sabato, dicembre 20, 2008

Uefa amara, Champions chissà.

Due delusioni, assai distinte qualitativamente ma ugualmente enormi, estromettono Sevilla e Racing dalla Uefa già prima dei sedicesimi, ai quali la Spagna verrà rappresentata dalle sole Valencia (troverà la Dinamo Kiyv, dopodichè eventualmente la vincitrice di Sampdoria-Metalist Kharkiv) e Deportivo (attesa dall’Aalborg, e in caso di qualificazione dalla vincitrice di Copenhaghen-Manchester City). Serataccia.

Per il Racing Santander una beffa che ha ricordato quella del Getafe col Bayern nella scorsa stagione: pochi istanti che come nulla fosse spazzano via tutto il coraggio, l’applicazione, lo sforzo, la generosità e pure il buon calcio spesi in 90 minuti eccellenti (contro un avversario senza identità, questo sì). Tutto quello che era in loro potere gli uomini di Muñiz lo hanno fatto, e allora non sai proprio a chi appellarti se il PSG i suoi due gol decisivi li fa proprio intorno al 90’, scientificamente, quando il Racing non ha più margini per reagire e rincorrere come tanto brillantemente aveva fatto nel primo tempo e all’inizio della ripresa, quando il Sardinero aveva risposto con uno squillante 3-0 ai gol prematuri arrivati dal Parco dei Principi, un 2-0 immediato per i parigini che pareva aver reso la montagna quasi impossibile da scalare, in termini di differenza reti e di gol all’attivo.
Assorbita la mazzata, a Muñiz rimarrà comunque la certezza di aver trovato una squadra, certezza da tempo sempre più chiara e ieri ribadita con una prova maiuscola. Ciò che è degno di ammirazione nel Racing è che pur essendo una compagine dalla base tecnica trascurabile, cerca comunque di imporsi, di tenere l’avversario lì nella sua metacampo sfruttando a fondo le proprie armi: già avevamo apprezzato il pressing che, a partire dalle due punte, aveva consentito una gara equilibrata al Mestalla ed una addirittura dominata (nonostante la paradossale sconfitta finale per 4-1) al Vicente Calderón, e anche contro il City il Racing nel primo tempo ha portato la contesa sui ritmi e nelle zone di campo che preferiva, con grande convinzione ed efficacia.
Intensità e pressing alto, pur con qualche sbavatura (nei primi 20 minuti Luccin e Colsa commettono un paio di errori di posizione piuttosto gravi: escono precipitosamente ad accompagnare il pressing, oltrettutto muovendosi sulla stessa linea, e ciò permette al City di saltare un’intero reparto con un solo passaggio pescando Elano libero in uno spazio considerevole fra le linee, fortunatamente per il Racing con conseguenze nulle), mettono le cose in chiaro da subito; il resto lo fa una manovra semplice ma veloce e ricca di mobilità, con Munitis e Pereira come elementi-chiave.
Lo spostamento di Munitis nel ruolo di esterno destro ha probabilmente segnato la vera svolta rispetto al Racing brutto e inefficace di inizio stagione. Esterno destro più falso di Giuda Munitis, che costantemente si accentra e fra le linee offre la soluzione senza dubbio più interessante per avviare e rendere imprevedibile il gioco offensivo. Con Munitis in questa posizione il Racing ha in un certo senso surrogato la figura di Jorge López, del quale si era sentita la mancanza in avvio di stagione quando, partito questi verso Zaragoza, esterno destro aveva giocato Valera, cioè un terzino o tutt’al più un esterno da 3-5-2/3-4-3. Risultato: un 4-4-2 tremendamente scolastico e dalle miserrime risorse offensive.
Con Valera terzino destro (ieri in gol per il 3-0) in concorrenza col solito Pinillos, e Munitis reinventato sulla trequarti, il Racing ha ritrovato il triangolo offensivo alla Marcelino (quello che l’attuale tecnico del Zaragoza proponeva anche a Huelva coi vari Cazorla, Uche e Sinama-Pongolle): esterno destro che si accentra, punte che si muovono l’una in profondità e l’altra verso la fascia per allargare la difesa avversaria in coordinazione col movimento dell’esterno destro.
Persa la velocità degli anni migliori, a Munitis sono rimasti piede e carisma per esercitare la leadership sulla trequarti, mentre a fare “il Munitis”, a interpretare cioè quei movimenti di seconda punta ad allargare e aprire le difese, è passato Jonathan Pereira. Più di mille parole vale la magistrale fattura del secondo gol, che parte proprio da Munitis sulla trequarti, passa per l’intelligentissimo movimento da Pereira dal centro verso la fascia e termina con il perfetto taglio di Serrano nello spazio creato proprio da Pereira al centro.
Giocatore che può incidere ancora di più sul piano individuale il gallego, ma che esibisce sempre una eccezionale voglia e funzionalità alle richieste del collettivo: instancabile nel pressing sui difensori avversari, sporca e affretta tantissimi dei loro rinvii, si cerca gli spazi per ripartire in contropiede, va in appoggio agli esterni per il due contro uno col terzino avversario, e poi è rapidissimo, forza cartellini e impone sempre la massima attenzione alle difese.
Chi purtroppo stona in questo quadro è la prima punta: impossibile, nonostante i buoni movimenti anche da lui proposti, non biasimare Mohamed Tchité per l’incredibile gol divorato sul 3-0 (portiere scartato, azione di temporeggiamento per prendere la mira ed eludere il ritorno dei difensori… palla fuori!!!), gol che a posteriori, discorso crudelissimo, avrebbe probabilmente fruttato la qualificazione.

