno fra Munitis (a 36 anni più che mai giocatore finito, con tutto il bene che gli vogliamo), che può sempre fare anche l’esterno, e il rapido, vivace argentino Lautaro Acosta, sfortunatissimo al Sevilla e in cerca di minuti che gli permettano di dimostrare le proprie buone qualità. Se Stuani non sfonderà reti però saranno acidissimi cavoli.

Rayo Vallecano

Saprà la disastrosa situazione economica del club motivare (paradossalmente) anche quest’anno i giocatori? Il legame fra squadra e tifosi (un’identità fra le più forti del calcio spagnolo: il Rayo è il quartiere di Vallecas, e il quartiere di Vallecas è il Rayo) rimarrà la spinta più forte? Ci sarà da soffrire, ma non mancano gli spunti di interesse, e la validissima prova d’esordio a Bilbao incoraggia.

Confermati rispetto alla promozione Cobeño fra i pali e Casado terzino sinistro, la difesa ha perso un ottimo elemento nel terzino destro Coke (per ora gioca Tito, il brasiliano e ovviamente ultra-offensivo Sueliton è la scommessa), mentre al centro due maglie per quattro candidati: Arribas, altro superstite della promozione, e i tre nuovi acquisti Jordi (dal Rubin Kazan), Labaka (Real Sociedad) e Raúl Bravo (Olympiacos), non proprio una scelta esaltante, a dirla tutta.

A centrocampo il doble pivote Movilla-Javi Fuego, e Movilla, a suo tempo buon centrocampista, a 35 anni ha perso un bel po’ di ritmo. Non è più giovane, anzi ha la stessa età, il mitico Míchel (protagonista del Rayo di fine anni ’90 che fece l’exploit con Juande Ramos), sinistro sensibilissimo ma con pochi minuti nelle gambe ormai. Come primo ricambio, probabile che arretri Michu, che a Bilbao ha giocato davanti in un 4-2-3-1 praticamente senza attaccanti puri. Michu che non spicca per la visione di gioco e la creatività ma ha dalla sua un gran tempismo negli inserimenti. Se ne possono ricavare 5-6 gol in tutta la stagione.

Trashorras sulla trequarti è una scommessa affascinante: dopo gli esordi nelle squadre B del Barça (dove lo chiamavano “la Brujita del Mini Estadi”, per il paragone con Verón) e del Real Madrid (i blaugrana lo scaricarono e Valdano, suo estimatore, lo ingaggiò per il Castilla, ma zero opportunità in un Madrid galáctico come quello), una lunga carriera da fenomeno di Segunda, con invenzioni da lasciare a bocca aperta ma anche molte pause. Vediamo in Primera, a 30 anni.

Sulla sinistra Botelho si preannuncia come una delle possibili rivelazioni della Liga 2011-2012: 21 anni, brasiliano di proprietà dell’Arsenal (che lo ha mandato in prestito già a Salamanca, Celta e Cartagena), lo chiamo “il Gareth Bale dei poveri”, per la capacità di divorarsi tutto il campo con poche falcate, lanciandosi in velocità senza alcuna possibilità per gli avversari. Impressionante un gol propiziato nel Cartagena-Barça Atlètic della scorsa stagione, partendo dalla sua area per arrivare all’altra e servire l’assist. Ma Botelho non è solo un velocista da spazi ampi, sa giocare, ha una buona tecnica che gli permette di improvvisare slalom o chiedere l’uno-due stretto. Terzino o esterno, molto più probabile la seconda ipotesi in questo Rayo.

A Bilbao sulla destra ha giocato il 30enne Piti, una punta dal gran sinistro che può rientrare per cercare il tiro; altra opzione Alberto Perea, canterano dell’Atlético Madrid che può giocare su entrambe le fasce, oppure Nestor Susaeta, cugino di quello dell’Athletic.

Due giovani possibili sorprese Lass Bangoura, guineano del Rayo B (bene lo spezzone a Bilbao, prima trequartista e poi a destra), e Dani Pacheco, in prestito dal Liverpool, seconda punta ultra-tecnica (ma anche molto esile) che può partire dalla fascia sinistra, come nelle nazionali giovanili spagnole. Da unica punta si perderebbe un po’, la combinazione offensiva più ambiziosa sarebbe Botelho terzino, Pacheco davanti a lui e Trashorras trequartista, scambiandosi con Pacheco.

Punto debole evidente è l’attacco, fra Delibašić e la vecchia gloria Tamudo (altro 35enne, grande mestiere ma riflessi chiaramente appannati).

Real Madrid

Mercato che punta ad aumentare le alternative a centrocampo, da un punto di vista qualitativo più che numerico. L’anno scorso i merengues hanno sofferto la mancanza di un altro elemento in grado come Xabi Alonso di agire dietro la linea della palla e far girare tutta la squadra: un sostituto e al tempo stesso un possibile socio del basco. È arrivato Nuri Sahin, ma il turco comincia a diventare un’incognita a causa di un infortunio che si trascina già da prima del suo ingaggio e che posticipa ogni giorno il suo rientro. L’altra soluzione aggiunta al centrocampo è il terzino Coentrão, che invece si muoverà davanti a Xabi Alonso, da centrocampista con l’anima da esterno. Soluzione sulla carta non ortodossa, ma che si può sposare bene coi tagli interni di Cristiano Ronaldo e di Marcelo, aumentando la mobilità e l’imprevedibilità della fase offensiva madridista.

Poco comprensibile invece l’acquisto di Callejón, non solo non all’altezza di un contesto come questo, ma senza possibilità in un settore sovraffollato come la linea dei trequartisti. Il 18enne francese Varane invece, descritto come un prodigio, completa una difesa non nutritissima, l’anno scorso in difficoltà in assenza dei titolari (anche perché Albiol come vice-Pepe e vice-Carvalho non si è confermato sui livelli della sua prima stagione madridista).

Real Sociedad

Pochi cambi per quanto riguarda l’organico, ma cambio radicale in panchina: Philippe Montanier, tecnico francese arrivato dal Valenciennes, vuole giocare qualcosa di diverso rispetto a Lasarte. Più che un calcio più offensivo di quello della scorsa stagione, chiede più possesso-palla, e perciò imposta la squadra su un 4-3-3, tanti triangoli per fare avanzare la squadra. Buono il risultato della prima, vittoria in casa dello Sporting, ma ancora parecchio lavoro da fare, come è logico.

La partenza più pesante è quella di Diego Rivas, finito all’Hércules in Segunda. Davanti alla difesa Montanier prova il canterano Illarramendi, non l’unico giovane lanciato dal transalpino (a Gijón ha esordito in difesa Iñigo Martínez), in attesa di vedere se e dove troverà Rubén Pardo, mezzala o regista davanti alla difesa, il più promettente dei nuovi elementi del vivaio.

Intanto completano bene il centrocampo il dinamismo di Aranburu e il prezioso Zurutuza, giocatore molto poco appariscente ma ideale per il calcio di possesso che chiede Montanier, per la capacità che ha di associarsi ai compagni, cercandosi lo spazio e combinando a uno-due tocchi. Il socio ideale di Xabi Prieto, che dalla fascia tiene palla e detta i tempi a tutta la squadra. Zurutuza mezzala destra vicino a Xabi, quindi. Non penso invece che troveranno molto spazio gli altri ricambi per il centrocampo, Mariga, Markel ed Elustondo.

Detto di Xabi Prieto, completano il tridente Agirretxe e Vela. Il primo è un’eterna promessa, snobbata da Lasarte e invece tenuta finora in gran conto da Montanier. Un attaccante slanciato, tecnico e pure elegante, ma che pecca un po’ di aggressività (anche in questo ricorda Xabi Prieto, oltre che nell’aspetto fisico). La preferenza accordata a lui, attaccante di manovra, invece che a Joseba Llorente, animale d’area di rigore che ama muoversi sul filo del fuorigioco, ci dà un’idea delle differenze di stile di gioco fra Montanier e Lasarte.

A Gijón Agirretxe non ha tenuto una posizione fissa: partiva da sinistra ma incrociava in continuazione con l’altra eterna promessa, il messicano Carlos Vela. Combinazione interessante, anche se la sinistra dovrebbe essere di Griezmann, il quale ha suscitato malumore fra i tifosi con la sua volontà non troppo nascosta di cambiare squadra (anche guardando egoisticamente solo alla sua carriera, è un’idea prematura a mio avviso). Ifrán e Sarpong le alternative offensive.

La difesa è il reparto che lascia più a desiderare: un ottimo portiere come Bravo, ma centrali di scarsa qualità (Demidov però c’è solo da gennaio, va valutato ancora) e una evidente vulnerabilità sulle palle inattive. Potrebbe cambiare qualcosa un inserimento positivo dei canterani: oltre a Iñigo Martínez il basco-francese Cadamuro. Sulla destra non si capisce perché giochi Carlos Martínez (forse il peggior terzino destro della Liga) e non Estrada, sulla sinistra De la Bella spinge parecchio.

Sevilla

Ritrovare l’essenza, il “marchio” Sevilla, questa la sfida di Marcelino. Tornare all’”Anti-tikitaka”: non nel senso di giocare male, ma di stupire gli spettatori con quel calcio arrembante, diretto, verticale, sviluppato sulle fasce che segnò i migliori momenti della storia del club.

Per fuggire dal modello “Jiménez/Álvarez”, ovvero quel Sevilla rigido come un calciobalilla, orizzontale ed esasperante contro difese schierate, è stato rinnovato il centrocampo: prima Rakitić lo scorso gennaio, ora Trochowski, adattato al centro, con l’intenzione non tanto di avere un regista o un trequartista, ma un incursore di buona tecnica che possa sorprendere negli spazi aperti dalle due punte e dagli esterni (il solito Jesús Navas, poi un Perotti che si deve riprendere dalla pessima scorsa stagione, e infine Armenteros, tornato dal prestito al Rayo, più centrocampista rispetto agli altri due).

Incerto l’altro centrocampista centrale: finora Marcelino ha provato Fazio (che sarebbe meglio da difensore centrale, e in ogni caso sta deludendo le attese di inizio carriera, vuoi per gli infortuni vuoi per un rendimento effettivamente al di sotto delle sue potenzialità) o il mastino Medel, ma a sorpresa potrebbe spuntarla il geometrico Campaña, che a 18 anni è già nell'organico della prima squadra ed è considerato assieme al trequartista 19enne Luis Alberto (che ha avuto i suoi minuti in pretemporada) la perla della cantera.

Il vero regista rimane Kanouté, con la sua eleganza e maestria impareggiabile nel gestire i tempi ricevendo sulla trequarti. Kanouté ha però 35 anni, e il leader offensivo ora è un Negredo sempre più ispirato e capace di fare reparto, spalle alla porta (anche se senza il “centrocampismo” di Kanouté), in profondità o in area di rigore, con una potenza notevole e un sinistro capace di trovare la porta da qualsiasi angolazione e distanza. Completa l’attacco il jolly Manu del Moral, che può giocare seconda punta e esterno, senza la caratura tecnica dei colleghi di reparto ma con dinamismo e buoni movimenti senza palla.

