venerdì, settembre 09, 2011

Il punto sul calciomercato/seconda parte.

Osasuna

Il mercato ha visto un certo ricambio, con partenze importanti (Monreal, Camuñas, Pandiani, Aranda, Soriano) rimpiazzate da scommesse dall’estero e da giocatori “di categoria” (si spera da salvezza, non da Segunda).

Al primo gruppo appartengono l’ala ivoriana (su entrambe le fasce) Roland Lamah, dal Lens, e il terzino sinistro finlandese Raitala, al secondo i due del Tenerife (tristemente sprofondato in Segunda B), Marc Bertrán, terzino destro piuttosto offensivo, e Nino, il bomber, acquisto ad occhio azzeccato, che supera quanto a fiuto Aranda e quanto a rapidità Pandiani. Nino la porta la vede, e nell’ultima sua esperienza in Primera (solo due in carriera, quella precedente al Levante però è da dimenticare) segnò ben 14 gol, in un Tenerife pure retrocesso. Parte titolare con Kike Sola,mentre Ibrahima Baldé (lanciato un paio di anni fa dall’Atlético Madrid) e Lekić, prime punte di peso, saranno i rincalzi.

A centrocampo il “colpo” è rappresentato dal ritorno di Raúl García dopo l’esperienza sostanzialmente negativa all’Atlético Madrid (che comunque lo ha dato solo in prestito). Bisognerà vedere se sarà un Raúl García scottato da questa delusione, o il Raúl García dei bei tempi; e bisognerà anche vedere se giocherà nel doble pivote oppure sulla trequarti in un 4-2-3-1, come faceva già nell’Osasuna di Ziganda, con i soliti Puñal e Nekounam davanti alla difesa (sempre meno gli spazi per Masoud, giocoliere più che giocatore).

Indebolite le fasce (a meno che non esploda Lamah) viste le partenze in pochi mesi di Juanfran e Camuñas, ancora non rimpiazzati in maniera sicura. A destra il comunque discreto Cejudo, a sinistra invece nella prima con l’Atlético ha giocato il canterano Timor.

Affidabile il parco-centrali, col valido Roversio (tornato dal prestito al Betis) accanto all’esperto Sergio, e di scorta Lolo, Miguel Flaño e un altro nuovo, Rubén, difensore di stazza come piace da quelle parti. Ricardo ha 40 anni, e ormai farà il terzo portiere, alle spalle di Riesgo e di un altro canterano tornato da prestito, Andrés Fernández (bene al Huesca).

Non un panorama esaltante, ma l’Osasuna si è sempre basato sul blocco più che sui nomi, e c’è da pensare che sarà una squadra capace di fare giocare male più di un avversario, impostata sul pressing forsennato prediletto da Mendilibar.

Racing Santander

Anno dopo anno, vedendo l’organico e il gioco espresso, ci si chiede come diavolo faccia a restare in Primera, eppure merita simpatia per come riesce a raggiungere i propri obiettivi con così poco.

Sedotto e abbandonato dal mascalzone Ali Syed, che aveva promesso di colmare i debiti del club, il Racing si trova sotto Ley Concursal , costretto a un mercato ancora più misero degli anni scorsi. La scelta di Héctor Cúper onestamente non fa fare i salti di gioia: quello dell’argentino, progressivamente in secondo piano dopo la sua epoca d’oro a Valencia, sembra un calcio un po’ vecchio, un 4-4-2 troppo rigido, basato sì su una grande disciplina difensiva, preparazione atletica accurata e su tanta serietà, ma senza situazioni offensive studiate.

Acosta-Stuani-Tziolis-Bernardo…ve li dico tutti d’un fiato i nuovi acquisti così forse vi spaventate un po’ meno. In difesa la perdita di Henrique non è da sottovalutare, e così accanto a Torrejón troverà molto spazio un centrale giovane come Osmar (titolare come l’altro canterano Picón, terzino destro, nella prima a Valencia) o Bernardo, canterano del Sevilla in prestito. Tutto sommato discreti, anche in fase offensiva, i due terzini, Francis a destra e Cisma a sinistra.

Colsa-Diop il doble pivote titolare, poverissimo di creatività, sempre che non si inserisca il regista Edu Bedia, altro canterano (veniva segnalato come il più promettente assieme a Canales) tornato in pista dopo infortuni e prestiti in giro. Kennedy Bakirçioglu sulla destra è il giocatore di maggior qualità, buon piede e capacità anche di impostare dalla fascia, mentre Arana ha più caratteristiche da ala, spendibili fra destra e sinistra (qui in concorrenza con Óscar Serrano). Anche Adrián González (non lo chiameremo più “il figlio di Míchel” per fargli un favore) può portare quella pochissima qualità presente in rosa, sulla sinistra o al centro.

In attacco ci si aggrappa mani e piedi a Stuani, prelevato dal Levante, perché Ariel Nahuelpán come ariete è una scommessa sul punto di essere persa. Attorno a questo benedetto centravanti ronzerà uno fra Munitis (a 36 anni più che mai giocatore finito, con tutto il bene che gli vogliamo), che può sempre fare anche l’esterno, e il rapido, vivace argentino Lautaro Acosta, sfortunatissimo al Sevilla e in cerca di minuti che gli permettano di dimostrare le proprie buone qualità. Se Stuani non sfonderà reti però saranno acidissimi cavoli.

Rayo Vallecano

Saprà la disastrosa situazione economica del club motivare (paradossalmente) anche quest’anno i giocatori? Il legame fra squadra e tifosi (un’identità fra le più forti del calcio spagnolo: il Rayo è il quartiere di Vallecas, e il quartiere di Vallecas è il Rayo) rimarrà la spinta più forte? Ci sarà da soffrire, ma non mancano gli spunti di interesse, e la validissima prova d’esordio a Bilbao incoraggia.

Confermati rispetto alla promozione Cobeño fra i pali e Casado terzino sinistro, la difesa ha perso un ottimo elemento nel terzino destro Coke (per ora gioca Tito, il brasiliano e ovviamente ultra-offensivo Sueliton è la scommessa), mentre al centro due maglie per quattro candidati: Arribas, altro superstite della promozione, e i tre nuovi acquisti Jordi (dal Rubin Kazan), Labaka (Real Sociedad) e Raúl Bravo (Olympiacos), non proprio una scelta esaltante, a dirla tutta.

A centrocampo il doble pivote Movilla-Javi Fuego, e Movilla, a suo tempo buon centrocampista, a 35 anni ha perso un bel po’ di ritmo. Non è più giovane, anzi ha la stessa età, il mitico Míchel (protagonista del Rayo di fine anni ’90 che fece l’exploit con Juande Ramos), sinistro sensibilissimo ma con pochi minuti nelle gambe ormai. Come primo ricambio, probabile che arretri Michu, che a Bilbao ha giocato davanti in un 4-2-3-1 praticamente senza attaccanti puri. Michu che non spicca per la visione di gioco e la creatività ma ha dalla sua un gran tempismo negli inserimenti. Se ne possono ricavare 5-6 gol in tutta la stagione.

Trashorras sulla trequarti è una scommessa affascinante: dopo gli esordi nelle squadre B del Barça (dove lo chiamavano “la Brujita del Mini Estadi”, per il paragone con Verón) e del Real Madrid (i blaugrana lo scaricarono e Valdano, suo estimatore, lo ingaggiò per il Castilla, ma zero opportunità in un Madrid galáctico come quello), una lunga carriera da fenomeno di Segunda, con invenzioni da lasciare a bocca aperta ma anche molte pause. Vediamo in Primera, a 30 anni.

Sulla sinistra Botelho si preannuncia come una delle possibili rivelazioni della Liga 2011-2012: 21 anni, brasiliano di proprietà dell’Arsenal (che lo ha mandato in prestito già a Salamanca, Celta e Cartagena), lo chiamo “il Gareth Bale dei poveri”, per la capacità di divorarsi tutto il campo con poche falcate, lanciandosi in velocità senza alcuna possibilità per gli avversari. Impressionante un gol propiziato nel Cartagena-Barça Atlètic della scorsa stagione, partendo dalla sua area per arrivare all’altra e servire l’assist. Ma Botelho non è solo un velocista da spazi ampi, sa giocare, ha una buona tecnica che gli permette di improvvisare slalom o chiedere l’uno-due stretto. Terzino o esterno, molto più probabile la seconda ipotesi in questo Rayo.

A Bilbao sulla destra ha giocato il 30enne Piti, una punta dal gran sinistro che può rientrare per cercare il tiro; altra opzione Alberto Perea, canterano dell’Atlético Madrid che può giocare su entrambe le fasce, oppure Nestor Susaeta, cugino di quello dell’Athletic.

Due giovani possibili sorprese Lass Bangoura, guineano del Rayo B (bene lo spezzone a Bilbao, prima trequartista e poi a destra), e Dani Pacheco, in prestito dal Liverpool, seconda punta ultra-tecnica (ma anche molto esile) che può partire dalla fascia sinistra, come nelle nazionali giovanili spagnole. Da unica punta si perderebbe un po’, la combinazione offensiva più ambiziosa sarebbe Botelho terzino, Pacheco davanti a lui e Trashorras trequartista, scambiandosi con Pacheco.

Punto debole evidente è l’attacco, fra Delibašić e la vecchia gloria Tamudo (altro 35enne, grande mestiere ma riflessi chiaramente appannati).

Real Madrid

Mercato che punta ad aumentare le alternative a centrocampo, da un punto di vista qualitativo più che numerico. L’anno scorso i merengues hanno sofferto la mancanza di un altro elemento in grado come Xabi Alonso di agire dietro la linea della palla e far girare tutta la squadra: un sostituto e al tempo stesso un possibile socio del basco. È arrivato Nuri Sahin, ma il turco comincia a diventare un’incognita a causa di un infortunio che si trascina già da prima del suo ingaggio e che posticipa ogni giorno il suo rientro. L’altra soluzione aggiunta al centrocampo è il terzino Coentrão, che invece si muoverà davanti a Xabi Alonso, da centrocampista con l’anima da esterno. Soluzione sulla carta non ortodossa, ma che si può sposare bene coi tagli interni di Cristiano Ronaldo e di Marcelo, aumentando la mobilità e l’imprevedibilità della fase offensiva madridista.

Poco comprensibile invece l’acquisto di Callejón, non solo non all’altezza di un contesto come questo, ma senza possibilità in un settore sovraffollato come la linea dei trequartisti. Il 18enne francese Varane invece, descritto come un prodigio, completa una difesa non nutritissima, l’anno scorso in difficoltà in assenza dei titolari (anche perché Albiol come vice-Pepe e vice-Carvalho non si è confermato sui livelli della sua prima stagione madridista).

Real Sociedad

Pochi cambi per quanto riguarda l’organico, ma cambio radicale in panchina: Philippe Montanier, tecnico francese arrivato dal Valenciennes, vuole giocare qualcosa di diverso rispetto a Lasarte. Più che un calcio più offensivo di quello della scorsa stagione, chiede più possesso-palla, e perciò imposta la squadra su un 4-3-3, tanti triangoli per fare avanzare la squadra. Buono il risultato della prima, vittoria in casa dello Sporting, ma ancora parecchio lavoro da fare, come è logico.

La partenza più pesante è quella di Diego Rivas, finito all’Hércules in Segunda. Davanti alla difesa Montanier prova il canterano Illarramendi, non l’unico giovane lanciato dal transalpino (a Gijón ha esordito in difesa Iñigo Martínez), in attesa di vedere se e dove troverà Rubén Pardo, mezzala o regista davanti alla difesa, il più promettente dei nuovi elementi del vivaio.

