martedì, settembre 27, 2011

SESTA GIORNATA: Getafe-Betis 1-0

Ci si aspettava di più. Il Betis resta capolista ma sbaglia la partita, e il Getafe fa leva più su questo che su una prestazione di grande personalità.

Il problema del Betis nel primo tempo è che il suo consueto punto di forza, il trio di centrocampo (stavolta però c’è Matilla al posto di Beñat) che muove tutti i fili, si trasforma nell’occasione in un punto debole. Contro i due centrocampisti centrali del Getafe, il Betis parte col potenziale vantaggio dell’uomo in più, Salva Sevilla che l’esterno non lo fa mai e si aggiunge centralmente a Iriney e Matilla, smarcandosi tra le linee. Il guaio però è che, in un primo tempo in cui nessuno ne ha il reale controllo (52% Getafe contro 48% Betis), il possesso-palla del Betis dura troppo poco, e una volta persa palla sono dolori.

La superiorità numerica nella zona della palla non viene sfruttata, perché il trio del Betis palleggia sempre nella stessa minuscola zolla: se non allarghi verso le fasce non allarghi nemmeno le maglie dell’avversario, che così può stringere, raddoppiare e rubarti palla con relativa facilità. Questa gestione del possesso-palla poi non dà nemmeno il tempo ai terzini del Betis di salire e bloccare Pedro León e Diego Castro nella loro metacampo. Il vantaggio potenziale diventa uno svantaggio effettivo, perché Salva Sevilla, ancora senza il dono dell’ubiquità, non può tornare in tempo a coprire la fascia destra, e così recuperata subito la palla il Getafe ha subito pronto anche il passaggio di apertura verso Diego Castro o Mané, liberissimi sulla fascia sinistra di ripartire.

Insomma, in quest’andirivieni da una metacampo all’altra il Betis ha tutto da perdere, in difficoltà anche con la difesa alta su Güiza, che può prontamente dettare la profondità sui ribaltamenti (e se c’è uno bravo sul filo del fuorigioco, questo è il jerezano). Difesa ospite che, dopo la quasi-rimonta subita col Zaragoza, si conferma tutt’altro che impenetrabile quando tutta la squadra non può riposare sul cuscinetto del possesso-palla e tocca difendersi nella propria metacampo. Sul gol Chica fa la diagonale per marcare il secondo attaccante del Getafe, ma alle sue spalle Diego Castro è completamente incustodito: né Iriney (che sul cross di Valera avrebbe potuto fare lo stopper aggiunto, liberando quindi Chica dall’obbligo della diagonale) né Salva Sevilla (collega di fascia di Chica) correggono lo squilibrio che permette al Getafe di passare in vantaggio.

Pepe Mel a inizio ripresa cerca di correre ai ripari passando a un 4-2-3-1 simmetrico: Salva Sevilla alle spalle di Santa Cruz, Montero e Jonathan Pereira larghi, riferimenti più semplici per il possesso-palla e fasce più coperte anche in transizione difensiva. Beñat entra al posto di Matilla, ma poi esce anche Salva Sevilla per Jorge Molina, altro ariete che si aggiunge a Santa Cruz. L’intento è chiaro: due contro due con i difensori centrali del Getafe, sfruttare i cross e gli uno contro sulle fasce, soprattutto di Jefferson Montero (poi del 17enne Vadillo). Forse discutibile la scelta di rinunciare a Salva Sevilla invece che a Jonathan Pereira: la pressione delle due punte sulla difesa getafense avrebbe potuto aprire spazio per giocare tra le linee, invece il Betis punta tutto sui duelli. Più ordinato rispetto al primo tempo ma anche più prevedibile, guadagna campo più per la condotta conservatrice del Getafe, rintanato dietro (e infoltisce il centrocampo con Míchel), che per meriti propri, e le due occasioni (Pereira a tu per tu con Moya e un pericolosissimo cross di Chica nell'area piccola sventato da Valera), pure chiarissime, arrivano solo da episodi ed errori avversari.

I MIGLIORI: Diego Castro a sprazzi, ma fa intravedere quanto può pesare uno come lui a livello di medio-bassa classifica. Buona visione di gioco da Lacen.

I PEGGIORI: Matilla fallisce l’esame, trasparente nel centrocampo disordinato del primo tempo. Da Jefferson Montero qualcosa di pericoloso può sempre arrivare, ma quando non arriva il suo modo di giocare, un po’ slegato dal resto della squadra, può diventare controproducente. Si vede poco Abdel, e ci si chiede perché lui e non Sarabia al centro della trequarti.

Getafe (4-2-3-1): Moyá; Valera, "Cata" Díaz, Lopo, Mané; Rubén Pérez, Lacen; Pedro León (Míchel, min. 75), Abdel (Sarabia, min. 68), Diego Castro; Güiza (Miku, min. 64).

Betis (4-4-2): Goitia; Chica, Mario, Dorado, Nacho; Salva Sevilla (Jorge Molina, min. 54), Matilla (Beñat, min. 46) Iriney, Montero (Vadillo, min. 70); Pereira, Santa Cruz.

Gol: 1-0, min. 30: Diego Castro.

Árbitro: Turienzo Alvarez (Comité Castellano-Leonés). Mostró cartulina amarilla a Mario (min. 8), Iriney (min. 45) y Jorge Molina (min. 82) por parte visitante y a Lopo (min. 28), Pedro León (min. 40), Mané (min. 58), Diego Castro (min. 82) y Valera (min. 87) por parte local.

Incidencias: Partido correspondiente a la sexta jornada de Primera División, disputado en el Coliseum Alfonso Pérez de Getafe ante cerca de 10.000 espectadores

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lunedì, settembre 12, 2011

SECONDA GIORNATA

Tre punti buttati via e segnali un po’ preoccupanti per il Barça, rimontato sul campo della Real Sociedad. Rimontato dopo aver costruito un doppio vantaggio in poco più di dieci minuti. In quel frangente il timore era quello di un’altra goleada imbarazzante per la credibilità della Liga: Real Sociedad improponibile nel suo 4-1-4-1 (Mariga preferito ad Aranburu) con difesa altissima ma senza pressare chi faceva il passaggio. Xavi o chi per lui alzava la testa, imbucava e il gioco era fatto.

Talmente facile che il Barça ha finito per rilassarsi: i passaggi son diventati via via più fini a sé stessi, giusto per tenere palla, Fàbregas da falso centravanti ha finito con l’appiattirsi sempre più sul centrocampo, e gli assist alle spalle della difesa txuri-urdin sempre più scontati, con una circolazione troppo lenta e sempre meno movimenti che distraessero la difesa di casa.

Così la Real, tutto sommato sopravvissuta alla fine del primo tempo, ha finito col crederci, e registrando qualcosa dietro (bene il canterano Iñigo Martínez), con più aggressività sulle linee di passaggio blaugrana, è rientrata in partita. Prima grazie ad Agirretxe (confermato al centro del tridente, Vela invece in panchina per il ritorno di Griezmann), rivelazione di inizio stagione, e poi grazie a…Villa (subentrato all’infortunato Alexis Sánchez, otto settimane fuori), che con uno sconsiderato retropassaggio innesca l’azione del pareggio della Real, firmato Griezmann.

Guardiola butta dentro i big Iniesta e Messi, preservati dopo la sosta delle nazionali, ma è un Barça che fatica a ritrovare la cattiveria giusta dopo essere colpevolmente uscito dalla partita. Lezione di umiltà.

Real Madrid a due facce: bene a tratti in un primo tempo complessivamente di buon livello anche per la dignitosissima figura del Getafe; malissimo, ma paradossalmente più prolifico, nel secondo tempo.

Il primo tempo conferma l’idea di Mourinho in fase offensiva, la mancanza totale di punti di riferimento e il movimento costante. Tre le chiavi: Özil, Benzema, Coentrão. Il tedesco rispetto alle sue prime partite a Madrid è un giocatore che pesa sempre di più sull’elaborazione della manovra, non solo nella fase di accelerazione a partire dalla trequarti. Non si limita a dettare il passaggio verticale, ma sempre più spesso si avvicina a Xabi Alonso. Coordinato coi movimenti del tedesco, il lavoro di Coentrão, una scheggia impazzita. Davanti alla linea della palla, tagliando verso l’esterno o verso l’interno, inserendosi in area di rigore, il portoghese è sempre il terzo uomo, quello che genera la sorpresa, nella zona in cui il Madrid sta giocando la palla.

Dulcis in fundo, Karim Benzema, il principe degli attaccanti di manovra. La sua tendenza a uscire dall’area di rigore offre un punto d’appoggio sempre più prezioso alla manovra madridista (senza dimenticare che il francese non dimentica quando serve dare la profondità e schiaffarla dentro). In questo momento lui assieme a Özil, Coentrão, Xabi Alonso e Marcelo orienta e dà spessore al gioco madridista più di quanto non faccia Cristiano Ronaldo, che si limita ad aspettare lo spazio o il momento giusto per piazzare lo spunto.

Il Real Madrid potrebbe meritare di più per le occasioni, ma non si può dire che il Getafe rubi l’1-1 alla fine del primo tempo. Buona impressione dalla squadra di Luis García, che pure non poteva disporre di tre dei suoi migliori elementi (Diego Castro, Pedro León e Lopo). Sarabia promosso sulla sinistra, Torres centrale e Valera terzino destro, per il resto stessa formazione vista col Levante, un 4-5-1 molto raccolto nel retrocedere nella sua metacampo ma anche nell’uscirne in blocco, talvolta con disimpegni notevoli palla a terra sul pressing madridista. Sempre ben raccolta e quindi con un buon controllo delle transizioni fra le due fasi. Non sono un fan di Miku, ma il suo movimento ha creato più di un grattacapo alla coppia Pepe-Carvalho, non impeccabile.

Nella ripresa, un’altra partita. Il Madrid si allunga, un po’ per la stanchezza un po’perché comincia ad esagerare con le iniziative individuali palla al piede che tendono a spezzare in due la squadra (si segnala in negativo Cristiano Ronaldo), con i quattro giocatori offensivi che faticano a ripiegare. Con la squadra più lunga, anche Coentrão perde punti di riferimento, e in qualche momento della fase difensiva si vede che quello di centrale non è il suo ruolo.

Il paradosso però è che in queste fasi il Madrid può diventare ancora più pericoloso: invita l’avversario a giocarsela, e con quattro giocatori che non tornano in difesa, e possono ripartire in campo aperto, può segnare in qualsiasi momento. È quello che succede, tanto che giocando male arrivano tre gol nel secondo tempo. Cristiano Ronaldo fa un gol e un bell’assist, e lui sarà contento così anche se la sua non è stata una buona prestazione in realtà.

Deludente il big-match della giornata, Valencia-Atlético Madrid. Emery fa storcere un po’ il naso con la sua formazione: Albelda-Tino Costa nel doble pivote, poi Pablo-Jonas-Piatti dietro Soldado. Intensità altissima, grande velocità e costante intenzione di verticalizzare, ma poco cervello nel gestire le azioni offensive. Difetto non nuovo. Quel Canales in panchina non si capisce (Parejo invece non è stato nemmeno convocato nelle prime due partite, questo parla chiaro), ma in parte spiega perché soprattutto nel primo tempo la gara veda susseguirsi azioni da una metacampo all’altra senza troppo criterio.