Rinnovata la difesa, col bosniaco Spahić accanto a Escudé (o Alexis, altra promessa quasi mancata), senza dimenticare la possibilità di schierare Cáceres (letture e capacità tattiche non all’altezza delle enormi doti atletiche) in tutte le posizioni della linea arretrata. Interessante l’acquisto di Coke (ex Rayo) sulla destra, che ha una spiccata attitudine offensiva, tra l’altro con la tendenza a sovrapporsi pure all’interno che lo rende particolarmente compatibile con Navas e in minima parte (infima direi) ricorda i movimenti del Dani Alves sevillista. Un po’ stanco quel Fernando Navarro sulla sinistra, forse verrà scavalcato dal canterano Luna, mentre è ormai consolidato il sorpasso di Javi Varas sul 38enne Palop fra i pali.

Sporting

Puzza di bruciato. Gli asturiani nelle ultime stagioni sembrano progressivamente indeboliti. Il problema principale è l’attacco, visto che anno dopo anno il contributo realizzativo di Barral e Bilić. Non è arrivato nessuno, e bisogna sperare che Sangoy esploda dopo l’improduttivo scorso campionato.

Indebolita anche la trequarti, che era il punto di forza della squadra, con giocatori mobili, abili nell’uno contro uno e rapidi nel ribaltare l’azione che rendevano lo Sporting una squadra anche abbastanza divertente nelle sue migliori versioni. È andato via l’uomo dribbling Diego Castro, e per ora lo sostituisce Miguel de las Cuevas, che è più un rifinitore che si accentra per dare l’ultimo passaggio. Carmelo nel dimenticatoio, e una trequarti completata (almeno questa è la formazione proposta da Preciado nella prima con la Real Sociedad) da André Castro al centro, più un cursore che una mezzapunta, e dall’incomprensibile Nacho Novo sulla destra, corsa e grinta ma contributo alla manovra quasi inesistente. La variazione possibile, e credo auspicabile, è l’inserimento di Trejo, l’argentino fresco di promozione col Rayo Vallecano, molto abile nel dribbling ma difficilmente in grado di non far rimpiangere da subito Diego Castro. Occhio comunque al gran mancino del campione d’Europa Under 19 Juan Muñiz, in rampa di lancio.

L’esordio in campionato ha dimostrato che questa squadra può ancora fare difficilmente a meno di Rivera (partito in panchina con la Real) come direttore d’orchestra (anche se è arrivato Ricardo León dal Tenerife, non malvagio), certo non per dare spazio al doble pivote formato da Eguren e dal canterano Sergio Álvarez, parso inadeguato. C’è comunque l’altro canterano lanciato la scorsa stagione, Nacho Cases, che ha fatto intravedere qualità interessanti.

A posto invece la difesa, confermata al centro (Botía la certezza, l’altro posto per Gregory o Iván Hernández) e toccata invece sulle fasce dalle partenze di Sastre e soprattutto José Ángel. Comunque i titolari resteranno i soliti, la mezzala adattata Lora a destra (invenzione di Preciado) e l’ex uomo-mercato Canella a sinistra, con l’uruguaiano Damián Suárez (descritto come un terzino molto offensivo) pronto a subentrare su entrambe le corsie, preferibilmente a destra.

Valencia

Mercato interessantissimo, fra i migliori. È partito Mata, ma è stato ampiamente sostituito, ed Emery gode di una varietà di soluzioni invidiabile fra trequarti e attacco, non solo per la quantità ma anche per la diversità di caratteristiche. C’è l’ultra-velocità con il nuovo acquisto Piatti (esterno sulle due fasce o seconda punta) e con il canterano Bernat (esterno sinistro), possibile sorpresa. Due elementi ideali per sfruttare il contropiede, anche se a Piatti non manca il gioco nello stretto (però 9 volte su 10 detta il passaggio verticale, non è tipo portato ad abbassarsi spesso per appoggiare il centrocampo) e a Bernat la capacità, molto apprezzabile, di offrire linee di passaggio anche in zone interne. Loro due, con Pablo Hernández, rappresentano il gioco più diretto, ma una trequarti così composta non è la soluzione migliore contro difese schierate, e rischia di rendere la manovra confusa per eccesso di frenesia, senza nessuno che colleghi i reparti e dia i tempi.

Qui perciò entra in gioco Canales. Questa deve essere la sua stagione, e l’antipasto (la ripresa giocata contro il Racing) promette assai. Il biondo ha una abilità innata nel trovarsi lo spazio e da lì fornire sempre un approdo sicuro a chi porta palla. È lui il vero erede di Silva, può arricchire la manovra del Valencia e in più ha capacità di incursore e uomo-gol che lo rendono perfettamente adattabile allo stile consolidato della squadra, meno elaborato e più diretto. Accanto a Canales, parla la stessa lingua il brasiliano Jonas: seconda punta o falso esterno a sinistra, un attaccante di manovra nel miglior senso del termine. Lui a sinistra, Canales al centro e Piatti a destra: questa la mia combinazione preferita per la trequarti, capace non solo di dare continuità e qualità al possesso-palla, ma di assorbire le attenzioni delle difese schierate e creare spazi preziosi per le sovrapposizioni dei terzini.

Anche qui prospettive interessanti: a destra ci si è finalmente liberati della zavorra Miguel, Bruno resta il titolare ma con due nuovi concorrenti, Barragán dal Valladolid e soprattutto Dalmau dalla cantera del Barça, gran colpo, anche se inizialmente partirà col Valencia Mestalla. Il piatto forte è però a sinistra: Jordi Alba, in crescita sul piano difensivo, è il terzino spagnolo del futuro (lui e José Ángel quelli con più qualità in chiave Selección), rapidissimo, inesauribile, e con una capacità di saltare l’uomo secco, anche da fermo, anche pressato, che gli viene dal suo passato di ala e può dare uno slancio importantissimo a tutta l’azione offensiva del Valencia. I polmoni di Mathieu, comunque utili anche se il francese rimane un giocatore muscolare più che talentuoso (anche se si sovrappone costantemente e ha buon piede, lo denotano le sue scelte quando ha il pallone, le sue come quelle di Bruno), dovrebbero riposare parecchio in panchina quest’anno.

A centrocampo la scelta è ugualmente ampia, ma c’è maggiore incertezza. La partita col Racing ha visto un orribile primo tempo del duo Topal-Banega: prima che entrasse Canales a dare un po’ di criterio, un Valencia generoso ma disordinato nella gestione del pallone e sbilanciato in transizione difensiva. Banega rischia di far perdere definitivamente la pazienza, mentre Albelda tarda a passare in secondo piano come dovrebbe; rimangono Parejo, che ha eccellenti doti di regia (ottimo a smarcarsi per ricevere dai difensori ad inizio azione, ha lancio millimetrico e visione panoramica) ma un temperamento e un ritmo che devono ancora passare l’esame di una realtà come il Valencia, e Tino Costa, che non è un regista ma ha geometrie, dinamismo e una certa intelligenza nel creare linee di passaggio davanti a chi porta palla, oltre a un gran sinistro dalla lunga distanza.

Ben assortito anche l’attacco. Scartato Jonas unica punta (visto contro il Liverpool, non ha i movimenti della prima punta, “allunga” poco la difesa avversaria), Soldado andrà sicuramente in doppia cifra, con Aduriz come alternativa più da “lavoro sporco”. Il basco però dovrebbe giocare pochino, anche perché dal Valencia Mestalla bussa sempre più forte Paco Alcácer, progetto di crack dell’area di rigore.

Al centro della difesa, Víctor Ruiz potrebbe rivelarsi uno degli acquisti migliori di tutto il campionato. Non so cos’abbia combinato a Napoli, ma qui calza alla perfezione: il giocatore che serviva per tirare un po’ su la linea difensiva, evitando le voragini viste col Racing e anche per avviare l’azione, sinora un problema macroscopico del Valencia di Emery, con quel terribile tentativo di “falsa difesa a 3” alla La Volpe che non faceva che attirare il pressing avversario. Rami promette: grande fisicità, personalità, gioco aereo e anche rapidità a dispetto della stazza. Fra i pali, non è così certo che il nuovo acquisto Diego Alves passi davanti a Guaita.

Se alla quarta stagione di Emery saprà affermare una sua identità precisa, il Valencia con questa campagna acquisti avrà posto le premesse per un salto di qualità: l’idea sarebbe infastidire di più le due grandi negli scontri diretti e andare più avanti in Europa.


Villarreal

Sembra indebolito. Soprattutto a centrocampo, che se non è il reparto più forte (davanti ci son pur sempre Rossi e Nilmar) è comunque la chiave strategica di tutta la squadra. I petrodollari hanno portato via Cazorla, e va bene, non ci si può fare nulla, però anche lasciare andare Matilla non pare una furbata, considerando che un regista accanto a Bruno serviva e che il monumento Marcos Senna sembra avviato verso il declino.

Comunque De Guzman potrebbe ovviare a questa carenza, sempre che venga impiegato nel doble pivote come a Maiorca, perché altrimenti Marchena come unico rincalzo lascia alquanto perplessi. De Guzman permetterebbe di schierare l’onnipresente Borja Valero nel ruolo dove meglio rende, cioè avanzato sulla trequarti, partendo da falso esterno (ma in realtà lui la fascia non la tiene neanche in partenza, a differenza di Cani o del fu Santi Cazorla). Meglio lì che davanti alla difesa, dove la sua tendenza a muoversi a briglia sciolta può spezzare in due la squadra in transizione difensiva, una volta persa palla (quando una delle basi dell’equilibrio del Villarreal è la capacità dei Bruno e Senna di tenere sempre la posizione pur contribuendo a far avanzare la squadra).

Con l’assenza di Cazorla il finissimo Cani diventa titolare obbligato, e ci sono un po’ di dubbi sulle alternative: esploderà il paraguaiano Hernán Pérez, promosso dal Villarreal B? Maturerà il ghanese Wakaso? Camuñas poi è un acquisto utile, pienamente coerente con la filosofia di gioco, ma sembra più un dodicesimo (anche come seconda punta di riserva) che un giocatore in grado di sostituire in pianta stabile Borja Valero e Cani nel caso in cui dovessero per qualche motivo mancare.

La difesa invece non ha perso nulla, anzi potrebbe guadagnare, con l’arrivo di Zapata (spostato a destra dopo il disastro con l’Odense: meglio così, Mario Gaspar non è all’altezza). Musacchio, Gonzalo e Marchena sono una terna di centrali valida, mentre Joan Oriol sembra più che pronto a non far rimpiangere Capdevila.

