venerdì, marzo 09, 2012

Leones.


“Que bote/que bote/que bote San Mamés”, cantavano gli ottomila(!) tifosi baschi presenti. Solo che non si giocava a San Mamés, ma a Old Trafford. Poco importa: l’Athletic ha spadroneggiato ai limiti dell’area del Manchester United come se di casa sua, anzi del salotto di casa sua, si trattasse. Prendendosi pure qualche confidenza di troppo, perché fra occasioni mangiucchiate, leggerezze sotto porta e prodezze di De Gea (un inedito questo nella finora catastrofica stagione del portiere spagnolo) i baschi hanno finito col perdonare qualche gol che avrebbe fatto assumere al risultato proporzioni anche più clamorose del già impressionante 2-3 finale.

Il fatto è che l’Athletic gioca indifferentemente in casa o fuori casa perché se ne sbatte altamente dell’avversario, nel senso migliore del termine. Attaccare con un terzino da un lato e andare a concludere con l’altro sul palo opposto. Una cosa da matti, ancora di più a Old Trafford e contro una delle squadre tradizionalmente più pericolose in campo aperto del mondo, eppure se ci credi puoi qualunque cosa. Non è una frase fatta, poche squadre come quest’Athletic credono in ciò che fanno. L’inquietante camminata di Bielsa, avantindietro in due metri quadrati con lo sguardo perennemente inchiodato al suolo, evidentemente trasmette qualcosa ai suoi. Un’ansia, un’ossessione, un qualcosa che spinge a perseverare contro qualsiasi circostanza o evidenza empirica sfavorevole. La cosa più impressionante è stata vedere un Athletic esattamente uguale, dominante, anche dopo essere passato in svantaggio.
Quella stessa perseveranza che fortunatamente ha superato le critiche premature se non prevenute di inizio stagione, scotto inevitabile da pagare per far attecchire un’idea di gioco tanto anticonformista, che pone le fondamenta a partire dall’attacco.

Il copione tattico è stato un po’ quello atteso alla vigilia. Athletic con più controllo del pallone e del centrocampo, Manchester United con spazio per ripartire. Per quanto i suoi giocatori migliori siano Llorente (alla milionesima volta che lo vede giocare uno ancora non si capacita di quanto sia bravo spalle alla porta), Muniain, Javi Martínez, Muniain e Ander Herrera dove quest’Athletic crea superiorità in maniera più ricorrente è sulla fascia destra. Questo settore è quasi la chiave del gioco offensivo di Bielsa: qui la manovra scorre con maggiore continuità e qui vengono applicati in maniera più convincente i concetti di sovrapposizione, taglio e “terzo uomo”. Il terzino Iraola si lancia in avanti, Susaeta all’ala gli viene incontro e nello spazio lasciato da Susaeta taglia De Marcos (ma quanto diavolo corre???), che da teorica mezzala spesso si allarga con un taglio dentro-fuori fra terzino e centrale avversario.
L’Athletic svuota il centro per smuovere tutta la difesa avversaria, ed è qui che domina, perché Ferguson ha l’eterno problema del centrocampo, e presenta un 4-4-2 con a centrocampo solo due centrali (uno dei quali Giggs, chiaramente non portato al lavoro di copertura). Con Llorente che da solo blocca i due difensori centrali Smalling e Evans, è uno dei due centrocampisti centrali che deve allargarsi per coprire De Marcos. Se fa questo però scopre la trequarti, e sia Muniain che Herrera hanno una prateria per rifinire; se però Giggs o Jones non coprono sulla fascia l’Athletic sul fondo ci arriva fischiettando. È così che sin dall’inizio si nota un’estrema facilità per gli ospiti nell’arrivare al cross pericoloso o alla combinazione al limite dell’area.
Uno United che più che sorpreso appare disorientato, perché sebbene Ferguson abbia sempre dimostrato estremo pragmatismo nell’adattarsi all’avversario (difesa e contropiede quando conviene, vedi la Champions 2007-2008), e questo sia proprio uno di quei casi, forse stavolta non ritiene opportuna una gara puramente attendista, perché si gioca in casa ed è la partita d’andata, e forse perchè il fatto che il nome dell’avversario non sia “FC Barcelona” toglie un po’ del sano cinismo che magari avrebbe dovuto assumere la proposta di Sir Alex.
Al tempo stesso però l’Athletic concede sempre in transizione difensiva: per quanto stavolta dalla panchina Bielsa dica ad Aurtenetxe (almeno così riferisce la tv spagnola) di restarsene un po’ più buono dietro, il terzino è il solito pazzo che va a concludere nell’area avversaria aggiungendosi ai tre attaccanti e all’altra mezzala che si inserisce. Se l’Athletic perde palla, possono essere dolori, e pur giocando meglio la sensazione di rischio ogni volta che lo United riparte c’è.
E infatti arriva il gol, che fotografa una difficoltà persistente dei centrali dell’Athletic contro due degli attaccanti più immarcabili su piazza. Chicharito che la palla la tocca pochissimo ma ruba sempre il tempo al difensore coi suoi movimenti inversi (ovvero faccio finta di andare in profondità e invece vengo incontro, e viceversa; oppure, faccio finta di andare sul secondo palo e invece attacco il primo), Rooney che sfugge a ogni radar per la sua capacità di andare a prendersi palla tra le linee e riapparire in zona-gol.
Come già rilevato in altre occasioni, la squadra di Bielsa marca quasi a uomo nella zona: San José e Javi Martínez prendono chi fra Rooney e Chicharito capita dalle loro parti e lo seguono fin dove possono, ma quasi sempre arrivano dopo, e il gol ne è una dimostrazione. Interessante il commento di Kiko a questo proposito sullo United: una squadra bicefala, che una volta arrivata sulla trequarti per la mobilità e la rapidità può ricordare a tratti le sue migliori versioni, ma che ha il grossissimo problema di far arrivare la palla nelle migliori condizioni fino alla trequarti.

L’Athletic però non fa una piega, e continua a dominare fino a raccogliere il meritato pareggio alla fine del primo tempo con Llorente, incontrollabile per i difensori inglesi esattamente come lo sono stati gli attaccanti dello United per i difensori baschi. E sebbene Ferguson abbia nel frattempo azzeccato il cambio (almeno come concetto: perché Anderson è il giocatore che è, ma inserirlo permette di avere uno in più a centrocampo, sgravare un po’ Giggs in copertura e mettere Rooney sulla sinistra per contenere un po’ il fiume in piena che è la fascia destra dell’Athletic) e i baschi calino un po’ il ritmo (non c’è gioco più dispendioso nella Liga di quello di Bielsa, nettamente), nella ripresa l’Athletic trova pure il doppio incredibile vantaggio, prima con l’ennesimo inserimento di De Marcos, poi con Iker Muniain, che vede premiata l’ennesima dimostrazione di faccia tosta.
Peccato solo per il rigore ingenuamente regalato da De Marcos nel finale, che lascia aperto un piccolissimo spiraglio per lo United al ritorno. Pero San Mamés botará, claro que sí.

FOTO: marca.es

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mercoledì, maggio 12, 2010

Una Grande che ritorna.


Doverosa premessa: non parliamo né di una partita di alto livello né di una squadra che precisamente incanti il mondo per come gioca. Niente di tutto questo. Però da ieri sera potremmo tornare a parlare di nuovo di una grande. L’Atlético Madrid potrebbe avere un’occasione unica per accantonare la mitologia dell’eterno sfigato e ritornare al ruolo che gli compete storicamente. Non è la Champions League, d’accordo, ma per quanto possa sembrare banale vincere aiuta a vincere. La vittoria della Coppa Uefa (Europa League? Bleah!), e chissà magari anche una doppietta con la Copa del Rey che a dicembre scorso poteva appartenere tutt’ al più al parto di una mente malata, rischia di diventare uno spartiacque decisivo nel consolidamento di questa nuova credibilità che, pur mancando ancora tantissimo per migliorare (e questo tantissimo passerà in buona parte per il prossimo mercato estivo), Quique Sánchez Flores ha indubbiamente apportato ai colchoneros.

È stata una finale bruttina ma “vissuta”, nella quale più che la capacità di imporsi di una delle due squadre ha pesato l’abilità nell’approfittare degli errori avversari e piazzare il colpo decisivo negli episodi, fatto che ad una semplice lettura delle rispettive formazioni rende perciò logico il risultato finale.
L’idea iniziale del Fulham era chiaramente quella di lasciare l’onere di fare la partita all’Atlético. Zamora e Gera ripiegano vicini al centrocampo, e lasciano relativamente liberi Perea e Domínguez di giocare la palla. Qui, come quasi sempre capita, per l’Atlético casca l’asino, dovuto all’incapacità di verticalizzare dei centrocampisti e anche a una certa prevedibilità dei movimenti offensivi del 4-4-2, con pochi tagli, pochi scambi di posizione e una scarsa varietà di opzioni di passaggio per il portatore di palla (aspetto preoccupante, perché già al Valencia Quique non aveva dimostrato una particolare attenzione per una fase di possesso elaborata). Insomma, la solita difficoltà a stabilire dei collegamenti fra il 4+2 dei difensori+Raúl García e Assunção e i 4 giocatori offensivi.
Reyes, in tutta la stagione il giocatore più importante nel dare spessore e continuità alla transizione offensiva, anche stavolta come ad Anfield è assente ingiustificato; l’Atlético non si può appoggiare né su di lui né tantomeno su Simão, che queste caratteristiche peraltro non le ha mai avute e che anche ieri ha proseguito sulla falsariga di tutta una stagione che ne sta annunciando a chiare lettere il declino. L’unica opzione praticabile per i difensori in possesso del pallone risulta così troppo spesso Forlán: frequentemente Perea e Domínguez saltano i centrocampisti e cercano di servire direttamente l’uruguaiano, che offre il consueto movimento tra le linee, anche se il più delle volte i difensori colchoneros semplicemente buttano via la palla.
Non va meglio comunque al Fulham, che patisce anch’esso i piedi ruvidi dei propri difensori centrali e ancora di più la prestazione inconsistente del duo Murphy-Etuhu in mediana, che spesso rimangono bloccati sulla stessa linea, offrendo un riferimento sin troppo facile ai centrocampisti dell’Atlético che vanno in pressing (qui ottimi davvero Raúl García e Assunção, così come nella copertura degli spazi davanti alla difesa). L’unica risorsa per il Fulham è Bobby Zamora, notevole boa spalle alla porta, immarcabile (anche per un favoloso Domínguez, che emerge sempre più come uno specialista coi fiocchi) nelle sue continue sponde che aprono nuove possibilità di avanzamento a tutta la squadra oltre che creare terreno fertile alle incursioni dalla seconda linea di Duff, Davies e Gera (anche questo non scherza quanto a movimento senza palla!).

Però nemmeno Zamora permette al Fulham di controllare la gara, e così si rimane un po’ impantanati in mezzo al campo, dove una volta assunta l’incapacità di creare a difesa avversaria schierata diventa decisiva la palla rubata e la ripartenza rapida. E qui il vantaggio è tutto dalla parte dell’Atlético, perché il suo centrocampo seppure sterile e orizzontale è meno propenso alla perdita stupida di quello del Fulham, e soprattutto perché la capacità di sfruttare gli spazi e di inventare dal nulla dei suoi attaccanti ha pochi eguali in Europa.
In tale contesto va sottolineata la prestazione di Agüero, eroe della partita almeno al pari di Forlán: il Kun è intelligentissimo a cercarsi uno spazio, alle spalle del centrocampo del Fulham, qualche metro avanti a Forlán e leggermente defilato sul centro-sinistra, dal quale fare un male cane a tutto il sistema difensivo avversario. Non si tratta solo del dribbling nello stretto inferiore solo a quello di Messi, o del baricentro basso che lo fa stare attaccato al terreno anche con le cannonate, si tratta di prendere palla sempre fronte alla porta, di mandare al manicomio Baird, di attirare anche il centrale destro Hughes e creare perciò i presupposti perché al centro dell’area di rigore si possano fiondare Forlán o qualche centrocampista in inserimento. La tendenza di questi incursori colchoneros sarà quasi sempre quella di nascondersi alle spalle dei difensori inglesi al momento del cross (così si notano meno… furbi eh?), ma la caparbietà e l’intelligenza del Kun troveranno la miglior ricompensa proprio nel momento-clou.
Comunque la tendenza è quella di un Atlético che senza dominare il gioco fa comunque più male sulle ripartenze improvvise, come dimostrano il palo di Forlán nel primo quarto d’ora e soprattutto il gol dell’1-0, sempre di Forlán, fortunoso perché l’assist di Agüero è in realtà un tiro ciccato, ma innescato in ogni caso proprio da una fuga in contropiede, stavolta di Reyes.