Intanto completano bene il centrocampo il dinamismo di Aranburu e il prezioso Zurutuza, giocatore molto poco appariscente ma ideale per il calcio di possesso che chiede Montanier, per la capacità che ha di associarsi ai compagni, cercandosi lo spazio e combinando a uno-due tocchi. Il socio ideale di Xabi Prieto, che dalla fascia tiene palla e detta i tempi a tutta la squadra. Zurutuza mezzala destra vicino a Xabi, quindi. Non penso invece che troveranno molto spazio gli altri ricambi per il centrocampo, Mariga, Markel ed Elustondo.

Detto di Xabi Prieto, completano il tridente Agirretxe e Vela. Il primo è un’eterna promessa, snobbata da Lasarte e invece tenuta finora in gran conto da Montanier. Un attaccante slanciato, tecnico e pure elegante, ma che pecca un po’ di aggressività (anche in questo ricorda Xabi Prieto, oltre che nell’aspetto fisico). La preferenza accordata a lui, attaccante di manovra, invece che a Joseba Llorente, animale d’area di rigore che ama muoversi sul filo del fuorigioco, ci dà un’idea delle differenze di stile di gioco fra Montanier e Lasarte.

A Gijón Agirretxe non ha tenuto una posizione fissa: partiva da sinistra ma incrociava in continuazione con l’altra eterna promessa, il messicano Carlos Vela. Combinazione interessante, anche se la sinistra dovrebbe essere di Griezmann, il quale ha suscitato malumore fra i tifosi con la sua volontà non troppo nascosta di cambiare squadra (anche guardando egoisticamente solo alla sua carriera, è un’idea prematura a mio avviso). Ifrán e Sarpong le alternative offensive.

La difesa è il reparto che lascia più a desiderare: un ottimo portiere come Bravo, ma centrali di scarsa qualità (Demidov però c’è solo da gennaio, va valutato ancora) e una evidente vulnerabilità sulle palle inattive. Potrebbe cambiare qualcosa un inserimento positivo dei canterani: oltre a Iñigo Martínez il basco-francese Cadamuro. Sulla destra non si capisce perché giochi Carlos Martínez (forse il peggior terzino destro della Liga) e non Estrada, sulla sinistra De la Bella spinge parecchio.

Sevilla

Ritrovare l’essenza, il “marchio” Sevilla, questa la sfida di Marcelino. Tornare all’”Anti-tikitaka”: non nel senso di giocare male, ma di stupire gli spettatori con quel calcio arrembante, diretto, verticale, sviluppato sulle fasce che segnò i migliori momenti della storia del club.

Per fuggire dal modello “Jiménez/Álvarez”, ovvero quel Sevilla rigido come un calciobalilla, orizzontale ed esasperante contro difese schierate, è stato rinnovato il centrocampo: prima Rakitić lo scorso gennaio, ora Trochowski, adattato al centro, con l’intenzione non tanto di avere un regista o un trequartista, ma un incursore di buona tecnica che possa sorprendere negli spazi aperti dalle due punte e dagli esterni (il solito Jesús Navas, poi un Perotti che si deve riprendere dalla pessima scorsa stagione, e infine Armenteros, tornato dal prestito al Rayo, più centrocampista rispetto agli altri due).

Incerto l’altro centrocampista centrale: finora Marcelino ha provato Fazio (che sarebbe meglio da difensore centrale, e in ogni caso sta deludendo le attese di inizio carriera, vuoi per gli infortuni vuoi per un rendimento effettivamente al di sotto delle sue potenzialità) o il mastino Medel, ma a sorpresa potrebbe spuntarla il geometrico Campaña, che a 18 anni è già nell'organico della prima squadra ed è considerato assieme al trequartista 19enne Luis Alberto (che ha avuto i suoi minuti in pretemporada) la perla della cantera.

Il vero regista rimane Kanouté, con la sua eleganza e maestria impareggiabile nel gestire i tempi ricevendo sulla trequarti. Kanouté ha però 35 anni, e il leader offensivo ora è un Negredo sempre più ispirato e capace di fare reparto, spalle alla porta (anche se senza il “centrocampismo” di Kanouté), in profondità o in area di rigore, con una potenza notevole e un sinistro capace di trovare la porta da qualsiasi angolazione e distanza. Completa l’attacco il jolly Manu del Moral, che può giocare seconda punta e esterno, senza la caratura tecnica dei colleghi di reparto ma con dinamismo e buoni movimenti senza palla.

Rinnovata la difesa, col bosniaco Spahić accanto a Escudé (o Alexis, altra promessa quasi mancata), senza dimenticare la possibilità di schierare Cáceres (letture e capacità tattiche non all’altezza delle enormi doti atletiche) in tutte le posizioni della linea arretrata. Interessante l’acquisto di Coke (ex Rayo) sulla destra, che ha una spiccata attitudine offensiva, tra l’altro con la tendenza a sovrapporsi pure all’interno che lo rende particolarmente compatibile con Navas e in minima parte (infima direi) ricorda i movimenti del Dani Alves sevillista. Un po’ stanco quel Fernando Navarro sulla sinistra, forse verrà scavalcato dal canterano Luna, mentre è ormai consolidato il sorpasso di Javi Varas sul 38enne Palop fra i pali.

Sporting

Puzza di bruciato. Gli asturiani nelle ultime stagioni sembrano progressivamente indeboliti. Il problema principale è l’attacco, visto che anno dopo anno il contributo realizzativo di Barral e Bilić. Non è arrivato nessuno, e bisogna sperare che Sangoy esploda dopo l’improduttivo scorso campionato.

Indebolita anche la trequarti, che era il punto di forza della squadra, con giocatori mobili, abili nell’uno contro uno e rapidi nel ribaltare l’azione che rendevano lo Sporting una squadra anche abbastanza divertente nelle sue migliori versioni. È andato via l’uomo dribbling Diego Castro, e per ora lo sostituisce Miguel de las Cuevas, che è più un rifinitore che si accentra per dare l’ultimo passaggio. Carmelo nel dimenticatoio, e una trequarti completata (almeno questa è la formazione proposta da Preciado nella prima con la Real Sociedad) da André Castro al centro, più un cursore che una mezzapunta, e dall’incomprensibile Nacho Novo sulla destra, corsa e grinta ma contributo alla manovra quasi inesistente. La variazione possibile, e credo auspicabile, è l’inserimento di Trejo, l’argentino fresco di promozione col Rayo Vallecano, molto abile nel dribbling ma difficilmente in grado di non far rimpiangere da subito Diego Castro. Occhio comunque al gran mancino del campione d’Europa Under 19 Juan Muñiz, in rampa di lancio.

L’esordio in campionato ha dimostrato che questa squadra può ancora fare difficilmente a meno di Rivera (partito in panchina con la Real) come direttore d’orchestra (anche se è arrivato Ricardo León dal Tenerife, non malvagio), certo non per dare spazio al doble pivote formato da Eguren e dal canterano Sergio Álvarez, parso inadeguato. C’è comunque l’altro canterano lanciato la scorsa stagione, Nacho Cases, che ha fatto intravedere qualità interessanti.

A posto invece la difesa, confermata al centro (Botía la certezza, l’altro posto per Gregory o Iván Hernández) e toccata invece sulle fasce dalle partenze di Sastre e soprattutto José Ángel. Comunque i titolari resteranno i soliti, la mezzala adattata Lora a destra (invenzione di Preciado) e l’ex uomo-mercato Canella a sinistra, con l’uruguaiano Damián Suárez (descritto come un terzino molto offensivo) pronto a subentrare su entrambe le corsie, preferibilmente a destra.

Valencia

Mercato interessantissimo, fra i migliori. È partito Mata, ma è stato ampiamente sostituito, ed Emery gode di una varietà di soluzioni invidiabile fra trequarti e attacco, non solo per la quantità ma anche per la diversità di caratteristiche. C’è l’ultra-velocità con il nuovo acquisto Piatti (esterno sulle due fasce o seconda punta) e con il canterano Bernat (esterno sinistro), possibile sorpresa. Due elementi ideali per sfruttare il contropiede, anche se a Piatti non manca il gioco nello stretto (però 9 volte su 10 detta il passaggio verticale, non è tipo portato ad abbassarsi spesso per appoggiare il centrocampo) e a Bernat la capacità, molto apprezzabile, di offrire linee di passaggio anche in zone interne. Loro due, con Pablo Hernández, rappresentano il gioco più diretto, ma una trequarti così composta non è la soluzione migliore contro difese schierate, e rischia di rendere la manovra confusa per eccesso di frenesia, senza nessuno che colleghi i reparti e dia i tempi.

Qui perciò entra in gioco Canales. Questa deve essere la sua stagione, e l’antipasto (la ripresa giocata contro il Racing) promette assai. Il biondo ha una abilità innata nel trovarsi lo spazio e da lì fornire sempre un approdo sicuro a chi porta palla. È lui il vero erede di Silva, può arricchire la manovra del Valencia e in più ha capacità di incursore e uomo-gol che lo rendono perfettamente adattabile allo stile consolidato della squadra, meno elaborato e più diretto. Accanto a Canales, parla la stessa lingua il brasiliano Jonas: seconda punta o falso esterno a sinistra, un attaccante di manovra nel miglior senso del termine. Lui a sinistra, Canales al centro e Piatti a destra: questa la mia combinazione preferita per la trequarti, capace non solo di dare continuità e qualità al possesso-palla, ma di assorbire le attenzioni delle difese schierate e creare spazi preziosi per le sovrapposizioni dei terzini.

Anche qui prospettive interessanti: a destra ci si è finalmente liberati della zavorra Miguel, Bruno resta il titolare ma con due nuovi concorrenti, Barragán dal Valladolid e soprattutto Dalmau dalla cantera del Barça, gran colpo, anche se inizialmente partirà col Valencia Mestalla. Il piatto forte è però a sinistra: Jordi Alba, in crescita sul piano difensivo, è il terzino spagnolo del futuro (lui e José Ángel quelli con più qualità in chiave Selección), rapidissimo, inesauribile, e con una capacità di saltare l’uomo secco, anche da fermo, anche pressato, che gli viene dal suo passato di ala e può dare uno slancio importantissimo a tutta l’azione offensiva del Valencia. I polmoni di Mathieu, comunque utili anche se il francese rimane un giocatore muscolare più che talentuoso (anche se si sovrappone costantemente e ha buon piede, lo denotano le sue scelte quando ha il pallone, le sue come quelle di Bruno), dovrebbero riposare parecchio in panchina quest’anno.

A centrocampo la scelta è ugualmente ampia, ma c’è maggiore incertezza. La partita col Racing ha visto un orribile primo tempo del duo Topal-Banega: prima che entrasse Canales a dare un po’ di criterio, un Valencia generoso ma disordinato nella gestione del pallone e sbilanciato in transizione difensiva. Banega rischia di far perdere definitivamente la pazienza, mentre Albelda tarda a passare in secondo piano come dovrebbe; rimangono Parejo, che ha eccellenti doti di regia (ottimo a smarcarsi per ricevere dai difensori ad inizio azione, ha lancio millimetrico e visione panoramica) ma un temperamento e un ritmo che devono ancora passare l’esame di una realtà come il Valencia, e Tino Costa, che non è un regista ma ha geometrie, dinamismo e una certa intelligenza nel creare linee di passaggio davanti a chi porta palla, oltre a un gran sinistro dalla lunga distanza.

Ben assortito anche l’attacco. Scartato Jonas unica punta (visto contro il Liverpool, non ha i movimenti della prima punta, “allunga” poco la difesa avversaria), Soldado andrà sicuramente in doppia cifra, con Aduriz come alternativa più da “lavoro sporco”. Il basco però dovrebbe giocare pochino, anche perché dal Valencia Mestalla bussa sempre più forte Paco Alcácer, progetto di crack dell’area di rigore.