L’Atlético però non ne approfitta, perché pur con i difetti esposti sopra, il Valencia è una squadra, mentre i colchoneros non ancora, nulla di strano. Manzano gioca con questa specie di tridente nel quale Reyes occupa una posizione abbastanza indefinita: non parte da destra per accentrarsi come con Quique, direi che parte già abbastanza accentrato, come trequartista. Al di là degli spunti individuali però pesa pochissimo sulla manovra. Le altre due punte, Falcao e Adrián, si dividono gli spazi in base alle loro preferenze, e cioè Falcao centravanti classico che si muove fra i centrali avversari, Adrián che svaria anche verso le fasce.

L’Atlético però copre male il campo in ampiezza, e non crea i presupposti perché i terzini possano inserirsi a sorpresa (Silvio comunque mi sembra ogni volta che lo vedo sempre più un acquisto azzeccato: uno di quei terzini che hanno il pregio di alzare la testa). Non avvolge l’avversario e non accorcia nella sua metacampo, e questo lo rende al momento più vulnerabile nei ripiegamenti, perché i 3 mediani non fanno in tempo a coprire le sovrapposizioni dei terzini avversari. L’azione del gol di Soldado su cross di Miguel (ma non lo avevano fatto fuori?) parla chiaro.

Mario Suárez è evidentemente di troppo (anche se Manzano nell’occasione ha fatto uscire Tiago), e la squadra ha risposto meglio con gli ingressi di Diego, Juanfran e Arda Turan. Solo sulla carta più sbilanciato, l’Atlético invece si è organizzato meglio in fase di possesso, con Diego a dirigere e i due subentrati, esterni di ruolo, a dare riferimenti più chiari, aprendo campo anche a Reyes, più presente nell’ultimo quarto della gara. Anche Emery però se l’è un po’ cercata, con cambi esclusivamente difensivi (Jordi Alba per Piatti, Topal, doppione di Albelda, al posto di Tino Costa nel doble pivote; Canales dentro solo per l’infortunio di Jonas, ma non riesce a entrare in partita) che hanno schiacciato troppo dietro la squadra nel finale.

Qualcuno comincia a borbottare invece sul fronte Athletic Bilbao. Un punto dopo due partite, comprensibile se si pensa che l’idea di gioco di Bielsa esige più tempo della media per mettere radici, incomprensibile per chi invece pretende tutto e subito. L’esito della stagione dell’Athletic dipende da quale delle due tendenze prevarrà…

Bielsa perde il confronto con l’allievo Pochettino (sua scoperta come giocatore ai tempi del Newell’s, ispiratore invece del Pochettino allenatore). Quanto a occasioni ci poteva stare anche un pari (Cristian Álvarez, portiere di casa, fra i migliori in campo), ma certo all’Athletic manca ancora tantissimo.

Pessimo il primo tempo, stramba la formazione scelta dal Loco: Ia predilezione del tecnico argentino per centrocampisti che giochino da terzini (in modo da esaltare la predisposizione offensiva delle proprie squadre) stavolta porta all’impiego di Iñigo Pérez (un centrocampista centrale, massimo esterno sinistro) da laterale difensivo, spostando invece De Marcos, il titolare del ruolo nelle gare precedenti, a centrocampo, come mezzala accanto a Ander Herrera. Il gol dell’Espanyol testimonia tutta la scomodità di Iñigo Pérez nel ruolo: sguardo rivolto verso la porta, senza accorgersi dell’uomo che arriva alle sue spalle, seguendo solo la palla e dimenticandosi del resto. Un gioco da ragazzi per una vecchia volpe come Sergio García tagliare e concludere in rete il cross dall’altra fascia. Bene l’attacco dell’Espanyol: sempre intelligenti i movimenti del centravanti Álvaro Vázquez, più in evidenza nell’aprire spazi ai compagni che nel concludere; brillante il canterano Thievy, che entra subito al posto dell’infortunato Albín e sulla sinistra mostra un bel cambio di passo e personalità.

Inizialmente la partita è una marmellata a centrocampo, coi tre centrali delle due squadre che si annullano a vicenda, e nessuno che crei superiorità smarcandosi tra le linee o portando palla dalla difesa. Poi l’Athletic degenera: i baschi ancora non si muovono come blocco coeso. Quando l’Espanyol inizia l’azione, il pressing è poco coordinato: magari uno esce ad inseguire l’avversario come un assatanato, ma gli altri non scalano per coprire tutte le linee di passaggio; poi la difesa accorcia male verso il centrocampo, lasciando più di un buco.

E anche la scarsa armonia in fase di possesso influisce negativamente sulla transizione difensiva: attacchi frettolosi, con pochi giocatori che portano palla o verticalizzano frettolosamente senza dare il tempo alla squadra per salire, e così una volta recuperato il possesso, l’Espanyol trova facilmente il giocatore libero cui passare la palla per ripartire.

Un po’ più ordinato l’Athletic della ripresa. Chi lo ordina è Muniain (bene anche Iturraspe, che la sua maglia da titolare se la sta meritando tutta): è lui a tenere palla e dare il tempo ai compagni per salire ed accorciare più agevolmente anche sulle respinte avversarie. Il talento di Muniain ispira alcune occasioni per l’Athletic, anche se il gol arriva dallo strapotere aereo di Llorente su un calcio d’angolo. Nel momento migliore però s’infortuna Ander Herrera, il socio migliore di Muniain, e l’Athletic non assimila il cambio (entra Toquero e si passa a un 4-2-3-1), perdendo quel controllo sulla gara che sembrava aver acquisito. Il resto lo fa ancora una volta la prontezza di riflessi di Sergio García, che sorprende la difesa basca su un calcio di punizione battuto rapido.

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mercoledì, settembre 07, 2011

Il punto sul calciomercato/prima parte.

Questo pezzo in realtà è in parte un bilancio del mercato in parte una presentazione delle 20 squadre del campionato, che verranno analizzate in maniera più approfondita nel corso della stagione.


Athletic Bilbao

Poco da trafficare, per ovvi motivi. Bielsa ha usato l’accetta: anche se i vari scartati (fra cui Koikili) ad inizio pretemporada son stati reintegrati, l’idea è sempre quella di un blocco ridotto di 19 giocatori super-motivati da integrare con gli innesti dalla cantera. Emblematica la scelta della cessione del veterano Orbaiz (ormai senza ritmo per competere) per far spazio all’atteso centrocampista del Bilbao Athletic Ruiz de Galarreta (ma anche Jonas Ramalho dovrebbe avere i suoi minuti dietro, dove non è stato acquistato nessuno e Bielsa conta di poter adattare Aurtenetxe centrale, all’occorrenza).

Non è arrivato Aduriz (e sarebbe stato un acquisto intelligente, utilizzabile sia come quel vice-Llorente che in rosa non c’è, sia come jolly per tutte le posizioni del tridente), e il mercato è servito più che altro per tagliare un po’di rami secchi (Ion Vélez, Balenziaga, lo sfortunato De Cerio, la meteora Urko Vera e Ustaritz, che forse poteva ancora servire).

Sul campo, inutile dire che bisogna dare tutto il tempo a Bielsa: i fischi al termine della prima deludente col Rayo ci possono stare per la gara in sé, ma non se si pensa a tutto il lavoro ancora da fare per cambiare il modello di gioco, che dal rudimentale stile di Caparrós deve passare a un sistema molto più complesso, con tanti nuovi concetti e movimenti offensivi che devono diventare pressoché automatici e un’idea di calcio totale che intende coinvolgere tutti e undici i giocatori in entrambe le fasi, indifferentemente (e l’idea di spostarne alcuni fra un ruolo e l’altro, vedi De Marcos e Gurpegi terzini o Javi Martínez difensore centrale nell’amichevole col Tottenham, va proprio in questo senso, non è certo il divertimento estemporaneo di uno scienziato pazzo).

Atlético Madrid

Dal panorama deprimente di inizio mercato si è passati a un quadro che, seppur con l’obbligatoria differenza che suscita qualsiasi mossa di questo club, sembra piuttosto stuzzicante.

Era cominciata male con la scelta di Manzano, che non può non sapere di minestra riscaldata: vero che questo Atlético non c’entra niente con quello 2003-2004, vero che Goyo è un buon tecnico, ma è anche vero che trasmettere all’ambiente un messaggio di rinnovamento (e non del tipo “abbiamo preso Manzano perché quelli che avevamo scelto prima di lui non volevano”, ciò che è successo in realtà) ti può aiutare a partire con un margine maggiore di fiducia e ottimismo.

La partenza di Agüero poi era parsa il colpo di grazia, ma le successive operazioni di mercato hanno rimescolato molto le carte e contribuito a suscitare molta curiosità attorno al progetto.

Era impossibile sostituire il Kun con un altro attaccante di pari livello, quindi giustamente l’Atlético ha cercato di reinvestire il denaro ottenuto dalle due squadre di Manchester (anche De Gea è valso un bel gruzzolo) rinforzando altre zone, soprattutto il centrocampo. È un Atlético questo che potrebbe finalmente avere la varietà di soluzioni e la creatività di cui mancava fra mezzeali e trequartisti. È arrivato Diego, reduce sì da delusioni fra Juventus e ritorno in Bundesliga, ma che se si ritrovasse potrebbe davvero dare un’altra dimensione alla manovra; poi c’è Arda Turan che da esterno sinistro può accentrarsi spesso e aggiungere imprevedibilità tra le linee, consentendo al tempo stesso a Reyes di partire da destra, la posizione da cui davvero può esprimere il suo miglior calcio e far giocare meglio anche i compagni.

A seconda della posizione di Diego, vedremo un 4-2-3-1 o il 4-3-3 della prima con l’Osasuna, ma qualche dubbio in più lo lasciano i centrali. È richiesta un’esplosione di Koke, che sicuramente possiede più talento e geometrie di Gabi (va bene come primo rincalzo per la mediana, ma da titolare…) e dei piattissimi Mario Suárez e Assunção, fermo restando Tiago, valido più come complemento che come leader. La regola degli extracomunitari ha invece imposto la cessione di Elias, che poteva rappresentare un’alternativa interessante come incursore.

Il fatto di non poter trovare un altro come Agüero non toglie comunque il valore di Falcao, fra i più pregiati sul mercato. E anche Adrián può apportare alternative, movimento e qualche gol in più rispetto alle sue stagioni passate (sembra cresciuto dal punto di vista realizzativo). La cessione di Forlán ci sta tutta.

Una coppia Miranda-Godín potrebbe far fare un salto di qualità alla difesa, così come una crescita di Filipe sulla sinistra, mentre più incerte sono le questioni riguardanti il terzino destro (Silvio sostituirà degnamente il sottovalutato Ujfaluši?) e soprattutto il portiere (molta inesperienza fra Joel e il nuovo acquisto Courtois, in prestito dal Chelsea; da ricostruire l’ex grande promessa Asenjo). Comunque, a prima vista non sembra un Atlético indebolito rispetto alla scorsa stagione, anzi.

Barcelona

Acquisti mirati ma di peso, tra l’altro rientrando pure nei margini finanziari previsti: la società aveva preventivato 45 milioni di esborso massimo per la campagna acquisti, e se è vero che Fàbregas e Alexis Sánchez son costati 60 milioni, i circa 24 ottenuti dalle cessioni di Bojan, Oriol Romeu, Jeffren e Cáceres hanno permesso di rientrare nel bilancio.