Però il Fulham dimostra grande orgoglio, pareggiando quasi subito, alla prima occasione seria della partita. Zamora si conferma tatticamente fastidiosissimo: su invito profondo di Konchesky si smarca con un movimento dal centro verso sinistra che non è nettamente verticale e quindi rende impossibile alla linea dell’Atlético salire per il fuorigioco; così facendo trascina Perea allontanandolo da Domínguez e creandosi il varco nel quale affondare una volta vinto il contrasto col colombiano: è un po’ macchinoso Bobby, perde l’attimo per finalizzare, ma sul successivo contro-cross è Davies che può concludere al volo per l’1-1.
Gli inglesi tornano subito a coprirsi per gestire gli ultimi cinque minuti del primo tempo (l’Atlético ci prova con un tiro da fuori di Forlán che impegna Schwarzer), ma nella ripresa fiutano l’odore del sangue e passano apertamente all’attacco.
I primi 20-25 minuti del secondo tempo sono nettamente del Fulham, e anzi la sensazione è che giunti a questo punto ci creda di più e abbia più energie dell’Atlético, che non riesce più a sporcare i primi passaggi della squadra di Hodgson. Così almeno in questa fase i londinesi possono assorbire in maniera indolore l’uscita dell’acciaccato Zamora, sostituito da Dempsey (partito sorprendentemente in panchina per chi lo ritiene l’elemento forse più tecnico del Fulham): se Zamora infatti poteva fungere da stampella per uscire dalla metacampo difensiva attraverso i lanci lunghi, ora il Fulham può fare a meno di questa soluzione perché è già più raccolto nella metacampo avversaria, con Murphy ed Etuhu meno rigidi rispetto al primo tempo e con gli esterni molto più coinvolti a ridosso dell’attacco, con tagli verso l’interno più che con la ricerca del fondo, soprattutto nel caso di Duff che parte da destra e comincia a toccare più palloni, seppure senza guizzi individuali pericolosi. Pericoloso, molto pericoloso è invece il destro di prima intenzione col quale ancora una volta Davies impegna De Gea in una magnifica risposta d’istinto. “Van der Gea” non ha tradito nemmeno stavolta, è pronto per questi appuntamenti e giustifica la chiamata fra i 30 preconvocati di Del Bosque.
È l’ora di Jurado per Quique: con Manolo al posto di Simão, da falso esterno sinistro, si cerca una nuova via per far distendere la squadra, un anello di congiunzione fra l’orizzontalità di Raúl García-Assunção e l’attacco. Ma in realtà, anche qui come nel caso di Zamora, il cambio incide meno di quanto potrebbe, perché l’Atlético ha ripreso campo già prima dell’ingresso dell’andaluso.

Gli ultimi 20 del primo tempo e tutti i supplementari si giocheranno in gran parte nella metacampo del Fulham. Va detto che la superiorità dell’Atlético non è qualitativa, ma quantitativa. Semplicemente è presente più tempo nei pressi dell’area avversaria, si prende quasi tutti i calci d’angolo della partita, mette qualche cross e non rischia in transizione difensiva (Dempsey usa un po’ della sua tecnica per proteggere palla e far salire i compagni, ma il Fulham fatica comunque a guadagnare campo: troppi metri da percorrere e poca benzina ormai. Ora sì che si sente la mancanza di Zamora), ma la sua manovra per quanto continua è sempre molto ruminata, e anche l’ingresso di Salvio per Reyes al 77’ non cambia granchè le cose (anzi, il “Toto” va maluccio).
Il Fulham riesce a tenere le posizioni difensive, ma non quando partono i solisti colchoneros, che se vogliono sono incontrollabili. Forlán si scambia frequentemente la zona di competenza col Kun, e anche lui parte in affondo sulla sinistra: micidiale quando a fine primo tempo supplementare ne fa fuori due, mette il pase de la muerte dal fondo, ma prima Salvio (che ha anticipato troppo il movimento verso la porta, per cui arriva col corpo leggermente in avanti rispetto al passaggio) e poi Agüero incredibilmente non la mettono dentro.
Il momento buono è però soltanto rimandato: a cinque dalla fine, quando la partita si avvia verso i calci di rigore, la velocità e la testardaggine di Agüero strappano un pallone a Hughes vicino alla linea di fondo: siamo ancora sulla fascia sinistra, ancora difesa del Fulham sbilanciata verso quel lato, ma stavolta sul cross ad arrivare prima è l’attaccante dell’Atlético, un Forlán aiutato dalla buona sorte che indirizza il suo esterno sporco in fondo al sacco grazie a una deviazione di Hangeland. Due a uno e tutti a Neptuno!

FOTO: marca.com

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venerdì, aprile 30, 2010

Atlético sino in fondo.

Se chiedete a un tifoso colchonero il suo peggior incubo, probabilmente vi dipingerà una qualche partita casalinga di Liga contro Xerez o Málaga, infernali per come spingono puntualmente la squadra al fancazzismo e alla decomposizione. Invece, davanti a una partita ad Anfield, con la Kop sovreccitata e i Reds col coltello fra i denti, gli brilleranno gli occhi. In qualche modo, non importa come, i suoi risponderanno.
Spiace ripeterci con questa retorica che non rende del tutto giustizia alla storia di un club in fondo dominante in parecchi momenti della sua storia, però se Joaquín Sabina nell’inno del centenario dell’Atlético recita qué manera de sufrir… qué manera de ganar, ci sarà pure un motivo. Senza trovarsi sull’orlo della disfatta, senza complicarsi la vita, questa squadra non concepisce la vittoria, e se per un caso sfortunato la ottiene lo stesso, non la gusta proprio.
Il merito dell’Atlético è stato questo anche ieri, in una partita per larghi tratti soffertissima, con poche possibilità di proporre una reazione, ma che non ha mai visto i colchoneros completamente abbattuti e rassegnati (quanta differenza con il Barça della sera prima, che con un contesto da sogno sembrava non crederci più già dopo un’ora… a volte anche le migliori squadre del mondo o presunte tali hanno tantissimo da imparare). Hanno saputo aspettare il loro momento, si sono andati a prendere le loro occasioni e si sono conquistati la finale. Con merito, senza rubare proprio nulla, anche se la prospettiva di partire favoriti con il meno blasonato Fulham già terrorizzerà il tifoso colchonero medio… figuriamoci poi quella di un’ipotetica doppietta con la Copa del Rey…

La terapia del terrore aveva già avuto inizio dopo 15 secondi: prima palla giocata dal Liverpool, prima occasione. Atlético del tutto spiazzato dall’avvio dei padroni di casa, disposti in maniera anticonformista e molto interessante da Benítez: 4-2-3-1 con Aquilani, ma curiosamente l’ex romanista parte sulla trequarti, e in cabina di regia arretra Gerrard, accanto a Lucas. Ottima mossa perché mette Stevie al centro del gioco e, rispetto all’andata, dà una scossa al Liverpool: al Calderón Lucas+Mascherano non ce la facevano proprio a uscire da una trasmissione della palla lenta, precaria e orizzontale, Gerrard invece rappresenta di per sé un’iniezione di ritmo, di verticalità e di “cattive intenzioni” senza uguali. Tra l’altro, nota personale, fa piacere vedere Gerrard più arretrato per apprezzare appieno il miglior centrocampista del mondo, qualifica invece inevitabilmente annacquata nel tentativo ricorrente di “attaccantizzarlo” avvicinandolo sempre più alla prima punta. In tutto questo, con Glen Johnson adattato a sinistra, Mascherano va a fare il terzino destro (bene: non sempre perfettamente coordinato coi compagni di reparto, ma una garanzia nei recuperi e negli uno contro uno), mentre di punta si nota assai la differenza fra Ngog e un lottatore come Kuijt, che tiene costantemente in tensione i centrali dell’Atlético.
Il Liverpool impone un ritmo alto e alterna intelligentemente la palla lunga e la spizzata di Kuijt con le trame palla a terra (una davvero spettacolare prepara un quasi-gol sottomisura sempre di Kuijt), sfruttando ottimamente la fascia destra (l’intelligenza di Benayoun nei tagli da destra verso il centro e il fitto dialogo sulla trequarti con Benayoun e Gerrard distrae il sistema difensivo dell’Atlético e apre spazi alle sovrapposizioni di Mascherano (cui la voglia di correre non manca di certo), mentre anche Babel sull’ala opposta contribuisce a tenere molto più basso un Atlético che invece all’andata proprio dalla sua fascia destra aveva posto le basi del proprio dominio territoriale.

Stavolta invece Reyes viene ricacciato dietro, il mediocre Valera dà meno possibilità di rilanciare l’azione rispetto a Ujfalusi, ed è tutto l’Atlético che fa una fatica terribile ad uscire. Mantiene un discreto ordine in fase di non possesso, resiste in difesa (enorme Domínguez, enorme) ma inevitabilmente soffre perché non riesce a intervallare queste fasi con quel minimo di possesso necessario ad evitare l’apnea. Perde subito palla e ricomincia un nuovo attacco avversario, il Liverpool mantiene alto il ritmo e Anfield ci crede ancora di più.
Assunção e Raúl García sono attenti nell’accorciare verso la difesa e coprire molte delle possibili incursioni dalla seconda linea del Liverpool (vabbè, il gol di Aquilani… ma se in un contesto tattico e ambientale così difficile Gerrard praticamente non ha avuto mai l’opportunità di inserirsi e prendere la mira, vuol dire che quella zona è stata ben presidiata), ma in fase di possesso sono piatti e orizzontali che di più non si può, e in generale l’Atlético Madrid conferma il solito problema delle linee di passaggio scarse e risicatissime.
Reyes è risucchiato indietro e non può comunicare stabilmente con Agüero e Forlán, limitandosi a sprazzi (per quanto notevoli, vedi il passaggio che smarca Kun, poco ispirato in tutta la serata, per un contropiede pericolosissimo); mancano gli appoggi fra le linee per collegare i reparti e far salire la squadra, il 4-4-2 è troppo leggibile, pochi interscambi, pochi tagli, poca elaborazione (un aspetto sul quale deve lavorare tantissimo l’Atlético per crescere, al di là dell’indispensabile acquisto di un regista), poca partecipazione degli esterni (male Simão, che in questa stagione ha cominciato a dare più che evidenti segnali di declino) e anche scarso protagonismo di Forlán.
Però succede che il Liverpool non può tenere questo ritmo per novanta minuti, e nella ripresa la partita comincia gradualmente a equilibrarsi, pur non facendo l’Atlético niente di trascendentale. Il Liverpool corre e aggredisce meno, abbassa di qualche metro il blocco, e pur rimanendo prevedibili i passaggi dei giocatori dell’Atlético sono di più e più continui (con una maggiore partecipazione collettiva, vedi Antonio López, non proprio Roberto Carlos, che con personalità si carica buona parte del lavoro offensivo che su quella fascia Simão non riesce a garantire), contribuendo a smorzare la tensione.