Zaragoza

Inquietante lo 0-6 incassato dal Real Madrid, anche se rispetto a quello schierato da Aguirre nell’umiliante esordio può venire fuori un undici migliore nel corso della stagione, considerando gli acquisti.

Andrà sicuramente cambiato il centrocampo: nel 4-1-4-1 visto contro il Madrid il trio centrale Ponzio-Zuculini-Abraham era incapace di dare la minima continuità alla fase di possesso. Abraham, che tra l’altro è un esterno di ruolo, dovrebbe saltare, e al suo posto entrare Ruben Micael, da cui possono dipendere molte cose. Al portoghese, promettente al Nacional e un po’persosi al Porto, tocca fornire la qualità andata via con la cessione di Ander Herrera. E sarebbe anche il caso di provare come mezzala destra il jolly messicano Efraín Juárez (meglio lì che da uomo di fascia bloccato), poca tecnica ma gran dinamismo e intelligenza nel far progredire la manovra col movimento senza palla. Terzini destri di ruolo però la rosa non ne presenta (invece quelli sinistri sono addirittura tre: Paredes, Obradović e il citato Abraham), ed è quindi probabile che Efraín debba sgobbare tutta la stagione in difesa.

Bene le fasce, Lafita può partire da sinistra per tagliare al centro come scambiarsi di fascia con l’altro messicano Barrera (acquisto molto stuzzicante), che ha più le caratteristiche del dribblomane. Non dovrebbero trovare molto spazio Juan Carlos (dal Real Madrid Castilla) e Edu Oriol (dal Barça Atlètic), due dei sin troppi scarti prelevati dalle canteras più celebri di Spagna (c’è anche il difensore centrale Mateos, ex madridista).

Le ultime ore di mercato hanno rinforzato l’attacco, che se ha perso Uche ha acquisito comunque Postiga (carriera inferiore alle attese, ma qualche gol lo farà) e l’ex Espanyol (ed ex nazionale, non dimentichiamolo) Luis García, usato sicurissimo. Luis García che può partire anche da esterno, per cui bisogna vedere se entrerà in concorrenza anche con Lafita e Barrera o se magari Aguirre passerà a un 4-4-2 con lui e Postiga davanti al posto del 4-1-4-1 dell’esordio (in estate poi il Basco ha provato insistentemente anche la difesa a 5). Luis García comunque il meglio lo dà da seconda punta, ruolo che non ha potuto coprire nel modulo di Pochettino che lo sacrificava un po’ sulla destra.

Fernando Meira-Da Silva è una coppia di esperienza al centro della difesa (Lanzaro-Mateos quella di riserva), mentre in porta Roberto Jiménez è uno dei casi dell’estate: il Zaragoza è in Ley Concursal, ma lui è stato pagato più di 8 milioni, addirittura. Non dalla società Zaragoza, ma da terzi, da un fondo di investimento cui partecipa lo stesso proprietario del club, Agapito Iglesias. Come sempre l’obiettivo è massimizzare gli utili, quelli del fondo (in caso di successivo cessione del giocatore a prezzo maggiorato), mica quelli del Zaragoza in campo. Roberto Jiménez come il prezzo del petrolio, come le azioni della Coca-Cola e come la valutazione della sterlina. Non starò qui a rimpiangere i tempi in cui non c’era il professionismo, o a fare demagogia sui calciatori che guadagnano troppi soldi, ma forse così si sta esagerando.

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lunedì, agosto 29, 2011

PRIMA GIORNATA: Zaragoza-Real Madrid 0-6

E meno male che José Mourinho è un catenacciaro incapace di dare un gioco offensivo alle proprie squadre… rassegniamoci, le etichette e i pregiudizi sono lì per restare, questo fa parte della loro stessa definizione, ma intanto l’appassionato che ragiona con la propria testa si gode questo Real Madrid, anche al netto di un avversario imbarazzante.

La partita del Madrid, il primo tempo nello specifico, è da manuale di come attaccare una difesa schierata, giocato con un intensità e un ritmo che già mettono agitazione nello spettatore, figuriamoci in chi se li trova di fronte. A questo proposito è interessante una prima (tutt’altro che definitiva, ovvio) valutazione della mossa di Coentrão centrocampista centrale, che a me per primo, lo confesso, lasciava perplesso. Coentrão centrale non è altro che un potenziamento di quel continuo scambio di posizioni che già l’anno scorso caratterizzava la trequarti merengue: al moto perpetuo di Özil e alle diagonali di Cristiano Ronaldo e Di María si aggiungono questi tagli dal centro verso l’esterno di Coentrão interessanti anche perché completano i movimenti “atipici” di Marcelo, oltre a liberare tutto lo spazio possibile a Xabi Alonso per impostare. Un Madrid illeggibile per l’avversario, esemplare l’azione del secondo gol, conclusa da Marcelo a centro area (!) dopo un’azione da un lato all’altro.

Resta da verificare l’inserimento di Coentrão in chiave difensiva: il 4-2-3-1 di Mourinho l’anno scorso soffriva molto nel ripiegare nella propria metacampo contro squadre capaci di gestire fasi di possesso prolungate (non il caso del Zaragoza oggi, evidentemente): il mancato rientro di Ronaldo spingeva Xabi Alonso verso sinistra, lasciando al solo Khedira il centro. L’inserimento di Coentrão sul centro-sinistra non può convincere di colpo Cristiano Ronaldo a sacrificarsi (ammesso che sia così e che Mourinho non gli chieda espressamente di non tornare), però aggiunge un giocatore con molta corsa, portato naturalmente allo spostamento laterale, e con questa capacità in grado di limitare certi squilibri, oltre che di mantenere Xabi Alonso nella posizione prediletta.

Fatti tutti gli elogi al Real Madrid, va rilevato come il destino del Zaragoza fosse già scritto nella sua formazione. Una squadra davvero indebolita rispetto a quella già non esaltante della scorsa stagione (in attesa di verificare l’inserimento del portoghese Ruben Micael, potenzialmente un acquisto-chiave): Aguirre parte con un 4-5-1 foltissimo, ma incapace nel trio centrale (Ponzio ancora ancora, ma Zuculini gira a vuoto e Abraham è un terzino-esterno riconvertito) di mettere in fila tre passaggi e dare un minimo di tempi d’uscita alla squadra in transizione offensiva. I primi minuti infatti sono d’apnea pura e semplice, e non puoi resistere schiacciato tutto dietro al Real Madrid. Incassato il secondo gol Aguirre cambia qualcosa, 4-2-3-1 con Lafita (l’unico che ci prova) spostato al centro della trequarti, ma i buoi sono scappati dalla stalla: nella ripresa il Madrid ha pure gli spazi per ripartire, e un gol tira l’altro.

I MIGLIORI: Tutti bene nel Madrid, ovviamente, ma menzione particolare per Özil, il fantasista moderno: non ha quel gusto del 10 classico, non “assapora” le giocate, in un lampo te lo trovi già nella zona calda. Meraviglioso nell’attaccare lo spazio e smarcarsi alle spalle del centrocampo avversario, innesca praticamente tutte le situazioni offensive più interessanti, anche più di Ronaldo e Di María, che si muovono negli spazi aperti dal tedesco. Se Özil è il fantasista moderno, Marcelo è il terzino-fantasista, con la sua interpretazione del ruolo assolutamente fuori dagli schemi ma sempre più inserita negli schemi, anzi una delle basi del sistema offensivo di Mourinho.

I PEGGIORI: Deludente l’ala destra messicana Barrera (arrivato a Saragozza col connazionale Efraín Juárez), sulla carta una delle poche operazioni azzeccate di una campagna acquisti che ha visto arrivare sin troppi canterani del Real Madrid e del Barça più di nome che di spessore (Abraham, Edu Oriol, Mateos, Juan Carlos).

Zaragoza (4-1-4-1): Roberto; Juárez, Fernando Meira, Da Silva, Paredes; Ponzio; Barrera (87’ Joel), Zuculini (52’ Edu Oriol), Abraham (52’ Pinter), Lafita; Uche.

Real Madrid (4-2-3-1): Casillas; Sergio Ramos, Pepe, Carvalho, Marcelo; X.Alonso, Coentrão; Di María (75’ Callejón), Özil (77’ Kaká), C. Ronaldo; Benzema (75’ Higuaín).

Gol: C. Ronaldo; Marcelo; Xabi Alonso; Cristiano Ronaldo; Kaká; C. Ronaldo.

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domenica, ottobre 24, 2010

Arrivano i mostri.

Una travolgente e spettacolare, l’altra incerta e balbettante. La sorpresa è che si sono invertiti i ruoli: il Real Madrid, che delle due dovrebbe essere la squadra ancora in costruzione, è quella che invece procede dritta senza esitazioni; il Barça, che si dovrebbe conoscere a memoria e farlo pesare, stenta a ritrovare quella presa salda sulle partite che lo contraddistingueva. E anche a livello psicologico gli equilibri dell’eterna battaglia si stanno spostando: il Barça in questi anni ha goduto dell’etichetta di “squadra che gioca bene per antonomasia”, utile anche a imbellettare quelle partite (capitano anche al Barça) che in realtà erano autentiche ciofeche (discorso simile per la nazionale spagnola, che in Sudafrica ha giocato una sola grande gara ma che leggenda vuole abbia vinto il mondiale “perché ha giocato bene”); il Real Madrid invece, nel suo perenne caos, non era mai riuscito a costruirsi un’identità simile, per cui ogni minima oscillazione nei risultati rischiava di mandare subito tutto a monte.
Per questo le ultime quattro vittorie, e la marea di gol segnati dalla squadra di Mourinho, sono importantissime: vincere 1-0 ieri non sarebbe stata la stessa cosa che vincere 6-1. Sarebbero stati ugualmente tre punti, ma il messaggio che mandi al tuo ambiente, e che ti permetterà di continuerà a lavorare in assoluta tranquillità, non sarebbe stato lo stesso, e nemmeno il condizionamento provocato negli avversari.