Alexis largo nel tridente deve studiare da “Pedro con un po’ più di magia”, in un attacco chiaramente impostato attorno all’idea dell’assenza di centravanti di ruolo. Partito Bojan, non rimane nessuno, se consideriamo che Villa partirà soprattutto all’ala e che l’acquisto di Fàbregas sembra pure proporre un’alternativa al Messi falso centravanti, anche se in casi presumibilmente limitati.

Acquisto di Fàbregas che più che incasellarsi nel solito 4-3-3 mira ad aumentare le alternative tattiche a disposizione di Guardiola, fra il 3-4-3 e le sconfinate possibilità di turnover offerte da una stagione fitta di impegni. Così si spiega (oltre che, inutile nasconderlo, col capriccio di tutto un ambiente ossessionato dal “ritorno del figliol prodigo”) quello che a prima vista può apparire un lusso non necessario, ovvero Fàbregas quando hai pronto Thiago e magari anche Sergi Roberto.

Unica carenza (ma non imperdonabile), un terzino sinistro, perché per i centrali la cantera può fornire un buon ricambio fra Fontas, Bartra e Muniesa.

Betis

Rispetto all’analisi pubblicata qualche giorno fa, da aggiungere solo l’ufficialità di Santa Cruz.

Espanyol

I conti potrebbero non tornare. Va bene che Pochettino ha tante idee, va bene il mercato al risparmio degno d’elogio, va bene la politica dei giovani, ma quest’organico rischia di perdere parecchi punti quanto a solidità. Potrà divertire vedere giocare l’Espanyol (però la prima a Maiorca a dire il vero è stata brutta), ma il saldo fra gol fatti e subiti quale sarà?

In attacco bisognerà pregare perché Álvaro Vázquez esploda non subito, subitissimo. La partenza di Osvaldo ha lasciato sguarnito il reparto in termini di personalità sicuramente, in attesa di valutare appieno il talento di Alvarito nostro. Personalità che potrebbe offrire l’acquisto dell’ultim’ora Pandiani, ma 35 anni sono 35 anni. Si tentava il colpo El Hamdaoui dall’Ajax, ma purtroppo è svanito.

Se ne vanno via gol preziosi anche con la partenza di Luis García verso Zaragoza, che si aggiunge a quella di Callejón. A Maiorca Pochettino ha schierato ai lati di Verdú (meno male che almeno lui è rimasto) sulla linea dei trequartisti proprio Luis García a sinistra e il canterano Rui Fonte a destra. Questo per dire che dovrà reinventare qualcosa, anche se non manca il talento, fra Sergio García e un altro nuovo acquisto, l’ala slovacca Weiss dal Manchester City. Senza dimenticare un buon trequartista come Albín, forse sin troppo snobbato da Míchel al Getafe negli ultimi anni. Ma i gol rimangono un’incognita.

In difesa potrebbe rivelarsi una mossa da dritti il centrale mancino messicano Héctor Moreno, che cerca un po’ di riproporre l’identikit del Víctor Ruiz della scorsa stagione, ovvero senso della posizione, leadership e qualità nell’impostare. Qualità nell’impostare che è diventata quasi una tautologia parlando di difensori messicani. Bel colpo anche l’operazione Didac col Milan: i soldi incassati a gennaio rimangono in cassa, e intanto si gode di un prestito sicuro in un ruolo che l’Espanyol ha faticato un po’ a coprire nella pessima seconda metà della scorsa stagione. Una scommessa il recupero del deludentissimo Romaric, in un ruolo che peraltro è già occupato da Javi Márquez, uno dei pezzi pregiati dell’organico: la sua connessione con Verdú in cabina di regia è la chiave del gioco dell’Espanyol.

Getafe

Una specie di rivoluzione. Via Míchel, dentro Luis García dopo il mezzo miracolo sulla panchina del Levante, via i due migliori giocatori oltre che colonne portanti del centrocampo (Boateng e Parejo), ma anche tanti nuovi arrivi davvero interessanti. Interesse che si concentra soprattutto sul possibile quartetto offensivo: a destra Pedro León, dopo l’annata da incubo al Real Madrid, tornerà a fare quello che sa (cross precisi come pochi nella Liga e quel curioso modo di dribblare e conquistare il fondo, senza avere la velocità dalla sua) senza doversi confrontare con Di María o Cristiano Ronaldo (ma Callejón è poi tanto meglio di lui, Divo José?), ma da “stella” di metà classifica, la sua dimensione; al centro, o forse no (nella prima contro il Levante è subentrato a sinistra) il fresco campione d’Europa Under 19 Sarabia, movenze alla Silva (ma tatticamente un po’ diverso); a sinistra, visto che parliamo di stelle di media classifica, abbiamo invece un fuoriclasse del dribbling, l’ex Sporting Diego Castro, solitamente ai vertici delle statistiche di questo particolare fondamentale, in compagnia di nomi ben più altisonanti. Un colpaccio, anche se non più giovanissimo.

Poi in attacco un ritorno eccellente, Güiza, innesto veramente cruciale perché uno dei punti deboli del Getafe l’anno scorso era proprio l’inconsistenza offensiva, sia in generale per la scarsa profondità del possesso-palla che per le mancanze individuali (Colunga ha fallito miseramente il salto di qualità, Miku va bene come dodicesimo più che come titolare).

Possesso-palla abbastanza sterile anche nella prima col Levante, dove Luis García ha proposto un centrocampo sin troppo affollato, con tre centrali, Casquero sul centro-destra (che comincia a mostrare segni di declino), Juan Rodríguez al centro e Lacen (quasi tutti i palloni passavano da lui) sul centro-sinistra. L’azione ristagnava lì, con troppe poche linee di passaggio più avanti.

Se fra trequarti e attacco il Getafe di quest’anno migliora quello dell’anno scorso, più incerta la scommessa per quanto riguarda la mediana. Bisognerà trovare un nuovo leader dopo Boateng, e difficilmente potrà esserlo Juan Rodríguez, cursore di poca qualità, o Lacen, poco più che ordinato. Rubén Pérez, una delle poche note positive del Deportivo lo scorso anno, ha geometrie, e le ha anche Míchel, in cerca di rilancio dopo la negativa esperienza inglese. Loro due sembrano la coppia migliore, in un 4-2-3-1.

Sempre dal Deportivo, una garanzia l’acquisto di Lopo per fare coppia con Cata Díaz al centro della difesa, molto più discutibile Valera come rincalzo di Miguel Torres, mentre il sudafricano Masilela dà il cambio a Mané sulla sinistra. Moyá fra i pali è un altro che cerca rilancio dopo i disastri a Valencia, ma sarebbe grave far perdere il posto a un potenziale fuoriclasse come Ustari, attualmente infortunato.

Granada

Il contropiede più veloce della Segunda 2010-2011 cerca successo anche in Primera. Alla freccia Dani Benítez sulla sinistra, dominante in Segunda ma tutto da verificare nella massima serie, si aggiunge nell’ultimo giorno di mercato Ikechukwu Uche (girato in prestito dal Villarreal), mai pienamente confermato fra Getafe e Zaragoza dopo le promettenti stagioni al Recreativo Huelva. Bisognerà vedere se il nigeriano partirà come punta o sulla destra del 4-1-4-1 di Fabri (lasciando l’attacco al bomber di Segunda Geijo o al connazionale, interessante ma ancora un po’ acerbo, Ighalo; in attesa di verificare l’argentino Franco Jara, prestato dal Benfica), scalzando in tal caso il mancino Jaime Romero, uno dei 45000 prestiti dall’Udinese.

Fascia destra che ha perso un elemento come Orellana (con tutto il rispetto per il Celta, questo stramerita la Primera), che dava gioco tra le linee a una squadra che abusa un po’ della sovrapposizione e del cross in area senza guardare quanti ce ne sono pronti a concludere.

A centrocampo buon acquisto quello di Moisés Hurtado, quasi invisibile ma sempre efficace davanti alla difesa, mentre Abel sul centro-destra non pare troppo all’altezza della Primera. Meglio il portoghese Carlos Martins, in coppia col dinamico Mikel Rico oppure con l’altro nuovo acquisto Yebda (che può giocare anche davanti alla difesa). Magari potrebbe spuntarla a sorpresa Fran Rico, 24enne regista di cui si parla bene da anni (già dai tempi del Pontevedra, prima di passare al Real Madrid Castilla) ma mai sperimentato in Primera.

In difesa assolutamente da seguire il terzino sinistro Siqueira, il giocatore forse più interessante di tutto il Granada: nella miglior tradizione brasiliana, esprime grande tecnica ad alta velocità e pure una apprezzabile disciplina difensiva. Molto inferiore, semplicemente un muscolare, anche se con una facilità di corsa che impressiona, il francese Nyom sulla destra (rincalzo il sempre affidabile David Cortés). Al centro, i nuovi acquisto Pamarot e Diakhaté si contenderanno due posti con la coppia della promozione formata da Lucena (impiegabile anche davanti alla difesa) e Diego Mainz.

Levante

Dimenticare Caicedo. Una parola. Non parliamo di Van Basten, ma del giocatore che comunque dava certezze realizzative alla squadra “operaia” della scorsa stagione, che ha perso anche il suo allenatore, Luis García, sostituito da Juan Ignacio Martínez, messosi in bella mostra al Cartagena.

Caicedo potrebbe mancare tantissimo, anche perché pure il suo vice (Stuani, che chiamato in causa i gol li faceva) è partito, e i nuovi arrivi hanno altre caratteristiche. Aranda è un attaccante di movimento, tecnico quanto si vuole, pure capace di creare occasioni dal nulla (la sua carriera poteva essere molto migliore) ma difficilmente in doppia cifra; Arouna Koné invece è l’incognita delle incognite, fra infortuni e delusioni assortite a Siviglia. In ogni caso, non un finalizzatore. Le alternative poi le abbiamo viste già nella partita di Getafe, dove Martínez ha dovuto schierare un attacco composto da un centrocampista esterno, Valdo, e dalla seconda punta Rubén Suárez.

Qualche gol magari potrebbe arrivare dallo splendido sinistro di Barkero, esterno o trequartista, molto prolifico in Segunda col Numancia, l’acquisto forse di maggior richiamo di un club che deve fare le nozze coi fichi secchi. Con Barkero centrale, la fascia sinistra resterebbe di Juanlu, che garantisce profondità e rendimento. Senza dimenticare il marocchino El Zhar, prelevato dal Liverpool, che può dare vivacità (ce n’è molto bisogno) in tutte le posizioni della trequarti.

A centrocampo le caratteristiche dei Xavi Torres, Pallardó e Iborra dicono che difficilmente lo stile di gioco potrà cambiare rispetto alla scorsa stagione: 4-4-2 semplice, organizzato in fase difensiva, rubare palla e ripartire, giocare con concentrazione e aggressività. Difficilmente Martínez potrà proporre il “tiqui-taca” visto al Cartagena, anche se Farinós ha le qualità e i tempi di gioco per permettersi qualcosa un pizzico più elaborato.

La difesa dei vecchietti Javi Venta-Ballesteros-Nano-Juanfran (senza dimenticare Del Horno) aggiunge due ricambi: il terzino Pedro López, un altro assai scafato, e il 26enne argentino Cabral, che mi ricordo al centro della difesa dell’Argentina campione nel Mondiale Under 20 del 2005, quello di Messi.