Al centro della difesa, Víctor Ruiz potrebbe rivelarsi uno degli acquisti migliori di tutto il campionato. Non so cos’abbia combinato a Napoli, ma qui calza alla perfezione: il giocatore che serviva per tirare un po’ su la linea difensiva, evitando le voragini viste col Racing e anche per avviare l’azione, sinora un problema macroscopico del Valencia di Emery, con quel terribile tentativo di “falsa difesa a 3” alla La Volpe che non faceva che attirare il pressing avversario. Rami promette: grande fisicità, personalità, gioco aereo e anche rapidità a dispetto della stazza. Fra i pali, non è così certo che il nuovo acquisto Diego Alves passi davanti a Guaita.

Se alla quarta stagione di Emery saprà affermare una sua identità precisa, il Valencia con questa campagna acquisti avrà posto le premesse per un salto di qualità: l’idea sarebbe infastidire di più le due grandi negli scontri diretti e andare più avanti in Europa.


Villarreal

Sembra indebolito. Soprattutto a centrocampo, che se non è il reparto più forte (davanti ci son pur sempre Rossi e Nilmar) è comunque la chiave strategica di tutta la squadra. I petrodollari hanno portato via Cazorla, e va bene, non ci si può fare nulla, però anche lasciare andare Matilla non pare una furbata, considerando che un regista accanto a Bruno serviva e che il monumento Marcos Senna sembra avviato verso il declino.

Comunque De Guzman potrebbe ovviare a questa carenza, sempre che venga impiegato nel doble pivote come a Maiorca, perché altrimenti Marchena come unico rincalzo lascia alquanto perplessi. De Guzman permetterebbe di schierare l’onnipresente Borja Valero nel ruolo dove meglio rende, cioè avanzato sulla trequarti, partendo da falso esterno (ma in realtà lui la fascia non la tiene neanche in partenza, a differenza di Cani o del fu Santi Cazorla). Meglio lì che davanti alla difesa, dove la sua tendenza a muoversi a briglia sciolta può spezzare in due la squadra in transizione difensiva, una volta persa palla (quando una delle basi dell’equilibrio del Villarreal è la capacità dei Bruno e Senna di tenere sempre la posizione pur contribuendo a far avanzare la squadra).

Con l’assenza di Cazorla il finissimo Cani diventa titolare obbligato, e ci sono un po’ di dubbi sulle alternative: esploderà il paraguaiano Hernán Pérez, promosso dal Villarreal B? Maturerà il ghanese Wakaso? Camuñas poi è un acquisto utile, pienamente coerente con la filosofia di gioco, ma sembra più un dodicesimo (anche come seconda punta di riserva) che un giocatore in grado di sostituire in pianta stabile Borja Valero e Cani nel caso in cui dovessero per qualche motivo mancare.

La difesa invece non ha perso nulla, anzi potrebbe guadagnare, con l’arrivo di Zapata (spostato a destra dopo il disastro con l’Odense: meglio così, Mario Gaspar non è all’altezza). Musacchio, Gonzalo e Marchena sono una terna di centrali valida, mentre Joan Oriol sembra più che pronto a non far rimpiangere Capdevila.

Zaragoza

Inquietante lo 0-6 incassato dal Real Madrid, anche se rispetto a quello schierato da Aguirre nell’umiliante esordio può venire fuori un undici migliore nel corso della stagione, considerando gli acquisti.

Andrà sicuramente cambiato il centrocampo: nel 4-1-4-1 visto contro il Madrid il trio centrale Ponzio-Zuculini-Abraham era incapace di dare la minima continuità alla fase di possesso. Abraham, che tra l’altro è un esterno di ruolo, dovrebbe saltare, e al suo posto entrare Ruben Micael, da cui possono dipendere molte cose. Al portoghese, promettente al Nacional e un po’persosi al Porto, tocca fornire la qualità andata via con la cessione di Ander Herrera. E sarebbe anche il caso di provare come mezzala destra il jolly messicano Efraín Juárez (meglio lì che da uomo di fascia bloccato), poca tecnica ma gran dinamismo e intelligenza nel far progredire la manovra col movimento senza palla. Terzini destri di ruolo però la rosa non ne presenta (invece quelli sinistri sono addirittura tre: Paredes, Obradović e il citato Abraham), ed è quindi probabile che Efraín debba sgobbare tutta la stagione in difesa.

Bene le fasce, Lafita può partire da sinistra per tagliare al centro come scambiarsi di fascia con l’altro messicano Barrera (acquisto molto stuzzicante), che ha più le caratteristiche del dribblomane. Non dovrebbero trovare molto spazio Juan Carlos (dal Real Madrid Castilla) e Edu Oriol (dal Barça Atlètic), due dei sin troppi scarti prelevati dalle canteras più celebri di Spagna (c’è anche il difensore centrale Mateos, ex madridista).

Le ultime ore di mercato hanno rinforzato l’attacco, che se ha perso Uche ha acquisito comunque Postiga (carriera inferiore alle attese, ma qualche gol lo farà) e l’ex Espanyol (ed ex nazionale, non dimentichiamolo) Luis García, usato sicurissimo. Luis García che può partire anche da esterno, per cui bisogna vedere se entrerà in concorrenza anche con Lafita e Barrera o se magari Aguirre passerà a un 4-4-2 con lui e Postiga davanti al posto del 4-1-4-1 dell’esordio (in estate poi il Basco ha provato insistentemente anche la difesa a 5). Luis García comunque il meglio lo dà da seconda punta, ruolo che non ha potuto coprire nel modulo di Pochettino che lo sacrificava un po’ sulla destra.

Fernando Meira-Da Silva è una coppia di esperienza al centro della difesa (Lanzaro-Mateos quella di riserva), mentre in porta Roberto Jiménez è uno dei casi dell’estate: il Zaragoza è in Ley Concursal, ma lui è stato pagato più di 8 milioni, addirittura. Non dalla società Zaragoza, ma da terzi, da un fondo di investimento cui partecipa lo stesso proprietario del club, Agapito Iglesias. Come sempre l’obiettivo è massimizzare gli utili, quelli del fondo (in caso di successivo cessione del giocatore a prezzo maggiorato), mica quelli del Zaragoza in campo. Roberto Jiménez come il prezzo del petrolio, come le azioni della Coca-Cola e come la valutazione della sterlina. Non starò qui a rimpiangere i tempi in cui non c’era il professionismo, o a fare demagogia sui calciatori che guadagnano troppi soldi, ma forse così si sta esagerando.

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domenica, ottobre 24, 2010

Arrivano i mostri.

Una travolgente e spettacolare, l’altra incerta e balbettante. La sorpresa è che si sono invertiti i ruoli: il Real Madrid, che delle due dovrebbe essere la squadra ancora in costruzione, è quella che invece procede dritta senza esitazioni; il Barça, che si dovrebbe conoscere a memoria e farlo pesare, stenta a ritrovare quella presa salda sulle partite che lo contraddistingueva. E anche a livello psicologico gli equilibri dell’eterna battaglia si stanno spostando: il Barça in questi anni ha goduto dell’etichetta di “squadra che gioca bene per antonomasia”, utile anche a imbellettare quelle partite (capitano anche al Barça) che in realtà erano autentiche ciofeche (discorso simile per la nazionale spagnola, che in Sudafrica ha giocato una sola grande gara ma che leggenda vuole abbia vinto il mondiale “perché ha giocato bene”); il Real Madrid invece, nel suo perenne caos, non era mai riuscito a costruirsi un’identità simile, per cui ogni minima oscillazione nei risultati rischiava di mandare subito tutto a monte.
Per questo le ultime quattro vittorie, e la marea di gol segnati dalla squadra di Mourinho, sono importantissime: vincere 1-0 ieri non sarebbe stata la stessa cosa che vincere 6-1. Sarebbero stati ugualmente tre punti, ma il messaggio che mandi al tuo ambiente, e che ti permetterà di continuerà a lavorare in assoluta tranquillità, non sarebbe stato lo stesso, e nemmeno il condizionamento provocato negli avversari.

Una cosa è certa: il Barça non sta giocando bene. Non si ordina come dovrebbe in fase di possesso, non esce come vorrebbe dalla propria metacampo, e si fa trovare spesso mal posizionato quando perde palla. Difficoltà che rimangono anche dopo la vittoria tutto sommato agevole di ieri, contro un Zaragoza che giustifica la sua ultima posizione in classifica (a dispetto di un organico che invece la salvezza dovrebbe consentirla), perché tenta di sopperire con la grinta e l’agonismo a una certa mancanza di idee.
Gay stravolge la formazione classica: toglie Bertolo sulla fascia sinistra del centrocampo, giocatore che negli spazi può fare molto male, per contare su un difensore in più, Lanzaro accanto a Jarošik e Contini per una difesa a cinque, con Ponzio (espulso ad inizio ripresa: sceneggiata di Alves che cancella le poche residue chances dei padroni di casa) davanti come schermo, Gabi sul centro-sinistra, Ander Herrera sacrificato sul centro-destra e Lafita sulla trequarti in appoggio all’inadeguato Braulio (rimpiazzo infortunato Sinama-Pongolle).
Parlando a posteriori, comodamente seduto davanti al PC e senza patentino di allenatore, la scelta non mi ha convinto: più che accorciare gli spazi nella tua area di rigore, contro il Barça ritengo preferibile andare a infastidire all’altezza del cerchio di centrocampo, evitare assolutamente l’inferiorità in quella zona e da lì provare a ripartire. Il Zaragoza non ha voluto o non è riuscito a farlo, e alla lunga è emersa la maggior qualità di un Barça (di Messi) che pure ancora una volta non ha espresso il suo miglior calcio.
Le difficoltà blaugrana attuali sono riassunte dai continui cambi di modulo di Guardiola, alla ricerca di una soluzione che assicuri al contempo il possesso-palla meglio articolato e la transizione difensiva più sicura una volta perso il pallone. Col Valencia, il 4-3-3 (che diventa 3-4-1-2 quando l’azione parte dalla difesa) di quest’inizio di stagione è diventato nella ripresa un 4-4-1-1, con Messi e Villa in attacco e Xavi e Busquets davanti alla difesa; contro il Copenhagen invece, si è visto un 4-2-3-1 atipico, con il doble pivote Mascherano-Busquets e Maxwell esterno alto, ma Messi e Iniesta coppia di trequartisti dietro Villa, lasciando tutta la fascia destra ad Alves.
Ieri altro cambio ancora: un 3-3-1-3 che nel ciclo di Guardiola ha precedenti solo nella partita di Champions 2008-2009 con lo Sporting. Puyol-Piqué-Abidal fissi nella retroguadia, e una posizione sensibilmente differente per Alves: mentre infatti erano Pedro a destra e Iniesta a sinistra ad assicurare l’ampiezza, il brasiliano stringeva più centralmente, esattamente come Keita dall’altro lato. Busquets non retrocedeva più sulla linea dei difensori ad inizio azione, perché questi erano già tre, e così Sergi rimaneva davanti. Chiudeva il centrocampo Messi, come vertice alto.

----Puyol-----Piqué----Abidal----------
----Alves—-Busquets—-Keita-----------
----------------Messi-------------------
Pedro-----------Villa-------------Iniesta

Confrontandolo con la disposizione abituale di quest’inizio di stagione,

---------Piqué--Busquets--Puyol-------------
Alves-------Xavi---Iniesta----------Maxwell
-----------------Messi---------------------------
------------Pedro-------Villa-------------------

lo spostamento di Busquets e Alves rivela l’intento di guadagnare un giocatore in più centralmente in zona arretrata. Un giocatore in più su cui appoggiarsi ad inizio azione, e anche un giocatore in più dietro la linea della palla non appena l’avversario la recupera e cerca il contropiede. Non ha funzionato benissimo, Alves (che pure questo ruolo lo può ricoprire egregiamente, per caratteristiche e anche per esperienza con la nazionale brasiliana) è parso un po’ spaesato, e comunque l’avversario non ha messo sufficientemente alla prova, però è una soluzione che potrebbe avere un seguito.
Certo, sono sempre i giocatori a dare significato ai moduli, e bisognerà vedere col ritorno di Xavi, che resta sempre il giocatore più indicato per far salire la squadra ordinatamente e quindi anche con le distanze giuste per quando tocca recuperare il pallone. Gli acciacchi di Xavi sottolineano un elemento di vulnerabilità di questo Barça, che con la rosa corta dipende parecchio dai suoi tanti campioni del mondo, più esposti degli altri a un certo affaticamento non solo fisico (tradizionalmente, la stagione dopo la vittoria del mondiale porta con sé qualche difficoltà). Un campione del mondo in difficoltà è David Villa, che ogni partita in più senza gol diventa sempre più ansioso sottoporta. Fisiologico comunque, gli attaccanti vanno a periodi.

