mercoledì, settembre 07, 2011

Il punto sul calciomercato/prima parte.

Questo pezzo in realtà è in parte un bilancio del mercato in parte una presentazione delle 20 squadre del campionato, che verranno analizzate in maniera più approfondita nel corso della stagione.


Athletic Bilbao

Poco da trafficare, per ovvi motivi. Bielsa ha usato l’accetta: anche se i vari scartati (fra cui Koikili) ad inizio pretemporada son stati reintegrati, l’idea è sempre quella di un blocco ridotto di 19 giocatori super-motivati da integrare con gli innesti dalla cantera. Emblematica la scelta della cessione del veterano Orbaiz (ormai senza ritmo per competere) per far spazio all’atteso centrocampista del Bilbao Athletic Ruiz de Galarreta (ma anche Jonas Ramalho dovrebbe avere i suoi minuti dietro, dove non è stato acquistato nessuno e Bielsa conta di poter adattare Aurtenetxe centrale, all’occorrenza).

Non è arrivato Aduriz (e sarebbe stato un acquisto intelligente, utilizzabile sia come quel vice-Llorente che in rosa non c’è, sia come jolly per tutte le posizioni del tridente), e il mercato è servito più che altro per tagliare un po’di rami secchi (Ion Vélez, Balenziaga, lo sfortunato De Cerio, la meteora Urko Vera e Ustaritz, che forse poteva ancora servire).

Sul campo, inutile dire che bisogna dare tutto il tempo a Bielsa: i fischi al termine della prima deludente col Rayo ci possono stare per la gara in sé, ma non se si pensa a tutto il lavoro ancora da fare per cambiare il modello di gioco, che dal rudimentale stile di Caparrós deve passare a un sistema molto più complesso, con tanti nuovi concetti e movimenti offensivi che devono diventare pressoché automatici e un’idea di calcio totale che intende coinvolgere tutti e undici i giocatori in entrambe le fasi, indifferentemente (e l’idea di spostarne alcuni fra un ruolo e l’altro, vedi De Marcos e Gurpegi terzini o Javi Martínez difensore centrale nell’amichevole col Tottenham, va proprio in questo senso, non è certo il divertimento estemporaneo di uno scienziato pazzo).

Atlético Madrid

Dal panorama deprimente di inizio mercato si è passati a un quadro che, seppur con l’obbligatoria differenza che suscita qualsiasi mossa di questo club, sembra piuttosto stuzzicante.

Era cominciata male con la scelta di Manzano, che non può non sapere di minestra riscaldata: vero che questo Atlético non c’entra niente con quello 2003-2004, vero che Goyo è un buon tecnico, ma è anche vero che trasmettere all’ambiente un messaggio di rinnovamento (e non del tipo “abbiamo preso Manzano perché quelli che avevamo scelto prima di lui non volevano”, ciò che è successo in realtà) ti può aiutare a partire con un margine maggiore di fiducia e ottimismo.

La partenza di Agüero poi era parsa il colpo di grazia, ma le successive operazioni di mercato hanno rimescolato molto le carte e contribuito a suscitare molta curiosità attorno al progetto.

Era impossibile sostituire il Kun con un altro attaccante di pari livello, quindi giustamente l’Atlético ha cercato di reinvestire il denaro ottenuto dalle due squadre di Manchester (anche De Gea è valso un bel gruzzolo) rinforzando altre zone, soprattutto il centrocampo. È un Atlético questo che potrebbe finalmente avere la varietà di soluzioni e la creatività di cui mancava fra mezzeali e trequartisti. È arrivato Diego, reduce sì da delusioni fra Juventus e ritorno in Bundesliga, ma che se si ritrovasse potrebbe davvero dare un’altra dimensione alla manovra; poi c’è Arda Turan che da esterno sinistro può accentrarsi spesso e aggiungere imprevedibilità tra le linee, consentendo al tempo stesso a Reyes di partire da destra, la posizione da cui davvero può esprimere il suo miglior calcio e far giocare meglio anche i compagni.

A seconda della posizione di Diego, vedremo un 4-2-3-1 o il 4-3-3 della prima con l’Osasuna, ma qualche dubbio in più lo lasciano i centrali. È richiesta un’esplosione di Koke, che sicuramente possiede più talento e geometrie di Gabi (va bene come primo rincalzo per la mediana, ma da titolare…) e dei piattissimi Mario Suárez e Assunção, fermo restando Tiago, valido più come complemento che come leader. La regola degli extracomunitari ha invece imposto la cessione di Elias, che poteva rappresentare un’alternativa interessante come incursore.