Una cosa è certa: il Barça non sta giocando bene. Non si ordina come dovrebbe in fase di possesso, non esce come vorrebbe dalla propria metacampo, e si fa trovare spesso mal posizionato quando perde palla. Difficoltà che rimangono anche dopo la vittoria tutto sommato agevole di ieri, contro un Zaragoza che giustifica la sua ultima posizione in classifica (a dispetto di un organico che invece la salvezza dovrebbe consentirla), perché tenta di sopperire con la grinta e l’agonismo a una certa mancanza di idee.
Gay stravolge la formazione classica: toglie Bertolo sulla fascia sinistra del centrocampo, giocatore che negli spazi può fare molto male, per contare su un difensore in più, Lanzaro accanto a Jarošik e Contini per una difesa a cinque, con Ponzio (espulso ad inizio ripresa: sceneggiata di Alves che cancella le poche residue chances dei padroni di casa) davanti come schermo, Gabi sul centro-sinistra, Ander Herrera sacrificato sul centro-destra e Lafita sulla trequarti in appoggio all’inadeguato Braulio (rimpiazzo infortunato Sinama-Pongolle).
Parlando a posteriori, comodamente seduto davanti al PC e senza patentino di allenatore, la scelta non mi ha convinto: più che accorciare gli spazi nella tua area di rigore, contro il Barça ritengo preferibile andare a infastidire all’altezza del cerchio di centrocampo, evitare assolutamente l’inferiorità in quella zona e da lì provare a ripartire. Il Zaragoza non ha voluto o non è riuscito a farlo, e alla lunga è emersa la maggior qualità di un Barça (di Messi) che pure ancora una volta non ha espresso il suo miglior calcio.
Le difficoltà blaugrana attuali sono riassunte dai continui cambi di modulo di Guardiola, alla ricerca di una soluzione che assicuri al contempo il possesso-palla meglio articolato e la transizione difensiva più sicura una volta perso il pallone. Col Valencia, il 4-3-3 (che diventa 3-4-1-2 quando l’azione parte dalla difesa) di quest’inizio di stagione è diventato nella ripresa un 4-4-1-1, con Messi e Villa in attacco e Xavi e Busquets davanti alla difesa; contro il Copenhagen invece, si è visto un 4-2-3-1 atipico, con il doble pivote Mascherano-Busquets e Maxwell esterno alto, ma Messi e Iniesta coppia di trequartisti dietro Villa, lasciando tutta la fascia destra ad Alves.
Ieri altro cambio ancora: un 3-3-1-3 che nel ciclo di Guardiola ha precedenti solo nella partita di Champions 2008-2009 con lo Sporting. Puyol-Piqué-Abidal fissi nella retroguadia, e una posizione sensibilmente differente per Alves: mentre infatti erano Pedro a destra e Iniesta a sinistra ad assicurare l’ampiezza, il brasiliano stringeva più centralmente, esattamente come Keita dall’altro lato. Busquets non retrocedeva più sulla linea dei difensori ad inizio azione, perché questi erano già tre, e così Sergi rimaneva davanti. Chiudeva il centrocampo Messi, come vertice alto.

----Puyol-----Piqué----Abidal----------
----Alves—-Busquets—-Keita-----------
----------------Messi-------------------
Pedro-----------Villa-------------Iniesta

Confrontandolo con la disposizione abituale di quest’inizio di stagione,

---------Piqué--Busquets--Puyol-------------
Alves-------Xavi---Iniesta----------Maxwell
-----------------Messi---------------------------
------------Pedro-------Villa-------------------

lo spostamento di Busquets e Alves rivela l’intento di guadagnare un giocatore in più centralmente in zona arretrata. Un giocatore in più su cui appoggiarsi ad inizio azione, e anche un giocatore in più dietro la linea della palla non appena l’avversario la recupera e cerca il contropiede. Non ha funzionato benissimo, Alves (che pure questo ruolo lo può ricoprire egregiamente, per caratteristiche e anche per esperienza con la nazionale brasiliana) è parso un po’ spaesato, e comunque l’avversario non ha messo sufficientemente alla prova, però è una soluzione che potrebbe avere un seguito.
Certo, sono sempre i giocatori a dare significato ai moduli, e bisognerà vedere col ritorno di Xavi, che resta sempre il giocatore più indicato per far salire la squadra ordinatamente e quindi anche con le distanze giuste per quando tocca recuperare il pallone. Gli acciacchi di Xavi sottolineano un elemento di vulnerabilità di questo Barça, che con la rosa corta dipende parecchio dai suoi tanti campioni del mondo, più esposti degli altri a un certo affaticamento non solo fisico (tradizionalmente, la stagione dopo la vittoria del mondiale porta con sé qualche difficoltà). Un campione del mondo in difficoltà è David Villa, che ogni partita in più senza gol diventa sempre più ansioso sottoporta. Fisiologico comunque, gli attaccanti vanno a periodi.

La partita del Real Madrid necessita meno spiegazioni, perché la storia delle ultime due settimane proprio non cambia: stritolato anche il povero Racing.
Stritolato ma in maniera diversa: Milan, Málaga e Deportivo erano caduti in seguito a un occupazione militare della metacampo e a un possesso-palla debordante, il Racing invece è stato abbattuto di rimessa.
Avete letto bene, perché i santanderini, bontà loro, sono andati al Bernabeu per giocarsela, per fare la partita. E i primi dieci minuti li avevano pure giocati bene, tralasciando il dettaglio che dopo un quarto d’ora si trovavano già sotto di due. Come avevamo già notato nella guida di inizio stagione, Portugal sta cambiando radicalmente la maniera di giocare della propria squadra: cerca di avanzare palla a terra, e a pieno organico. Lo ha cercato alla prima col Barça, e lo ha cercato anche ieri. Avanzare in blocco e rimanere lì a pressare. Il Racing gestiva ordinatamente il pallone, ma dopo si esponeva a un rischio mortale, quello di alzare eccessivamente la linea difensiva contro la squadra più verticale della Liga se non del mondo. Basta un ritardo nel pressing sulla palla, una verticalizzazione e sei morto. Cristiano Ronaldo, Özil e Higuaín attaccano lo spazio con una prontezza e una fisicità irresistibili, alla portata di pochi difensori in campo aperto. Non è servita a nulla la difesa a cinque (Ponce fra Torrejón e Henrique) che anche il Racing ha predisposto per contenere. Xabi Alonso e Di María poi possono mandare in porta il compagno con un solo passaggio. Ieri, al di là della quaterna facile di Ronaldo, è stata la serata proprio dell’argentino.
Con disgustoso opportunismo colgo l’occasione per dire che a me l’ex Benfica stava piacendo anche prima di ieri: non credo, come sostenuto da alcuni, che fosse ancora un corpo estraneo, e nemmeno che giocasse in maniera egoista. Gli mancava semmai concludere gli spunti che iniziava, per mancanza di lucidità più che di altruismo, ma l’apporto che stava fornendo era già notevole. Anzi, più che notevole: rimango francamente impressionato dal sacrificio, dalla quantità e dall’intelligenza tattica fornita da un giocatore la cui indole superficialmente sembrerebbe quella di un’ala dribblomane e discontinua. Di María rimane sì un artista della gambeta, uno che raggiunge la linea di fondo con uno slancio e un’eleganza con pochi eguali, ma in più, giochi a destra o a sinistra, sa stringere al centro e offrire linee di passaggio preziose, poi ripiega in aiuto al terzino con una disciplina e una resistenza ammirevoli, e in più sa ricoprire anche un ruolo tattico più bloccato in un centrocampo a rombo, sacrificando la ribalta individuale per il bene collettivo. Il fatto che Cristiano Ronaldo e Marcelo abbiano firmato le azioni più belle a Málaga non deve nascondere che anche il lavoro di Di María abbia contribuito a una situazione di superiorità decisiva proprio in quella zona. Se poi aggiungiamo che di faccia somiglia a un Gremlin, beh, allora si tratta proprio di un gran personaggio.
La transizione offensiva madridista è un lampo, e anche il primo pressing subito dopo aver perso la palla testimonia un’intensità fuori dal comune. Altro vantaggio è la presenza di difensori come Pepe o Sergio Ramos (assente in queste ultime gare) capaci di recuperare in velocità quasi contro ogni attaccante, anche quando la difesa si fa trovare scoperta. Resta ancora da verificare appieno la tenuta difensiva di questo Madrid quando si trova di fronte un avversario capace di superare il suo primo pressing e attaccarlo stabilmente nella metacampo. Il Racing era ordinato ma troppo scolastico, il Milan troppo lento nell’avviare l’azione, il Deportivo invece evapora ogniqualvolta mette il naso sulla trequarti. Solo il Málaga ha fatto intravedere qualcosa, con la velocità bestiale di Quincy e Rondón in contropiede, e infatti pur avendo stradominato la gara il Real Madrid non evitò rischi dietro. Certo è che gli enormi margini di miglioramento che ancora rimangono alla squadra di Mourinho fanno davvero paura.

FOTO: elpais.com

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sabato, maggio 08, 2010

Si salvi chi può.

Nella serata che potrebbe decidere il titolo, anche la bassa classifica ribolle. Di seguito una ricognizione di tutte le squadre coinvolte dalla matematica, anche quelle che possono dirsi quasi salve o virtualmente spacciate.


XEREZ


ULTIMO/30 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -29. CALENDARIO: Zaragoza (casa); Osasuna (trasferta).

Applausi comunque. La salvezza è praticamente impossibile ormai, ma lo spirito dimostrato è encomiabile, e anche al di là dello spirito con Gorosito in panchina il Xerez ha mostrato soluzioni migliori in campo. Cambio di tecnico (modesto Ziganda) purtroppo tardivo, nonostante la sensibile crescita nei risultati.
Un Xerez che non rinuncia a giocare, nonostante le grosse carenze nel mezzo (con il prepensionato obeso Viqueira fuori gioco, manca chi veda al di là del proprio naso, anche se l’innesto di Víctor Sánchez accanto all’aspirapalloni Sidi Keita ha migliorato le cose rispetto al Bergantiños titolare della prima metà di stagione), e che trova le migliori soluzioni fra la trequarti e gli esterni: utilizzando più spesso il 4-2-3-1 che le due punte pure, Gorosito adatta sulla trequarti un esterno di ruolo (il mancino Momo e Calvo), alternando sulle fasce gli stessi Calvo e Momo e poi l’argentino Armenteros (buon giocatore) e soprattutto il cileno Orellana a destra, l’elemento maggiormente in evidenza: leggerino assai ma estroso e con un’ottima capacità nel trattenere il pallone e smarcarsi tra le linee con i tagli.
L’attacco è limitatissimo, sebbene Mario Bermejo (giocatore senza qualità che spiccano, ma capace di arrangiarsi un po’ in tutte le situazioni: spalle alla porta, in profondità, nel gioco aereo e nelle conclusioni sottomisura), storico mestierante delle serie inferiori, abbia ampiamente sconfessato (con 12 gol sonanti) nel girone di ritorno la sensazione di inadeguatezza alla categoria emersa nei primi mesi. La principale alternativa è un altro veterano del sottobosco, Míchel II, grezzo centravanti-boa, con l’acquisto invernale, l’argentino Alustiza impiegato spesso a partita in corso come seconda punta, ma mai dal primo minuto.
Gorosito preferisce una sola punta, come detto, e nelle gare più esigenti (soprattutto contro le grandi) adotta una variante più difensiva, un 4-1-4-1 con un uomo di pura copertura davanti alla difesa, solitamente il 36enne Vicente Moreno, ma anche (vedi Camp Nou) un difensore centrale adattato come l’ex sevillista David Prieto. Consolidata in difesa la coppia centrale formata dall’argentino Gioda e dal canario Aythami, deludente Renan fra i pali, il Xerez di Gorosito si è caratterizzato per una buona densità in fase di non possesso e per la capacità di ripartire senza buttare mai via il pallone.