La partita del Real Madrid necessita meno spiegazioni, perché la storia delle ultime due settimane proprio non cambia: stritolato anche il povero Racing.
Stritolato ma in maniera diversa: Milan, Málaga e Deportivo erano caduti in seguito a un occupazione militare della metacampo e a un possesso-palla debordante, il Racing invece è stato abbattuto di rimessa.
Avete letto bene, perché i santanderini, bontà loro, sono andati al Bernabeu per giocarsela, per fare la partita. E i primi dieci minuti li avevano pure giocati bene, tralasciando il dettaglio che dopo un quarto d’ora si trovavano già sotto di due. Come avevamo già notato nella guida di inizio stagione, Portugal sta cambiando radicalmente la maniera di giocare della propria squadra: cerca di avanzare palla a terra, e a pieno organico. Lo ha cercato alla prima col Barça, e lo ha cercato anche ieri. Avanzare in blocco e rimanere lì a pressare. Il Racing gestiva ordinatamente il pallone, ma dopo si esponeva a un rischio mortale, quello di alzare eccessivamente la linea difensiva contro la squadra più verticale della Liga se non del mondo. Basta un ritardo nel pressing sulla palla, una verticalizzazione e sei morto. Cristiano Ronaldo, Özil e Higuaín attaccano lo spazio con una prontezza e una fisicità irresistibili, alla portata di pochi difensori in campo aperto. Non è servita a nulla la difesa a cinque (Ponce fra Torrejón e Henrique) che anche il Racing ha predisposto per contenere. Xabi Alonso e Di María poi possono mandare in porta il compagno con un solo passaggio. Ieri, al di là della quaterna facile di Ronaldo, è stata la serata proprio dell’argentino.
Con disgustoso opportunismo colgo l’occasione per dire che a me l’ex Benfica stava piacendo anche prima di ieri: non credo, come sostenuto da alcuni, che fosse ancora un corpo estraneo, e nemmeno che giocasse in maniera egoista. Gli mancava semmai concludere gli spunti che iniziava, per mancanza di lucidità più che di altruismo, ma l’apporto che stava fornendo era già notevole. Anzi, più che notevole: rimango francamente impressionato dal sacrificio, dalla quantità e dall’intelligenza tattica fornita da un giocatore la cui indole superficialmente sembrerebbe quella di un’ala dribblomane e discontinua. Di María rimane sì un artista della gambeta, uno che raggiunge la linea di fondo con uno slancio e un’eleganza con pochi eguali, ma in più, giochi a destra o a sinistra, sa stringere al centro e offrire linee di passaggio preziose, poi ripiega in aiuto al terzino con una disciplina e una resistenza ammirevoli, e in più sa ricoprire anche un ruolo tattico più bloccato in un centrocampo a rombo, sacrificando la ribalta individuale per il bene collettivo. Il fatto che Cristiano Ronaldo e Marcelo abbiano firmato le azioni più belle a Málaga non deve nascondere che anche il lavoro di Di María abbia contribuito a una situazione di superiorità decisiva proprio in quella zona. Se poi aggiungiamo che di faccia somiglia a un Gremlin, beh, allora si tratta proprio di un gran personaggio.
La transizione offensiva madridista è un lampo, e anche il primo pressing subito dopo aver perso la palla testimonia un’intensità fuori dal comune. Altro vantaggio è la presenza di difensori come Pepe o Sergio Ramos (assente in queste ultime gare) capaci di recuperare in velocità quasi contro ogni attaccante, anche quando la difesa si fa trovare scoperta. Resta ancora da verificare appieno la tenuta difensiva di questo Madrid quando si trova di fronte un avversario capace di superare il suo primo pressing e attaccarlo stabilmente nella metacampo. Il Racing era ordinato ma troppo scolastico, il Milan troppo lento nell’avviare l’azione, il Deportivo invece evapora ogniqualvolta mette il naso sulla trequarti. Solo il Málaga ha fatto intravedere qualcosa, con la velocità bestiale di Quincy e Rondón in contropiede, e infatti pur avendo stradominato la gara il Real Madrid non evitò rischi dietro. Certo è che gli enormi margini di miglioramento che ancora rimangono alla squadra di Mourinho fanno davvero paura.

FOTO: elpais.com

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sabato, maggio 08, 2010

Si salvi chi può.

Nella serata che potrebbe decidere il titolo, anche la bassa classifica ribolle. Di seguito una ricognizione di tutte le squadre coinvolte dalla matematica, anche quelle che possono dirsi quasi salve o virtualmente spacciate.


XEREZ


ULTIMO/30 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -29. CALENDARIO: Zaragoza (casa); Osasuna (trasferta).

Applausi comunque. La salvezza è praticamente impossibile ormai, ma lo spirito dimostrato è encomiabile, e anche al di là dello spirito con Gorosito in panchina il Xerez ha mostrato soluzioni migliori in campo. Cambio di tecnico (modesto Ziganda) purtroppo tardivo, nonostante la sensibile crescita nei risultati.
Un Xerez che non rinuncia a giocare, nonostante le grosse carenze nel mezzo (con il prepensionato obeso Viqueira fuori gioco, manca chi veda al di là del proprio naso, anche se l’innesto di Víctor Sánchez accanto all’aspirapalloni Sidi Keita ha migliorato le cose rispetto al Bergantiños titolare della prima metà di stagione), e che trova le migliori soluzioni fra la trequarti e gli esterni: utilizzando più spesso il 4-2-3-1 che le due punte pure, Gorosito adatta sulla trequarti un esterno di ruolo (il mancino Momo e Calvo), alternando sulle fasce gli stessi Calvo e Momo e poi l’argentino Armenteros (buon giocatore) e soprattutto il cileno Orellana a destra, l’elemento maggiormente in evidenza: leggerino assai ma estroso e con un’ottima capacità nel trattenere il pallone e smarcarsi tra le linee con i tagli.
L’attacco è limitatissimo, sebbene Mario Bermejo (giocatore senza qualità che spiccano, ma capace di arrangiarsi un po’ in tutte le situazioni: spalle alla porta, in profondità, nel gioco aereo e nelle conclusioni sottomisura), storico mestierante delle serie inferiori, abbia ampiamente sconfessato (con 12 gol sonanti) nel girone di ritorno la sensazione di inadeguatezza alla categoria emersa nei primi mesi. La principale alternativa è un altro veterano del sottobosco, Míchel II, grezzo centravanti-boa, con l’acquisto invernale, l’argentino Alustiza impiegato spesso a partita in corso come seconda punta, ma mai dal primo minuto.
Gorosito preferisce una sola punta, come detto, e nelle gare più esigenti (soprattutto contro le grandi) adotta una variante più difensiva, un 4-1-4-1 con un uomo di pura copertura davanti alla difesa, solitamente il 36enne Vicente Moreno, ma anche (vedi Camp Nou) un difensore centrale adattato come l’ex sevillista David Prieto. Consolidata in difesa la coppia centrale formata dall’argentino Gioda e dal canario Aythami, deludente Renan fra i pali, il Xerez di Gorosito si è caratterizzato per una buona densità in fase di non possesso e per la capacità di ripartire senza buttare mai via il pallone.

FORMAZIONE TIPO (4-2-3-1): Renan; Francis, Gioda, Aythami, Casado; Víctor Sánchez, Sidi Keita; Orellana, Calvo, Armenteros; Bermejo.


VALLADOLID

PENULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -22. CALENDARIO: Racing (casa); Barcelona (trasferta).

Su questo blog generalmente le preferenze estetiche sono altre, ma non si può non simpatizzare con il fútbol anti-metrosexual del mitico Javier Clemente. L’unico, originale, con il marchio registrato. Personaggio detestato da una metà della stampa spagnola e guardato con sospetto dall’altra metà, ma con un carisma che nemmeno il suo più acceso detrattore potrebbe negargli, Javi ha subito imposto le sue ricette, gli inconfondibili difensori avanzati a centrocampo e, più sporadico, il doppio terzino. Nell’ultima partita casalinga col Getafe addirittura un “trivote” in mediana con Javier Baraja (fratello del “Pipo” valenciano, generalmente jolly difensivo con Mendilibar) a far legna accanto a Borja e Pelé (il migliore dei centrocampisti).
Al di là delle variazioni contingenti, la ricetta è comunque chiarissima: dopo la fallimentare parentesi di Onésimo, che aveva cercato un Valladolid più portato al possesso-palla (ottenendo risposte di sconcertante mollezza), si è tornati a privilegiare la riconquista del pallone come base, anche se con caratteri assai meno spregiudicati rispetto all’era Mendilibar. Quest’ultimo rischiava pressing e difesa altissima, Clemente infoltisce la propria metacampo, butta lungo il pallone e manda meno giocatori possibile in avanti, in modo da trovarsi subito pronto, blindato tutto dietro la linea della palla non appena l’attacco svanisce e gli avversari ne tornano in possesso. Per questo là davanti conta maggiormente rispetto a Mendilibar e Onésimo su Manucho, cristone capace di fare reparto da solo. Il forte Diego Costa, per caratteristiche tecniche e atletiche, si può adattare a partire anche da una posizione di esterno (ma con ampia licenza di incursione in area avversaria), mentre a ripresa inoltrata, con le squadre più lunghe, Clemente si riserva l’utilizzo di giocatori più leggeri e vivaci come il giovane rapidissimo esterno destro Keko (in prestito dall’Atlético Madrid), Alberto Bueno o il delizioso ma complicato Medunjanin. Altra novità di Clemente è la fiducia data al centro della difesa al portoghese Henrique Sereno, un altro degli acquisti invernali.
Le ricette di Clemente (mai una formazione uguale all’altra, quella sotto è puramente indicativa e ho trovato un po’ di difficoltà a inventarmela…) finora hanno pagato abbastanza, ma la salvezza resta lontanissima. Forse anche in questo caso il cambio in panchina è avvenuto con eccessivo ritardo.

FORMAZIONE TIPO (4-5-1): Jacobo; Barragán, Arzo, Sereno (Nivaldo), Nivaldo; Nauzet (Keko), Borja, Pelé, Javi Baraja, Diego Costa; Manucho.


TENERIFE

TERZULTIMO/35 PUNTI. DIFFERENZA RETI:-33. CALENDARIO: Almería (casa); Valencia (trasferta).