Il fatto di non poter trovare un altro come Agüero non toglie comunque il valore di Falcao, fra i più pregiati sul mercato. E anche Adrián può apportare alternative, movimento e qualche gol in più rispetto alle sue stagioni passate (sembra cresciuto dal punto di vista realizzativo). La cessione di Forlán ci sta tutta.

Una coppia Miranda-Godín potrebbe far fare un salto di qualità alla difesa, così come una crescita di Filipe sulla sinistra, mentre più incerte sono le questioni riguardanti il terzino destro (Silvio sostituirà degnamente il sottovalutato Ujfaluši?) e soprattutto il portiere (molta inesperienza fra Joel e il nuovo acquisto Courtois, in prestito dal Chelsea; da ricostruire l’ex grande promessa Asenjo). Comunque, a prima vista non sembra un Atlético indebolito rispetto alla scorsa stagione, anzi.

Barcelona

Acquisti mirati ma di peso, tra l’altro rientrando pure nei margini finanziari previsti: la società aveva preventivato 45 milioni di esborso massimo per la campagna acquisti, e se è vero che Fàbregas e Alexis Sánchez son costati 60 milioni, i circa 24 ottenuti dalle cessioni di Bojan, Oriol Romeu, Jeffren e Cáceres hanno permesso di rientrare nel bilancio.

Alexis largo nel tridente deve studiare da “Pedro con un po’ più di magia”, in un attacco chiaramente impostato attorno all’idea dell’assenza di centravanti di ruolo. Partito Bojan, non rimane nessuno, se consideriamo che Villa partirà soprattutto all’ala e che l’acquisto di Fàbregas sembra pure proporre un’alternativa al Messi falso centravanti, anche se in casi presumibilmente limitati.

Acquisto di Fàbregas che più che incasellarsi nel solito 4-3-3 mira ad aumentare le alternative tattiche a disposizione di Guardiola, fra il 3-4-3 e le sconfinate possibilità di turnover offerte da una stagione fitta di impegni. Così si spiega (oltre che, inutile nasconderlo, col capriccio di tutto un ambiente ossessionato dal “ritorno del figliol prodigo”) quello che a prima vista può apparire un lusso non necessario, ovvero Fàbregas quando hai pronto Thiago e magari anche Sergi Roberto.

Unica carenza (ma non imperdonabile), un terzino sinistro, perché per i centrali la cantera può fornire un buon ricambio fra Fontas, Bartra e Muniesa.

Betis

Rispetto all’analisi pubblicata qualche giorno fa, da aggiungere solo l’ufficialità di Santa Cruz.

Espanyol

I conti potrebbero non tornare. Va bene che Pochettino ha tante idee, va bene il mercato al risparmio degno d’elogio, va bene la politica dei giovani, ma quest’organico rischia di perdere parecchi punti quanto a solidità. Potrà divertire vedere giocare l’Espanyol (però la prima a Maiorca a dire il vero è stata brutta), ma il saldo fra gol fatti e subiti quale sarà?

In attacco bisognerà pregare perché Álvaro Vázquez esploda non subito, subitissimo. La partenza di Osvaldo ha lasciato sguarnito il reparto in termini di personalità sicuramente, in attesa di valutare appieno il talento di Alvarito nostro. Personalità che potrebbe offrire l’acquisto dell’ultim’ora Pandiani, ma 35 anni sono 35 anni. Si tentava il colpo El Hamdaoui dall’Ajax, ma purtroppo è svanito.

Se ne vanno via gol preziosi anche con la partenza di Luis García verso Zaragoza, che si aggiunge a quella di Callejón. A Maiorca Pochettino ha schierato ai lati di Verdú (meno male che almeno lui è rimasto) sulla linea dei trequartisti proprio Luis García a sinistra e il canterano Rui Fonte a destra. Questo per dire che dovrà reinventare qualcosa, anche se non manca il talento, fra Sergio García e un altro nuovo acquisto, l’ala slovacca Weiss dal Manchester City. Senza dimenticare un buon trequartista come Albín, forse sin troppo snobbato da Míchel al Getafe negli ultimi anni. Ma i gol rimangono un’incognita.

In difesa potrebbe rivelarsi una mossa da dritti il centrale mancino messicano Héctor Moreno, che cerca un po’ di riproporre l’identikit del Víctor Ruiz della scorsa stagione, ovvero senso della posizione, leadership e qualità nell’impostare. Qualità nell’impostare che è diventata quasi una tautologia parlando di difensori messicani. Bel colpo anche l’operazione Didac col Milan: i soldi incassati a gennaio rimangono in cassa, e intanto si gode di un prestito sicuro in un ruolo che l’Espanyol ha faticato un po’ a coprire nella pessima seconda metà della scorsa stagione. Una scommessa il recupero del deludentissimo Romaric, in un ruolo che peraltro è già occupato da Javi Márquez, uno dei pezzi pregiati dell’organico: la sua connessione con Verdú in cabina di regia è la chiave del gioco dell’Espanyol.