Non esaurisce però l’orgoglio il Liverpool, e la zampata di Benayoun ad inizio supplementari ne è la dimostrazione. Ma la partita comunque non riescono a dominarla più i Reds, e cresce la paura per quella singola occasione che l’Atlético da un momento all’altro può comunque sfruttare.
Non c’è solo questo però, c’è anche una buonissima lettura di Quique dalla panchina nel giocarsi la carta Jurado. Carta che a dire il vero poteva anche giocarsi prima, già nei tempi regolamentari quando il Liverpool faticava ormai a mantenere pressing e distanze tra i reparti, fatto sta che Jurado incide tantissimo, perché offre la possibilità di sfruttare quegli spazi con un giocatore capace di cambiare ritmo e verticalizzare con estrema facilità. Giocatore graziosetto ma mai esploso, sempre accompagnato da una caterva di “se”, “ma” e “però”, ieri Manolo nel suo spezzone ha giustificato tutta la propria stagione, e la condizione di dodicesimo uomo e principale variante offensiva che andrà preservata anche in vista della prossima stagione.
Questo senza dimenticare che comunque non è stato Jurado ma uno svarione di Johnson ad aprire la strada a Reyes sull’azione del gol decisivo di Forlán… Ma, come si dirà da oggi… la fortuna aiuta quelli che sanno soffrire. Qué manera de sufrir, qué manera de ganar.

FOTO: elpais.com

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venerdì, aprile 23, 2010

Buon Atlético, piccola ricompensa.

Un peccato, l’aveva in pugno questa semifinale l’Atlético. La pochezza del Liverpool, disarmante, invitava a qualcosa in più dell’1-0 finale, rendita troppo scarsa, e fra una settimana Anfield cambierà per forza l’immagine dei Reds, persino di questi Reds. El Kun es mucho Kun (rientrerà dalla squalifica), pero Anfield es muchísimo Anfield.
È parso addirittura timido l’Atlético nel non voler concretizzare fino in fondo una superiorità inaspettata ma netta durante i 90 minuti. Una superiorità costruita, udite udite, a centrocampo. Sì, proprio il reparto più problematico, l’eterna croce degli ultimi anni di ordinaria follia colchonera.

Tiago è ineleggibile per la Uefa, c’è Raúl García accanto a Paulo Assunção, ma le cose comunque girano nel mezzo: buona mobilità, buoni interscambi e buona circolazione di palla. Raúl García si defila leggermente sulla destra per offrire un appoggio facile ai difensori, e assieme a Jurado che fa da trait d’union con Forlán unica punta ma si abbassa sempre coi tempi giusti (Manolo non fa cose sconvolgenti sul piano strettamente individuale, però ti assicura controllo nel mezzo, e questo ha la sua importanza) offre un appoggio facile ai difensori centrali, Perea e Domínguez, altrimenti assai propensi a buttare il pallone a casaccio al minimo pressing avversario.

Il vero caudillo però è José Antonio Reyes, che ha assunto un peso sulla transizione offensiva dell’Atlético Madrid fuori dal normale: è lui la bussola, è lui che tiene palla, attira gli avversari, crea spazi e opportunità di avanzare per i compagni.
Non ci si deve infatti fermare alla resa individuale nel giudicare la partita di Reyes: se utilizziamo quest’ottica, in fondo il gitano ha dribblato sistematicamente l’avversario ma nei novanta minuti non ha mai concluso con cross o tiri in porta davvero significativi. Se però si guarda a come l’Atlético ha utilizzato quella fascia destra per dominare territorialmente e squilibrare il sistema difensivo del Liverpool, la partita di Reyes diventa semplicemente favolosa. Assorbe il possesso-palla e le attenzioni difensive avversarie, sostiene il baricentro della propria squadra nella metacampo avversaria e ne limita anche, in maniera indiretta ma consistente, le sofferenze difensive. Non è proprio Zidane, ok, ma è molto di più del Reyes solista che ci ha consegnato l’immagine convenzionale.
Fascia destra rafforzata dall’ennesima ottima prestazione di Ujfalusi, sottovalutato ma importante come pochi, con una profondità nell’accompagnare l’azione offensiva generalmente poco riconosciutagli, ma insostituibile nel contesto della rosa rojiblanca. La sfortuna di Ujfalusi è che servirebbe anche da centrale, ma non potendo sdoppiarsi deve lasciare che ad accompagnare Domínguez sia Perea, ogni intervento un brivido lungo la schiena. Va dato atto comunque al colombiano di essersi mantenuto su livelli decenti, soprattutto nella ripresa.

Insomma, è la capacità di gestire il pallone che assicura all’Atlético la superiorità e blinda il meritato vantaggio ottenuto da Forlán ad inizio partita, uno sgorbio, che però vale lo stesso sul tabellino. I colchoneros rimangono nella metacampo avversaria, e da lì mostrano una buona solidarietà nelle coperture e nel pressing. Quique a fine partita si vanterà dei zero calci d’angolo concessi al Liverpool, e a ragione, perché non è un dato casuale.
Dall’altra parte c’è invece una squadra che già recupera il pallone troppo basso per il citato effetto-Reyes, e che poi ci mette del suo con una circolazione di palla che è un vero pugno in un occhio. Mascherano non può andare oltre Mascherano, Lucas è una palla al piede (Aquilani in panchina per tutti i 90 minuti: perché?). Tutto il tempo all’Atlético per piazzarsi. L’unica possibilità di sorpresa nasce da qualche palla persa che coglie scoperto l’Atlético nella primissima transizione difensiva, con la possibilità di verticalizzare subito e lanciare Gerrard negli spazi (situazioni che generalmente mettono in un certo imbarazzo la difesa colchonera, che ha sempre qualche problema nei tempi d’uscita sul fuorigioco… e addirittura Abel Resino pretendeva di farne una tattica sistematica), ma è pochissima cosa. Stevie deve andare a cercarsi il pallone e inventarsi la vita, addirittura con un tentativo da metacampo nella ripresa che ne sottolinea tutta l’impotenza. Poi non c’è nemmeno Torres per allungare la difesa avversaria e guadagnare metri, ma un corpo trasparente che gli scienziati chiamano Ngog, e insomma se in assenza del Niño preferisci lui a Babel poi non ti puoi nemmeno lamentare…

L’Atlético ha pure accresciuto il controllo del match nel secondo tempo, con un paio di buone occasioni, però ha dato sempre la sensazione che gli mancasse quell’ulteriore passo che lo portasse a comprendere appieno che la bestia non era così feroce come la dipingevano, e che fosse proprio il caso di darle il colpo di grazia. Anche Quique dalla panchina, con l’incomprensibile ingresso di Valera al posto di Simão, ha dato nel finale un segnale in questo senso, un segnale conformista che lascia un po’ di amaro in bocca.

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sabato, aprile 03, 2010

Valencia, audacia senza fortuna.

Dopo l’esibizione del Barça di mercoledì, anche la Uefa tiene alto il nome del calcio spagnolo. Valencia-Atlético è stata una partita imperfetta perché fra due squadre (molto) imperfette, però una partita viva, emozionante, ricca, in una parola bella.
Il 2-2 finale penalizza oltremisura il Valencia, non solo per la pesantezza dei gol incassati in casa, ma per la misera ricompensa ottenuta dalla generosissima squadra di Emery.
Il meglio della partita sono i primi 20 minuti dei padroni di casa, travolgenti per ritmo, ispirazione e intensità. Il Valencia verticalizza con estrema facilità, esalta la sua caratteristica più celebre, la mobilità del quartetto offensivo (Silva in libertà fra le linee, Villa che svaria, Pablo H. e Mata che tagliano dalle fasce), e crea una buona serie di occasioni, anche se la più clamorosa è dell’Atlético, un sinistro a girare di Simão che si stampa sul palo.
Il limite del dominio valenciano però è proprio questo, che si basa sull’esasperazione dei ritmi più che sul controllo. Inevitabileche duri finchè dura la benzina. Riassume la questione la presenza di Manuel Fernandes al posto di Banega (squalificato anche per il ritorno), accanto a Baraja. Il portoghese gioca un’ ottima partita, segnerà anche il momentaneo 1-1 nella ripresa con una delle sue caratteristiche conclusioni dalla distanza (sassate che si abbassano all’improvviso e picchiano per terra prendendo velocità prima dell’intervento del portiere), interpreta il gioco con grande aggressività, sempre pronto alla percussione, ma non può per indole offrire quel controllo, quella possibilità di riposare col pallone propria di Banega. Così quando il Valencia ha il suo fisiologico calo dopo l’inizio a tutta birra, tende ad allungarsi e a faticare sempre di più nella transizione difensiva, ancora di più con le assenze che impongono l’utilizzo forzato di giocatori fuori ruolo come Jordi Alba terzino sinistro (spaesatissimo in copertura, utile però in fase offensiva). Il centrocampo tende a saltare, la partita si sviluppa frenetica da un’area all’altra, e questo è un rischio mortale contro l’Atlético Madrid.
Il Valencia ha di certo argomenti più numerosi e più attraenti da mettere sul campo rispetto all’Atlético, lo ha dimostrato ieri e in tutta la stagione, ma la mancanza di controllo pieno sul match, della continuità e compattezza da grande squadra, ribadite ancora una volta, le paga sul ribaltamento che spalanca la metacampo ad Agüero e origina lo 0-1 di Forlán, l’episodio che mette davvero in salita la qualificazione. La generosità che ha fruttato lo strameritato pareggio di Villa potrebbe non bastare al Vicente Calderón, tanto più che le assenza continuano a massacrare Emery (Bruno squalificato, niente terzini destri per il ritorno).

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venerdì, marzo 19, 2010

Valencia-Atlético, ne resterà almeno una.

Dopo i disastri della Champions, le sofferte ma non immeritate qualificazioni di Valencia e Atlético Madrid ai quarti di finale della Coppa Uefa rappresentano una boccata d'ossigeno. E anche il sorteggio che stamattina le ha poste di fronte non è male, visto che garantisce la presenza di una spagnola nel rush finale, anche se la semifinale contro la vincente di Benfica-Liverpool si preannuncia assai ardua.

La partita della serata di Uefa è indubbiamente il pirotecnico 4-4 fra scapoli e ammogliati travestiti da giocatori del Werder Brema e del Valencia. Vedere il Werder Brema è ogni volta un viaggio oltre i confini della logica. Non solo quell'esaltato di Thomas Schaaf non cambia mai, ma con gli anni peggiora pure. Arriva a giocare con Pizarro-Almeida-Marin-Özil-Hunt e Rosenberg terzino destro (!), ma ancora di più è l'atteggiamento della sua squadra a lasciare stupefatti: attacchi in massa senza nessun ordine e senza nessun criterio, con gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca ogni secondo della partita. È chiaro che essendoci il talento ed essendoci estrema convinzione e intensità, l'avversario può vedere i sorci verdi, ma è anche vero che se questo stesso avversario si ferma un secondo, si guarda attorno e pensa in porta ci arriva fischiettando. Il Valencia fa tre gol nel primo tempo facili facili, senza bisogno di elaborare l'azione, verticalizzando sempre a palla scoperta contro una difesa dalla coordinazione peraltro ridicola: una pacchia per Silva, che fa due assist, e Villa, che segna una tripletta.
Ma prima di mettere il naso in casa d'altri bisogna guardare nella propria, e qui va detto che il Valencia, sebbene più sobrio in linea generale, ha anch'esso le sue enormi difficoltà dietro: sempre nel primo tempo, il Werder trova una sorta di autostrada nello spazio fra Miguel e Marchena, sul centro-destra della linea difensiva, e in tutta la partita costruirà una valanga di occasioni, sfruttando anche la forzata improvvisazione imposta ad Emery dagli infortuni (stavolta cade in battaglia Marchena, nella ripresa finisce a fare il terzino Jordi Alba, che è un'ala, e insomma vi lascio immaginare...). Cioè, il Valencia non ruba nulla, ma discorso analogo, e anzi più enfatico, si sarebbe potuto fare nel caso contrario per il Werder, che può anche maledire un César che come il vino migliora invecchiando, buon per il club che fra i pali ha toppato l'investimento estivo su Moyá. Inutile ribadire come il Valencia debba crescere tantissimo nella capacità di controllare le partite e imporre il gioco.