Málaga

I protagonisti del mercato, dietro i soliti noti. Se Pellegrini la scorsa stagione subentrando in corsa non aveva proprio i giocatori più adatti per il suo calcio (erano adatti al calcio di Jesualdo Ferreira), quest’anno non ha scuse. Potrà sbizzarrirsi col suo quadrato (o rombo) di centrocampo, senza esterni veri, con l’imbarazzo della scelta.

Cazorla è chiamato ad essere il giocatore-chiave, conoscendo a menadito questo sistema di gioco, mentre abbiamo già parlato delle possibili difficoltà di adattamento di Joaquín sulla destra. Buonanotte è inferiore, ma ha più nel sangue il taglio per smarcarsi tra le linee, mentre Isco è il più atteso per quanto mi riguarda: il talento, sovrabbondante, potrebbe compensare pure le carenze atletiche. Difficile trovare spazio per Duda, uno dei giocatori di riferimento quando il Málaga era ancora una piccola squadra.

Il vero acquisto capolavoro però è Toulalan, il Marcos Senna che mancava a Pellegrini per completare le qualità di Apoño in cabina di regia. Il doble pivote di scorta, sicuramente meno desiderabile, è composto invece da Camacho (promessa ancora non mantenuta) e Maresca (onestamente passato di cottura). Le porte sembrano chiuse per il canterano Recio, che pure era stata la scoperta di Pellegrini la scorsa stagione.

Esperienza (forse troppa…) in difesa: Demichelis, nonostante il rendimento sul piano strettamente difensivo abbia lasciato fin qui a desiderare, rimane difficilmente discutibile anche per la sua capacità nell’impostare. Un primo passaggio fra i migliori della Liga, e che concede un vantaggio importante al Málaga in fase di possesso, per la facilità dell’argentino nel superare il pressing avversario e liberare compagni nelle zone più avanzate. Accanto a lui il 31enne Mathijsen, affermatosi come giocatore affidabile a livello internazionale, poco appariscente, lento ma dal buon senso della posizione. Il danese Kris Stadtsgaard (più che il nuovo acquisto Sergio Sánchez, un po’ sopravvalutato) è un buon rincalzo. Caballero fra i pali non ha sbagliato un colpo finora.

Sulla destra Jesús Gámez e nessun altro (fra i migliori terzini del campionato), a sinistra la buona intuizione di Pellegrini di arretrare Eliseu, che partendo dalle retrovie ha più spazio per sorprendere con la sua velocità, e che cresce anche sul piano difensivo. In alternativa comunque Monreal (pagato sin troppo, 6 milioni), non così esplosivo non così offensivo ma con buoni tempi e buone letture in entrambe le fasi.

In attacco, Van Nistelrooy potrebbe rivelarsi un acquisto più di nome che di sostanza. Conosce il mestiere, e i movimenti fra i centrali avversari, come nessuno, però gli anni si fanno sentire ed è sempre più difficile per lui arrivare per primo sul pallone. Pellegrini ha bisogno di questi movimenti degli attaccanti: preferisce le due punte più che il 4-2-3-1 perché così può allungare e allargare meglio le difese: una punta detta la profondità e l’altra svaria verso le fasce, così la difesa avversaria non può uscire a raddoppiare e il centrocampo senza esterni di Pellegrini può conquistare la superiorità nel mezzo.

Van Nistelrooy ha i migliori movimenti da prima punta ma poca energia, Rondón invece ha energia da vendere, Papelito Fernández non abbonda di tecnica e forza nei contrasti, ma come seconda punta è molto mobile e intelligente su tutto il fronte offensivo. Forse la scelta migliore è confermare proprio gli ultimi due, la coppia della passata stagione, e sfruttare il fiuto di Van Nistelrooy a partita in corso. Senza dimenticare il talento di casa (per alcuni supertalento) Juanmi.

Mallorca

Incazzato è dire poco. Michael Laudrup esprime tutta la sua contrarietà rispetto alla campagna acquisti condotta, in particolare sulla cessione dell’ultima ora di De Guzman al Villarreal, avvenuta senza aver preparato un adeguato ricambio (Marvin Ogunjimi del Genk è una scommessa, Tissone non proprio la stessa cosa dell’olandese/canadese).

Peccato perché la prima uscita con l’Espanyol aveva mostrato cose interessanti, oltre alla vittoria ottenuta grazie a un gol proprio di De Guzman (anche se con una fortunosa deviazione). Coralità, scambi fitti a centrocampo e un 4-4-2 senza punti di riferimento: Martí e De Guzman in mezzo al campo, ma da lì in avanti nessuna posizione fissa: il mancino Tejera che parte da destra e si accentra, Alfaro che da sinistra taglia per fare la seconda punta, la nuova punta israeliana Hemed che incrocia con lui e Nsue che è un attaccante di movimento per definizione.

È chiaro che senza De Guzman questo Mallorca manovriero sarà più difficile da proporre: accanto a Martí probabilmente scalerà Tejera, che ha buon piede e visione di gioco anche se è un po’lento nell’esecuzione. Gonzalo Castro avrà un posto di esterno, mentre è incerta la collocazione di Nsue e Alfaro, divisi fra fascia e attacco. Sulle fasce tutto sommato le alternative sono ampie, contando Pereira (rivelazione nella prima parte della scorsa stagione) e non dimenticando il discreto contributo fornito dal mancino (schierato però a destra) giapponese Akihiro Ienaga, acquisto invernale. Il canterano Pina e João Victor le alternative per il doble pivote.

È in attacco però che si concentrano le sacrosante preoccupazioni di Laudrup, che calcola “16 gol in meno” rispetto alla scorsa stagione, date le cessioni di Webó e De Guzman. Arduo individuare delle fonti alternative di gol: Nsue è utilissimo quanto a movimento ma sotto porta è un po’ negato, Alfaro ha segnato molto solo in Segunda, Víctor è un oggetto misterioso da sempre e rimane infine ingiusto caricare di responsabilità eccessive il nuovo arrivo Hemed, come sottolinea lo stesso Laudrup.

La difesa è il reparto uscito meglio dal mercato, anche se l’infortunio che terrà fuori a lungo il leader Nunes è una mazzata: accanto a Ramis lo sostituisce l’ex genoano Chico. Buon acquisto l’olandese Zuiverloon sulla fascia destra, mentre l’uruguaiano Pablo Cáceres rimpiazza la partenza di Ayoze al Deportivo.

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domenica, maggio 22, 2011

Deportivo, ora è davvero finita.

Ancora il Valencia, ancora il maledetto Valencia. Senza nessuna offesa (naturalmente) nei confronti dell’equipo che, è sempre questo l’avversario che segna le più grandi “tragedie” del Deportivo. Nel 1994 il rigore sbagliato da Djukic allo scadere che diede la Liga al Barcelona, ora la retrocessione. Un colpo comunque tremendo, per quanto potesse essere preventivabile.

Non era infatti un mistero il progressivo avvicinamento alla soglia fatidica operato dai galiziani nelle ultime stagioni: indebitatosi paurosamente per sostenere le proprie ambizioni fra fine ’90 e inizio 2000, il Deportivo ha potuto raccattare sul mercato soltanto prestiti o giocatori in scadenza che, in contemporanea con lo smantellamento del Superdepor che fu, hanno portato un drammatico calo qualitativo.

Lo stesso tecnico Lotina, con il realismo che da sempre lo contraddistingue, aveva ammesso di ritenere veri e propri miracoli le salvezze tranquille delle passate stagioni, ottenute a suo dire soltanto con qualche contropiede e una manciata di gol sui calci piazzati. Sempre raschiando il fondo del barile, con ripetuti cambi di modulo e correzioni in corsa (tipo la difesa a cinque) che hanno soltanto rinviato il verdetto.

La partita di ieri riassume le debolezze di questa squadra: il Depor non ha nemmeno giocato male, ma ha denunciato la solita inconsistenza in area avversaria e una certa mancanza di aggressività in una fase difensiva pure abbastanza ordinata.

Una partita molto fluida, con due squadre ben lontane dall’essere schierate in maniera speculare, e quindi, senza che una pedina potesse annullare l’altra, possibili situazioni di superiorità da entrambe le parti.

Emery con la difesa a 5 sperimentata di tanto in tanto: Topal arretrato in mezzo a David Navarro e Dealbert, Bruno e Jordi Alba terzini molto avanzati, Banega e Albelda in mediana, Mata e Joaquín esterni e Aduriz unica punta. Dall’altra parte Lotina difende a 4 ma invece che per il 4-2-3-1 consueto opta per il rombo: Juan Rodríguez e Guardado ai lati di Valerón, ispiratore dei due attaccanti, Riki e Adrián.

Il potenziale vantaggio per il Valencia derivava dagli esterni, e dalle incertezze che suscitavano nel Depor al momento di marcare, soprattutto a destra. Bruno avanzava costringendo o Guardado ad allargarsi eccessivamente oppure Manuel Pablo a venirgli incontro. Sia in un caso che nell’altro il Valencia trovava l’uomo libero, vuoi Banega/Albelda in mezzo vuoi Joaquín alle spalle di Manuel Pablo o in zone più intermedie della trequarti. Proprio da questo secondo movimento è nato il gol di Aduriz (marcato a vista da Lopo) ad inizio gara.

Anche il Depor però aveva la sua situazione potenzialmente favorevole: gli stessi Guardado e Manuel Pablo che soffrivano a chiudere su Bruno, chiamavano fuori il terzino valenciano, alle cui spalle svariava Adrián o si defilava Valerón per creare la superiorità numerica. Con la difesa del Valencia attirata verso quel lato, si creavano più spazi al centro per gli inserimenti dal lato opposto. Arrivato sulla trequarti però il Deportivo ha approfondito poco questo discorso, limitandosi un po’ troppo al cross, opzione perdente sia per numero che per centimetri nell’area del Valencia.

Solo in quei momenti in cui si è acceso Valerón (non è servito a salvare la pellaccia neppure il grande finale di stagione del canario, il quale ha annunciato di voler continuare un altro anno e guidare la squadra anche in Segunda) il Deportivo ha potuto mandare davanti al portiere i suoi attaccanti. Qui le dolenti note: la manovra della squadra ha risentito positivamente della disponibilità in pianta stabile di Valerón e Guardado in queste ultime giornate, ma l’altro problema, quello del buttarla dentro, non è mai stato risolto. Adrián 7 gol, Riki 3, Lassad 5, l’acquisto invernale Xisco 2: i numeri non mentono. Tutti buttati nella mischia durante i 90 minuti, con identico insuccesso. Riki confusionario, il centravanti dell’Under 21 Adrián bravo a prepararsi la conclusione ma drammaticamente impreciso, come spesso gli capita.

Primo tempo fluido, secondo condizionato dalla crescente stanchezza e disperazione del Deportivo: i giocatori di casa rimangono oltre la linea della palla, non ce la fanno più a inseguire l’avversario, che con un possesso più insistito abusa del giochino esposto in precedenza (trovare sempre l’uomo libero fra fascia e centro), pur senza nascondere la volontà di non affondare i colpi.

Le notizie dagli altri campi non obbligano il Deportivo a vincere (un semplice 1-1 basterebbe a spingere giù il Mallorca, che pure fino a un paio di giornate fa non era mai stato pienamente coinvolto nella lotta-retrocessione), ma i galiziani esausti e scoraggiati procedono per tentativi. Se è vero che sui calci piazzati e qualche altro episodio il gol potrebbe arrivare, è anche vero che il Valencia potrebbe tranquillamente chiudere la gara prima del 95’, quando Soldado, quasi chiedendo scusa, firma la sentenza.