FORMAZIONE TIPO (4-2-3-1): Renan; Francis, Gioda, Aythami, Casado; Víctor Sánchez, Sidi Keita; Orellana, Calvo, Armenteros; Bermejo.


VALLADOLID

PENULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -22. CALENDARIO: Racing (casa); Barcelona (trasferta).

Su questo blog generalmente le preferenze estetiche sono altre, ma non si può non simpatizzare con il fútbol anti-metrosexual del mitico Javier Clemente. L’unico, originale, con il marchio registrato. Personaggio detestato da una metà della stampa spagnola e guardato con sospetto dall’altra metà, ma con un carisma che nemmeno il suo più acceso detrattore potrebbe negargli, Javi ha subito imposto le sue ricette, gli inconfondibili difensori avanzati a centrocampo e, più sporadico, il doppio terzino. Nell’ultima partita casalinga col Getafe addirittura un “trivote” in mediana con Javier Baraja (fratello del “Pipo” valenciano, generalmente jolly difensivo con Mendilibar) a far legna accanto a Borja e Pelé (il migliore dei centrocampisti).
Al di là delle variazioni contingenti, la ricetta è comunque chiarissima: dopo la fallimentare parentesi di Onésimo, che aveva cercato un Valladolid più portato al possesso-palla (ottenendo risposte di sconcertante mollezza), si è tornati a privilegiare la riconquista del pallone come base, anche se con caratteri assai meno spregiudicati rispetto all’era Mendilibar. Quest’ultimo rischiava pressing e difesa altissima, Clemente infoltisce la propria metacampo, butta lungo il pallone e manda meno giocatori possibile in avanti, in modo da trovarsi subito pronto, blindato tutto dietro la linea della palla non appena l’attacco svanisce e gli avversari ne tornano in possesso. Per questo là davanti conta maggiormente rispetto a Mendilibar e Onésimo su Manucho, cristone capace di fare reparto da solo. Il forte Diego Costa, per caratteristiche tecniche e atletiche, si può adattare a partire anche da una posizione di esterno (ma con ampia licenza di incursione in area avversaria), mentre a ripresa inoltrata, con le squadre più lunghe, Clemente si riserva l’utilizzo di giocatori più leggeri e vivaci come il giovane rapidissimo esterno destro Keko (in prestito dall’Atlético Madrid), Alberto Bueno o il delizioso ma complicato Medunjanin. Altra novità di Clemente è la fiducia data al centro della difesa al portoghese Henrique Sereno, un altro degli acquisti invernali.
Le ricette di Clemente (mai una formazione uguale all’altra, quella sotto è puramente indicativa e ho trovato un po’ di difficoltà a inventarmela…) finora hanno pagato abbastanza, ma la salvezza resta lontanissima. Forse anche in questo caso il cambio in panchina è avvenuto con eccessivo ritardo.

FORMAZIONE TIPO (4-5-1): Jacobo; Barragán, Arzo, Sereno (Nivaldo), Nivaldo; Nauzet (Keko), Borja, Pelé, Javi Baraja, Diego Costa; Manucho.


TENERIFE

TERZULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI:-33. CALENDARIO: Almería (casa); Valencia (trasferta).

Una delle squadre più deboli ma anche più generose nei confronti dello spettatore, una delle più divertenti ma anche una delle più inconsistenti, con una differenza imbarazzante fra i 38 gol fatti (quintultimo attacco del campionato) e i 71 subiti (di gran lunga il dato peggiore di tutta la Liga). Un rendimento fuori casa catastrofico, una sola vittoria.
La squadra di Oltra se la gioca più o meno con tutti allo stesso modo, cercando di aggredire per prima. Ricerca della massima intensità e ritmo possibile nella manovra. Il tasso tecnico è quello che è, ma i movimenti sono mandati giù a memoria, l’offerta di appoggi ampia e nelle sue partite migliori il Tenerife fila che è un piacere: l’esterno di centrocampo stringe e si avvicina al portatore di palla, le punte a turno vengono incontro. Nel mentre l’esterno della fascia opposta si allarga per ricevere il cambio di gioco. Sempre due opzioni minimo per il portatore, e ottima copertura in ampiezza. I due terzini accompagnano costantemente l’azione offensiva, mentre nel corso dell’azione spesso uno dei due centrali di centrocampo si stacca per inserirsi a rimorchio. Benissimo fino alla trequarti, ma poi il Tenerife nel 99% dei casi si perde. Dove non basta l’organizzazione infatti deve subentrare il talento, la capacità di inventare e sorprendere. E al Tenerife ne manca, se è vero che una mole di gioco offensivo ragguardevole troppo spesso sfocia nel semplice cross buttato in area o nel tentativo velleitario da fuori area.
Nino i gol li fa sempre (13, finalmente in doppia cifra anche in Primera dopo una passata esperienza al Levante), è rapidissimo sul filo del fuorigioco e negli ultimi metri, ma la coppia che forma con Alejandro Alfaro non ha certo avuto lo stesso impatto che ebbe nella scorsa Segunda (39 gol in due!). Rispetto alle aspettative estive (quando sembrava che non dovesse prolungarsi il prestito dal Sevilla e i tifosi chicharreros lo attendevano come un salvatore della patria) Alfaro, accettabile dal punto di vista realizzativo (7 gol), vivace e intelligente nello smarcarsi fra le linee non è mai stato però particolarmente risolutivo come “colpi”. E né Dinei né Ángel (generalmente inseriti in corsa, con lo spostamento di Alfaro a destra quando Oltra intende rimontare uno svantaggio) hanno mai rappresentato alternative davvero credibili.
Sulla fascia sinistra ha perso la titolarità rispetto alla promozione Kome, in favore di Ayoze, che a sua volta tiene in panchina uno dei giovani talenti più stuzzicanti di questa Liga, Omar Ramos. Buono tecnicamente Ayoze, anche discretamente continuo e disciplinato, ma Omar ha margini decisamente superiori, ha il dribbling nel sangue e iniziative spettacolari (anche se talvolta un po’ testarde), sembra l’unico giocatore in rosa in grado di cambiare il volto a una partita, ed è una carta che a nostro avviso Oltra dovrebbe giocarsi con maggior convinzione per “scuotere” questo finale di campionato, senza dimenticare che uno dei due mancini, Omar (più portato allo spunto) e Ayoze (più manovriero), può comunque adattarsi anche a destra e in questo caso lasciare in panchina il più lineare Juanlu Hens.
Al centro il più importante è il regista Ricardo, e accanto lui in questo finale di stagione ha acquisito una certa continuità d’impiego l’argentino Román Martínez, cursore non rapidissimo ma capace di coprire un’ampia porzione di terreno con discreta proprietà di palleggio e un eccellente tempismo negli inserimenti che ha fruttato alcuni gol preziosi nelle ultime giornate, ribadendo un senso del gol già emerso nella passata stagione all’Espanyol, pure non ricchissima di soddisfazioni. Più limitati al semplice lavoro oscuro invece i concorrenti Richi e Mikel Alonso.
Quando non ha il pallone il Tenerife cerca di riconquistarlo subito, più vicino possibile all’area avversaria, adoperando la massima aggressività. È una delle pecche principali di questa squadra la debolezza in fase di non possesso. A volte l’entusiasmo permette di recuperare in breve tempo il pallone e dare continuità, e persino dominio, al gioco, ma troppo spesso la cattiva coordinazione fra i reparti e fra giocatore e giocatore lascia dei buchi clamorosi, ancora più devastanti in una squadra che tende a difendere molto alto. Nei difensori si nota una tendenza eccessiva a seguire l’uomo nella propria zona anche oltre la zona stessa di competenza, perdendo le distanze dai compagni di reparto.
Facendo un esempio, una volta che il terzino sinistro del Tenerife segue sino alla sua metacampo l’esterno destro avversario che retrocede per prendere palla, e una volta che gli avversari riescono a tagliare fuori il terzino del Tenerife con una combinazione, il terzino del Tenerife si troverà in una zona troppo lontana dal suo collega che gioca sul centro-sinistra della difesa, e questo centrale sarà chiamato a effettuare una copertura al limite, con uno spostamento laterale frettoloso nella zona lasciata sguarnita dal terzino. È un po’ migliorato quest’aspetto ultimamente, ma insomma, troppo spesso insomma la linea difensiva perde la sua coesione, e ciò accentua pure le carenze individuali dei difensori canari, alcuni davvero macchinosi e lenti (su tutti il centrocampista riconvertito Manolo Martínez, che comunque ha perso il posto a favore di Culebras, ora centrale titolare a fianco di Pablo Sicilia).
Insomma, il Tenerife ha grossissime chances di retrocedere perché non risolve quasi mai a suo favore le situazioni nelle due aree, quello che più conta.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Aragoneses; Marc Bertran, Culebras, Pablo Sicilia, Héctor; Juanlu Hens, Ricardo, Román Martínez, Ayoze; Alfaro; Nino.

RACING

DICIASSETTESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Valladolid (trasferta); Sporting (casa).

Del lotto è la squadra più grigia, ma ha un’abitudine a cavarsela sempre bene o male che potrebbe sorprenderci anche stavolta, con due scontri diretti nelle ultime giornate. Arriva comunque a pezzi dalla goleada casalinga subita dal Sevilla, e con dati che lasciano piuttosto perplessi. Bizzarro soprattutto il rapporto fra casa e trasferta: fra le mura amiche del Sardinero solo 14 punti con differenza reti –17, mentre in trasferta 22 punti e bilancio più equilibrato fra gol fatti e subiti, solo –1. Statistiche che supportano la tesi di un Racing in grosse difficoltà quando c’è da fare la partita, soprattutto per le enormi lacune di immaginazione a centrocampo (cambia poco che accanto a Colsa Diop abbia rubato il posto a Lacen: il senegalese è un altro cursore). Con l’infortunio di Munitis (peraltro già in nettissimo declino) e Serrano si accentua la solitudine di Canales, che alla sua età non può vedersi chiedere di trascinare da solo una squadra modesta: 6 gol e lampi straordinari, un talento sotto gli occhi di tutti, ma anche una pausa fisiologica nel cuore della stagione. Non aiuta poi l’attacco meno dotato del campionato: Tchité, volenteroso e mobile ma pasticcione, ha raggiunto quota 9 grazie a qualche rigore, il bisonte Xisco è quello che è, Bolado è il più dotato, ma è inesperto ed è stato scongelato troppo tardi dopo il suo ritorno alla base nel mercato invernale.
Così al Racing viene bene soprattutto affidarsi al lavoro difensivo (grazie a una certa continuità negli uomini e nel modulo, un 4-4-2 semplice semplice ma generalmente affidabile), controllare un po’ le cose e aspettare l’episodio.