Una delle squadre più deboli ma anche più generose nei confronti dello spettatore, una delle più divertenti ma anche una delle più inconsistenti, con una differenza imbarazzante fra i 38 gol fatti (quintultimo attacco del campionato) e i 71 subiti (di gran lunga il dato peggiore di tutta la Liga). Un rendimento fuori casa catastrofico, una sola vittoria.
La squadra di Oltra se la gioca più o meno con tutti allo stesso modo, cercando di aggredire per prima. Ricerca della massima intensità e ritmo possibile nella manovra. Il tasso tecnico è quello che è, ma i movimenti sono mandati giù a memoria, l’offerta di appoggi ampia e nelle sue partite migliori il Tenerife fila che è un piacere: l’esterno di centrocampo stringe e si avvicina al portatore di palla, le punte a turno vengono incontro. Nel mentre l’esterno della fascia opposta si allarga per ricevere il cambio di gioco. Sempre due opzioni minimo per il portatore, e ottima copertura in ampiezza. I due terzini accompagnano costantemente l’azione offensiva, mentre nel corso dell’azione spesso uno dei due centrali di centrocampo si stacca per inserirsi a rimorchio. Benissimo fino alla trequarti, ma poi il Tenerife nel 99% dei casi si perde. Dove non basta l’organizzazione infatti deve subentrare il talento, la capacità di inventare e sorprendere. E al Tenerife ne manca, se è vero che una mole di gioco offensivo ragguardevole troppo spesso sfocia nel semplice cross buttato in area o nel tentativo velleitario da fuori area.
Nino i gol li fa sempre (13, finalmente in doppia cifra anche in Primera dopo una passata esperienza al Levante), è rapidissimo sul filo del fuorigioco e negli ultimi metri, ma la coppia che forma con Alejandro Alfaro non ha certo avuto lo stesso impatto che ebbe nella scorsa Segunda (39 gol in due!). Rispetto alle aspettative estive (quando sembrava che non dovesse prolungarsi il prestito dal Sevilla e i tifosi chicharreros lo attendevano come un salvatore della patria) Alfaro, accettabile dal punto di vista realizzativo (7 gol), vivace e intelligente nello smarcarsi fra le linee non è mai stato però particolarmente risolutivo come “colpi”. E né Dinei né Ángel (generalmente inseriti in corsa, con lo spostamento di Alfaro a destra quando Oltra intende rimontare uno svantaggio) hanno mai rappresentato alternative davvero credibili.
Sulla fascia sinistra ha perso la titolarità rispetto alla promozione Kome, in favore di Ayoze, che a sua volta tiene in panchina uno dei giovani talenti più stuzzicanti di questa Liga, Omar Ramos. Buono tecnicamente Ayoze, anche discretamente continuo e disciplinato, ma Omar ha margini decisamente superiori, ha il dribbling nel sangue e iniziative spettacolari (anche se talvolta un po’ testarde), sembra l’unico giocatore in rosa in grado di cambiare il volto a una partita, ed è una carta che a nostro avviso Oltra dovrebbe giocarsi con maggior convinzione per “scuotere” questo finale di campionato, senza dimenticare che uno dei due mancini, Omar (più portato allo spunto) e Ayoze (più manovriero), può comunque adattarsi anche a destra e in questo caso lasciare in panchina il più lineare Juanlu Hens.
Al centro il più importante è il regista Ricardo, e accanto lui in questo finale di stagione ha acquisito una certa continuità d’impiego l’argentino Román Martínez, cursore non rapidissimo ma capace di coprire un’ampia porzione di terreno con discreta proprietà di palleggio e un eccellente tempismo negli inserimenti che ha fruttato alcuni gol preziosi nelle ultime giornate, ribadendo un senso del gol già emerso nella passata stagione all’Espanyol, pure non ricchissima di soddisfazioni. Più limitati al semplice lavoro oscuro invece i concorrenti Richi e Mikel Alonso.
Quando non ha il pallone il Tenerife cerca di riconquistarlo subito, più vicino possibile all’area avversaria, adoperando la massima aggressività. È una delle pecche principali di questa squadra la debolezza in fase di non possesso. A volte l’entusiasmo permette di recuperare in breve tempo il pallone e dare continuità, e persino dominio, al gioco, ma troppo spesso la cattiva coordinazione fra i reparti e fra giocatore e giocatore lascia dei buchi clamorosi, ancora più devastanti in una squadra che tende a difendere molto alto. Nei difensori si nota una tendenza eccessiva a seguire l’uomo nella propria zona anche oltre la zona stessa di competenza, perdendo le distanze dai compagni di reparto.
Facendo un esempio, una volta che il terzino sinistro del Tenerife segue sino alla sua metacampo l’esterno destro avversario che retrocede per prendere palla, e una volta che gli avversari riescono a tagliare fuori il terzino del Tenerife con una combinazione, il terzino del Tenerife si troverà in una zona troppo lontana dal suo collega che gioca sul centro-sinistra della difesa, e questo centrale sarà chiamato a effettuare una copertura al limite, con uno spostamento laterale frettoloso nella zona lasciata sguarnita dal terzino. È un po’ migliorato quest’aspetto ultimamente, ma insomma, troppo spesso insomma la linea difensiva perde la sua coesione, e ciò accentua pure le carenze individuali dei difensori canari, alcuni davvero macchinosi e lenti (su tutti il centrocampista riconvertito Manolo Martínez, che comunque ha perso il posto a favore di Culebras, ora centrale titolare a fianco di Pablo Sicilia).
Insomma, il Tenerife ha grossissime chances di retrocedere perché non risolve quasi mai a suo favore le situazioni nelle due aree, quello che più conta.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Aragoneses; Marc Bertran, Culebras, Pablo Sicilia, Héctor; Juanlu Hens, Ricardo, Román Martínez, Ayoze; Alfaro; Nino.

RACING

DICIASSETTESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Valladolid (trasferta); Sporting (casa).

Del lotto è la squadra più grigia, ma ha un’abitudine a cavarsela sempre bene o male che potrebbe sorprenderci anche stavolta, con due scontri diretti nelle ultime giornate. Arriva comunque a pezzi dalla goleada casalinga subita dal Sevilla, e con dati che lasciano piuttosto perplessi. Bizzarro soprattutto il rapporto fra casa e trasferta: fra le mura amiche del Sardinero solo 14 punti con differenza reti –17, mentre in trasferta 22 punti e bilancio più equilibrato fra gol fatti e subiti, solo –1. Statistiche che supportano la tesi di un Racing in grosse difficoltà quando c’è da fare la partita, soprattutto per le enormi lacune di immaginazione a centrocampo (cambia poco che accanto a Colsa Diop abbia rubato il posto a Lacen: il senegalese è un altro cursore). Con l’infortunio di Munitis (peraltro già in nettissimo declino) e Serrano si accentua la solitudine di Canales, che alla sua età non può vedersi chiedere di trascinare da solo una squadra modesta: 6 gol e lampi straordinari, un talento sotto gli occhi di tutti, ma anche una pausa fisiologica nel cuore della stagione. Non aiuta poi l’attacco meno dotato del campionato: Tchité, volenteroso e mobile ma pasticcione, ha raggiunto quota 9 grazie a qualche rigore, il bisonte Xisco è quello che è, Bolado è il più dotato, ma è inesperto ed è stato scongelato troppo tardi dopo il suo ritorno alla base nel mercato invernale.
Così al Racing viene bene soprattutto affidarsi al lavoro difensivo (grazie a una certa continuità negli uomini e nel modulo, un 4-4-2 semplice semplice ma generalmente affidabile), controllare un po’ le cose e aspettare l’episodio.

FORMAZIONE TIPO (4-4-2): Coltorti; Pinillos (Crespo), Torrejón (Moratón), Oriol, Christian Fernández; Arana, Colsa, Diop, Toni Moral; Canales; Tchité.


MÁLAGA

SEDICESIMO/36 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -18. CALENDARIO: Getafe (trasferta); Real Madrid (casa)

Strano il calcio. Rispetto alla squadra rivelazione dell’anno scorso, il Málaga di questa stagione è nettamente più attrezzato, anche convincente per buoni tratti della stagione, ma tuttavia puzza sempre più di Segunda dopo l’inequivocabile blackout dell’ultimo quarto di campionato.
Muñiz l’ha anche organizzata bene questa squadra: fase di non possesso fra le più serie, una zona sobria e con distanze corrette e coperture puntuali, portata ad attendere con un blocco medio-basso più che ad aggredire col pressing alto. Anche in fase di possesso comunque il Málaga non rinuncia alla coralità. Fondamentale in questo senso, come detto più volte, l’apporto di Duda, uomo-chiave e di fatto regista della squadra dalla sua posizione di esterno sinistro. Duda non ha cambio di ritmo né conquista il fondo, però tiene palla, detta bene i tempi, permette alla squadra di raggrupparsi e salire attorno al pallone, oltre a costituire uno dei maggiori pericoli a palla ferma di tutto il campionato, col suo sinistro veloce e tagliatissimo.
Ha rappresentato però una grave menomazione la stagione discontinua, fra un infortunio e l’altro, del regista ufficiale, e cioè Apoño, impossibilitato a ripetersi sui grandi livelli della passata stagione. Ora è disponibile, ma in sua assenza Muñiz ha fatto prevelentemente alternare nel doble pivote il centrocampista difensivo Juanito (anche difensore centrale), il canterano Toribio e il tunisino Benachour, più spesso però trequartista (il suo ruolo).
Toribio ordinato, lontano anni luce dal peso sulla manovra di Apoño ma comunque positivo, buon segnale di una cantera che quest’anno ha aiutato parecchio: su tutti il ventiduenne difensore centrale Iván González (notevole per personalità e potenziale atletico), ma si sono affacciati anche il terzino sinistro Manu Torres (in concorrenza col danese Mtiliga), Javi López (esterno-centrocampista offensivo, 2 gol), Orozco (altro difensore centrale) e, con spezzoni molto più ridotti, Juanmi (attaccante, solo 16 anni e anche lo sfizio di un golletto in Copa del Rey), Portillo e Pedrito (a ciascuno il suo).
Molta scelta dalla trequarti in su: a destra non c’è un padrone fisso fra Valdo, più specialista del ruolo di esterno, e Fernando, che la fascia la cerca poco e preferisce inserisi sulla trequarti, mentre al centro della trequarti le cose migliori le ha fatte vedere il buon Benachour, posto che Forestieri non è esploso nemmeno qui, e Baha può sacrificarsi in appoggio al centrocampo oltre che partire centravanti, ma fa comunque poca differenza sul piano qualitativo.
Un attacco cui non manca la qualità, ma più semplicemente la capacità di andare al sodo e buttarla dentro: Obinna vivacizza tantissimo con la velocità, i dribbling e il movimento su tutto il fronte offensivo, ma davanti al portiere è negato (4 gol, e la cosa ha il suo peso quando in molte occasioni si vede schierato come unica punta), Baha non è da doppia cifra (5 gol in 31 partite), l’ecuadoriano Caicedo aggiunge alternative importanti al gioco (soprattutto il fisico da bestione che gli permette di fare reparto da solo e impegnare i centrali avversari), ma ha trovato solo 4 gol in 16 partite, accettabili come bilancio per uno che è arrivato in inverno, ma pochi in termini assoluti per la squadra.
Anche la difesa ha dovuto soffrire un contrattempo serio come l’assenza per infortunio in questo finale di stagione del centrale mancino Weligton, motivo per cui Muñiz ha dovuto sperimentare accanto a Iván González, ora adattando Jesús Gámez (con discreti risultati, ma è un po’ uno spreco perché così ti perdi uno dei terzini destri più completi e profondi della Liga), ora inserendo il citato Orozco o Stepanov, infine arretrando Juanito per queste ultime partite.

FORMAZIONE TIPO (4-4-1-1): Munúa; Jesús Gámez, Juanito, Iván González, Mtiliga; Fernando (Valdo), Toribio (Juanito), Apoño, Duda; Benachour (Baha); Caicedo (Obinna, Baha).


SPORTING

QUINDICESIMO/39 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -13. CALENDARIO: Atlético Madrid (casa); Racing (trasferta).