Decisamente meno tesa l’altra sfida-salvezza, Real Sociedad-Getafe che pure era indicata nei pronostici come quella più decisiva. Meno tesa soprattutto dal 70’ inp oi, quando il passivo del Mallorca ormai si faceva incolmabile ed entrambe le squadre hanno ingannato l’attesa del fischio finale con una sfacciata melina. Prima però un bel brivido era corso lungo la schiena dell’Anoeta.

È stata la tipica partita fra due squadre che se la fanno sotto, quando si va ad impulsi ed ogni pallone scotta terribilmente fra i piedi. La Real ha iniziato puntando tutto su un pressing ultra-offensivo, mentre il Getafe, storicamente tendente al palleggio (nove volte su dieci sterile), sparacchiava lontano ogni pallone giocato dai suoi difensori. Peraltro sorprende la scelta di Míchel, che si gioca la stagione lasciando in panchina entrambi i suoi centrocampisti creativi, Casquero e soprattutto Parejo (già in panchina nella penultima con l’Osasuna). Però al 10’, un calcio piazzato dalla trequarti a rientrare di Albín (già acquistato dall’Espanyol per la prossima stagione), insidiosissimo, trova la zampetta malefica del Cata Díaz che rompe l’equilibrio.

Lo rompe perché il Getafe può ritirarsi e non esporsi al pressing alto, unica arma offensiva avversaria. La Real fa fatica manovrando dalle retrovie, confermando l’involuzione di tutto il girone di ritorno. Dopo l’Espanyol, i donostiarra nel girone d’andata erano stati fra le rivelazioni sul piano del gioco (splendida in particolare la prestazione casalinga col Real Madrid, immeritata sconfitta), imperniando il loro gioco su una trequarti ricca di talento, Xabi Prieto-Zurutuza-Griezmann.

Col trascorrere del campionato però, e le crescenti urgenze di classifica, la Real ha perso continuità di gioco, e anche ieri solo sporadicamente Xabi Prieto ha potuto dettare i tempi dalla fascia destra. La sostituzione di Zurutuza a fine primo tempo ha privato poi la stella della Real del suo miglior socio, quello con cui più frequentemente combina… e scombina lo schieramento difensivo avversario. Anche davanti per Tamudo gli anni passano, e in assenza di Joseba Llorente manca quel decimo di secondo giusto sottoporta o comunque quella pressione sulla difesa avversaria.

Fatto sta che sebbene nella ripresa dopo il cambio la Real perda ancora più fluidità di manovra, è proprio il sostituto di Zurutuza, Sutil (un esterno più da linea di fondo di Griezmann, che si sposta al centro della trequarti) a siglare il gol decisivo per la partita se non per la retrocessione (sarebbe comunque sceso il Deportivo).

FOTO: lavozdegalicia.es

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martedì, gennaio 04, 2011

Pausa indigesta.

La tradizione del calcio spagnolo vuole che nella prima giornata dell’anno, al ritorno dalle vacanze natalizie, il livello di gioco sia fra lo scadente e l’inguardabile. Saranno i pasti festivi ancora da smaltire, ma è una legge quasi infallibile, anche stavolta. Sonnecchiante il Barça, orribile il Madrid, modesto lo scontro diretto in chiave-Champions fra Valencia ed Espanyol.

Nulla di sorprendente per il Barça, che tende a giocare particolarmente sottotono queste prime gare dell’anno (vedi l’anno scorso l’1-1 casalingo contro un Villarreal dominante al Camp Nou, oppure nell’anno del Triplete la vittoria stentata e con aiuto arbitrale contro il Mallorca). Mancava Messi, e l’avversario, il Levante, invitava a una certa sottovalutazione. Primo tempo bloccato, fra il trivote ultraconservatore della mediana ospite (Pallardó-Xavi Torres-Gorka Larrea) e la staticità blaugrana.
Curiosa scelta di Guardiola in assenza di Piqué e Puyol: accanto ad Abidal, centrale non gioca il canterano Bartra ma Busquets, con Mascherano davanti alla difesa. Non funziona granché: Busquets mi sembra più portato a continuare l’azione che a gestire i primi passaggi (come dimostrato anche nella difesa a tre di inizio stagione), non ha nemmeno il lancio lungo per cambiare gioco, e al di là delle caratteristiche individuali, il Barça non approfitta della superiorità a inizio azione dei suoi due difensori rispetto all’unico attaccante del Levante, Stuani.
I difensori non portano palla attirando gli avversari, anche Mascherano si limita al passaggio semplice e non libera Iniesta e Xavi dalle attenzioni avversarie. Aggiungiamo che l’assenza di Messi toglie un ulteriore elemento (quello nettamente più decisivo, manco a dirlo) di distrazione/liberazione per Xavi e Iniesta, e si ribadisce come il gioco del Barça sia una catena nel quale ogni singolo elemento, sin dalla difesa (anzi, sin dal gioco coi piedi del portiere) deve lavorare per creare le superiorità, una successione logica di superiorità fino all’accelerazione decisiva. Se si inceppa una rotellina, le cose non funzionano più tanto bene, e capita così di vedere Villa prendere palla a centrocampo, con il trivote del Levante davanti a sé, quindi senza creare le linee di passaggio veramente importanti, DIETRO il centrocampo avversario. Non è la stessa cosa Villa falso centravanti rispetto a Messi falso centravanti, chiaro. Della prestazione di Bojan poi direttamente non parliamo, per decenza.
Comunque il Barça non corre rischi, perché la scarsissima qualità dell’avversario non consente di poter coprire con pericolosità quei chilometri verso la porta di Valdés che implica la scelta (l’unica possibile) di un baricentro così basso nella propria metacampo. Poi è inevitabile che col passare dei minuti la bilancia penda dalla parte del Barça, più sciolto nel far circolare palla nella ripresa. Sempre parlando di catene, funziona meglio quella di fascia destra, con Pedro che libera lo spazio per la sovrapposizione di Alves e Alves che, a sua volta, da riferimento più esterno, può liberare centralmente proprio Pedro o i centrocampisti (come il neo-entrato Thiago Alcantara, più funzionale di Mascherano) per la conclusione. Da qui arrivano i due gol del salvavita Pedrito, prima del gol di Stuani che se non sperare almeno consente almeno al Levante di uscire a testa alta dal Camp Nou.

Due parole sulla squadra di Luis García (sì, esiste anche un Luis García allenatore), e sono parole tutto sommato positive. Non si può dire altro di una squadra con la rosa oggettivamente, indiscutibilmente e drammaticamente più scarsa della Liga, ma che ha se non altro il pregio di sapere sempre a cosa gioca. Organizzata, concentrata nelle coperture, umile e aggressiva quando può, continuando così può davvero salvarsi. Perché sebbene complessivamente più debole, sembra avere più gol di alcune delle potenziali concorrenti, grazie alla presenza di Caicedo: l’ecuadoriano è stato un’assenza pesante al Camp Nou, perché aveva il passo giusto per fare male negli spazi. Centravantone di sostanza, fisicamente poderoso, in grado di fare reparto e allungare la propria squadra: è un solo giocatore, ma è un arsenale più convincente di quello di Zaragoza (Sinama Pongolle-Braulio-Marco Pérez: hombre, dillo che ami il rischio!), Almería (Uche è una seconda punta, Ulloa non è ancora una certezza, Goitom la porta non la vede proprio), Racing (non si trova un bomber affidabile fra Rosenberg, Bolado e l’oggetto misterioso Nahuelpan) e forse anche Osasuna (se non rende Pandiani, sono cavoli amari fra attaccanti di movimento come Aranda, Camuñas, Masoud e mediani avanzati sulla trequarti come Soriano).

Del Real Madrid di ieri possiamo dire che, eccetto il Clásico e le primissime partite (di rodaggio, non fanno testo), è stato il peggiore visto con Mourinho. Cinque gol, gara divertente col Getafe, ma gara di basso livello, infarcita di errori sul filo di un calcio molto approssimativo. Due squadre che il meglio di sé lo danno in fase di possesso, perché quando la palla va nella loro metacampo e devono difendere schierate, sono un mezzo disastro. Il Getafe un disastro completo perché non ha nemmeno la transizione difensiva, non ha un briciolo di aggressività quando perde palla; per il Madrid invece solito discorso: la struttura regge solo quando i suoi attacchi vertiginosi disordinano il sistema difensivo avversario permettendo ai centrocampisti e difensori merengues di recuperare sulla respinta e iniziare subito una nuova azione offensiva. Quando però non c’è questa prima barriera, e l’avversario sale in blocco fraseggiando nella metacampo madridista, apriti cielo. Le conseguenze ultime dipendono dalla qualità dell’avversario (si può andare dalla mezza sofferenza di ieri, al 5-1 casalingo bugiardo con l’Athletic, per finire con l’altro estremo, il più negativo, l’imbarcata del Camp Nou), ma il problema c’è ed è sempre quello.
Il fatto è che dopo le due fiammate dei primi 20 minuti (il rigore di Cristiano Ronaldo e l’elegante raddoppio di Özil), il Real Madrid ha attaccato malissimo, senza alcun criterio. Non si è visto nulla di tutto quello esposto sopra: niente attacchi continuati, nessun ordine, nessun sistema difensivo avversario “sotto stress”, molte verticalizzazioni approssimative, molte palle perse dove non si devono perdere e con la squadra lunga, troppi andirivieni da una metacampo all’altra.
Ciò ha permesso di uscire allo scoperto al Getafe, che seppure senza troppo mordente, è una squadra che il pallone lo sa muovere. Gli azulones hanno trovato una buona striscia di gioco e risultati da quando Míchel ha cambiato l’assetto passando alle due punte: prima era un 4-2-3-1 con Parejo trequartista, un po’ ridondante a centrocampo dove (stanti gli acciacchi di Casquero) Boateng veniva accompagnato da acquisti sbagliati come Víctor Sánchez e Borja, poveri qualitativamente o incapaci di creare linee di passaggio più avanti. Centrocampo troppo piatto, scarsa presenza davanti e poca pressione sulle difese avversarie.
Míchel perciò ha eliminato un “pivote”, lasciando il solo Boateng davanti alla difesa e liberando Parejo vicino a lui. Davanti, Miku (accantonato Colunga: lui non si è adattato al Getafe e il Getafe non si è adattato alle sue caratteristiche, radicalmente diverse da quelle di Soldado) e Manu del Moral fanno molto movimento, anche verso le fasce, dando più agilità e sbocchi alla manovra. Parejo, destinato a quanto pare a rientrare alla base madridista la prossima stagione (nutro forti dubbi sulla bontà dell’operazione), si inventa un golazo che fa rientrare in partita i suoi: nel secondo tempo entra il trequartista Albín per Manu del Moral, alla ricerca di un possesso-palla più elaborato a partire dalla connessione con Parejo. Ma il Getafe come sempre è una squadra un po’ spuntata, e in generale molle, che contro le grandi denuncia sempre le sue brave ingenuità. Che il Real Madrid viva degli errori dell’avversario nei disimpegni e di qualche contropiede dice tutto della “volgare” partita merengue, ma suggerisce anche che il risultato finale non è mai stato realmente in discussione: tragicomico l’1-3 regalato a Cristiano Ronaldo.
Un paio di note di interesse nell’ultimo quarto d’ora: l’espulsione (esagerata) di Arbeloa (terzino destro, con Sergio Ramos centrale d’emergenza assieme ad Albiol) e soprattutto il ritorno dall’infortunio di Kaká, che entra al posto di Benzema (deludente…) aprendo il dibattito per il futuro: considerando che Higuaín si dovrà operare (una perdita che rischia di mandare a monte buona parte dei piani di Mourinho), dove piazziamo il brasiliano?