Chi non merita nessuna comprensione o pietà è invece il Sevilla: senza temere alcuna esagerazione, per gli andalusi si può parlare di fallimento bello e buono. Non è francamente ammissibile non arrivare fra le prime tre ed uscire con due risultati su tre a disposizione contro la Sampdoria decisamente resistibile di ieri sera.
Gli uomini di Jiménez possono rimproverare solo loro stessi: hanno avuto il controllo della gara per un’ora, non ne hanno saputo approfittare, hanno scherzato con il fuoco, e infine si sono bruciati. Come detto per un’ora il Sevilla era riuscito a tenere sotto controllo la situazione, tessendo una buona ragnatela di passaggi, accorciando nella metacampo avversaria e ripiegando ordinatamente nella propria quando richiesto. La Samp aveva enormi difficoltà ad uscire in palleggio dalla propria metacampo se non battendo la via di Cassano, unico giocatore capace di condurla fino alla trequarti avversaria, peraltro spesso raddoppiato.
L’assenza di Kanouté e la riconferma del modulo 4-4-1-1 con Renato in appoggio alla punta (stavolta Luis Fabiano; a centrocampo invece è da notare come sia Maresca a restare basso per iniziare l’azione mentre Fazio va in percussione negli spazi, volto tattico inedito per l’argentino, autore di una discreta prestazione) hanno permesso un centrocampo folto, distanze ravvicinate e palleggio facile di fronte al quale la pur nutrita batteria di centrocampisti del 3-5-2 di Mazzarri ha avuto grosse difficoltà.
Arrivati però alla trequarti, di carne al fuoco se ne è vista poca: spesso solo Luis Fabiano come soluzione nell’area avversaria sui tanti cross e mezzi-cross piovuti dalle fasce, soprattutto da quella del solito Navas (al quale però fa danno l’uscita per infortunio di Konko nella ripresa: Mosquera, centrale di ruolo e piedi orrendi, non gli garantisce più l’appoggio che forniva il francese). Si ricordano perciò soltanto una gran prodezza di Castellazzi su un’incornata del Fabuloso, e un tiro da fuori di Navas nella ripresa.
Passata l’ora di gioco, la Sampdoria dice “perché no?”, e in cinque minuti di fuoco mette sottosopra la partita, mettendo in moto Cassano e costruendo due grosse palle-gol con Sammarco e Bellucci. Rilevante l’effetto psicologico di questi episodi, perché la partita sfugge di mano al Sevilla che non riesce più a ritrovare le distanze da qui alla fine. In più ci si mette il gol di Bottinelli… su palla inattiva! Problema che sembrava risolto nel primo scorcio di stagione, riemerso però pesantemente fra ieri e la trasferta del Bernabeu: un altro grosso errore che costa un’altra amarezza europea, dopo quella col Fenerbahçe l’anno scorso.
Preso il gol, l’ultimo quarto d’ora diventa un ostacolo insormontabile per una squadra che, lo abbiamo visto, difetta di peso nell’area avversaria e che non dispone nemmeno dei cambi giusti dalla panchina (ovvero un altro attaccante invece che il Romaric messo lì a biascicare due tiri della disperazione).