FORMAZIONE TIPO (4-4-2): Coltorti; Pinillos (Crespo), Torrejón (Moratón), Oriol, Christian Fernández; Arana, Colsa, Diop, Toni Moral; Canales; Tchité.


MÁLAGA

SEDICESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Getafe (trasferta); Real Madrid (casa)

Strano il calcio. Rispetto alla squadra rivelazione dell’anno scorso, il Málaga di questa stagione è nettamente più attrezzato, anche convincente per buoni tratti della stagione, ma tuttavia puzza sempre più di Segunda dopo l’inequivocabile blackout dell’ultimo quarto di campionato.
Muñiz l’ha anche organizzata bene questa squadra: fase di non possesso fra le più serie, una zona sobria e con distanze corrette e coperture puntuali, portata ad attendere con un blocco medio-basso più che ad aggredire col pressing alto. Anche in fase di possesso comunque il Málaga non rinuncia alla coralità. Fondamentale in questo senso, come detto più volte, l’apporto di Duda, uomo-chiave e di fatto regista della squadra dalla sua posizione di esterno sinistro. Duda non ha cambio di ritmo né conquista il fondo, però tiene palla, detta bene i tempi, permette alla squadra di raggrupparsi e salire attorno al pallone, oltre a costituire uno dei maggiori pericoli a palla ferma di tutto il campionato, col suo sinistro veloce e tagliatissimo.
Ha rappresentato però una grave menomazione la stagione discontinua, fra un infortunio e l’altro, del regista ufficiale, e cioè Apoño, impossibilitato a ripetersi sui grandi livelli della passata stagione. Ora è disponibile, ma in sua assenza Muñiz ha fatto prevelentemente alternare nel doble pivote il centrocampista difensivo Juanito (anche difensore centrale), il canterano Toribio e il tunisino Benachour, più spesso però trequartista (il suo ruolo).
Toribio ordinato, lontano anni luce dal peso sulla manovra di Apoño ma comunque positivo, buon segnale di una cantera che quest’anno ha aiutato parecchio: su tutti il ventiduenne difensore centrale Iván González (notevole per personalità e potenziale atletico), ma si sono affacciati anche il terzino sinistro Manu Torres (in concorrenza col danese Mtiliga), Javi López (esterno-centrocampista offensivo, 2 gol), Orozco (altro difensore centrale) e, con spezzoni molto più ridotti, Juanmi (attaccante, solo 16 anni e anche lo sfizio di un golletto in Copa del Rey), Portillo e Pedrito (a ciascuno il suo).
Molta scelta dalla trequarti in su: a destra non c’è un padrone fisso fra Valdo, più specialista del ruolo di esterno, e Fernando, che la fascia la cerca poco e preferisce inserisi sulla trequarti, mentre al centro della trequarti le cose migliori le ha fatte vedere il buon Benachour, posto che Forestieri non è esploso nemmeno qui, e Baha può sacrificarsi in appoggio al centrocampo oltre che partire centravanti, ma fa comunque poca differenza sul piano qualitativo.
Un attacco cui non manca la qualità, ma più semplicemente la capacità di andare al sodo e buttarla dentro: Obinna vivacizza tantissimo con la velocità, i dribbling e il movimento su tutto il fronte offensivo, ma davanti al portiere è negato (4 gol, e la cosa ha il suo peso quando in molte occasioni si vede schierato come unica punta), Baha non è da doppia cifra (5 gol in 31 partite), l’ecuadoriano Caicedo aggiunge alternative importanti al gioco (soprattutto il fisico da bestione che gli permette di fare reparto da solo e impegnare i centrali avversari), ma ha trovato solo 4 gol in 16 partite, accettabili come bilancio per uno che è arrivato in inverno, ma pochi in termini assoluti per la squadra.
Anche la difesa ha dovuto soffrire un contrattempo serio come l’assenza per infortunio in questo finale di stagione del centrale mancino Weligton, motivo per cui Muñiz ha dovuto sperimentare accanto a Iván González, ora adattando Jesús Gámez (con discreti risultati, ma è un po’ uno spreco perché così ti perdi uno dei terzini destri più completi e profondi della Liga), ora inserendo il citato Orozco o Stepanov, infine arretrando Juanito per queste ultime partite.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Munúa; Jesús Gámez, Juanito, Iván González, Mtiliga; Fernando (Valdo), Toribio (Juanito), Apoño, Duda; Benachour (Baha); Caicedo (Obinna, Baha).


SPORTING

QUINDICESIMO/39 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -13. CALENDARIO: Atlético Madrid (casa); Racing (trasferta).

Si è complicata di brutto la vita quella che nel girone d’andata pareva una delle squadre più convincenti in rapporto ai mezzi. Però ha smesso di giocare, e quando ti credi salvo con largo anticipo e invece ripiombi, può innescarsi allora una tendenza micidiale.
Rimangono comunque più che attrezzati per la salvezza gli asturiani, che ribadiscono come loro arma vincente la trequarti, fatta di giocatori rapidi, fantasiosi, portati a saltare l’uomo con una certa facilità. Lo Sporting non è una squadra che specula particolarmente, gli piace attaccare su ritmi alti e arrivare con un po’ di uomini in area avversaria, ma non ritiene necessario arrivarci attraverso azioni particolarmente elaborate: meglio se possibile chiamare fuori l’avversario, ripiegare un po’ e poi sfogarsi negli spazi. De las Cuevas ispira al centro (a dire il vero un po’ meno nel girone di ritorno, e al calo dell’ex colchonero non è nemmeno corrisposto un rilancio in funzione compensativa della sua validissima riserva, il canario Carmelo), Diego Castro invece è il solista principe: parte da sinistra ma essendo destro si accentra spessissimo (lasciando la fascia alle frequenti sovrapposizioni del terzino sinistro, Canella o José Ángel) per provare la conclusione a girare o lasciare il segno col suo dribbling, mortifero come pochi nella Liga. Anche Barral offre uno sfogo importante al gioco di rimessa, con la tendenza a defilarsi verso sinistra per poi puntare verso la rete nelle azioni di contropiede. Mate Bilic invece è un centravanti più classico, che dalla panchina offre l’alternativa del gioco aereo contro difese schierate, talvolta passando alle due punte in coppia con lo stesso Barral. Più lineare invece la fascia destra, con un tornante come Luis Morán. Importante scoperta invece Lora, mezzala riciclata con successo da Preciado nel ruolo di terzino destro.
Comunque è uno Sporting più maturo e completo rispetto a quello allegrone della stagione passata, che attaccava solo a ondate e imbarcava in difesa. Il salto di qualità nel girone d’andata è passato infatti per la leadership tecnica di Rivera a centrocampo, moto perpetuo capace di organizzare e garantire continuità alla manovra anche in fasi d’attacco necessariamente più ragionate (però il centrocampo ha accusato la partenza invernale di Míchel verso Birmingham), e per l’ottimo rendimento dietro della coppia formata da Botía, puntuale e pulito centrale 21enne di scuola Barça, e dalla montagna umana Gregory, difficilmente superabile nel gioco aereo.

FORMAZIONE (4-2-3-1): Juan Pablo; Lora (Sastre), Botía, Gregory, Canella (José Ángel); Diego Camacho, Rivera; Luis Morán, De las Cuevas, Diego Castro; Barral (Bilic).


ZARAGOZA

QUATTORDICESIMO/40 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -17. CALENDARIO: Xerez (trasferta); Villarreal (casa).

Nell’analisi già effettuata sugli aragonesi, avevo sottolineato come i tanti cambi di giocatori e il cambio in panchina recassero come conseguenza logica una certa indefinitezza nello stile di gioco. Va aggiunto come aggiornamento che il lavoro di Gay non persuade del tutto, votando la squadra a un certo conformismo che non ne valorizza del tutto le potenzialità. Mi riferisco alla condotta troppo spesso meramente attendista, alla discutibile preferenza per Eliseu rispetto a Lafita, al mancato utilizzo contemporaneo di Suazo e Colunga, che pure per caratteristiche costituirebbero una delle coppie meglio assortite del campionato… Comunque, l’infortunio del magnifico cileno ha “risolto” il problema, lasciando Gay contento della sua mono-punta e mandando finalmente allo scoperto Colunga, Villa dei poveri in gol nelle ultime tre partite.
In ogni caso Gay non è stato assunto per una prospettiva a lungo termine, su tutto ora più che mai conta il risultato e il Zaragoza di fatto è a un piccolissimo passo dalla salvezza.


ALMERÍA

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -11. CALENDARIO: Tenerife (trasferta); Sevilla (casa).

Una ricaduta inaspettata, ma la netta vittori casalinga col Villarreal ha riportato la calma, e la salvezza matematica è solo a un punto. Il cambio in panchina, da Hugo Sánchez a Lillo, aveva prodotto un drastico cambio di rotta nei risultati, e aveva posto le condizioni per una salvezza ancora più anticipata, solo fino a un paio di settimane fa.
Il lavoro di Juanma Lillo è stato piuttosto interessante, e accompagnato dal risultato giusto potrebbe implicare anche la rivalutazione di un personaggio che nell’immaginario calcistico popolare spagnolo viene spesso bollato come un venditore di fumo. Enfant prodige della panchina col Salamanca a metà anni ’90, poi ridimensionato da una serie di esperienze negative, il suo punto debole è che adora parlare di calcio, in termini originali ma talvolta astrusi e involontariamente comici (se snoccioli piacevolezze come "Messi ha mejorado mucho, y espero continúe en ello, en no jugar de forma trascendente pelotas intrascendentes." è chiaro che un po’ te la cerchi…), e difendendo sempre un’idea di calcio spettacolare oltre il risultato si è esposto inevitabilmente agli sberleffi ogni qualvolta i fatti non seguivano le parole.
Maestro (lo ha allenato nei Dorados messicani) e al tempo stesso allievo (riconosce di essersi ispirato al suo Barça nella filosofia di gioco, fatte ovviamente le debite proporzioni) di Guardiola, Lillo non è un sognatore, ma un pragmatico iluminato che ha dimostrato di saper leggere le partite e praticare numerosi adattamenti all’interno del modello di gioco di base. Ereditata una squadra senza alcuna identità da Hugo Sánchez, Lillo ha impostato l’Almería sulla ricerca di un possesso-palla elaborato sin dalle retrovie, con l’imperativo strategico della supremazia in termini di opzioni di passaggio nel cuore del centrocampo. Quindi i moduli possono variare, ma in genere sono garantiti tre giocatori nel mezzo (punti fermi M’Bami sul centro-destra, importante per le doti di corsa negli spostamenti laterali, e soprattutto l’ordinatissimo argentino Bernardello davanti alla difesa, pallino personale) più uno che può essere o un attaccante che viene spesso a fornire l’appoggio, una mezzapunta (Corona importante prima dell’infortunio) oppure il jolly Soriano, che indifferentemente gioca mezzala (in concorrenza col peruviano Vargas) o incursore subito dietro le punte, sfruttando il gioco aereo e gli ottimi tempi d’inserimento.
L’esigenza della superiorità a centrocampo ha spinto addirittura a ricorrere al 3-4-3 (3-4-3 vero, con quattro centrocampisti puri e Michel e Cisma dietro, due terzini di spinta, specie il primo), alternato da Lillo al 4-3-3 e al 4-4-2 a rombo. Questo senza dimenticare la carta del contropiede, giocata volentieri quando le circostanze lo permettono, potendo contare su due giocatori velocissimi lanciati negli spazi, Crusat e Piatti. Con Diego Alves fra i migliori portieri del campionato, rappresenta invece un neo l’attacco, che non ha colmato il vuoto lasciato da Negredo: Goitom può fare da punto di riferimento ma la porta non la vede, Kalu Uche ha bei colpi ma un po’estemporanei, e da un punto di vista tattico la squadra difficilmente si può appoggiare su di lui.