Riprendiamo il discorso da dove lo avevamo lasciato, e cioè dalla scorsa stagione: sicuramente un Kaká insufficiente dal punto di vista individuale, ma non del tutto dannoso per il collettivo, anzi. Anche quando non è ispirato, non ha lo spunto, si muove comunque bene senza palla, gioca intelligentemente a uno-due tocchi, non ingombra e può entrare benissimo nel sistema di gioco di Mourinho, che si fonda proprio sulla mobilità delle tre mezzepunte. Se a tutto questo poi aggiunge le prodezze individuali, tanto di guadagnato, di certo non toglie nulla. Potrebbe incidere di più sulla manovra di un Özil che per quanto talentuoso e spettacolare si limita un po’ troppo alla fase di accelerazione e finalizzazione. Il tedesco è il meno irrinunciabile dei tre trequartisti, sicuramente.
Ma il vero punto interrogativo è l’attacco: il miglior Madrid di questa stagioone vedeva un Higuaín reintegrato nel gioco di squadra con movimenti utili, diversi da quelli di Benzema, che tende a venire incontro alla palla. L’idea sarebbe Ronaldo unica punta, come nello United campione d’Europa, ma quello United giocava spesso in contropiede mentre questo Madrid è basato su premesse diverse, e Ronaldo unica punta in questo contesto viene molto a cercare palla. Questa soluzione si è vista nella vittoria casalinga contro il Valencia, un 4-5-1 (con Khedira-Xabi Alonso-Lass in mezzo) che mancò onestamente di profondità. Va poi aggiunto che Ronaldo esterno sinistro è uno dei cardini della manovra madridista: pure le statistiche rilevano come il portoghese venga cercato da Marcelo (il primo regista della squadra) anche più frequentemente di Xabi Alonso: il basco spesso interviene dopo, a comporre quel triangolo che rappresenta il vero motore offensivo madridista. Puntare stabilmente su Ronaldo unica punta significa ridiscutere queste basi: nulla di impossibile, perché la ricchezza della rosa permette tante cose, però nemmeno una barzelletta.

Se le squadre rientrando dalle vacanze non sono mai al massimo, gli arbitri spagnoli mantengono sempre la loro prodigiosa forma, il loro estro visionario. In questo caso González González a Valencia è l’unico a non vedere il fuorigioco con cui Mata segna allo scadere il gol che vale tre punti pesanti nella corsa al quarto posto. Generalmente qui non si parla degli arbitri, ma questa era l’ultima azione della partita, vedete un po’…
Comunque, senza voler togliere nulla all’arbitro, nella stessa azione è evidente anche l’ingenuità dell’Espanyol che si beve il calcio d’angolo battuto in due tempi, prevedibile e neutralizzabile ancora di più se hai l’uomo in più (espulsione di Aduriz: anche questa esagerata). Fotografia dei limiti dell’Espanyol, se vogliamo una squadra simpatia per l’appassionato neutrale, perché costruita con due lire e coi giovani, la maggior parte della cantera, oltre che sempre propositiva nel gioco. Però non se l’è giocata al meglio: il Valencia continua a non convincere, a vivere più di episodi slegati, però morde; l’Espanyol ha una manovra più strutturata, qualità con Verdú e Javi Márquez e tanto movimento con Luis García, Callejón e Osvaldo, però al di là delle buone intenzioni la sua risposta alla superiorità numerica non ha convinto. Ci stava l’ingresso di Datolo (per Javi Márquez, Verdú arretrato nel doble pivote), perché col Valencia costretto a difendere più basso dall’espulsione poteva servire un solista come l’argentino, se vogliamo “sgrammaticato” ma pungente nell’uno contro uno, ma non c’è stata sufficiente cattiveria né peso davanti.
Qui ha inciso l’uscita prematura per infortunio di un giocatore-chiave come Osvaldo, che non ha sostituti credibili: il 18enne canterano Álvaro Vázquez ha fatto intravedere numeri (gol da grande attaccante quello decisivo all’Osasuna), però non gli si può chiedere ancora una presenza nella partita tale da andare oltre il semplice spunto, come a tutti quelli della sua età (la regola non vale solo per Muniain, ma quello non sembra uno normale…). A proposito di inesperienza, terribile poi la serata della coppia di difensori centrali composta, in assenza del “crack” Víctor Ruiz, da Jordi Amat (18 anni pure lui) e Forlín. Cresceranno, loro e tutto l’Espanyol.

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venerdì, marzo 26, 2010

Il punto sulla ventottesima giornata.

Solito film al Camp Nou. Trama confusa, grandi interpreti al di sotto delle loro possibilità, finale consolatorio scontato nel tentativo di mascherare le carenze dell’intreccio. Fuor di metafora, è tutta la stagione che il Barça gioca la stessa partita: il suo gioco non riesce a farlo, stenta ma alla fine la spunta sempre, vuoi per le superiori individualità, vuoi per il divario incolmabile con quasi tutte le altre squadre della Liga, vuoi per una concretezza disarmante che il gruppo di Guardiola ha saputo evidenziare in mancanza del gioco. Ditelo a bassa voce, mi raccomando, ma è proprio un Barça “cinico e spietato”, secondo uno dei peggiori stereotipi che il calcio sa riservarci.
Però continua a lasciare perplessi il fatto che di fronte ad avversari che di volta in volta propongono la stessa ricetta (pressing alto a soffocare l’inizio dell’azione blaugrana già dai difensori), lo squadrone culè rimanga praticamente senza risposte. Ancora di più nel primo tempo di mercoledì sera, contro un Osasuna che vanta forse la migliore organizzazione difensiva di tutta la Primera. Non sono mai stato un fan di Camacho, ma a Cesare quel che è di Cesare, soprattutto per la competitività che i rojillos hanno mostrato nelle sfide con le due grandi, proprio quando possono esaltare la loro qualità tattica senza il peso del dover fare la partita.
Un pressing ultra-aggressivo ma molto ben ragionato: il Barça abbassa Busquets sulla linea dei difensori per avere la superiorità ad inizio azione, ma l’Osasuna risponde mandando l’esterno alto nella zona del pallone a pressare su uno dei due difensori centrali blaugrana, per evitare di mandare avanti un centrocampista e mantenere così la parità numerica in mediana, ovviando poi al possibile buco difensivo sulle fasce con la pressione altissima dei terzini: in più di un’occasione Azpilicueta e Monreal vanno in pressione fino alla trequarti.
Manovra blaugrana in corto circuito, non decolla mai nel passaggio fra difesa e centrocampo, l’unica possibilità sono sporadiche percussioni (leggasi: Messi) originate da palle perse in disimpegno dall’Osasuna o episodi comunque slegati. Guardiola si gingilla con cambi di modulo continui, dal 4-3-3 (ma con Messi centrale dietro Ibrahimovic) al quasi 4-2-4, e di nuovo al 4-3-3, ma i numeri da soli non bastano, gli spazi si trovano solo coi movimenti giusti e non con le formule magiche. Allargare il campo quando l’avversario cerca di restringerlo, offrendo magari un passaggio sicuro in uscita ai difensori con brevi spostamenti dei due centrocampisti centrali verso le fasce (Keita è un mago di questo movimento, ma è entrato solo nel secondo tempo), oppure cercando subito il lancio lungo per la sponda aerea Ibrahimovic, per quanto l’idea sia così poco familiare in casa blaugrana.
Ma niente: l’Osasuna nel primo tempo si avvicina spesso all’area culè, il dominio territoriale (che si può ottenere anche con un possesso palla sotto il 40%) gli permette di rubare palla subito, con pochi metri da percorrere e giocatori velenosissimi nell’uno contro uno come Masoud di punta (centravanti improvvisato per le assenze di Aranda e Pandiani: l’emergenza totale spinge poi ad adattare Vadòcz, un mediano, sulla trequarti) e Juanfran all’ala destra. Peccato però che la superiorità del secondo su Maxwell duri poco e che il prestigiatore iraniano come troppo spesso capita si perda in un bicchier d’acqua, e peccato soprattutto che in apertura sulla conclusione a botta sicura di Vadòcz ci sia un Víctor Valdés ancora una volta provvidenziale. Straordinaria stagione dell’estremo blaugrana, mai troppo considerato, ma a tutti gli effetti un signor portiere: la titolarità nazionale di Iker trascende certe considerazioni, ma è Valdés quello che sta offrendo il rendimento migliore, e nettamente pure.

La ripresa vede progressivamente inclinare la bilancia verso i padroni di casa. Fa bene Guardiola a inserire Pedro (per Henry), cercando una ripartizione più razionale degli spazi, tornando al 4-2-4 e occupando le ali per abbassare i terzini e il baricentro dell’Osasuna, ma è anzitutto un fatto fisiologico: il pressing alto è molto dipendioso, non sul piano atletico (questa è una leggenda: se accorci in avanti hai anche meno metri di campo da percorrere) ma sul piano mentale (lasci più spazi alle tue spalle e quindi nel mantenere le distanze giuste devi metterci una concentrazione maggiore rispetto a quando semplicementi ti ammucchi vicino alla tua porta; inseguire l’avversario è poi più stressante che “riposare” col pallone fra i tuoi piedi). Naturale perciò che l’Osasuna col passare dei minuti si limiti a presidiare la propria metacampo, e che a un Barça pur non travolgente basti aspettare il momento e l’occasione giusta per prendersi i tre punti.
Ibrahimovic, servito dal fondo da Iniesta, si sblocca e sblocca il risultato, poi arrotondato da Bojan (subentrato proprio a Zlatan) nel finale. Notazione sullo svedese, e mi prendo tutte le responsabilità di quello che dico: ha giocato bene, per quello che ha potuto. Non perché abbia brillato nelle azioni individuali, ma perché si è messo al servizio della squadra con movimenti intelligenti (come nei primi mesi della stagione), incontro al pallone spalle alla porta, qualche volta in profondità, altre nello spazio fra centrale e terzino avversario (una sua specialità), aprendo agli inserimenti dei compagni.