Si è complicata di brutto la vita quella che nel girone d’andata pareva una delle squadre più convincenti in rapporto ai mezzi. Però ha smesso di giocare, e quando ti credi salvo con largo anticipo e invece ripiombi, può innescarsi allora una tendenza micidiale.
Rimangono comunque più che attrezzati per la salvezza gli asturiani, che ribadiscono come loro arma vincente la trequarti, fatta di giocatori rapidi, fantasiosi, portati a saltare l’uomo con una certa facilità. Lo Sporting non è una squadra che specula particolarmente, gli piace attaccare su ritmi alti e arrivare con un po’ di uomini in area avversaria, ma non ritiene necessario arrivarci attraverso azioni particolarmente elaborate: meglio se possibile chiamare fuori l’avversario, ripiegare un po’ e poi sfogarsi negli spazi. De las Cuevas ispira al centro (a dire il vero un po’ meno nel girone di ritorno, e al calo dell’ex colchonero non è nemmeno corrisposto un rilancio in funzione compensativa della sua validissima riserva, il canario Carmelo), Diego Castro invece è il solista principe: parte da sinistra ma essendo destro si accentra spessissimo (lasciando la fascia alle frequenti sovrapposizioni del terzino sinistro, Canella o José Ángel) per provare la conclusione a girare o lasciare il segno col suo dribbling, mortifero come pochi nella Liga. Anche Barral offre uno sfogo importante al gioco di rimessa, con la tendenza a defilarsi verso sinistra per poi puntare verso la rete nelle azioni di contropiede. Mate Bilic invece è un centravanti più classico, che dalla panchina offre l’alternativa del gioco aereo contro difese schierate, talvolta passando alle due punte in coppia con lo stesso Barral. Più lineare invece la fascia destra, con un tornante come Luis Morán. Importante scoperta invece Lora, mezzala riciclata con successo da Preciado nel ruolo di terzino destro.
Comunque è uno Sporting più maturo e completo rispetto a quello allegrone della stagione passata, che attaccava solo a ondate e imbarcava in difesa. Il salto di qualità nel girone d’andata è passato infatti per la leadership tecnica di Rivera a centrocampo, moto perpetuo capace di organizzare e garantire continuità alla manovra anche in fasi d’attacco necessariamente più ragionate (però il centrocampo ha accusato la partenza invernale di Míchel verso Birmingham), e per l’ottimo rendimento dietro della coppia formata da Botía, puntuale e pulito centrale 21enne di scuola Barça, e dalla montagna umana Gregory, difficilmente superabile nel gioco aereo.

FORMAZIONE (4-2-3-1): Juan Pablo; Lora (Sastre), Botía, Gregory, Canella (José Ángel); Diego Camacho, Rivera; Luis Morán, De las Cuevas, Diego Castro; Barral (Bilic).


ZARAGOZA

QUATTORDICESIMO/40 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -17. CALENDARIO: Xerez (trasferta); Villarreal (casa).

Nell’analisi già effettuata sugli aragonesi, avevo sottolineato come i tanti cambi di giocatori e il cambio in panchina recassero come conseguenza logica una certa indefinitezza nello stile di gioco. Va aggiunto come aggiornamento che il lavoro di Gay non persuade del tutto, votando la squadra a un certo conformismo che non ne valorizza del tutto le potenzialità. Mi riferisco alla condotta troppo spesso meramente attendista, alla discutibile preferenza per Eliseu rispetto a Lafita, al mancato utilizzo contemporaneo di Suazo e Colunga, che pure per caratteristiche costituirebbero una delle coppie meglio assortite del campionato… Comunque, l’infortunio del magnifico cileno ha “risolto” il problema, lasciando Gay contento della sua mono-punta e mandando finalmente allo scoperto Colunga, Villa dei poveri in gol nelle ultime tre partite.
In ogni caso Gay non è stato assunto per una prospettiva a lungo termine, su tutto ora più che mai conta il risultato e il Zaragoza di fatto è a un piccolissimo passo dalla salvezza.


ALMERÍA

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -11. CALENDARIO: Tenerife (trasferta); Sevilla (casa).

Una ricaduta inaspettata, ma la netta vittori casalinga col Villarreal ha riportato la calma, e la salvezza matematica è solo a un punto. Il cambio in panchina, da Hugo Sánchez a Lillo, aveva prodotto un drastico cambio di rotta nei risultati, e aveva posto le condizioni per una salvezza ancora più anticipata, solo fino a un paio di settimane fa.
Il lavoro di Juanma Lillo è stato piuttosto interessante, e accompagnato dal risultato giusto potrebbe implicare anche la rivalutazione di un personaggio che nell’immaginario calcistico popolare spagnolo viene spesso bollato come un venditore di fumo. Enfant prodige della panchina col Salamanca a metà anni ’90, poi ridimensionato da una serie di esperienze negative, il suo punto debole è che adora parlare di calcio, in termini originali ma talvolta astrusi e involontariamente comici (se snoccioli piacevolezze come "Messi ha mejorado mucho, y espero continúe en ello, en no jugar de forma trascendente pelotas intrascendentes." è chiaro che un po’ te la cerchi…), e difendendo sempre un’idea di calcio spettacolare oltre il risultato si è esposto inevitabilmente agli sberleffi ogni qualvolta i fatti non seguivano le parole.
Maestro (lo ha allenato nei Dorados messicani) e al tempo stesso allievo (riconosce di essersi ispirato al suo Barça nella filosofia di gioco, fatte ovviamente le debite proporzioni) di Guardiola, Lillo non è un sognatore, ma un pragmatico iluminato che ha dimostrato di saper leggere le partite e praticare numerosi adattamenti all’interno del modello di gioco di base. Ereditata una squadra senza alcuna identità da Hugo Sánchez, Lillo ha impostato l’Almería sulla ricerca di un possesso-palla elaborato sin dalle retrovie, con l’imperativo strategico della supremazia in termini di opzioni di passaggio nel cuore del centrocampo. Quindi i moduli possono variare, ma in genere sono garantiti tre giocatori nel mezzo (punti fermi M’Bami sul centro-destra, importante per le doti di corsa negli spostamenti laterali, e soprattutto l’ordinatissimo argentino Bernardello davanti alla difesa, pallino personale) più uno che può essere o un attaccante che viene spesso a fornire l’appoggio, una mezzapunta (Corona importante prima dell’infortunio) oppure il jolly Soriano, che indifferentemente gioca mezzala (in concorrenza col peruviano Vargas) o incursore subito dietro le punte, sfruttando il gioco aereo e gli ottimi tempi d’inserimento.
L’esigenza della superiorità a centrocampo ha spinto addirittura a ricorrere al 3-4-3 (3-4-3 vero, con quattro centrocampisti puri e Michel e Cisma dietro, due terzini di spinta, specie il primo), alternato da Lillo al 4-3-3 e al 4-4-2 a rombo. Questo senza dimenticare la carta del contropiede, giocata volentieri quando le circostanze lo permettono, potendo contare su due giocatori velocissimi lanciati negli spazi, Crusat e Piatti. Con Diego Alves fra i migliori portieri del campionato, rappresenta invece un neo l’attacco, che non ha colmato il vuoto lasciato da Negredo: Goitom può fare da punto di riferimento ma la porta non la vede, Kalu Uche ha bei colpi ma un po’estemporanei, e da un punto di vista tattico la squadra difficilmente si può appoggiare su di lui.

FORMAZIONE TIPO (4-3-3): Diego Alves; Michel (Juanma Ortiz), Chico (Pellerano), Acasiete, Cisma; Mbami, Bernardello, Soriano (Vargas); Piatti, Uche, Crusat.


ESPANYOL

TREDICESIMO/41 PUNTI. DIFFERENZA RETI: -16. CALENDARIO: Osasuna (casa); Mallorca (trasferta).

Come all’Almería, manca solo un punto. Qui abbiamo già analizzato la seconda squadra di Barcellona.

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domenica, gennaio 10, 2010

Testa alta e faccia tosta.

Sevilla-Racing, diciassettesima giornata della LIGA BBVA.
Ventiseiesimo minuto: passaggi rapidi del centrocampo ospite, Colsa filtra un pallone per Munitis smarcato tra le linee, la difesa sevillista pecca nel cercare il fuorigioco perché da dietro, in controtempo, si sta inserendo Sergio Canales. Il canterano si trova solo davanti a Palop che prova a chiudergli lo specchio. Potrebbe fare mille cose, ma ha già in mente la più giusta, che è anche la più geniale: colpo sotto, fuori dalla portata di Palop e palla che dolcemente si infila in rete.



Trentasettesimo minuto: in uscita da un calcio d’angolo il Racing ha un contropiede. Munitis lo conduce ma scivola. Gli subentra comunque Xisco, che non perde così il vantaggio sulla difesa avversaria e può servire un passaggio facile in profondità. Ancora Canales. Ancora uno contro uno con Palop. Portiere bevuto in un sorso, e va bene, ma fra questo dribbling e la conclusione a rete c’è un attimo interminabile del quale migliaia di tifosi del Racing approfittano per bestemmiare invitando calorosamente il ragazzo ad usare maniere più spicce.
È un misto di una giustificata intenzione di andare sul sicuro e di gusto sadico a partorire la finta con cui il nostro eroe manda a vuoto il ritorno di Adriano, finta che dopo aver scartato il portiere gli apre del tutto la porta avversaria. Adriano finisce impigliato nella rete come un merluzzo qualsiasi, e con tutta la stima per l’ottimo brasiliano, la cosa non manca di suscitare una risatina perfida. Canales corre a raccogliere gli applausi, persino quelli del buongustaio pubblico di casa, e nel mucchio di abbracci sbucano gli eloquenti occhi fuori dalle orbite di Serrano.
In settimana si era parlato di un interesse per Canales proprio del Sevilla. Biglietto da visita più che esaustivo, non c’è che dire.



Ogni fenomeno che si rispetti deve avere la sua teofania, e Canales l’ha messa in scena ieri. Coi suoi diciotto anni lo si potrebbe immaginare tranquillamente intento a danzare fischiettando sull’orlo di un burrone.
Parlando di Ander Herrera abbiamo sottolineato come un giovane esordiente non possa mai trasformarsi in trascinatore. Sarebbe esagerato e ingiusto contraddirci di fronte alla prestazione di Canales, perché la vittoria di ieri del Racing è frutto di un buon lavoro di squadra oltre che di un Sevilla ancora una volta orribile, però è innegabile che un giovane di questa qualità e personalità possa fornire una spinta di entusiasmo importantissima.Il Racing sembrava una delle candidate principali alla retrocessione dopo un mercato estivo che l’ha oggettivamente indebolito (molti giocatori dalla Segunda dimostratisi inadeguati, richiesti espressamente da quel Mandiá che ha anch’egli fallito nel suo approccio alla massima divisione) relegandolo al rango di squadra umile e ordinata ma tremendamente grigia, senza più uno Zigic a semplificare le cose. Scarsa creatività e scarso peso offensivo, i due problemi principali. Canales si è inserito come un palliativo formidabile per entrambi.
Due gol in casa dell’Espanyol e due ieri (oltre a uno al Bernabeu, al suo esordio assoluto, annullato ingiustamente: alla faccia del miedo escenico). Tchité, Geijo e Xisco (che ha comunque l’alibi di essere disponibile da poco) arrossiscono, senza dimenticare comunque l’apporto principale di Canales, quello che sa fare meglio: dare un tocco di qualità, più imprevedibilità e più alternative alla manovra, facendo giocare meglio i compagni che lo circondano nel momento stesso in cui gioca bene lui. I ragionieri Colsa e Lacen hanno trovato finalmente una sponda alla quale appoggiarsi e che li deresponsabilizza, permettendo loro di limitarsi a macinare il proprio gioco “sempliciotto”.

Anche Canales è un classico centrocampista offensivo della recente scuola spagnola: fantasioso e lineare al tempo stesso, geometrico ed estroso, elegante e pratico, risolutivo ma mai egoista, versatile e con una notevole comprensione delle esigenze del collettivo. Sempre a testa alta, sempre giocando in pochi tocchi e sempre alla ricerca di nuovi spazi dopo essersi liberato del pallone. Beninteso, l’assist che affetta la difesa avversaria resta sempre in canna.
Come già dimostrato nella nazionale Under 17 (campione d’Europa 2008) e Under 19, Canales può giocare indifferentemente da regista o da trequartista, sfruttando in un caso la visione di gioco e la capacità di dare ritmo alla circolazione del pallone (quello di cui avrebbe bisogno proprio il Sevilla intrappolato in un’orizzontalità biascicata in maniera sempre più indigeribile), nell’altro l’intuito nel fornire l’ultimo passaggio e il senso del gol, supportato da un eccellente tempismo negli inserimenti alle spalle della prima punta.