FORMAZIONE TIPO (4-3-3): Diego Alves; Michel (Juanma Ortiz), Chico (Pellerano), Acasiete, Cisma; Mbami, Bernardello, Soriano (Vargas); Piatti, Uche, Crusat.


ESPANYOL

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -16. CALENDARIO: Osasuna (casa); Mallorca (trasferta).

Come all’Almería, manca solo un punto. Qui abbiamo già analizzato la seconda squadra di Barcellona.

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domenica, aprile 04, 2010

La macchina gira.

In attesa dell’insidioso ritorno con l’Arsenal, il Barça sembra rifiorito. Il 4-1 con l’Athletic Bilbao non è una vittoria cinica ma nuovamente prodiga di ritmo, di geometrie e di spettacolo, come nella migliore tradizione blaugrana, un seguito convincente del capolavoro incompleto dell’Emirates.
Il meglio per Guardiola è aver confermato la solidità della struttura anche al di là degli uomini. Perso infatti Ibrahimovic per infortunio (brutta assenza con l’Arsenal: lo so, sono una banderuola, ma nel calcio quello che è certezza in un momento determinato diventa l’esatto contrario nel giro di una settimana, penso lo abbiate capito), ancora indisponibile Iniesta, a riposo Xavi e la coppia Milito-Márquez (fortemente sospettata di titolarità per martedì), Pep rispolvera Chygrinskiy (ingiusto bersaglio di sberleffi dell’entorn culè), si gioca un doble pivote Busquets-Touré, Jeffren ala destra, ma soprattutto il doppio terzino a sinistra, Abidal al rientro con Maxwell esterno alto. Ancora una volta come con l’impiego di Keita mercoledì, non bisogna fermarsi a un’impressione superficiale nell’analisi: non è neanche questa una mossa difensiva, ma a conti fatti risulta anzi uno dei fattori di superiorità del 4-2-3-1 (Messi ancora libero e bello sulla trequarti blaugrana).
Due gol su quattro infatti nascono da sovrapposizioni di Abidal generate dal perfetto gioco di posizione di Maxwell. Anche questo un piccolo “caso Ibrahimovic”, un giocatore che tardivamente sta giustificando l’investimento estivo: il brasiliano non va mai in percussione, ma ha un senso tattico e una dimestichezza nel palleggio pienamente funzionali all’idea di gioco blaugrana. Porta via l’uomo, apre spazio ai compagni e collabora col centrocampo. Il primo tempo blaugrana è convincente per la continuità impressa alla manovra, ancora di più perché l’avversario ha fatto poco per agevolarlo.
Un Athletic con distanze ravvicinate fra i reparti e che ha disposto anche della prima occasione seria della partita, con Susaeta, stavolta preferito a Toquero alle spalle di Fernando Llorente (fe-no-me-no, forse l’attaccante più in forma del campionato nelle ultime settimane: lasciatemi anticipare tutta la mia possibile indignazione nel caso in cui Del Bosque gli preferisse il pur ottimo Negredo fra i 23 dei mondiali). Non sappiamo se l’intenzione dell’Athletic fosse quella di pressare alto in stile Osasuna (Caparrós in questo senso ha oscillato nei suoi precedenti contro il Barça: molto aggressivo nella finale di Copa la stagione scorsa e nella Supercoppa di Spagna a Bilbao, più conservatore invece nell’andata di Liga quest’anno), fatto sta che il Barça trovava sempre i primi passaggi (anche con Valdés) e riusciva a spingere dietro l’Athletic alzando i terzini. Il merito dell’Athletic nel primo tempo è di non aver concesso eccessive occasioni a fronte di questa marcata superiorità territoriale, soprattutto grazie alla vicinanza e la coesione fra le linee di difesa e centrocampo, brave a limitare la possibilità di percussione diretta da parte di Messi (limitare soltanto, perché Leo non lo si può cancellare del tutto).
Quindi il “contro-merito” del Barça è risieduto nell’aver avuto pazienza e cercare proprio dalle fasce di aggirare e alla lunga far crollare il sistema difensivo avversario. Aver mantenuto pazienza, grande concentrazione e intensità, come dimostra anche il gran pressing collettivo all’origine del 2-0 di Bojan. A differenza di altre (troppe) della Liga, non una partita regalata, per quanto il risultato finale cerchi di dire il contrario. Altro discorso la ripresa: col Barça in vantaggio e con più spazi per arrotondare è impossibile rimontare praticamente per chiunque, pur avendo avuto l’Athletic le sue occasioni in un buon inizio di secondo tempo (con cambi offensivi di Caparrós: Yeste e Toquero per Gabilondo e il solito trascurabile David López). Nell’ampia vittoria va sottolineata la doppietta di Bojan, cui Guardiola continua a chiedere scusa per i troppi pochi minuti (più che sospetta paraculata di Pep, la millesima di quest’animale da conferenza stampa, una razza agli antipodi di Mourinho ma a suo modo ugualmente temibile come domatore di giornalisti): due gol da finalizzatore di razza e un’ottima partita in generale. Il suo istinto e i suoi ottimi movimenti sono risaputi, ma continua a essere incerta la sua competitività in grandissime partite come quella con l’Arsenal, per la quale si candida come sostituto di Ibra. Per colpa di Guardiola, non ha un’adeguata sperimentazione alle spalle, oltre a esserci un gap mentale e atletico di base.

In bassa classifica, interessante affermazione del Zaragoza (2-0) nello scontro diretto col Málaga (detto “Marajah” dai telecronisti cinesi). Ora a sette punti sul terzultimo posto, la squadra di Gay fa il pieno di tranquillità, e attenzione perché mantenendo l’ossatura si candidano come una delle outsider più promettenti per la prossima stagione.
Nell’articolo tutto dedicato agli aragonesi parlavamo di lavori in corso, di un’identità ancora da costruire, e la partita di ieri è un buon passo avanti. Di fronte c’era un Málaga troppo rinunciatario, è vero, però il Zaragoza ha esercitato un convinto dominio territoriale, magari non troppo produttivo in termini di occasioni (il sommo Chupete Suazo segnerà il suo quinto gol stagionale nella ripresa, però prima peccherà forse di eccessivo altruismo, facendosi sentire un po’ meno del dovuto in area di rigore), ma effettivo e visibile. Si sostiene su un doble pivote Gabi-Edmilson in mediana che dà tranquillità e permette di sganciarsi in avanti al resto della squadra, mantenendo la posizione e coprendo e accorciando prontamente a palla persa (Edmilson poi è un maestro dai tempi del Barça, sa bene cosa vuol dire giocare in copertura in un sistema di gioco basato sul possesso palla). Così Diogo torna a sfrecciare sulla destra e si fionda negli spazi creati dalla partecipazione di qualità di Suazo e dal continuo movimento del trio di mezzepunte alle spalle del cileno (Ander sempre una gioia per gli occhi, poi benone Arizmendi, va detto, sempre pronto a tagliare e ad attaccare anche l’area sui cross, dando manforte al Chupete: la titolarità se la sta meritando il nostro affezionatissimo scarpone). Tutti cercano di partecipare (già a partire da Jarošik e Contini, che cercano di non buttare mai via il pallone), il Zaragoza è corto e fluido , convince e ritira un giustissimo premio.

Málaga in calo, ma la fortuna degli andalusi è che le terzultime non si schiodano mai: con tutto l’affetto nutrito dal sottoscritto per la freschezza dei canari, il Tenerife visto a Siviglia è ancora una volta desolante. Se provi sempre a giocartela, ma ogni volta che devi mettere l’ultimo passaggio o finalizzare cadi dalle nuvole (per quanto Nino sia un onestissimo mestierante), e se a questo aggiungi una difesa di burro (Manolo Martínez un ex centrocampista riconvertito, e si vede tutto), allora fai bene a prenotarti il biglietto di ritorno per la Segunda.

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domenica, marzo 14, 2010

Lavori in corso.


Fra la stagione 2009-2010 e la prossima, per il Zaragoza è come se in mezzo si disputasse un’altra temporada ancora. Il Zaragoza che si presenta sui campi spagnoli da gennaio ha ben poco in comune infatti con quello che iniziava il campionato lo scorso settembre. Diverso l’allenatore, diversi buona parte dei giocatori, in una campagna acquisti che per le dimensioni è sembrata più estiva che invernale. Sette nuovi acquisti, sei dei quali titolari: praticamente una nuova squadra.

È da qui che dobbiamo partire, dai giocatori, per spiegare l’inversione di tendenza che sta gradualmente ma sensibilmente portando il Zaragoza fuori dalla zona della retrocessione. L’apporto di José Aurelio Gay dalla panchina infatti finora non spicca particolarmente: l’ex tecnico della filiale ancora procede un po’ per tentativi, dal 4-3-3 di fine 2009 al 4-4-2 coi nuovi acquisti e infine al 4-2-3-1 attuale, e non è delineata ancora chiaramente l’idea di gioco della squadra, tra buone fiammate offensive (soprattutto il primo tempo nella vittoria casalinga col Sevilla) e lunghe fasi di attesa nella propria metacampo, a volte un po’ troppo passiva altre accompagnata da ficcanti contropiedi.

Altri giocatori. Difensori: Pablo Amo (centrale), Laguardia (centrale/terzino destro), Goni (centrale), Paredes (terzino sinistro), Babic (terzino/esterno sinistro), Obradovic (terzino sinistro), Pavón (centrale). Centrocampisti: Jorge López (centrocampista centrale/esterno/trequartista), Pennant (esterno/ala destra), Lafita (esterno/trequartista). Attaccanti: Adrián Colunga, Ikechukwu Uche.