Più convincente, almeno ieri, l'Atlético che elimina lo Sporting con il 2-2 dell'Alvalade. Quique parla del miglior Atlético della stagione nel primo tempo, e non va tanto lontano, essendo anche gli standard di riferimento quello che sono.
Comunque, un Atlético che pian piano cerca di costruirsi una credibilità come collettivo: migliora l'organizzazione in fase di non possesso, da Quique fissata su un blocco medio-basso (attaccanti in pressing poco oltre il cerchio di centrocampo-difesa più vicina all'area di rigore che alla metacampo; del tutto abolita la difesa altissima e la disastrosa tattica del fuorigioco della gestione di Abel) che assicura raddoppi e coperture reciproche discretamente puntuali, anche se ciò non assicura la fine delle stupidaggini individuali (il solito Perea che si dimentica Liedson sull'1-1) o delle ataviche incertezze nella difesa delle palle inattive (beffardo il 2-2, ma anche altre situazioni salvate con affanno).
In fase di possesso rimangono grandi le difficoltà a difesa avversaria schierata: qui non solo l'Atlético accusa l'irrisolto deficit in cabina di regia (Raul García scommessa ampiamente persa) e la propensione dei difensori a disfarsi del pallone al minimo accenno di pressing, ma anche una certa prevedibilità nei movimenti senza palla. Dovrebbero vedersi più incroci e più scambi di posizione fra i quattro elementi offensivi, in modo da rendere più difficili le letture difensive avversarie. Un esempio è il secondo gol di Agüero, più che mai Romario II: capolavoro individuale, ma prima della verticalizzazione di Reyes apre lo spazio sulla trequarti proprio un incrocio fra l'andaluso e Jurado, premiato con la titolarità al posto di Forlán dopo il gol decisivo di lunedì con l'Osasuna. Consolidata la fase difensiva insomma, ci si dovrebbe dedicare ad arricchire quella d'attacco, andando oltre le semplici individualità, pur devastanti.
Dopo la seconda prodezza del Kun si vede il miglior Atlético, sorprendentemente capace di imporre un suo ritmo all'avversario invece che subirlo, congelando gli ardori dello Sporting con un'ottima ragnatela di passaggi nella metacampo avversaria. Il 2-2 dello Sporting arriva proprio allo scadere del primo tempo, e potrebbe quindi rappresentare una svolta psicologica pesante, le cose nel prosieguo funzionano peggio (meno continuità di manovra, difficoltà ad uscire dalla metacampo, cambi di Quique non proprio magistrali, su tutti Valera per Simão) ma tutto sommato l'Atlético nella ripresa tiene, complice una certa leggerezza offensiva connaturata allo Sporting.

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venerdì, dicembre 18, 2009

Valencia – Silva= piccola squadra.

Alla fine il risultato è stato portato a casa, il girone UEFA superato, ma questa non è stata una settimana buona per il Valencia. Atteso alla verifica delle sue aspirazioni da grande squadra (attesa alimentata da una serie positiva di risultati accompagnata da alcuni momenti di gioco pure buoni), per ora non si è dimostrato all’altezza del compito. La grande squadra è quella che impone il suo ritmo (alto o basso che sia) e che costringe l’avversario a muoversi nelle zone di campo che desidera. Né tempo né spazio invece, il Valencia sabato e stasera non ha fatto altro che correre dietro all’avversario.

Una cosa va sicuramente riconosciuta a questo Valencia e al suo tecnico: rispetto alla scorsa stagione è una squadra. Non più cinque che attaccano e cinque che difendono con praterie concesse all’avversario, ma un blocco unico.Il Valencia pure stasera ha mantenuto distanze giuste fra i reparti, concentrazione (tranne che sul gol di Crespo, propiziato da Alexis che fa saltare il fuorigioco in uscita dall’area di rigore), spirito di sacrificio in copertura anche da parte dei trequartisti. Questa discreta solidità gli ha permesso di resistere all’aggressività del Genoa (che per tutta la ripresa ha fatto la partita ma senza creare grosse palle-gol) e gli ha permesso anche di cogliere una buona quantità di punti in campionato, specie in trasferta.

Assodato che il Valencia è “squadra” però manca l’aggettivo qualificativo da accompagnare, e ancora non è chiaro quale debba essere. Il Valencia a Genova si è difeso bene, ma praticamente mai ha recuperato il pallone dove desiderava, quindi in un senso più ampio ha difeso male. Sempre troppo lontano dall’area avversaria, non dovrebbero essere Joaquín e Mata a rincorrere Criscito e Marco Rossi ma il contrario, ciò che è avvenuto soltanto nel primo quarto d’ora, unico momento in cui il Valencia ha controllato la gara.

Il problema del Valencia costretto a difendere troppo basso (oppure ad avere il pressing alto e la ripartenza come unica arma contro il Real Madrid) nasce essenzialmente dalla difficoltà a distendersi in fase di possesso. Difficoltà da attribuire in primis all’assenza nelle ultime partite dell’infortunato Silva, giocatore dal quale l’equipo che sta dimostrando di dipendere sin troppo per poter essere definito una grande squadra.
Silva dà personalità, volume, tempi di gioco e un indirizzo coerente. In particolare se connesso ad un Banega inserito nel doble pivote. In assenza di Silva però Banega viene schierato più avanzato sulla trequarti, proprio come sostituto del canario. Mossa comprensibile, perché Villa, Mata, Pablo Hernández e Joaquín danno grande movimento e profondità, ma hanno bisogno sulla trequarti di un “direttore d’orchestra” che trattenga il pallone e lo smisti, rallentando o accelerando a seconda dei casi. Senza questo sono come delle frecce senza arco, quindi giusto Banega trequartista.


Banega trequartista però vuol dire Albelda-Marchena in mediana, e qui il Valencia entra in corto circuito, agisce come blocco solo in fase difensiva ma in quella offensiva può far male solo se ruba palla nella trequarti avversaria o se trova il contropiede giusto. Albelda e Marchena (stasera Marchena è uscito per infortunio lasciando spazio a Maduro, ma la sostanza cambia poco) sono anche in buona forma, ma sono doppioni, mediani bloccati che hanno un gioco prevelentemente orizzontale, senza il passaggio verticale per innescare la trequarti o anche la capacità di tenere palla per far guadagnare metri alla squadra.

Il Valencia senza Silva e con Banega sulla trequarti non riesce ad avanzare quando inizia l’azione dalle retrovie: da notare come Emery stia provando a implementare dei movimenti ad inizio azione simili a quelli del Barça (coi due difensori centrali che si allargano per evitare il pressing e il portiere o il centrocampista più arretrato che collaborano per assicurare la superiorità numerica rispetto alle punte avversarie), ma il tentativo è sinora stato timido e di scarso successo, un po’perché i piedi dei difensori centrali del Valencia non sono quelli dei difensori del Barça e un po’ perché il Valencia non può logicamente avere la fiducia e l’autorevolezza che il Barça ha storicamente nel proporre un simile stile di gioco.

In tutto questo, Banega in mediana offre un’ancora di salvezza. I difensori possono affidarsi subito all’argentino, che viene a prendersi palla, garantisce un primo passaggio pulito e difficilmente la perde se pressato. Unito alle capacità di Silva, ciò permette a tutto il Valencia di salire nella metacampo avversaria e conquistare le posizioni per recuperare palla sufficientemente lontano dalla propria area una volta svanita l’azione offensiva. Da questa connessione sono arrivati finora i momenti di miglior calcio nella stagione del Valencia, momenti del tutto impossibili però da replicare stasera a Marassi: il Valencia non si poteva distendere, non poteva tenere palla, non poteva rallentare il gioco e non poteva mai guadagnare metri. Per questo è stata una sofferenza continua, una continua ribattuta di cross al limite dell’area o di calci d’angolo che alla lunga non porta da nessuna parte.
Sarà interessante vedere ora come l’acquisto del Chori Domínguez potrà influire su questa situazione, se permetterà di arricchire le possibilità di gioco del Valencia diminuendo la dipendenza da Silva e consentendo un impiego in pianta stabile di Banega in cabina di regia. Allora il progetto di Emery potrebbe finalmente decollare.

FOTO: superdeporte.es, as.com

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sabato, dicembre 20, 2008

Uefa amara, Champions chissà.

Due delusioni, assai distinte qualitativamente ma ugualmente enormi, estromettono Sevilla e Racing dalla Uefa già prima dei sedicesimi, ai quali la Spagna verrà rappresentata dalle sole Valencia (troverà la Dinamo Kiyv, dopodichè eventualmente la vincitrice di Sampdoria-Metalist Kharkiv) e Deportivo (attesa dall’Aalborg, e in caso di qualificazione dalla vincitrice di Copenhaghen-Manchester City). Serataccia.

Per il Racing Santander una beffa che ha ricordato quella del Getafe col Bayern nella scorsa stagione: pochi istanti che come nulla fosse spazzano via tutto il coraggio, l’applicazione, lo sforzo, la generosità e pure il buon calcio spesi in 90 minuti eccellenti (contro un avversario senza identità, questo sì). Tutto quello che era in loro potere gli uomini di Muñiz lo hanno fatto, e allora non sai proprio a chi appellarti se il PSG i suoi due gol decisivi li fa proprio intorno al 90’, scientificamente, quando il Racing non ha più margini per reagire e rincorrere come tanto brillantemente aveva fatto nel primo tempo e all’inizio della ripresa, quando il Sardinero aveva risposto con uno squillante 3-0 ai gol prematuri arrivati dal Parco dei Principi, un 2-0 immediato per i parigini che pareva aver reso la montagna quasi impossibile da scalare, in termini di differenza reti e di gol all’attivo.
Assorbita la mazzata, a Muñiz rimarrà comunque la certezza di aver trovato una squadra, certezza da tempo sempre più chiara e ieri ribadita con una prova maiuscola. Ciò che è degno di ammirazione nel Racing è che pur essendo una compagine dalla base tecnica trascurabile, cerca comunque di imporsi, di tenere l’avversario lì nella sua metacampo sfruttando a fondo le proprie armi: già avevamo apprezzato il pressing che, a partire dalle due punte, aveva consentito una gara equilibrata al Mestalla ed una addirittura dominata (nonostante la paradossale sconfitta finale per 4-1) al Vicente Calderón, e anche contro il City il Racing nel primo tempo ha portato la contesa sui ritmi e nelle zone di campo che preferiva, con grande convinzione ed efficacia.
Intensità e pressing alto, pur con qualche sbavatura (nei primi 20 minuti Luccin e Colsa commettono un paio di errori di posizione piuttosto gravi: escono precipitosamente ad accompagnare il pressing, oltrettutto muovendosi sulla stessa linea, e ciò permette al City di saltare un’intero reparto con un solo passaggio pescando Elano libero in uno spazio considerevole fra le linee, fortunatamente per il Racing con conseguenze nulle), mettono le cose in chiaro da subito; il resto lo fa una manovra semplice ma veloce e ricca di mobilità, con Munitis e Pereira come elementi-chiave.
Lo spostamento di Munitis nel ruolo di esterno destro ha probabilmente segnato la vera svolta rispetto al Racing brutto e inefficace di inizio stagione. Esterno destro più falso di Giuda Munitis, che costantemente si accentra e fra le linee offre la soluzione senza dubbio più interessante per avviare e rendere imprevedibile il gioco offensivo. Con Munitis in questa posizione il Racing ha in un certo senso surrogato la figura di Jorge López, del quale si era sentita la mancanza in avvio di stagione quando, partito questi verso Zaragoza, esterno destro aveva giocato Valera, cioè un terzino o tutt’al più un esterno da 3-5-2/3-4-3. Risultato: un 4-4-2 tremendamente scolastico e dalle miserrime risorse offensive.
Con Valera terzino destro (ieri in gol per il 3-0) in concorrenza col solito Pinillos, e Munitis reinventato sulla trequarti, il Racing ha ritrovato il triangolo offensivo alla Marcelino (quello che l’attuale tecnico del Zaragoza proponeva anche a Huelva coi vari Cazorla, Uche e Sinama-Pongolle): esterno destro che si accentra, punte che si muovono l’una in profondità e l’altra verso la fascia per allargare la difesa avversaria in coordinazione col movimento dell’esterno destro.
Persa la velocità degli anni migliori, a Munitis sono rimasti piede e carisma per esercitare la leadership sulla trequarti, mentre a fare “il Munitis”, a interpretare cioè quei movimenti di seconda punta ad allargare e aprire le difese, è passato Jonathan Pereira. Più di mille parole vale la magistrale fattura del secondo gol, che parte proprio da Munitis sulla trequarti, passa per l’intelligentissimo movimento da Pereira dal centro verso la fascia e termina con il perfetto taglio di Serrano nello spazio creato proprio da Pereira al centro.
Giocatore che può incidere ancora di più sul piano individuale il gallego, ma che esibisce sempre una eccezionale voglia e funzionalità alle richieste del collettivo: instancabile nel pressing sui difensori avversari, sporca e affretta tantissimi dei loro rinvii, si cerca gli spazi per ripartire in contropiede, va in appoggio agli esterni per il due contro uno col terzino avversario, e poi è rapidissimo, forza cartellini e impone sempre la massima attenzione alle difese.
Chi purtroppo stona in questo quadro è la prima punta: impossibile, nonostante i buoni movimenti anche da lui proposti, non biasimare Mohamed Tchité per l’incredibile gol divorato sul 3-0 (portiere scartato, azione di temporeggiamento per prendere la mira ed eludere il ritorno dei difensori… palla fuori!!!), gol che a posteriori, discorso crudelissimo, avrebbe probabilmente fruttato la qualificazione.