Una Liga non esaltante quanto a qualità di gioco e competitività generale, ma prodiga di nuovi talenti come non mai: da Canales a Muniain, da Ander Herrera a Omar (ala del Tenerife) e Iván González (difensore centrale del Málaga), ci sarà parecchio da divertirsi nei prossimi anni, anche per i CT della nazionale.

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lunedì, novembre 23, 2009

Lotta a tre?

Importanti responsi dalla giornata di sabato. Il Barça fermato alla Catedral sul pareggio cede la leadership al Real Madrid, che così potrà giocare su due risultati favorevoli il Clásico della prossima giornata al Camp Nou. Nel mentre a Tenerife nel pomeriggio il Sevilla ottiene il massimo risultato: i tre punti di distacco dal Real Madrid obbligano a tenere in considerazione anche gli andalusi (il Valencia a –4 richiede invece un esame ulteriore).


Dio benedica il risultato. Mai come in questa occasione il Real Madrid può nascondersi dietro il responso del tabellone. La prestazione, assai deludente, passa in secondo piano stavolta, perché momentaneamente la pressione si sposta dalle spalle di Pellegrini al Barça, e perché anche una vittoria striminzita e grigia come quella di ieri può fungere da trampolino data la prossimità del match del Camp Nou. Passare di colpo da una situazione di totale indefinitezza, di mormorii e di ansia attorno al nuovo progetto a un possibile vantaggio addirittura di quattro punti sul Barça potrebbe comportare una svolta radicale nella stagione madridista. Potrebbe subentrare l’ottimismo, e il dato psicologico retroagirebbe anche su quello tecnico, favorendo il consolidamento di un progetto, sinora rimasto solo sulla carta, che fra l’altro proprio a partire dal Clásico tornerà a contare su Cristiano Ronaldo.

A fronte dei discorsi sul valore potenzialmente molto elevato di questo risultato rimane però l’immagine di squadra davvero inconsistente che offre questo Real Madrid incapace di condurre il gioco con continuità per 90 minuti. Ancora una volta si vede qualcosa di buono soltanto nel primo quarto d’ora/mezzora del match: ci mette del suo anche il Racing appena affidato a Portugal dopo l’esonero di Mandiá.
Timidissimo nel suo 4-2-3-1, sprofonda ai limiti della propria area senza pressare l’inizio dell’azione madridista: strana passività per una squadra che della disciplina e dell’intensità in fase di non possesso aveva fatto il suo cavallo di battaglia negli ultimi anni. Senza doversi preoccupare alle sue spalle davanti a un Racing con troppa poca qualità per ripartire in spazi così estesi, il Real Madrid può far circolare palla con buona continuità (Pellegrini propone una nuova combinazione a centrocampo nel suo consueto 4-4-2 ibrido: Xabi Alonso vertice basso, Granero che un po’lo accompagna al centro e un po’ tende alla fascia destra coordinando i suoi movimenti con quelli di Kaká), con la possibilità sempre presente di inquietare coi suoi tiratori dal limite dell’area (palo di Xabi Alonso). Albiol acciaccato e Sergio Ramos squalificato portano Garay accanto a Pepe (dominante contro gli attaccanti del Racing) e Arbeloa a destra, con Marcelo di nuovo terzino a comporre una catena di sinistra con Drenthe che lavora discretamente nel primo tempo.
Come al solito però il gol di vantaggio (Higuaín d’opportunismo) intorpidisce gli uomini di Pellegrini. Il film di sempre: giocatori che cominciano a portare palla disordinatamente, squadra che non attacca più in blocco, si allunga e comincia a perdere palla in zone del campo sempre meno avanzate e a faticare nel recuperarla. Così succede che nella ripresa anche il Racing come il Tenerife, il Xerez e il Valladolid guadagna metri e possesso-palla.

Contro una squadra normale il Madrid avrebbe sicuramente pagato, ma la sua fortuna è di trovare sulla sua strada una delle più ferme candidate alla retrocessione. Indebolito rispetto all’anno scorso, il Racing continua a patire la scarsissima creatività del doble pivote Colsa-Lacen e in più perde chiaramente colpi in attacco. Le cessioni di Pereira e soprattutto di Zigic non sono state riassorbite: Tchité rapido e generoso nel cercare la profondità, ma con troppe carenze qualitative nel finalizzare l’azione; Geijo, che gli subentra, ha doti potenzialmente superiori come riferimento offensivo, ma è una pura incognita a livello realizzativo (l’ex Depor Xisco, la terza scelta, è invece elemento abbastanza modesto).
Così in una fase pure favorevole, il Racing non fa nemmeno sporcare i guanti a Casillas. Qualcosa di più sensato e ambizioso si intravvede soltanto con l’entrata del canterano Canales, unico vero rifinitore della rosa (non lo sono né il Munitis che parte da destra e che non ha più l’elettricità degli anni migliori, né quel Luis García davvero malinconico rispetto alle buone stagioni con Barça e Liverpool). Con lo spostamento di Luis García a sinistra Canales assume il comando tra le linee e lega di più centrocampo e attacco, propiziando combinazioni un minimo elaborate e segnando anche un gol ingiustamente annullato dall’arbitro. Nulla di sensazionale, ma in una squadra in cui i centrocampisti non vedono al di là del proprio naso e due attaccanti non fanno mezzo gol, il fatto di saper giocare a calcio dovrebbe porre in secondo piano le considerazioni anagrafiche che ne hanno finora ritardato il lancio in prima squadra (18 anni, campione d’Europa con l’Under 17 nel 2008, integrato nell’Under 19 già nell’ultimo Europeo).


¿Qué pasa, Pep? È un momento chiaramente delicato per il Barça, non tanto perché questa flessione sia irreversibile, ma perché il brevissimo termine presenta ostacoli forse non del tutto alla portata delle possibilità attuali del Barça. Giocarsi tutto con l’Inter non solo senza gli influenzati Abidal, Touré e Márquez, ma anche senza Messi e forse senza Ibrahimovic non rappresenta un handicap da poco, tanto più in un momento in cui il gioco e la condizione psicofisica sono ben lontani dai migliori standard. Quello che si nota è una certa carenza di cattiveria e intensità rispetto alla passata stagione: non è quel Barça che in tutte le partite e in ognuno dei 90 minuti impone il suo ritmo.

Caparrós infoltisce il centrocampo con tre centrali (Javi Martínez, Gurpegi, Orbaiz), in un 4-5-1 che vede Susaeta e Yeste larghi a supporto di Llorente. Il pregio dei padroni di casa in quest’occasione risiede nell’utilizzare più il cervello che quella foga un po’demagogica che alla lunga ne compromette le chances in numerose partite: Javi Martínez non si avventura nelle sue missioni impossibili ma tiene la posizione corretta vicino alla difesa, e così i suoi compari. Raggiunta la parità numerica con Xavi, Busquets e Keita, il peso della manovra blaugrana ricade nelle prime fasi del match sui difensori, in una misura anche eccessiva (ottimo comunque Chigrinskiy, alla sua miglior prestazione finora). Passati i minuti iniziali il Barça si riequilibra e coinvolge più giocatori, e in maniera più continua, nella manovra, garantendosi il dominio territoriale (e alcune buone occasioni), a partire soprattutto dalla posizione di Messi, in assenza di Ibra falso centravanti come in alcune delle migliori partite della passata stagione.
La fase migliore degli uomini di Guardiola si estende fino all’inizio della ripresa, quando Alves pescato magistralmente da Xavi si inserisce per lo 0-1. Ma è proprio dal vantaggio in poi che si apprezza tutta la differenza fra questo Barça e quello della scorsa stagione: i blaugrana non congelano né ammazzano la partita, improvvisamente cominciano a farsi trascinare dall’Athletic su un piano a loro completamente sgradito, e cioè quello dei ritmi spezzettati, delle palle contese, dei capovolgimenti da un fronte all’altro… Buonissima in ogni caso la reazione d’orgoglio dei baschi, che trovano il pareggio con il neo-entrato “Diego Armando” Toquero, che approfitta di una dormita fra Piqué ed Alves sugli sviluppi di un’azione tipicamente “made in Athletic”: rinvio del portiere, spizzata di Llorente e inserimento vincente della seconda punta.
Costretto a fare a meno di Messi, Guardiola si gioca il finale con l’onesto Henry e con Bojan, la cui panchina iniziale, pure in assenza di Ibra, fa davvero riflettere sulla scarsa considerazione in generale riservatagli da Pep. È un finale comunque giocato male, più sui nervi e le azioni individuali, con molte imprecisioni e scarsa continuità.


Il terzo incomodo. Intanto il Sevilla mette altro fieno in cascina, non importa se poco meritato. Il Tenerife infatti gioca una signora partita, confermandosi una delle squadre più interessanti di Primera in rapporto ai mezzi di partenza. Gli uomini di Oltra giocano un calcio veramente contagioso per lo spirito offensivo, l’intensità e il buon gusto estetico che lo caratterizzano. Non importa l’avversario, loro vogliono sempre fare la partita: pazzi scatenati che vanno a fare 56% di possesso-palla al Bernabeu (beccandosi uno 0-3 bugiardissimo), anche contro il Sevilla controllano il gioco per lunghi tratti, raccogliendo troppo poco. Schierati con un 4-2-3-1 nell’occasione (il 4-4-2 non si può fare perché la seconda punta titolare, Alfaro, è inutilizzabile perché prestato proprio dal Sevilla), pressano alto e fanno circolare il pallone con grande facilità da un lato all’altro. Mikel Alonso (gran pressing) e Ricardo (il regista) riciclano palloni su palloni, e l’organizzazione tattica offre sempre soluzioni facili al portatore di palla, che gioca a memoria. Sempre almeno due-tre opzioni di passaggio, con l’esterno vicino al portatore che stringe, il terzino che si sovrappone, l’attaccante o il trequartista che vengono incontro per fare da sponda, mentre l’esterno della fascia opposta si allarga prontamente per garantire il cambio di gioco.
Dopo una fase iniziale di predominio sevillista, il Tenerife si scioglie e attacca con continuità e a un ritmo alto (all’ala sinistra ancora una volta in evidenza la sfrontatezza del canterano Omar). Il problema però è che manca la capacità di fare la differenza negli ultimi metri: Nino, che nella scorsa Segunda ne ha fatti 29, fatica al di là dei buoni movimenti (anche se nel secondo tempo segnerà un gran gol), mentre mancano l’ultimo passaggio e l’imprevedibilità sulla trequarti, dato che Román Martínez è un semplice incursore adattato alle spalle dell’unica punta. Se la preparazione dell’azione è eccellente, la conclusione è deficitaria, con tiri dalla distanza spesso precipitosi e pochi giocatori a finalizzare in area.