La Champions forse potrebbe offrire qualche chances in più al calcio spagnolo, anche se le spacconate post-sorteggio son fra le cose peggiori del calcio attuale. È comunque ghiotta l’opportunità di almeno un terzetto ai quarti di finale: il Villarreal è stato giustamente premiato per essere arrivato secondo nel suo girone (ma in Champions squadre scarse NON NE ESISTONO e se non giochi concentrato ti sbattono fuori subito; in ogni caso il Submarino attuale avrebbe problemi anche col Roccacannuccia), mentre l’arroganza del Manchester United è stata punita con l’Inter (o è l’Inter ad essere stata punita?); l’Atlético Madrid avrà la classica gara equilibrata col Porto, nella quale però i colchoneros potrebbero tradurre in moneta sonante la superiorità delle proprie individualità offensive (“esos bestias de delante”, come ha definito Pernía i vari Forlán, Agüero, Simão, Maxi Rodríguez); il Barcelona avrà una sfida di prestigio ma nella quale ad oggi è piuttosto favorito, con il Lione.
Poi… poi c’è il Real Madrid: l’accoppiamento più affascinante quella col Liverpool, affascinante per il nome ma anche per la sua assoluta imprevedibilità: a Febbraio potrebbe vedersi un Real Madrid completamente diverso (negli uomini, nello spirito, nell’impostazione tattico) o uno persino peggiore di quello attuale. Non possiedo la sfera di cristallo, francamente.

Chelsea - Juventus
Villarreal - Panathinaikos
Sporting Portugal - Bayern Munich
Atlético de Madrid - Oporto
Olympique Lyon - Barcelona
Real Madrid - Liverpool
Arsenal - Roma
Inter de Milán - Manchester United

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2 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Il Siviglia si è letteralmente suicidato a Marassi, denunciando limiti caratteriali inqualificabili per una squadra dal potenziale simile (unica scusante, seppur parziale, l'assenza di Kanoutè). Come scrivi giustamente tu, gli uomini di Jimenez avevano la partita in mano (Navas devastante: Pieri sostituito perchè ammonito e in tilt), stavano dominando una Samp troppo inferiore tecnicamente e incapace di proporre soluzioni alternative alla giocata su Cassano. Non credo sia stata una questione di motivazioni, ma di vera e propria amnesia. Al di là del gol di Bottinelli, subito come al solito sugli sviluppi di un calcio piazzato, il Siviglia a un certo punto è sparito dal campo, concedendo occasioni ai blucerchiati, peraltro volenterosi e determinati nel proporre insistite percussioni centrali, strameritando la sconfitta e l'eliminazione dalla Coppa. Secondo me anche lo stesso Jimenez ha grosse responsabilità nel ko per il non aver saputo intuire la piega che stava prendendo la gara dal quindicesimo della ripresa in poi. Forse, qualche cambio di posizione, qualche sostituzione, sarebbe servita (ma non mi pare questa la miglior dote del mister sevillano).
Marcello

4:19 PM  
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