Chi non merita nessuna comprensione o pietà è invece il Sevilla: senza temere alcuna esagerazione, per gli andalusi si può parlare di fallimento bello e buono. Non è francamente ammissibile non arrivare fra le prime tre ed uscire con due risultati su tre a disposizione contro la Sampdoria decisamente resistibile di ieri sera.
Gli uomini di Jiménez possono rimproverare solo loro stessi: hanno avuto il controllo della gara per un’ora, non ne hanno saputo approfittare, hanno scherzato con il fuoco, e infine si sono bruciati. Come detto per un’ora il Sevilla era riuscito a tenere sotto controllo la situazione, tessendo una buona ragnatela di passaggi, accorciando nella metacampo avversaria e ripiegando ordinatamente nella propria quando richiesto. La Samp aveva enormi difficoltà ad uscire in palleggio dalla propria metacampo se non battendo la via di Cassano, unico giocatore capace di condurla fino alla trequarti avversaria, peraltro spesso raddoppiato.
L’assenza di Kanouté e la riconferma del modulo 4-4-1-1 con Renato in appoggio alla punta (stavolta Luis Fabiano; a centrocampo invece è da notare come sia Maresca a restare basso per iniziare l’azione mentre Fazio va in percussione negli spazi, volto tattico inedito per l’argentino, autore di una discreta prestazione) hanno permesso un centrocampo folto, distanze ravvicinate e palleggio facile di fronte al quale la pur nutrita batteria di centrocampisti del 3-5-2 di Mazzarri ha avuto grosse difficoltà.
Arrivati però alla trequarti, di carne al fuoco se ne è vista poca: spesso solo Luis Fabiano come soluzione nell’area avversaria sui tanti cross e mezzi-cross piovuti dalle fasce, soprattutto da quella del solito Navas (al quale però fa danno l’uscita per infortunio di Konko nella ripresa: Mosquera, centrale di ruolo e piedi orrendi, non gli garantisce più l’appoggio che forniva il francese). Si ricordano perciò soltanto una gran prodezza di Castellazzi su un’incornata del Fabuloso, e un tiro da fuori di Navas nella ripresa.
Passata l’ora di gioco, la Sampdoria dice “perché no?”, e in cinque minuti di fuoco mette sottosopra la partita, mettendo in moto Cassano e costruendo due grosse palle-gol con Sammarco e Bellucci. Rilevante l’effetto psicologico di questi episodi, perché la partita sfugge di mano al Sevilla che non riesce più a ritrovare le distanze da qui alla fine. In più ci si mette il gol di Bottinelli… su palla inattiva! Problema che sembrava risolto nel primo scorcio di stagione, riemerso però pesantemente fra ieri e la trasferta del Bernabeu: un altro grosso errore che costa un’altra amarezza europea, dopo quella col Fenerbahçe l’anno scorso.
Preso il gol, l’ultimo quarto d’ora diventa un ostacolo insormontabile per una squadra che, lo abbiamo visto, difetta di peso nell’area avversaria e che non dispone nemmeno dei cambi giusti dalla panchina (ovvero un altro attaccante invece che il Romaric messo lì a biascicare due tiri della disperazione).

La Champions forse potrebbe offrire qualche chances in più al calcio spagnolo, anche se le spacconate post-sorteggio son fra le cose peggiori del calcio attuale. È comunque ghiotta l’opportunità di almeno un terzetto ai quarti di finale: il Villarreal è stato giustamente premiato per essere arrivato secondo nel suo girone (ma in Champions squadre scarse NON NE ESISTONO e se non giochi concentrato ti sbattono fuori subito; in ogni caso il Submarino attuale avrebbe problemi anche col Roccacannuccia), mentre l’arroganza del Manchester United è stata punita con l’Inter (o è l’Inter ad essere stata punita?); l’Atlético Madrid avrà la classica gara equilibrata col Porto, nella quale però i colchoneros potrebbero tradurre in moneta sonante la superiorità delle proprie individualità offensive (“esos bestias de delante”, come ha definito Pernía i vari Forlán, Agüero, Simão, Maxi Rodríguez); il Barcelona avrà una sfida di prestigio ma nella quale ad oggi è piuttosto favorito, con il Lione.
Poi… poi c’è il Real Madrid: l’accoppiamento più affascinante quella col Liverpool, affascinante per il nome ma anche per la sua assoluta imprevedibilità: a Febbraio potrebbe vedersi un Real Madrid completamente diverso (negli uomini, nello spirito, nell’impostazione tattico) o uno persino peggiore di quello attuale. Non possiedo la sfera di cristallo, francamente.

Chelsea - Juventus
Villarreal - Panathinaikos
Sporting Portugal - Bayern Munich
Atlético de Madrid - Oporto
Olympique Lyon - Barcelona
Real Madrid - Liverpool
Arsenal - Roma
Inter de Milán - Manchester United

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venerdì, settembre 19, 2008

Il punto sulle spagnole nelle coppe.

Promosso a pieni voti l’ Atlético, promosso con riserva il Barça, sufficienza piena per il Villarreal, non giudicabile (anche perché non l’ ho visto…) il Real Madrid: questi i responsi di una prima giornata di Champions complessivamente positiva per i club spagnoli.

L’ unica via per il Villarreal era la sofferenza, e la squadra ha dimostrato di saper competere su questo piano. Certo, nessuno si sarebbe lamentato se dai suoi costanti attacchi lo United avesse ricavato una vittoria, e i gialli possono anche ringraziare la sorte per il palo di Evans e il salvataggio sulla linea di Gonzalo su Tévez a botta sicura (ma un brivido è corso anche lungo la schiena dei padroni di casa quando il palo ha respinto lo splendido colpo di tacco di Guille Franco), ma si può dire tutto sommato che il Villarreal ha saputo difendere ordinatamente come blocco, e ha concesso l’ inevitabile minimo indispensabile quanto ad occasioni ad un avversario dal potenziale offensivo debordante. Una prestazione nel complesso matura.
Condannavano a una partita di sofferenza le caratteristiche del Villarreal e anche la formazione scelta nell’ occasione da Pellegrini. Tutti sappiamo che il gioco del Villarreal ha come premessa il controllo del pallone, possibilmente nella metacampo avversaria, e fasi di possesso, lunghe e ragionate. Sappiamo anche che il punto debole di questa squadra è la difficoltà nel cambiare ritmo e una certa tendenza a giocare a una sola velocità. Ebbene, l’ altra sera tutto ciò era reso assolutamente impossibile dalla differenza di passo e di intensità rispetto all’ avversario, una differenza di ritmo emblematica anche dei due campionati, inglese e spagnolo: lo United ha imposto i suoi ritmi e il Villarreal ha dovuto corrergli dietro e sudare.
A questo poi dobbiamo aggiungere una serie di circostanze che hanno reso praticamente inevitabile questo tipo di partita per il Submarino, senza la possibilità di rispondere colpo su colpo. Innanzitutto le assenze degli infortunati Rossi e Nihat impedivano di verticalizzare in contropiede, rimanendo come punte i soli Guille Franco (attaccante che predilige venire incontro e far salire la squadra, incapace anche per la scarsissima velocità di smarcarsi in profondità) e il subentrato Llorente (opportunista d’ area, cioè un giocatore funzionale soltanto a una partita di dominio nella metacampo avversaria, quindi un’ altra storia rispetto a mercoledì); a questa già pesante menomazione poi si sono aggiunte le scelte invero poco convincenti di Pellegrini: una linea di trequartisti Cani-Matias Fernández-Pires ti condanna ad azioni sottoritmo e ti nega la possibilità di transizioni rapide in contropiede (disperanti il francese e il cileno nella loro tendenza a rallentare costantemente il gioco, come al solito per nulla incisivo un Cani che porta troppo palla), l’ unica possibilità che ti poteva offrire la partita dell’ altra sera e che ti poteva offrire quel Cazorla inspiegabilmente partito in panchina (inspiegabilmente perché si tratta del giocatore più in forma, e perché è l’ unico degli esterni/trequartisti ad avere le accelerazioni). Poi non si è capito nemmeno Senna in panchina: il doble pivote Edmilson-Eguren è praticamente costituito da doppioni, e Senna in questa squadra è il giocatore-chiave nel dettare i tempi. Senza di lui, il Villarreal è stato condannato a perdere il pallone prematuramente nel rilancio dell’ azione, finendo col venire schiacciato nella propria metacampo.
In questo contesto, si capisce la sofferenza e la partita quasi esclusivamente sulla difensiva, nella quale, nell’ ambito di una buona disposizione collettiva, va rimarcata la prestazione a dir poco strepitosa della coppia di centrali Gonzalo Rodríguez-Godin. Credo che in prospettiva la partita di mercoledì sia incoraggiante per il Villarreal: dimostrare di saper reggere sul piano difensivo contro la squadra più forte dimostra che ci sono le basi di solidità indispensabili per saper competere a questi livelli, e che la situazione potrà soltanto migliorare quando Pellegrini riavrà il suo miglior potenziale offensivo (Rossi e Nihat, ma anche Cazorla e Senna dall’ inizio) e il Villarreal potrà tornare ad essere una squadra capace di giocarsela con chiunque in una partita secca.