E così se non mordi contro una squadra come il Sevilla, finisce che paghi. Al Sevilla al contrario basta un nulla per accendersi: una brutta palla persa da Bellvís, spazio in contropiede per Navas, e gol di Perotti. L’efficacia offensiva e le prestazioni affidabili sono in generale i grandi punti di forza del team di Jiménez. Ritmo, buona organizzazione difensiva (il reparto arretrato non risente delle assenze di Dragutinovic ed Escudé, buono l’apporto di Marc Valiente all’esordio assoluto in Primera), una fisicità alla portata di pochi nella Liga (impressionante Zokora), due frecce come Perotti e Navas a ribaltare il gioco e trovare il fondo, Kanouté, Luis Fabiano e ora anche Negredo capaci non solo di finalizzare come pochi ma anche di crearsi le occasioni da soli in area di rigore. Una volta che passa in vantaggio questo Sevilla è difficilissimo da riagguantare: si chiude e, per le necessità dell’avversario, vengono da sé quegli spazi in cui fa tanto male.
Una rosa logicamente molto inferiore per qualità assoluta a quelle di Barça e Real Madrid, ma una rosa completa. Il grande dubbio rimane il gioco, tendenzialmente più di quantità che di qualità. Alla grande capacità di gestire e concretizzare non si accompagna una pari capacità nel sapersi creare le situazioni favorevoli. La fisicità superiore frutta una grande pressione sul centrocampo avversario, molti palloni macinati, spesso anche dominio territoriale, ma questo dominio non si traduce facilmente in situazioni di superiorità numerica. È un Sevilla meno legato, con più movimento fra i reparti rispetto a quello inguardabile dell’anno scorso che come alternativa fondamentale aveva quella fra il possesso-palla orizzontale e il lancio a casaccio, però è un Sevilla che accusa sempre una certa prevedibilità. Navas e Perotti rappresentano l’unica via per la superiorità numerica, e uno schieramento con baricentro basso e raddoppi puntuali sulle fasce può irretire oltre misura il Sevilla, basti pensare allo 0-0 casalingo contro un Espanyol ridotto in dieci.
Mancano alternative perché a centrocampo prevalgono gli uomini che corrono col pallone rispetto a quelli che fanno correre il pallone (con Romaric inesploso e Maresca ceduto, Renato è sempre più indispensabile anche perché può creare più linee di passaggio coi suoi movimenti senza palla rispetto a centrocampisti bloccati come Zokora, Duscher e Lolo), e perché manca anche imprevedibilità sulla trequarti. Tutto ciò può costare qualche pareggio di troppo a fronte di avversarie come Barça e Madrid la cui tendenza prevalente è quella di andare di tre punti in tre punti.

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sabato, dicembre 20, 2008

Uefa amara, Champions chissà.

Due delusioni, assai distinte qualitativamente ma ugualmente enormi, estromettono Sevilla e Racing dalla Uefa già prima dei sedicesimi, ai quali la Spagna verrà rappresentata dalle sole Valencia (troverà la Dinamo Kiyv, dopodichè eventualmente la vincitrice di Sampdoria-Metalist Kharkiv) e Deportivo (attesa dall’Aalborg, e in caso di qualificazione dalla vincitrice di Copenhaghen-Manchester City). Serataccia.

Per il Racing Santander una beffa che ha ricordato quella del Getafe col Bayern nella scorsa stagione: pochi istanti che come nulla fosse spazzano via tutto il coraggio, l’applicazione, lo sforzo, la generosità e pure il buon calcio spesi in 90 minuti eccellenti (contro un avversario senza identità, questo sì). Tutto quello che era in loro potere gli uomini di Muñiz lo hanno fatto, e allora non sai proprio a chi appellarti se il PSG i suoi due gol decisivi li fa proprio intorno al 90’, scientificamente, quando il Racing non ha più margini per reagire e rincorrere come tanto brillantemente aveva fatto nel primo tempo e all’inizio della ripresa, quando il Sardinero aveva risposto con uno squillante 3-0 ai gol prematuri arrivati dal Parco dei Principi, un 2-0 immediato per i parigini che pareva aver reso la montagna quasi impossibile da scalare, in termini di differenza reti e di gol all’attivo.
Assorbita la mazzata, a Muñiz rimarrà comunque la certezza di aver trovato una squadra, certezza da tempo sempre più chiara e ieri ribadita con una prova maiuscola. Ciò che è degno di ammirazione nel Racing è che pur essendo una compagine dalla base tecnica trascurabile, cerca comunque di imporsi, di tenere l’avversario lì nella sua metacampo sfruttando a fondo le proprie armi: già avevamo apprezzato il pressing che, a partire dalle due punte, aveva consentito una gara equilibrata al Mestalla ed una addirittura dominata (nonostante la paradossale sconfitta finale per 4-1) al Vicente Calderón, e anche contro il City il Racing nel primo tempo ha portato la contesa sui ritmi e nelle zone di campo che preferiva, con grande convinzione ed efficacia.
Intensità e pressing alto, pur con qualche sbavatura (nei primi 20 minuti Luccin e Colsa commettono un paio di errori di posizione piuttosto gravi: escono precipitosamente ad accompagnare il pressing, oltrettutto muovendosi sulla stessa linea, e ciò permette al City di saltare un’intero reparto con un solo passaggio pescando Elano libero in uno spazio considerevole fra le linee, fortunatamente per il Racing con conseguenze nulle), mettono le cose in chiaro da subito; il resto lo fa una manovra semplice ma veloce e ricca di mobilità, con Munitis e Pereira come elementi-chiave.
Lo spostamento di Munitis nel ruolo di esterno destro ha probabilmente segnato la vera svolta rispetto al Racing brutto e inefficace di inizio stagione. Esterno destro più falso di Giuda Munitis, che costantemente si accentra e fra le linee offre la soluzione senza dubbio più interessante per avviare e rendere imprevedibile il gioco offensivo. Con Munitis in questa posizione il Racing ha in un certo senso surrogato la figura di Jorge López, del quale si era sentita la mancanza in avvio di stagione quando, partito questi verso Zaragoza, esterno destro aveva giocato Valera, cioè un terzino o tutt’al più un esterno da 3-5-2/3-4-3. Risultato: un 4-4-2 tremendamente scolastico e dalle miserrime risorse offensive.
Con Valera terzino destro (ieri in gol per il 3-0) in concorrenza col solito Pinillos, e Munitis reinventato sulla trequarti, il Racing ha ritrovato il triangolo offensivo alla Marcelino (quello che l’attuale tecnico del Zaragoza proponeva anche a Huelva coi vari Cazorla, Uche e Sinama-Pongolle): esterno destro che si accentra, punte che si muovono l’una in profondità e l’altra verso la fascia per allargare la difesa avversaria in coordinazione col movimento dell’esterno destro.
Persa la velocità degli anni migliori, a Munitis sono rimasti piede e carisma per esercitare la leadership sulla trequarti, mentre a fare “il Munitis”, a interpretare cioè quei movimenti di seconda punta ad allargare e aprire le difese, è passato Jonathan Pereira. Più di mille parole vale la magistrale fattura del secondo gol, che parte proprio da Munitis sulla trequarti, passa per l’intelligentissimo movimento da Pereira dal centro verso la fascia e termina con il perfetto taglio di Serrano nello spazio creato proprio da Pereira al centro.
Giocatore che può incidere ancora di più sul piano individuale il gallego, ma che esibisce sempre una eccezionale voglia e funzionalità alle richieste del collettivo: instancabile nel pressing sui difensori avversari, sporca e affretta tantissimi dei loro rinvii, si cerca gli spazi per ripartire in contropiede, va in appoggio agli esterni per il due contro uno col terzino avversario, e poi è rapidissimo, forza cartellini e impone sempre la massima attenzione alle difese.
Chi purtroppo stona in questo quadro è la prima punta: impossibile, nonostante i buoni movimenti anche da lui proposti, non biasimare Mohamed Tchité per l’incredibile gol divorato sul 3-0 (portiere scartato, azione di temporeggiamento per prendere la mira ed eludere il ritorno dei difensori… palla fuori!!!), gol che a posteriori, discorso crudelissimo, avrebbe probabilmente fruttato la qualificazione.

Chi non merita nessuna comprensione o pietà è invece il Sevilla: senza temere alcuna esagerazione, per gli andalusi si può parlare di fallimento bello e buono. Non è francamente ammissibile non arrivare fra le prime tre ed uscire con due risultati su tre a disposizione contro la Sampdoria decisamente resistibile di ieri sera.
Gli uomini di Jiménez possono rimproverare solo loro stessi: hanno avuto il controllo della gara per un’ora, non ne hanno saputo approfittare, hanno scherzato con il fuoco, e infine si sono bruciati. Come detto per un’ora il Sevilla era riuscito a tenere sotto controllo la situazione, tessendo una buona ragnatela di passaggi, accorciando nella metacampo avversaria e ripiegando ordinatamente nella propria quando richiesto. La Samp aveva enormi difficoltà ad uscire in palleggio dalla propria metacampo se non battendo la via di Cassano, unico giocatore capace di condurla fino alla trequarti avversaria, peraltro spesso raddoppiato.
L’assenza di Kanouté e la riconferma del modulo 4-4-1-1 con Renato in appoggio alla punta (stavolta Luis Fabiano; a centrocampo invece è da notare come sia Maresca a restare basso per iniziare l’azione mentre Fazio va in percussione negli spazi, volto tattico inedito per l’argentino, autore di una discreta prestazione) hanno permesso un centrocampo folto, distanze ravvicinate e palleggio facile di fronte al quale la pur nutrita batteria di centrocampisti del 3-5-2 di Mazzarri ha avuto grosse difficoltà.
Arrivati però alla trequarti, di carne al fuoco se ne è vista poca: spesso solo Luis Fabiano come soluzione nell’area avversaria sui tanti cross e mezzi-cross piovuti dalle fasce, soprattutto da quella del solito Navas (al quale però fa danno l’uscita per infortunio di Konko nella ripresa: Mosquera, centrale di ruolo e piedi orrendi, non gli garantisce più l’appoggio che forniva il francese). Si ricordano perciò soltanto una gran prodezza di Castellazzi su un’incornata del Fabuloso, e un tiro da fuori di Navas nella ripresa.
Passata l’ora di gioco, la Sampdoria dice “perché no?”, e in cinque minuti di fuoco mette sottosopra la partita, mettendo in moto Cassano e costruendo due grosse palle-gol con Sammarco e Bellucci. Rilevante l’effetto psicologico di questi episodi, perché la partita sfugge di mano al Sevilla che non riesce più a ritrovare le distanze da qui alla fine. In più ci si mette il gol di Bottinelli… su palla inattiva! Problema che sembrava risolto nel primo scorcio di stagione, riemerso però pesantemente fra ieri e la trasferta del Bernabeu: un altro grosso errore che costa un’altra amarezza europea, dopo quella col Fenerbahçe l’anno scorso.
Preso il gol, l’ultimo quarto d’ora diventa un ostacolo insormontabile per una squadra che, lo abbiamo visto, difetta di peso nell’area avversaria e che non dispone nemmeno dei cambi giusti dalla panchina (ovvero un altro attaccante invece che il Romaric messo lì a biascicare due tiri della disperazione).

La Champions forse potrebbe offrire qualche chances in più al calcio spagnolo, anche se le spacconate post-sorteggio son fra le cose peggiori del calcio attuale. È comunque ghiotta l’opportunità di almeno un terzetto ai quarti di finale: il Villarreal è stato giustamente premiato per essere arrivato secondo nel suo girone (ma in Champions squadre scarse NON NE ESISTONO e se non giochi concentrato ti sbattono fuori subito; in ogni caso il Submarino attuale avrebbe problemi anche col Roccacannuccia), mentre l’arroganza del Manchester United è stata punita con l’Inter (o è l’Inter ad essere stata punita?); l’Atlético Madrid avrà la classica gara equilibrata col Porto, nella quale però i colchoneros potrebbero tradurre in moneta sonante la superiorità delle proprie individualità offensive (“esos bestias de delante”, come ha definito Pernía i vari Forlán, Agüero, Simão, Maxi Rodríguez); il Barcelona avrà una sfida di prestigio ma nella quale ad oggi è piuttosto favorito, con il Lione.
Poi… poi c’è il Real Madrid: l’accoppiamento più affascinante quella col Liverpool, affascinante per il nome ma anche per la sua assoluta imprevedibilità: a Febbraio potrebbe vedersi un Real Madrid completamente diverso (negli uomini, nello spirito, nell’impostazione tattico) o uno persino peggiore di quello attuale. Non possiedo la sfera di cristallo, francamente.

Chelsea - Juventus
Villarreal - Panathinaikos
Sporting Portugal - Bayern Munich
Atlético de Madrid - Oporto
Olympique Lyon - Barcelona
Real Madrid - Liverpool
Arsenal - Roma
Inter de Milán - Manchester United

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