Però quando il tuo centravanti rientra probabilmente fra i migliori 20 specialisti al mondo, si chiama Humberto Suazo e ha un soprannome che solo al pronunciarlo incute terrore negli avversari (Chupete, “ciuccio”), puoi anche pazientare nella ricerca del gioco e goderti i punti sonanti che il tuo bomber ti regala. Immaginiamo i pensieri di Marcelino, cacciato proprio prima che arrivasse l’attaccante tanto richiesto, e immaginiamo anche la frustrazione delle concorrenti, Tenerife, Valladolid e persino Xerez, squadre sostanzialmente non così inferiori quanto a gioco e organizzazione rispetto al Zaragoza, ma consapevoli che un’arma del genere a livello di bassa classifica fa saltare il banco.
Quattro gol in sette partite per Chupete finora, e la conferma della grande padronanza del gioco già evidenziata nel contesto latinoamericano (nonostante questo, lo accompagna una sempre latente sottovalutazione dovuta alla nazionalità non argentina o brasiliana). L’unica cosa non da calciatore è la sua figura, più larga che lunga e con le guance paffute (che ha suscitato ironie e perplessità pure fra i tifosi del Zaragoza), ma per il resto in campo ci sguazza che è una meraviglia. Non è neppure lento, anche se i suoi punti forti sono la qualità e la freddezza nel finalizzare e l’abilità nel trattare il pallone anche fuori dall’area.
Non fa la torre sulle palle alte, è più brutto e molto meno elegante, ma l’intelligenza e la qualità nel gioco spalle alla porta, venendo incontro sulla trequarti, mi ricordano quelle di Kanouté. Splendida difesa del pallone, gran senso del gioco nel gestire la sfera, conservarla, far salire i compagni, scaricarla e ripartire verso la porta avversaria coi tempi giusti, rientra in toto nella benedetta categoria di “quelli che fanno giocare meglio chi gli sta attorno”.Tolta questa fase del gioco però è ben diverso da Kanouté, decisamente più verticale: se possibile cerca di crearsi l’opportunità per partire in percussione palla al piede, pericoloso in progressione e soprattutto nel dribbling stretto. Il resto lo fa la varietà di soluzioni nelle conclusioni a rete e il buon opportunismo, anche se si tratta di un attaccante più portato a costruirsi in proprio le occasioni da gol che a sfruttare semplicemente il lavoro altrui.

Non trova ancora molto spazio l’altro acquisto invernale per l’attacco, Adrián Colunga, ma col tempo quella formata da lui e Suazo ha le carte per diventare una delle coppie d’attacco più interessanti e meglio amalgamate del campionato. Se Suazo nel venire incontro sulla trequarti spalle alla porta ha qualcosa di Kanouté, Colunga ha più di un movimento che ricorda David Villa. La ricerca della profondità fra i centrali o del taglio dall’esterno verso il centro e viceversa richiama il Guaje, così come il baricentro basso, la rapidità e la buona qualità tecnica nello stretto, oltre a un certo istinto negli ultimi metri. Per ora soltanto intravisti, i margini di miglioramento dell’asturiano (anche lui, toh) vanno assolutamente tenuti d’occhio.

Attaccante centrale o esterno, Colunga potrebbe essere una rivelazione (comunque un classe ’84, non un novellino), ma dovrà attendere perché per il momento Gay non prevede le due punte nel suo undici-tipo, e perciò nel ruolo di esterno sono altri a venire prima nella scala delle preferenze. Su tutti Eliseu, altro innesto invernale, e per me resta un mistero la sopravvalutazione di questo giocatore che pare intoccabile per il tecnico zaragocista, più spesso largo a sinistra che a destra (è mancino, ma si adatta perfettamente: anzi si è rivelato al Málaga proprio sulla fascia opposta al piede di preferenza). Velocissimo, non c’è dubbio, anche corretto nel controllare e calciare la palla, con possibilità di fare tutta la fascia all’occorrenza, ma anche terribilmente lineare, senza apporti veramente significativi al di là delle azioni in campo aperto. Non si capisce l’intoccabilità di Eliseu guardando soprattutto all’attuale supplenza di Lafita, per il cui ritorno si è scatenato un pandemonio in estate col Deportivo, e che resta uno dei giocatori più talentuosi della rosa senza ombra di dubbio. Longilineo, potente e veloce in progressione, elegante ed abile nell’uno contro uno, il suo calcio è molto più ricco rispetto a quello di Eliseu per la maggiore propensione al dialogo con gli altri centrocampisti. È destro ma preferisce la fascia sinistra, che gli concede un raggio d’azione più ampio per arrivare alla conclusione a ridosso degli attaccanti; la tendenza al Zaragoza, soprattutto negli ultimi tempi, è stata però quella di schierarlo seconda punta o comunque al centro della linea dei trequartisti, forse non l’ideale per un giocatore sì portato al palleggio ma non uno specialista della rifinitura.

Chi possiede la magia dell’ultimo passaggio e tutti i “tic” del trequartista è Ander Herrera, del quale abbiamo parlato già diffusamente. Aggiorniamo il dossier sul suo conto solo per rilevare come Gay abbia già manifestato l’intenzione di farne un regista, nel cuore della mediana, qualche metro indietro. Intenzione che, sebbene le ultime partite abbiano visto Ander subito dietro Suazo, ha già trovato applicazione in alcune partite (Sevilla in casa e Valladolid fuori, dove il canterano si è beccato pure un’espulsione).
Non convince pienamente il progetto, perché se è vero che un Ander Herrera davanti alla difesa può far fare un salto di qualità all’inizio dell’azione, è anche vero che così rischiano di rimanere sottoutilizzate le prerogative migliori del giocatore, cioè la capacità di smarcarsi, trattenere palla, attirare avversari e liberare compagni sulla trequarti, e il citato ultimo passaggio. Va aggiunto poi che il Zaragoza attuale non è una squadra di qualità e personalità tale da potersi costantemente difendere col pallone nella metacampo avversaria, e che ciò può implicare un’eccessiva esposizione al lavoro sporco di copertura che non si addice alle caratteristiche atletiche e alla mentalità di un giocatore che peraltro deve ancora maturare prima di poter diventare leader della manovra.
Se sorprende la titolarità di Eliseu a scapito di Lafita, non è da meno quella di Arizmendi sulla destra, ma fino a un certo punto. Non proprio uno degli idoli di questo blog, ma è innegabile che agli allenatori piaccia, e se gli trovano sempre uno spazio un motivo ci sarà Se non altro l’irruzione del Chupete risolve radicalmente il problema del suo annoso catastrofico feeling col gol (nelle ore più buie di Marcelino, lui era intoccabile come centravanti…), e così Arizmendi può preoccuparsi esclusivamente di contribuire con la corsa, la generosità e l’intelligenza tattica, che non gli manca. Buoni movimenti senza palla, soprattutto tagli tra le linee, leve lunghe e grande facilità di corsa, ma il tocco di palla grezzissimo troppo spesso compromette le buone intenzioni. Gay ha di che sbizzarrirsi per la varietà di soluzioni sulla trequarti: da non dimenticare Pennant all’ala destra (comunque assai deludente, e ultimamente impiegato solo in alcune occasioni come cambio della disperazione: negativo anche sotto il profilo disciplinare, partente sicuro la prossima estate) e Jorge López, che con la cacciata di Marcelino e il mercato invernale ha perso parecchio credito (e minuti) ma resta un centrocampista offensivo esperto, duttile e valido tecnicamente e tatticamente.

Per quanto rigarda il doble pivote, Gay pare orientato verso la coppia Edmilson-Gabi: il brasiliano un cavallo di ritorno nella Liga dopo la militanza al Barça e la trasparente parentesi al Villarreal, giocatore prezioso per l’esperienza, la personalità e il senso della posizione davanti alla difesa; Gabi non ha mantenuto le promesse di inizio carriera, trasformandosi in un cursore dinamico e intenso nel pressing ma abbastanza limitato sul piano della visione e dei tempi di gioco.Più dotato Abel Aguilar, ex Udinese, regista classico ai tempi delle nazionali giovanili colombiane, riciclatosi col tempo in un ruolo più a tuttocampo: prolifico già nella passata Segunda all’Hércules, aveva iniziato bene anche quest’anno, adattandosi con discreto successo alla posizione di trequartista, dietro una sola punta, che Marcelino, costretto dagli infortuni aveva ritagliato per lui. Ritmi non molto alti, ma buona continuità d’azione, geometria e ottimi tempi d’inserimento (pericoloso anche nel gioco aereo): 4 gol finora, un infortunio di un mese e mezzo lo ha un po’defilato nelle gerarchie. Buona chance per lui stasera a Santander, con la squalifica di Gabi.
Ponzio ha un profilo simile a quello di Edmilson, di centrocampista bloccato davanti alla difesa, e quindi non sarebbe molto complementare una coppia col brasiliano. Per ora l’argentino, forte della propria versatilità, si adatta alla posizione di terzino sinistro (debole la concorrenza di Paredes e Babic, aspetta ancora il recupero da un infortunio il serbo Obradovic), mascherando col suo senso tattico l’inevitabile scomodità che comporta per un destro giocare sull’altra fascia.

Punto fermo del nuovo corso la coppia di difensori centrali Jarošik-Contini, anch’essa nuova di zecca dal mercato invernale, dopo la liquidazione (un po’ impietosa) e il ritorno in Argentina di Ayala. Il ceco si è adattato già dall’esperienza russa al ruolo di difensore, cui lo predispone certamente la stazza e la forza nel gioco aereo, e anche una buona intelligenza tattica, pur non essendo sempre ferreo nella marcatura. Può dare una mano anche ad inizio azione, e non sono male nemmeno i piedi del suo compagno, Contini, che in queste prime uscite è stato una vera sorpresa, per la rapidità d’inserimento e l’autorevolezza dimostrate finora (unica sbavatura, essersi fatto anticipare da Ibrahima Baldé sul pareggio dell’Atlético nell’ultima giornata). Mancino, prestante, molto deciso negli interventi, e con l’intenzione sempre positiva di ricominciare l’azione piuttosto che distruggerla e basta.
Completa la difesa la corsa al posto di terzino destro, che vedrà quasi certamente vincitore Diogo su un centrale adattato come Pulido. L’uruguaiano è ancora in fase di recupero dopo il lunghissimo infortunio, e ove ritrovasse quella sua straordinaria esuberanza atletica potrebbe rivelarsi una delle chiavi di un eventuale salto di qualità, aggiungendo proiezione offensiva alla manovra zaragocista.
Anche fra i pali le scelte invernali sconfessano quelle estive: il titolare d’agosto, Carrizo, fra le ripetute incertezze e la contestazione dei tifosi, ha lasciato il posto dall’ultima con l’Atlético Madrid a Roberto Jiménez, prelevato in corsa proprio dal club colchonero.

FOTO: marca.com, losblanquillos.com

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