A Barcellona proseguono gli esperimenti: stavolta Guardiola ha presentato un 3-4-3 stile Cruijff (ma quel Barça le finali di Coppa Campioni nel ’92 e nel ’94 le giocò col 4-3-3, ricordiamolo). Soluzione interessante perché capace di assicurare nell’ occasione una buona impostazione del gioco dalle retrovie (i due attaccanti dello Sporting non potevano pressare i tre difensori blaugrana, e la presenza contemporanea di Piqué e Márquez garantiva un’ avvio dell’ azione sempre di qualità) senza al tempo stesso andare in inferiorità numerica a metacampo e assicurando maggiore libertà e una migliore copertura ad Alves, evitando quei buchi a palla persa nella zona del brasiliano che ad esempio hanno originato il gol del Numancia alla prima giornata (perfetto Piqué come terzo centrale sulla destra).
Ma questi esperimenti se da una parte denotano le buone capacità analitiche e lo sforzo costante di migliorare da parte di Guardiola, dall’ altra evidenziano alcuni punti scoperti del’ organico e la mancanza di certezze che ora come ora caratterizza questo Barça: passare alla difesa a 3 con Puyol terzo centrale a sinistra è anche un modo per rimediare per altre vie all’ inadeguatezza di Abidal, e alcune importanti questioni tecniche rimangono tuttora irrisolte.
Su tutte il solito dualismo fra una fascia sinistra incapace di trovare la profondità (Henry chiede palla sempre sul piede e non va quasi mai via all’ avversario, e Bojan non ha le caratteristiche per ovviare a questa mancanza) e una fascia destra nella quale Messi e Alves devono affinare un’ intesa dalla quale dipenderà una buona parte dell’ esito di questo Barça: Alves sta forse cominciando a comprendere che i movimenti che deve effettuare son diversi da quelli del Sevilla, deve cioè offrirsi maggiormente senza palla e in sovrapposizione esterna più che portare palla e congestionare le zone interne assieme a Messi. Lo stesso Messi ha mostrato una maggiore consapevolezza tattica e attenzione a coordinare i suoi movimenti con quelli di Alves rispetto al disastroso esordio di Soria, però individualmente ha mostrato, cosa non nuova, qualche sbavatura di troppo al momento di scegliere come finalizzare le giocate.
E l’ incertezza che ancora circonda il Barça si riflette appieno sul comportamento della squadra durante i 90 minuti: vogliosa, a tratti anche gradevole e capace di creare svariate occasioni, ma ancora priva dell’ autorevolezza, della solidità e della continuità necessarie per candidarsi alla vittoria finale.
La fase iniziale fino al gol è stata davvero ottima per come la squadra ha coperto il campo nelle due fasi, allargandolo più possibile quando era in possesso del pallone e restringendolo invece allo Sporting in fase di non possesso con una buona applicazione del pressing alto (si è segnalato in particolare un ottimo Keita). Dopo il vantaggio di Márquez però e anche dopo il momentaneo 2-1 ospite di Tonel, si è notato un calo che ha comportato una perdita di continuità a centrocampo e, nel secondo tempo, anche momenti di rischio del tutto innecessario data la sproporzione fra le due squadre in campo. Da migliorare anche le coperture difensive, non sempre impeccabili, soprattutto sui cross dalle fasce (inutile poi dire che il gol incassato su palla inattiva era evitabile). È poi un Barça che tende a non chiudere le partite, per queste sue concessioni difensive e anche per l’ attuale siccità offensiva, con un Eto’o stranamente lento di riflessi negli ultimi metri.
Quando avremo la risposta a tutti questi interrogativi, riguardanti l’ assetto della fascia sinistra, il funzionamento di quella destra, l’ identità del centrocampista difensivo titolare e il modulo finalmente scelto da Guardiola, allora potremmo valutare appieno la competitività di questa squadra ai massimi livelli.

La sorpresa più piacevole della giornata è stata la prova di forza dell’ Atlético: importante è stato il fatto di aver sbloccato nei primi 10 minuti il risultato, che ha messo la partita nelle condizioni che storicamente gli uomini di Aguirre prediligono: cedere il pallone agli avversari e ripartire in contropiede. Compatti e attenti nelle loro due linee da quattro, i colchoneros hanno ridotto il PSV a un possesso-palla sterile, e al minimo affondo hanno brutalizzato la non insuperabile difesa olandese, con i quattro elementi offensivi ai quali si aggiungeva Maniche (eccellente periodo) coi suoi frequenti inserimenti. Su tutti Agüero che ha offerto il proprio biglietto da visita all’ Europa dei Grandi (c’è tutto “Romarito” nel secondo gol), ma anche Simão, giocatore chiave nel creare la superiorità numerica assieme al Kun (ma non ci voleva l’ infortunio di un mese per Forlán, il giocatore dell’ attacco tatticamente più importante coi suoi movimenti senza palla a supporto di Agüero).
Viene da pensare che questo Atlético possa forse rivelarsi una squadra più adatta a una competizione ad eliminazione diretta come la Champions che a una lega di 38 partite: la sua difficoltà ad elaborare gioco a difesa schierata (ma Banega è una carta che potrebbe rivelarsi preziosa) potrebbe paradossalmente rendergli più scomodo un Osasuna che ingolfa la metacampo al Calderon piuttosto che un Arsenal all’ assalto all’ Emirates. La chiave sarà il consolidamento del triangolo difensivo Heitinga-Ujfalusi-Assunçao: se la casa dimostrerà di avere buone fondamenta e l’ Atlético continuerà a mantenere la propria porta inviolata con buona continuità, allora non saranno molti quelli che desidereranno avere i colchoneros come avversari, perché il duo Agüero-Forlán ha pochi rivali in Europa lanciato negli spazi ed è capace di materializzare la minima occasione. Vedremo con Marsiglia e Liverpool se non si sia trattato di un miraggio.

In Uefa, bilancio meno positivo per le spagnole: il Deportivo viene massacrato in Norvegia dal Brann Bergen (basta dire che sulla stampa spagnola la frase ricorrente è che il passivo di soli due gol è stata la migliore notizia della serata…); il Sevilla si assicura un buon margine per il ritorno col 2-0 (Capel, Adriano) casalingo al Red Bull (oddio, no!) Salisburgo, ma gioca male, rischia nel secondo tempo e scontenta il pubblico; il Valencia ipoteca la qualificazione con un 1-0 sul campo del Maritimo (gol di Morientes) ma senza brillare e ringraziando due volte i legni in una partita in cui Emery ha schierato le seconde linee ma nella quale comunque Villa ha avuto modo di entrare e prendersi un evitabilissimo acciacco alla caviglia (se dopo Silva che starà fuori tre mesi dovesse saltare anche lui, questa squadra finirebbe di colpo di esistere); il Racing domina ma deve accontentarsi del minimo scarto in casa contro i finlandesi dello Honka: ancora imperversa Jonathan Pereira col gol decisivo in un match anche in questo caso disputato dalle teoriche riserve che, stando alle cronache, hanno in alcuni casi (la coppia Luccin-Edu Bedia in mezzo al campo, il secondo con 18 anni) convinto di più dei titolari.

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venerdì, aprile 11, 2008

Il calcio è crudele.


La più atroce delle beffe impedisce al Getafe di proseguire nel suo sogno europeo: troppo ingiusto finire così, troppo crudele cancellare a pochi secondi dal fischio finale quella che sarebbe stata una delle più grandi imprese nella storia del calcio spagnolo. Il Getafe meritava di andare avanti perché con le armi del sacrificio, del carattere e di una disciplina tattica impeccabile aveva dimostrato di potersi sovrapporre a qualunque rovescio della sorte, di saper rispondere col cuore ma anche con moltissima testa alle situazioni più imprevedibili e sulla carta sfavorevoli, a differenza di un Bayern dalla miserrima qualità di gioco in rapporto alle individualità e al tanto denaro sperperato.

Già il Getafe era arrivato a quest’ incontro in condizioni estremamente precarie, con le assenze del Cata Diaz, di Mario, Pablo Hernandez e Granero, e a questo si è aggiunta una quasi immediata inferiorità numerica, causata dall’ espulsione al 6’ di De la Red (l’ elemento di spicco della squadra che, paradossalmente, stasera ha fatto più danni della grandine: impiegato come difensore centrale d’ emergenza, già prima dell’ espulsione aveva regalato una palla-gol al Bayern perdendo palla in difesa), colpevole di un fallo da chiara occasione da gol su Klose al limite dell’ area.
Sulla punizione seguente Van Bommel prende il palo e il gol di Toni sulla successiva respinta viene annullato per fallo di mano, ma da qui in poi il Getafe dimostra di saper gestire ottimamente l’ inferiorità numerica: schierato benissimo nelle due linee da 4 di difesa e centrocampo, lascia i difensori del Bayern completamente liberi di impostare fino a oltre la metacampo, ma una volta passata questa linea non concede mai la superiorità numerica sulle fasce ai tedeschi e muove con grande perizia la linea difensiva, che cerca di non difendere mai troppo attaccata ad Abbondanzieri e applica con molta attenzione la tattica del fuorigioco, di fatto limitando quella che è la principale arma offensiva del Bayern, ovvero la palla subito in area a cercare la mischia e il peso preponderante di Toni. Davvero pessima l’ elaborazione della manovra dei tedeschi, un possesso-palla monotono e di nessuna qualità, volto semplicemente a preparare il cross dalla trequarti e a raccomandarsi alla bontà dei suoi due fortissimi attaccanti.
Oltre all’ ordine difensivo, il Getafe non rinuncia comunque al contrattacco e al buon trattamento del pallone che ha nelle corde: certo è molto complicato allungare la difesa avversaria con una sola punta isolata, ancora di più dopo che il contropiedista d’ elezione Uche deve uscire già alla metà del primo tempo per l’ ennesimo problema muscolare, altro contrattempo per il nigeriano (che non è mai riuscito a trovare la continuità ed esplodere in questa stagione, per i problemi fisici e anche per la parentesi della Coppa d’ Africa) e altro bel macigno sulle spalle del Getafe.
Manu del Moral come al solito ronza tanto ma punge poco, non vale come riferimento offensivo, così Cosmin Contra, che evidentemente ha un fatto personale col Bayern, decide di fare da solo: prende palla, passa la metacampo, resiste al ritorno di Van Bommel, e vedendo il tentativo di chiusura piuttosto blando di Demichelis, percorre con decisione il corridoio centrale; entrato in area, scarica tutto quello che ha in corpo, e qui ha la fortuna di trovare la deviazione decisiva della scivolata di Lucio.
Il Bayern crea poco nonostante la superiorità numerica, solo episodi isolati, come quando Abbondanzieri esce a vuoto e Lell (pessimo giocatore) sparacchia a lato. Non sarà l’ unico errore del Pato…
Anche nel secondo tempo le linee del match rimangono più o meno simili, il Bayern senza gioco e il Getafe solido in difesa, sebbene il passare dei minuti e l’ intensità dello sforzo atletico costringano in qualche momento l’ undici di Laudrup ad aggrapparsi un po’ troppo a ridosso di Abbondanzieri.
Nonostante l’ ovvio monopolio del possesso-palla a favore del Bayern, non è comunque un monologo degli ospiti: in campo ci sono due squadre, e anzi è il Getafe a disporre dell’ occasione nettamente più ghiotta del secondo tempo, quando Braulio (sicuramente più punta di ruolo rispetto a Manu, con la lotta strenua su ogni pallone cerca di mascherare gli evidenti limiti tecnici) in campo aperto viene smarcato a tu per tu con Kahn, lo salta ma al momento di depositare in rete scivola clamorosamente, proprio come Keita nel Sevilla-Villarreal di domenica scorsa.
Nella retorica più trita, sembra il classico segno sfavorevole del destino, ma rimane la sensazione che di fronte al tentativo finale del Bayern, e nonostante il tourbillon di cambi offensivi di Hitzfeld (che arriva a giocare con Toni, Klose, Podolski, José Sosa e Ribery contemporaneamente), il Getafe possa comunque reggere fino al fischio finale: ancora una volta i fatti però si incaricano di smentire le previsioni della logica, e all’ 89’ sull’ ennesimo lancio a casaccio dei tedeschi, la respinta della difesa di casa non è decisa, la palla carambola su Cortés e finisce perfetta per la conclusione al volo di Ribery, che gela il Coliseum.
In dieci contro undici, avendo dato tutto e avendo pure esaurito i cambi, i supplementari si preannunciano come un lungo inferno per il Getafe: invece i ragazzi di Laudrup stupiscono, sbalordiscono, gonfiano d’ orgoglio i propri tifosi ridicolizzando l’ idea stessa di Impossibile. In apertura di supplementari, un uno-due memorabile: prima Braulio difende un pallone con la solita tenacia, lo scarica al limite dell’ area per Casquero, il quale sfodera la specialità della casa, missile di destro che sbatte sul palo e gonfia la rete; poi neanche il tempo di gioire, e arriva un altro diretto al mento del Bayern: Cotelo in fuga sulla destra, palla verso il centro, erroraccio di Lucio, la sfera rimane lì e Braulio stavolta fulmina Kahn per il 3-1.
Dovrebbe essere il colpo del KO, e il Bayern è effettivamente pochissima cosa, però arriva un protagonista nemmeno troppo inatteso a guastare la festa: del Pato Abbondanzieri al di là dello stile discutibile abbiamo sempre apprezzato il carisma e la capacità di assumersi responsabilità, ma uno-due errori a partita, e anche piuttosto gravi, è assai frequente vederli da parte sua: stavolta il Getafe li ha pagati tutti, ed è difficile togliere al portiere argentino la stragrande maggioranza della responsabilità per questa beffarda eliminazione.
Non si spiega, non ha proprio logica il suo errore a soli cinque minuti dal termine dei supplementari, e col Getafe che controlla la situazione: su una punizione a spiovere dalla metacampo assolutamente innocua, con nessuno a disturbarlo, il Pato, il quale in un primo momento sembrava aver trattenuto come normale che fosse il pallone, lo consegna clamorosamente sui piedi di Toni che deposita nella porta vuota e riapre una partita parsa già giustissimamente sepolta.
Si innesca ora una situazione vista sin troppe volte nel calcio: il panico che subentra, e tutti sanno che alla prima mischia il Bayern potrà e saprà portare a casa l’ intera posta. Il Getafe prova a perdere tempo cincischiando col pallone, ma eccola qui la palla dentro l’ area, Sosa dalla sinistra e Toni implacabile a zittire il Coliseum (brutto gesto, fortuna sua che ha trovato un pubblico educato).