Madrid a valanga. Dopo due partite abbastanza modeste con Valladolid e Sporting, prevedibili dopo la mazzata della Champions, il Real Madrid ritrova il calcio che preferisce incenerendo un Getafe che non finisce di stupire per la sua inconsistenza contro le grandi. Al Camp Nou, contro uno dei tanti Barça dimenticabili della stagione, per di più in inferiorità numerica, aveva preso un gol in contropiede difendendo in 4 contro 2 (!!!), qui non arriva a estremi del genere, ma una volta incassata la solita punizione a scendere di Ronaldo (più morbida però, perché dal limite dell’area) perde ogni coesione e incassa altri tre gol solo nel primo tempo.
Non è quella di Míchel una squadra precisamente da buttare, anzi è fra le poche piacevoli e interessanti del campionato, con una sua idea di gioco e una sua personalità definita, peccato però che questa personalità sia la stessa della neve che si scioglie al sole. “Falta sangre”, recitano come un mantra le cronache che descrivono il Getafe, ed è proprio così, non si tratta di una semplificazione giornalistica.
In tutto questo il Real Madrid va come un rullo compressore: nel confronto, il Barça ha più forza mentale e più maturità, ma non c’è dubbio che i merengues creino occasioni con molta più facilità. Nel 4-2 di Getafe più che soffermarci sulla solita prestazione-monstre di Cristiano Ronaldo, “provocato” dal Messi della settimana scorsa (il secondo gol è una disarmante dimostrazione di superiorità, quasi spacca la faccia al portiere), o sulla semi-invincibilità del Pipita entro i confini spagnoli, preferiamo sottolineare altri dettagli: il cambio nella disposizione del centrocampo (non rombo ma 4-4-2 più classico, con Xabi Alonso e Gago al centro e Van der Vaart e Granero finti esterni in stile-Villarreal: naturalmente nessuno sente l’assenza di Kaká), il ritorno di Sergio Ramos sulla fascia (finalmente), e soprattutto la splendida prestazione di Gago.
Questo è un punto importante: la zona meno coperta del Madrid quest’anno è rappresentata proprio da quel nugolo di mediani, mezzeali, mezzi esterni mezzi chissàcosa che dovrebbe affiancare Xabi Alonso, rombo o non rombo. È proprio qui che la cessione di Sneijder si è rivelata l’unica mossa di mercato davvero sbagliata, ed è qui che Pellegrini ha fatto tanti tentativi senza mai convincersi per un assetto definitivo: prima 4-4-2 con Lass vicino a Xabi, poi rombo con Lass a destra e Marcelo a sinistra, poi Marcelo di nuovo terzino e un po’ Granero un po’ Van der Vaart un po’ Guti mezzala sinistra. Nessuno ha mai convinto pienamente, per una questione di caratteristiche tecnico-tattiche (Lass e Marcelo), di personalità (Granero), di continuità di rendimento (Guti) o di continuità d’impiego (Van der Vaart). Quelli meno considerati son stati Mahamadou Diarra e proprio Gago, l’argentino meno di tutti. Sembrava un giocatore bruciato da smaltire al ribasso nel prossimo mercato, invece forse non è ancora troppo tardi, perché quanto mostrato ieri dalla “Pintita” (da non confondere col Pipita) si avvicina molta all’ideale del perfetto socio di Xabi Alonso.
Un tocco e mi smarco verso lo spazio libero, un altro tocco e mi cerco un altro spazio ancora: movimento intelligente e costante al servizio di una manovra fluida ed elegante. L’azione del secondo gol di Higuaín è un vero “momento Boca Juniors”, che ricorda la miglior versione di Gago, quella promettente degli inizi e non quella che corre a vuoto dell’era Schuster. Un lusso se confrontato con il Lass visto sabato scorso con lo Sporting (e non solo sabato), così funzionale alla manovra da finire con l’eseguire praticamente una marcatura a uomo su Xabi Alonso.

Jiménez, fine corsa. L’evento dell’ultima giornata però è l’esonero di Manolo Jiménez da parte del Sevilla. Esonero che era nell’aria, ancora di più dopo un’eliminazione deprimente dalla Champions e un inaccettabile pareggio casalingo con il Xerez che fa perdere il quarto posto, ma… è una decisione veramente giusta?
Personalmente non sono mai stato gentilissimo con Jiménez (peraltro un signore al momento dell’addio, ringraziando anche i giornalisti che lo hanno criticato “per avermi fatto crescere come professionista e come uomo”): anche se non solo per colpa sua (l’ex mago Monchi non azzecca un acquisto da due stagioni), la sua gestione ha inequivocabilmente rappresentato un progressivo appiattimento e banalizzazione del modello di Juande Ramos, però posso anche dire che questo Sevilla in questa Liga il quarto posto lo aveva ampiamente alla portata, sempre escludendo possibili contraccolpi piscologici e crisi all’interno dello spogliatoio che noi non possiamo conoscere.
Forse si poteva andare avanti fino a fine stagione così, e rifondare con calma in estate: in una situazione così provvisoria, ha lasciato perplessi la ricerca immediata di un nome pesante come Luis Aragonés, ma il Sabio si chiama così per qualche motivo, e ha capito che una situazione così provvisoria e raccogliticcia avrebbe potuto solo intaccare la fama di padre calcistico della nazione acquisita dopo l’Europeo. In mancanza di alternative così si siede sulla panchina un uomo del club, Antonio Álvarez, già vice di Juande Ramos, e un semplice traghettatore sembra proprio la soluzione migliore.

Valencia, la Champions si avvicina. Terzo posto e un bel cuscinetto di punti sulla quinta: il futuro sorride al Valencia. È una squadra imperfetta, ancora lontana dall’essere una grande, ma coi margini di miglioramento più interessanti di tutte le outsider alle spalle del duopolio. Qualificarsi alla Champions potrebbe permettere di trattenere i pezzi pregiati, spendere qualcosa (poco) per ritoccare la rosa e dare ancora tempo ad Emery per consolidare il progetto.
La partita di mercoledì col Málaga riassume ancora una volta le discontinuità e le imperfezioni della squadra, nel passaggio fra un primo tempo giocato in scioltezza e una ripresa spezzettata e confusa, che dà quasi spazio alla rimonta di un Málaga molto indebolito dall’assenza del suo uomo-chiave Duda, che dalla fascia è il vero regista della squadra. In assenza del portoghese è quasi nulla la transizione offensiva del Málaga, e questo aiuta il Valencia a dominare in tranquillità il primo tempo, senza risentire dell’incredibile serie di infortuni in difesa (stavolta si rompe Miguel a partita in corso, e a fare il terzino destro ci va Alexis, con l’ala Jordi Alba confermata per mancanza di alternative sulla fascia difensiva opposta), perché quasi mai sollecitato nella propria area di rigore.
Aiuta questo e aiuta soprattutto la continuità della connessione Banega-Silva, una miniera d’ossigeno perché permette al Valencia di vivere costantemente nella metacampo altrui, restando corto ed esaltando la mobilità degli uomini d’attacco in maniera più continua e senza spezzare la squadra in due. Come ripetuto fino alla noia, è tutta qui la differenza fra un Valencia incompiuto e un Valencia che vuole invece pensare in grande: lo dimostra, ma da un punto di vista negativo, anche il secondo tempo, quando la connessione Banega-Silva si attenua e si accentua la distanza fra doble pivote e trequarti, rendendo perciò molto più discontinua e approssimativa l’azione offensiva. Il Málaga guadagna campo, ma per fortuna del Mestalla non punge mai troppo.

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domenica, febbraio 14, 2010

Protagonisti: Soldado (Getafe).

Il mestiere del centravanti


Nome: Roberto Soldado Rillo.
Luogo e data di nascita: Valencia, 27/5/1985.
Altezza: 1,79 m.
Peso: 81 kg.
Ruolo: centravanti.

Volgari parassiti dediti allo sfruttamento del lavoro altrui pur di rubare un titolo o una copertina in più. Se la massima più cinica del calcio, alla cui logica in questo blog tendiamo a opporci, vuole che alla fine sugli almanacchi ci appaia solo chi vince (quindi la Grecia 2004 sì e Olanda 1974 no), la sua rappresentazione più stringente sul campo la danno quei centravanti da due gol ogni mezzo pallone toccato a partita. Giustificano soltanto in base al gol la loro presenza, ma ciò li rende inattaccabili.
Pur rispettando i suoi incontestabili meriti, non ho mai amato particolarmente questa figura: se il calcio moderno prevede una partecipazione costante di tutti i giocatori ad ogni fase del gioco, ho sempre visto come un controsenso e una sottrazione al bene del collettivo quegli attaccanti portati solo ad aspettare la palla giusta in area avversaria. Inizialmente nella categoria, che ha in Trezeguet uno dei principali archetipi, avevo inserito anche Roberto Soldado, ritenendo che ogni suo gol meritasse al massimo un’alzata di sopracciglio e che, detta tutta, difficilmente la sua presenza potesse costituire una forte motivazione per la visione di una partita.

Errore, grosso errore. Il gioco di Soldado rimane votato a un’estetica minimalista, non appassiona di certo a una prima occhiata, ma addentrandosi con la lente d’ingrandimento nei suoi novanta minuti si rimane appagati. “Gudari” (traduzione letterale di “soldato” in euskara, soprannome dei tempi dell’Osasuna) sale in cattedra e offre una lezione magistrale su come un centravanti deve intendere il proprio ruolo. Essenziale e tremendamente funzionale.
I palloni toccati rimangono pochi, ma son quasi sempre quelli giusti: a suo modo, in misura certo ben inferiore a quella di un fuoriclasse, anche lui è uno che fa giocare meglio chi gli sta attorno, per la maniera in cui i suoi movimenti immancabilmente perfetti razionalizzano l’azione offensiva.Una lettura esemplare di come smarcarsi o creare spazi utili alla finalizzazione sua e dei compagni: fingo di dettare il passaggio in profondità e invece vengo incontro per fare da boa o girarmi e proseguire palla al piede; al contrario: fingo di venire incontro e invece attacco in profondità, allungo la difesa avversaria e aumento anche lo spazio a disposizione dei centrocampisti per l’inserimento a rimorchio; in area di rigore: faccio per smarcarmi sul primo palo e invece mi fermo a centro area o attacco il secondo.
Il mestiere del centravanti è fatto di tante piccole, ripetute bugie da raccontare ai difensori per guadagnare quella frazione di secondo in cui si decide tutto. Soldado, bisogna dirlo, è un mentitore di prima classe, uno degli attaccanti più difficili della Liga da anticipare e da marcare, e ciò lo rende un punto d’appoggio preziosissimo per l’azione della propria squadra, e non solo in fase di finalizzazione.
Finalizzazione che comunque resta da sempre il fiore all’occhiello del repertorio di Soldado, implacabile col pallone giusto a disposizione. Di testa, di piede, in acrobazia, con effetti in più di una volta spettacolari, frutto della combinazione di quel sesto senso che permette di inquadrare la porta anche quando non rientra nel campo visivo e di splendide doti di coordinazione che in questa stagione hanno consentito capolavori come il destro al volo in scivolata e da angolazione simil-Van Basten contro il Xerez o come l’ultimo gol nella semifinale di Copa del Rey immeritatamente persa contro il Sevilla, un difficilissimo e millimetrico colpo di testa in torsione verso l’angolo opposto. Il gol più bello sarebbe stato però quello mancato di pochissimo alla seconda giornata col Barça, quando un’inverosimile rovesciata da sdraiato a terra si infranse sul palo, un colpo un po’ “freak” ma da delantero centro eletto.
Questi i punti di forza ma paradossalmente anche i limiti del giocatore. Abbiamo infatti elencato finora una sorta di manuale del perfetto centravanti, ma il fuoriclasse è quello che sa anche uscire dai manuali. Soldado conosce il suo ruolo alla perfezione, ma non ha quella magia capace di stravolgere il copione propria dei fenomeni, e non risulta dominante in nessun particolare aspetto.
Ha discrete doti di palleggio, non ha problemi ad agganciare e mettere giù nel migliore dei modi una palla lunga, ha un calcio secco e preciso e un tocco di palla pulito, ma per quanto corretto il suo bagaglio tecnico è ideale soltanto per soluzioni standard, non consentendogli di inventare nuove e più geniali soluzioni dal nulla.
Fisicamente è compatto e solido, difende bene palla e resiste ai contrasti, però anche a causa della statura non eccezionale per un centravanti non è quel mostro che possa condizionare i movimenti dell’intero reparto arretrato avversario. Se scatta con i tempi giusti tiene botta anche sulla lunga distanza, ma non ha quell’esplosività e quel passo che brucia l’erba capaci di trascinare dietro la difesa e tutto il baricentro avversario.
Insomma, qual è la vera dimensione di Soldado? A ventiquattro anni, alla sua miglior stagione (11 gol in 19 partite finora, vicinissimi i 13 della scorsa stagione, record personale in Primera), giunto alla piena maturazione, possiamo dire che ha tutto il diritto di giocarsela per quel terzo/quarto posto da attaccante della nazionale che si contendono già Fernando Llorente, Güiza, anche se diventa più che mai difficile ritagliarsi uno spazio in un gruppo così consolidato (la mia prima scelta resta comunque il bilbaino).
Di certo c’è che Soldado non è più il tipico canterano madridista in continua attesa di verifiche tra un prestito e l’altro. Un po’ di anni così li ha passati anche lui: prelevato quindicenne dal Don Bosco, club dell’area valenciana, come canterano merengue gode di una vetrina maggiore rispetto alla media dei pari età, vince un Europeo nel 2005 con la nazionale Under 19, sotto López Caro esordisce anche in prima squadra nella stagione 2005-2006 (10 presenze in Liga, una sola dall’inizio, due gol e lo sfizio anche di un centro in Champions con l’Olympiacos e uno in Copa del Rey a Bilbao; nel mentre non resta affatto indietro col lavoro nel Castilla, laureandosi vicecapocannoniere della Segunda con 19 gol, dietro Ikechukwu Uche), però fatica a liberarsi di una tutela tanto prestigiosa quanto soffocante.
A Gudari il prestito all’Osasuna la stagione successiva porta un buon raccolto (11 gol in Liga), ma nel 2007-2008 si torna punto e a capo: così come il contemporaneo acquisto di Saviola, il ritorno alla base di Soldado resta uno dei misteri più inspiegabili dell’era Schuster: non si parla mica di dargli una maglia da titolare, ma arruolarlo per fargli fare muffa riservandogli la miseria di 124 minuti in campionato (e ovviamente zero gol) non pare un’operazione particolarmente avveduta per un giocatore ancora in fase di crescita.
È con la cessione al Getafe nell’estate 2008 che Soldado si conquista una dimensione finalmente autonoma. Certo, realisticamente non potrebbe competere per una maglia con i Cristiano Ronaldo, Higuaín e Benzema, però anche lui nel suo piccolo può far parte del patrimonio attuale del calcio spagnolo.

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domenica, novembre 01, 2009

Equilibrio al vertice.

Gerard Piqué, quello che attualmente è il miglior difensore spagnolo, ha un lato oscuro: il suo secondo cognome, Bernabeu. B-E-R-N-A-B-E-U. Inevitabile quindi che nel suo organismo irriducibilmente culé sopravviva un gene impazzito che di tanto in tanto lo porta a commettere follie come l’autogol a recupero quasi scaduto che al Reyno de Navarra sancisce al tempo stesso un premio alla caparbietà dell’Osasuna e un incoraggiamento al Real Madrid che insegue al secondo posto, ora a –1 dal Barça. Va detto che nemmeno i tre punti avrebbero spostato chissà cosa in favore dei blaugrana, ma certo il sapore della beffa non lo toglierà nessuno a Guardiola.

Al Reyno de Navarra sono novanta minuti di spessore. Non belli da un punto di vista estetico, ma solidi, credibili, appaganti per chi apprezza il calcio non solo nella superficie. Datemi mille partite come questa e la Liga tornerà ad essere il campionato più competitivo d’Europa, altro che Atlético-Barça 4-3 della scorsa stagione…
Merito di un Osasuna che sta sempre in partita, applicando con ammirabile coerenza la strategia migliore in rapprto ai propri limitati mezzi.A Camacho quel che è di Camacho: non ne sono mai stato un suo grande ammiratore, ma ad oggi la sua è una delle squadre più caratterizzate e riconoscibili della Liga, e avere un’identità propria è tutto nel calcio.
Dopo l’involuzione della gestione-Ziganda, che aveva mantenuto una squadra sì organizzata ma progressivamente sempre più blanda e “burocratica”, l’Osasuna ha riacquistato l’anima. Filosofia tipica del calcio basco-navarro, secondo il clichè storicamente il più “british” del panorama spagnolo: intensità, gioco di contatto e lotta su ogni pallone.
Non è solo grinta e generosità però, ma anche e soprattutto notevole organizzazione: il 4-4-2 è corto, funziona nei raddoppi sulle fasce e nel pressing degli attaccanti, molto alto. Il Barça infatti cerca il giochetto della difesa a tre flessibile, ma un po’ il pressing avversario un po’ le misure del Reyno de Navarra, più ridotte di quelle del Camp Nou, impediscono al possesso-palla ospite di decollare. L’Osasuna così riesce a mantenere il baricentro alto per una buona mezzora del primo tempo, e da lì a contrattaccare, soprattutto con Juanfran larego a destra e coi due attaccanti Pandiani e Aranda. Il secondo in particolare mette in mostra il suo estro e la sua potenza: si smarca tra le linee o defilato su una fascia e punta i difensori, Chigrinskiy in particolare lo soffre tantissimo nell’uno contro uno sul breve, rimediando un giallo che costringerà Guardiola a sostituirlo con Márquez nel secondo tempo.
Anche il Barça però ha un merito, e cioè quello di saper soffrire e aspettare il proprio momento. Concede poco nella fase di supremazia territoriale dell’Osasuna, e fra la fine del primo tempo e l’inizio della ripresa passa a controllare il gioco, quando l’inevitabile calo atletico fa perdere metri all’Osasuna e guadagnare continuità al possesso-palla blaugrana.
Seydou Keita, straordinario in quest’inizio di stagione, mette il suo sesto gol stagionale. Giocatore tatticamente intelligente come pochi il maliano, col suo movimento incessante garantisce sempre la miglior soluzione ai compagni che portano palla. Al di là del gol infatti il calcio migliore del Barça viene, esattamente come col Zaragoza, dai sincronismi della catena di fascia sinistra (a destra invece pesano il momento di stanca di un Messi distante dalla manovra e i limiti di Puyol, impeccabile come movimenti ma logicamente senza la profondità di Alves da terzino): quando il Barça inizia il gioco da sinistra, Keita si allarga fino a ricoprire la posizione di esterno, obbligando il terzino destro avversario Azpilicueta a rimanere in zona nel mentre che Iniesta dall’ala si sposta verso il centro trovando campo libero per entrare nel vivo della manovra.
Il vantaggio e le poche energie rimaste all’Osasuna (Aranda lascia il campo a Masoud con la lingua di fuori) sembrano delineare il solito torello blaugrana fino al fischio finale, ci sono anche un paio di occasioni in contropiede per Ibrahimovic e Messi, ma Camuñas scappa sulla sinistra e il resto lo fa il secondo cognome di Piqué.

Respira il Real Madrid, e respira Pellegrini nell’assurda ultima spiaggia prefiguratagli da qualche giornalaio madrileno e (forse) da qualcuno troppo disposto a dargli credito all’interno della società.
Il tecnico cileno sente un po’la pressione, come si evince dall’undici scelto per l’occasione, una parziale retromarcia rispetto all’ambiziosa formazione ideale. La differenza è la posizione di Marcelo, avanzato a centrocampo come nella gestione di Juande Ramos.
Il progetto di Pellegrini prevedeva in partenza una squadra portata ad attaccare e difendersi sempre nella metacampo avversaria e sempre tenendo il pallone: in un contesto di questo tipo, Marcelo terzino diventa un’arma in più esattamente come lo è Alves per il Barça.
Questo progetto evidentemente però finora è restato soltanto sulla carta: un Madrid sempre troppo lungo, incapace sia di tenere palla con continuità sia di recuperare prontamente le posizioni una volta persa palla (lo abbiamo notato anche in partite casalinghe pure vinte ampiamente come quelle contro Xerez e Tenerife). Così di Marcelo abbiamo visto sia le virtù, nella metacampo altrui, che i difetti, nella propria.
Perciò Pellegrini rinuncia a un po’di ambizione per bloccare la fascia sinistra difensiva col sobrio Arbeloa. Il Madrid della prima mezzora è comunque una squadra contratta, chiaramente condizionata dalla paura di sbagliare.
La partita non si sblocca perché anche il Getafe rimane sulle sue. Deludenti gli uomini di Míchel, che danno ancora una volta l’impressione di mancare quel salto di qualità ulteriore che li potrebbe portare a lottare per la zona UEFA. Giocatori di qualità ci sono, l’idea di gioco anche, ma difettano cattiveria e determinazione. Schierati con un 4-2-3-1 più che col canonico 4-1-4-1 (Parejo infatti gioca più trequartista che mezzala; Boateng invece resta sulla stessa linea di Celstini), gli azulones masticano un possesso-palla lentissimo e orizzontale, con poche combinazioni tra le linee (Manu a sinistra può avere un senso per attaccare Ramos alle spalle, ma la panchina di Albín continuerò a non capirla).
La vera svolta della gara però è l’espulsione di Albiol: espulsione ingiusta, perché il difensore madridista commette sì fallo, ma anche se è l’ultimo uomo non si tratta di chiara occasione da gol (Soldado con lo stop di petto in realtà sta tornando indietro). L’episodio però finisce paradossalmente per avvantaggiare il Madrid: da questo momento in poi infatti i merengues possono impostare una partita di basso profilo senza dover dare spiegazioni a chicchessia.
Il pubblico del Bernabeu è tutto dalla loro per via del torto arbitrale, e così viene meno l’esigenza di convincere sul piano del gioco: non più mormorii al primo passaggio sbagliato, bensì ovazioni per i tackles di Lass o i recuperi di Pepe. Senza rimorsi così il Madrid può giocare d’attesa e sfruttare gli spazi in contropiede che esaltano Higuaín, Kaká e Benzema. Sono due disattenzioni di un Getafe sciatto (un buco di Mario e una palla persa da Celestini a centrocampo) poi a propiziare nella ripresa la doppietta di Higuaín.

Alla Catedral un esordio di Quique caratterizzato dalla sfortuna più nera: tre legni, uno di Maxi nel primo tempo e due sassate da niente di Forlán e Agüero nel giro di un solo minuto nella ripresa. Vince così immeritatamente un Athletic superiore solo nel primo tempo a partire dal gol di Javi Martínez (solita debolezza dell’Atlético sui calci piazzati), quando si impone a centrocampo con un pressing al solito abbastanza disorganizzato ma vigoroso, animato dal consueto assatanato Javi Martínez a tuttocampo, stavolta assistito da un Orbaiz più intonato in regia rispetto agli standard più recenti.
Come spessissimo gli capita l’Athletic cede poi campo nella ripresa: fatto non casuale, perché se non hai una grande organizzazione tattica e non hai nemmeno un possesso-palla che ti permetta di “riposare”, l’avversario inevitabilmente prende il sopravvento, ancora di più se ferito nell’orgoglio come quest’Atlético. Ma non bastano Forlán e Agüero ispirati e buone combinazioni offensive per rimediare un pareggio teoricamente sacrosanto.

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