La chiusura più amara, ma che non intacca minimamente la portata della prestazione del Getafe, cui tutti gli appassionati di calcio spagnolo devono rendere sentitamente grazie.


Ebbene sì, il Barça è una delle 4 migliori d’ Europa…

Ieri sera il Barça ha compiuto il suo doveroso passo verso le semifinali, non senza patemi e ovviamente con la solita prestazione titubante, nella prima mezzora addirittura catastrofica. Senza contare che per tutto il corso del match i blaugrana hanno dovuto fare i conti con un avversario inatteso, ovvero il pubblico del Camp Nou, il dodicesimo uomo in campo per lo Schalke 04: poco importava che la loro squadra si giocasse un traguardo fondamentale, loro dovevano continuare le loro battaglie piccole piccole, con i fischi preventivi ad Henry (io sono il primo a non essere soddisfatto del rendimento del francese, ma non sta qui il punto) e l’ assurda contestazione a Rijkaard, colpevole di aver sostituito Bojan, il giocattolino di casa già visto come uno al di sopra della legge invece che come il 17enne alle prime esperienze col calcio professionistico che è.

Davvero agghiaccianti i primi 30 minuti dei blaugrana, i segnali della squadra completamente allo sbando c’ erano proprio tutti: terrore e impotenza, all’ attacco che non pressa e al centrocampo che non ruba un pallone che sia uno si aggiungeva infatti una difesa passiva e incapace di accorciare (“Effetto Thuram” lo chiamo io), in difficoltà al minimo cross o pallone dentro l’ area degli uomini di Slomka, lodevoli per la mentalità con cui sono scesi in campo: senza complessi e consci degli enormi limiti attuali dell’ avversario hanno spinto sull’ acceleratore con decisione, aggredendo alto e proponendo verticalizzazioni e inserimenti che si sono arenati soltanto sulla qualità non eccelsa delle individualità offensive (per intenderci, il Manchester United ne avrebbe segnati 3 o 4…).
La sensazione era di un Barça senza scampo, anche perché il pubblico era già a pronto a montare con la contestazione in caso di gol tedesco, ma è stato proprio il Barça a segnare il gol, e in un momento fondamentale: alla fine del primo tempo l’ acuto di Yaya Touré (per il resto molto macchinoso, si regge in piedi a malapena) permette di andare con più tranquillità negli spogliatoi e organizzare un secondo tempo diverso.
Ed effettivamente, complice il calo atletico dei tedeschi (che su ritmi bassi non sono una squadra all’ altezza), la ripresa viene gestita se non con brillantezza, con relativa tranquillità: i blaugrana occupano il campo in maniera più razionale, alzano il baricentro e finalmente s’ installano con buona continuità nella metacampo avversaria, consentendo di soffrire meno a Xavi e Iniesta rispetto a quando la squadra è costretta a difendersi nella propria metacampo, anche se questo è certo, le accelerazioni continuano a latitare.
Ora la semifinale col Manchester United, dove due saranno le carte a favore del Barça: la prima è quella di partire sfavoriti dal pronostico, il che già di per sé determina condizioni ambientali e psicologiche radicalmente diverse rispetto a questo doppio confronto con lo Schalke (sicuramente il Camp Nou proporrà qualche grande coreografia, e non i mormorii di ieri sera), la seconda è il recupero in vista di due giocatori fondamentali come Messi e Deco. E se i blaugrana dovessero per l’ occasione ritrovare la mentalità giusta e garantire equilibri accettabili, il loro tasso tecnico potrebbe ritrovare il suo peso determinante.

FOTO: Marca.com

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sabato, aprile 05, 2008

Noi siamo il Getafe.

Comunque andrà a finire questo quarto di finale, il Getafe potrà gonfiare il petto con orgoglio per aver pienamente affermato la sua identità anche in campo europeo. Dopo una mezzora iniziale infernale, di pura soggezione, anche contro il Bayern Monaco, anche all’ AllianzArena, gli uomini di Laudrup sono andati a giocare il loro calcio, a viso aperto, senza remore, rischiando pure ma ottenendo un preziosissimo, strameritato pareggio col gol al 90’ di Cosmin Contra.
E’ degno di ogni lode quello che sta facendo questa squadra, impegnata su tre fonti, con una rosa corta e limitate possibilità economiche, stracotta, afflitta continuamente da assenze di rilievo, ma vicina alla tranquillità nella Liga e soprattutto in finale di Copa del Rey e con ottime chances di passare alle semifinali in Uefa. E questo continuando nella linea ormai tradizionale della società, che passa per la valorizzazione dei talenti tanto in campo quanto in panchina (Laudrup a breve potrebbe seguire Quique e Schuster facendo il salto in un grande club).

La vera-chiave della partita del Getafe è stata sopravvivere ai primi 30 minuti, nel quale il rischio di goleada era sinceramente fortissimo. Imbarazzato, balbettante, incapace di uscire dalla metacampo e con Uche trasferito su un altro pianeta, il Getafe, squadra di costituzione leggera (coi pro e i contro che questo comporta), si è visto letteralmente travolto dalla superiore fisicità e intensità del Bayern, che ha imposto ritmi altissimi e una pressione incessante sulla difesa getafense, peraltro tremendamente rimaneggiata a causa delle pesanti assenze di Belenguer, Licht e soprattutto Cata Diaz (Mario e Tena inizialmente hanno visto le streghe, prendendosi subito un cartellino a testa, poi sono usciti molto bene alla distanza, soprattutto il secondo). Continue sovrapposizioni e sfondamenti sulle fasce, stabile presenza di Toni nell’ area di rigore (ciò che deve essere evitato come la peste), bombardamento, salvataggi disperati e sudori freddi. Il gol di Toni al 26’, di testa sovrastando De la Red su calcio d’ angolo, è l’ evento più logico, ed anche fin troppo ritardato.
Si dà il caso però che dopo il vantaggio la partita cominci a cambiare progressivamente volto: calato il ritmo il Bayern comincia a manifestare le sue debolezze di squadra senza filo logico a centrocampo, mentre il Getafe ha finalmente tempo e spazi per praticare il calcio che preferisce, manovrando e prendendo l’ iniziativa. Ne scaturiscono una pericolosissima incornata di Mario su calcio d’ angolo salvata sulla linea da Lahm, poi una palla mancata per un soffio sempre da Mario libero nell’ area di rigore su una punizione di Albin, ma il cambio di tendenza si manifesta in tutta la sua radicalità solo nel secondo tempo.
Il Getafe alza di molto il baricentro, combina nella metacampo avversaria con continuità sempre maggiore, e con una sua azione tipica (taglio verso l’ esterno dell’ attaccante a “svuotare” l’ area, inserimento a rimorchio del centrocampista: Uche di tacco favorisce Casquero, destro di poco alto del temibile incursore azulón) fa correre un brivido enorme all’ Allianz Arena.
Il Getafe fa la partita, ma questo non cancella i rischi, anzi la partita è assolutamente in bilico, perché il Bayern ha gli spazi per chiuderla in contropiede. Il gioco di Laudrup si basa su scambi corti e prevede molte sovrapposizioni, tagli e inserimenti dal centrocampo, un bel rimescolamento di posizioni insomma: se la palla viene persa sulla trequarti, non sempre gli undici riescono a recuperare ottimamente le posizioni, e ciò può offrire il fianco al gioco di rimessa. Se ne accorge il Bayern,che però si morde letteralmente le mani per aver sciupato, fra esitazioni e lentezze varie, ben due contropiedi clamorosi con Toni e Ribery.
Laudrup prova a riportare le misure giuste al suo 4-4-1-1, inserendo il più difensivo Celestini al posto di Casquero e rinvigorendo la fascia destra con Contra. Proprio dalla destra il Getafe porta i suoi attacchi più insistiti: clamorosa all’ 83’ l’ uscita a vuoto di Kahn su cross di Cortés (partita di grande quantità per il terzino), Manu (entrato al posto di Uche, ancora una volta mai pienamente convincente quella che doveva essere la perla del Getafe 2007-2008) di testa va a botta sicura, ma trova un palo clamoroso.
Sembra l’ ultima carta, ma proprio al 90’ arriva la meritata mazzata per il Bayern: percussione centrale di De la Red che smarca con grande intelligenza Albin in posizione regolare, l’ uruguaiano controlla maluccio in corsa col destro, il suo piede sbagliato, permettendo a Kahn di uscirgli addosso, l’ occasione pare sfumata, ma di nuovo Albin ritorna in possesso del pallone, crossa dalla destra, respinta pessima della difesa tedesca, Contra si avventa e anticipa tutti inserendosi al limite dell’ area, a dir poco geniale il pallonetto del romeno sull’ uscita di Kahn.

La crescita del Getafe è stata la crescita di De la Red: partito impreciso e messo sotto dal ritmo iniziale del Bayern, ha progressivamente acquisito continuità fino ad afermarsi ancora una volta come il trascinatore di questa squadra. Più passavano i minuti e più l’ ex-madridista saliva in cattedra, offrendosi ai compagni, impostando e portando palla sulla trequarti avversaria, combinando generosità e corsa a grandissima personalità e lucidità (anche quando non è particolarmente ispirato non smette mai di proporsi e assumersi le sue responsabilità, questo è fantastico).
In uno dei miei ultimi post sulla nazionale, scrissi provocatoriamente di preferire lui a Xabi Alonso in un eventuale ballottaggio: il giocatore del Liverpool ha classe superiore, grande eleganza e aperture da lasciare a bocca aperta, però ritengo De la Red un centrocampista più completo, versatile e alla lunga globalmente più incisivo sugli sviluppi del gioco. Il getafense ha maggior dinamismo, si sacrifica e si fa sentire di più in interdizione, non ha la visione di gioco e la classe di Xabi ma fa comunque girare la squadra benone, e in più ha la capacità di giocare più avanzato come mezzala e di inserirsi con grande pericolosità.
Xabi Alonso invece è molto più caratterizzato, un 4 alla Guardiola: se gioca davanti alla difesa non ha quelle doti difensive che gli allenatori richiedono sempre di più a chi occupa quella zona, mentre se gioca in un doble pivote assieme a un centrocampista difensivo (tipo Mascherano) non può trasformarsi in un “numero 8”, capace di spingersi sulla trequarti per rifinire o per inserirsi, il che può finire col rendere un po’ piatta l’ azione del centrocampo. E’ un giocatore di qualità indiscussa, ma che in qualunque modo venga schierato può finire col farti mancare slcune alternative tattiche importanti che invece De la Red può garantirti. Non è detto che il giocatore di qualità più alta sia sempre quello più utile, comunque si può sempre togliere Senna e fare spazio a tutti e due…


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venerdì, marzo 14, 2008

Sorteggi Champions e Uefa-quarti e semifinali.

CHAMPIONS LEAGUE

Quarti di finale
1) Arsenal (Ing)-Liverpool (Ing)
2) Roma (Ita)-Manchester United (Ing)
3) Schalke 04 (Ger)-Barcelona (Spa)
4) Fenerbahçe (Tur)-Chelsea (Ing)

Semifinali
1) Vincitrice quarto di finale 1-Vincitrice quarto di finale 4
2) Vincitrice quarto di finale 3- Vincitrice quarto di finale 2


UEFA

Quarti di finale
1) Bayer Leverkusen (Ger)-Zenit (Rus)
2) Rangers Glasgow (Sco)-Sporting (Por)
3) Bayern München (Ger)-Getafe (Spa)
4) Fiorentina (Ita)-PSV(Ola)

Semifinali
1) Vincitrice quarto di finale 3-Vincitrice quarto di finale 1
2) Vincitrice quarto di finale 2-Vincitrice quarto di finale 4

Il mio “piano” per le semifinali di Champions ha buone possibilità di compiersi: tre inglesi più il Barça, il massimo della qualità immaginabile, almeno sulla carta.
La fortuna ha sorriso al Barça, lo Schalke era la squadra più desiderata del lotto, e in più i blaugrana avranno il privilegio di giocare il ritorno in casa. In caso di qualificazione, si prospetterebbe una semifinale con la vincente di Roma-Manchester: vado controcorrente, e pur reputando il Manchester la squadra forse più forte in assoluto di tutta Europa, la vedo anche come quella che meglio si adatta delle inglesi alle caratteristiche del Barça: gioca e lascia giocare, il Barça potrebbe accusare meno la staticità della propria manovra, e va detto anche che gli uomini di Ferguson tendono ad andare in sofferenza contro avversari che fanno girare il pallone e portano il match su ritmi più contenuti.

Personalmente non ho mai creduto alla massima “tanto prima o poi bisogna affrontarle tutte”: a parte il fatto che che può anche capitare di non affrontarle tutte e trovare la strada spianata (ed è il motivo per cui non mi piace la formula ad eliminazione diretta: spesso non premia la squadra migliore, che risalterebbe con molta più certezza in un formato tipo Lega), fondamentale è il momento della competizione in cui si determinano certi incroci, pensiamo al cammino di Italia e Milan rispettivamente nell’ ultimo Mondiale e nell’ ultima Champions come esempio lampante.
I blaugrana vivono un momento difficile della stagione, permangono in un limbo dal quale continuano a non uscire con chiarezza in termini di qualità di gioco e di mentalità competitiva, con giocatori importanti acciaccati (Deco indisponibile domenica ad Almeria, idem Touré che soffre un’ ernia del disco che lo costringerà ad operarsi a fine stagione, e sarà ancora assente pure Marquez), e un Messi che, inutile dirlo, sarebbe stato grave non avere disponibile in un temuto quarto con una delle inglesi. Quindi, lo Schalke ora va benone, pur rispettando una squadra che se si trova ai quarti di Champions qualcosa vorrà pur dire.

I tedeschi sono la classica squadra di medio livello, equilibrati, senza squilli ma anche senza grossi punti deboli. Il reparto che preferisco è la difesa, col talento Neuer in porta (decisivo agli ottavi col Porto, parate fuori dalla logica), la coppia di centrali esperta e affidabile Bordon-Krstajic (entrambi mancini, attenti, autorevoli e bravi a darsi reciprocamente la copertura), i terzini Rafinha a destra (davvero ottimo, inesauribile, tecnicamente eccellente, a mio avviso gli manca un po’ l’ allungo per andare via di slancio all’ avversario e conquistare il fondo) e Pander a sinistra (mancino squisitamente calibrato, appena tornato da una lunga assenza, rimpiazzato molto bene, con tanto di convocazione in nazionale, dal destro potente Westermann).
Centrocampo banalotto ma efficiente nei due centrali, il veterano ragioniere Ernst e il cursore Jones, che ha conquistato a sorpresa la titolarità indiscussa (e la nazionale, al pari di Westermann). Solitamente tre uomini dietro all’ intoccabile Kuranyi (può piacere o no, a me personalmente no, ma è insostituibile come terminale e riferimento offensivo): a destra il solito Asamoah (anche seconda punta in un 4-4-2), a sinistra il duttile e continuo Kobiashvili, con le alternative più offensive rappresentate dall’ esplosivo Lovenkrands o da Vicente Sanchez, aletta classica (anche lui però giocare in appoggio come seconda punta) uruguaiana arrivata a Gennaio dopo anni di onorata militanza in Messico al Toluca. Al centro, il talentuoso croato Rakitic studia per raccogliere l' eredità di Lincoln.

In Uefa, mannaia sul Getafe, che trova la favoritissima della competizione, il Bayern Monaco. E’ comunque una sfida esaltante per il club del sobborgo di Madrid, e non c’è nulla da perdere. Il Bayern controlla la Bundesliga, come prevedibile, ma non sono mancate le critiche al suo gioco da parte dei commentatori: proprio su questo dovranno puntare gli uomini di Laudrup: giocare meglio come blocco, e allora potrebbe pure scapparci la sorpresa. Nel caso di una storica qualificazione alle semifinali, il sorteggio riserverebbe un confronto in ogni caso equilibratissimo con lo Zenit o il Bayer Leverkusen.

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venerdì, dicembre 21, 2007

Sorteggi Champions e Uefa.

OTTAVI CHAMPIONS LEAGUE
Celtic-Barcelona
Ol. Lyonnais-Manchester United
Schalke 04-Porto
Liverpool-Inter
Roma-Real Madrid
Arsenal-Milan
Olympiacos-Chelsea
Fenerbahçe-Sevilla

SEDICESIMI COPPA UEFA
Aberdeen-Bayern Monaco
Aek-Getafe
Bolton-Atlético Madrid
Zenit-Villarreal
Galatasaray-Bayer Leverkusen
Anderlecht-Bordeaux
Brann Bergen-Everton
Zurich-Amburgo
Rangers-Panathinaikos
Psv-Helsingborgs
Slavia Praga-Tottenham
Rosenborg-Fiorentina
Sporting-Basilea
Werder Brema-Braga
Benfica-Norimberga
Marsiglia-Spartak Mosca

Il bilancio globale, con qualche sfumature e puntualizzazione qua e là, è tutto sommato positivo per le squadre spagnole.
Chi non si può proprio lamentare è il Barça: dopo accoppiamenti infernali con Chelsea (due volte) e Liverpool negli anni passati, ecco un Celtic più che accessibile, forse la migliore possibile delle rivali, squadra in assoluto non malvagia ma dal rendimento molto prevedibile e dai giocatori per lo più pesanti e poco tecnici (con le eccezioni di Mc Geady e Nakamura, quest' ultimo però gioca da fermo), ideali per i palleggiatori blaugrana. Anche il fatto di giocare il ritorno al Camp Nou è un bel vantaggio per il Barça: occorrerà fare molta attenzione al Celtic Park (dove il Celtic è solito concedere poco), amministrare con calma, addormentare il gioco e cercare il golletto in trasferta per poi chiudere ogni conto fra le mura amiche.
Urna insidiosissima invece per il Real Madrid: parlavamo di grossi pericoli in Champions per i madridisti nel caso non fossero riusciti ad aggiustare i propri equilibri in fase di non possesso, e con la Roma ecco arrivare un avversario che può fare parecchio male col suo gioco d' attacco. Però anche il Real, logicamente, ha le sue carte da giocare: nemmeno i giallorossi sono impenetrabili sul piano difensivo, e va aggiunto che in alcune occasioni il loro gioco solitamente spavaldo e spumeggiante sul palcoscenico europeo si è tramutato, soprattutto in trasferta, in una proposta tutto sommato titubante e legata più che altro a una strategia di contenimento e di azione di rimessa (troppo facile citare il 7-1 di Manchester, quindi preferisco dirigermi verso il Furto di Lisbona o verso l' ultima trasferta di Manchester, partita ordinata ma giocata dalla Roma con lo spirito giusto soltanto dopo essersi trovata in svantaggio, peraltro meritandosi ampiamente il pareggio con le occasioni create nel finale). Insomma, dovendo fare un pronostico, è il più classico dei "cinquanta e cinquanta".
Sorride, ma con discrezione, il Sevilla: sulla carta è superiore al Fenerbahçe, ma occhio ai turchi, sanno il fatto loro. Gli uomini di Zico, con tanti brasiliani nella rosa, possiedono un ottimo tasso tecnico. Il centrocampo è folto, completo e in grado di proporre trame fitte ed eleganti, con quell' autentico genio di Alex (uno dei giocatori più tecnici di tutto il torneo, mi ricorda un po' Djalminha, stessa aria svogliata, stessa ridotta mobilità e analoga illogicità nelle giocate: Djalminha però era molto più "loco", Alex ha una personalità più introversa, uno dei suoi limiti) a dare il tocco di fantasia decisivo sulla trequarti.
Ottima anche la difesa, con giocatori di grande esperienza e consistenza: Roberto Carlos non è più la folgore dei tempi migliori, ma sa meglio di chiunque altro cosa voglia dire giocare in Champions e mantiene intatta una qualità che il tempo non è riuscito a cancellare, poi c'è la coppia Edu Dracena-Diego Lugano al centro, non molto rapida ma validissima sotto tutti gli altri aspetti. Lugano in particolare si troverebbe ai vertici nel suo ruolo se avesse anche la velocità: stopper o libero, concentrato e cattivo sull' uomo ma anche con ottimo senso della posizione nelle chiusure, oltre all' eccellente gioco aereo. In alcune occasioni più che cattivo è una vera e propria carogna, quando si tratta di arginare il pericolo bada poco alla forma, ma va detto che è anche bravo a controllarsi evitando di sommare cartellino giallo a cartellino giallo.
Il punto debole dei turchi è probabilmente rappresentato da un attacco di scarso peso ed efficacia realizzativa: il manovriero Deivid a svariare su tutto il fronte va bene, ma con ogni evidenza manca il grande finalizzatore.

Rivali da non sottovalutare ma accessibili in Uefa per le tre spagnole, tutte prime classificate nei rispettivi gironi: la più facile dovrebbe essere quella dell' Atlético, contro il Bolton di Anelka attualmente impelagato nei bassifondi della Premier, mentre Geta e Villarreal dovranno fare un po' più di attenzione.
L' Aek ha dei giocatori di qualità (su tutti i brasiliani, Julio Cezar e il prepensionato Rivaldo, ma anche i giovani greci Kone e Papastathopoulos non sono male) ma è vulnerabile per un Getafe che a calcio gioca molto bene (a patto però che là davanti la buttino dentro con un po' più di frequenza); lo Zenit, ambizioso neo-campione di Russia, è in una fase di transizione nella quale la società (di proprietà della Gazprom, quelli che se ci tagliano il gas noi europei ce la passiamo discretamente male) mira a costruire una squadra adatta anche al palcoscenico della prossima Champions.
Nel mentre i russi mostrano qualche problema di personalità contro grandi avversarie, un allenatore tutt' altro che formidabile come Advocaat, ma anche giocatori di interesse come Zyryanov, Lombaerts, Pogrebnyak e soprattutto Arshavin, forse il miglior giocatore russo attualmente. Il Villarreal dovrebbe avere una caratura superiore, e potrà sfruttare anche la diversità dei calendari con la Russia, dove a Febbraio è ancora pre-campionato e il gap di forma col resto dell' Europa incide pesantemente. Per saperne molto di più sullo Zenit, non posso che lasciarvi a quest' articolo dell' amico Kerzhakov 91 sul suo blog "Calcio Russo".
Già decisi anche gli eventuali avversari degli ottavi: all' Atlético toccherebbe la vincitrice di Sporting Lisbona-Basilea (tra l' altro ho una certa simpatia per i Leoni biancoverdi dell' Alvalade), al Getafe la vincitrice di Benfica-Norimberga e al Villarreal quella di Marsiglia-Spartak Mosca.

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