Getafe

Una specie di rivoluzione. Via Míchel, dentro Luis García dopo il mezzo miracolo sulla panchina del Levante, via i due migliori giocatori oltre che colonne portanti del centrocampo (Boateng e Parejo), ma anche tanti nuovi arrivi davvero interessanti. Interesse che si concentra soprattutto sul possibile quartetto offensivo: a destra Pedro León, dopo l’annata da incubo al Real Madrid, tornerà a fare quello che sa (cross precisi come pochi nella Liga e quel curioso modo di dribblare e conquistare il fondo, senza avere la velocità dalla sua) senza doversi confrontare con Di María o Cristiano Ronaldo (ma Callejón è poi tanto meglio di lui, Divo José?), ma da “stella” di metà classifica, la sua dimensione; al centro, o forse no (nella prima contro il Levante è subentrato a sinistra) il fresco campione d’Europa Under 19 Sarabia, movenze alla Silva (ma tatticamente un po’ diverso); a sinistra, visto che parliamo di stelle di media classifica, abbiamo invece un fuoriclasse del dribbling, l’ex Sporting Diego Castro, solitamente ai vertici delle statistiche di questo particolare fondamentale, in compagnia di nomi ben più altisonanti. Un colpaccio, anche se non più giovanissimo.

Poi in attacco un ritorno eccellente, Güiza, innesto veramente cruciale perché uno dei punti deboli del Getafe l’anno scorso era proprio l’inconsistenza offensiva, sia in generale per la scarsa profondità del possesso-palla che per le mancanze individuali (Colunga ha fallito miseramente il salto di qualità, Miku va bene come dodicesimo più che come titolare).

Possesso-palla abbastanza sterile anche nella prima col Levante, dove Luis García ha proposto un centrocampo sin troppo affollato, con tre centrali, Casquero sul centro-destra (che comincia a mostrare segni di declino), Juan Rodríguez al centro e Lacen (quasi tutti i palloni passavano da lui) sul centro-sinistra. L’azione ristagnava lì, con troppe poche linee di passaggio più avanti.

Se fra trequarti e attacco il Getafe di quest’anno migliora quello dell’anno scorso, più incerta la scommessa per quanto riguarda la mediana. Bisognerà trovare un nuovo leader dopo Boateng, e difficilmente potrà esserlo Juan Rodríguez, cursore di poca qualità, o Lacen, poco più che ordinato. Rubén Pérez, una delle poche note positive del Deportivo lo scorso anno, ha geometrie, e le ha anche Míchel, in cerca di rilancio dopo la negativa esperienza inglese. Loro due sembrano la coppia migliore, in un 4-2-3-1.

Sempre dal Deportivo, una garanzia l’acquisto di Lopo per fare coppia con Cata Díaz al centro della difesa, molto più discutibile Valera come rincalzo di Miguel Torres, mentre il sudafricano Masilela dà il cambio a Mané sulla sinistra. Moyá fra i pali è un altro che cerca rilancio dopo i disastri a Valencia, ma sarebbe grave far perdere il posto a un potenziale fuoriclasse come Ustari, attualmente infortunato.

Granada

Il contropiede più veloce della Segunda 2010-2011 cerca successo anche in Primera. Alla freccia Dani Benítez sulla sinistra, dominante in Segunda ma tutto da verificare nella massima serie, si aggiunge nell’ultimo giorno di mercato Ikechukwu Uche (girato in prestito dal Villarreal), mai pienamente confermato fra Getafe e Zaragoza dopo le promettenti stagioni al Recreativo Huelva. Bisognerà vedere se il nigeriano partirà come punta o sulla destra del 4-1-4-1 di Fabri (lasciando l’attacco al bomber di Segunda Geijo o al connazionale, interessante ma ancora un po’ acerbo, Ighalo; in attesa di verificare l’argentino Franco Jara, prestato dal Benfica), scalzando in tal caso il mancino Jaime Romero, uno dei 45000 prestiti dall’Udinese.

Fascia destra che ha perso un elemento come Orellana (con tutto il rispetto per il Celta, questo stramerita la Primera), che dava gioco tra le linee a una squadra che abusa un po’ della sovrapposizione e del cross in area senza guardare quanti ce ne sono pronti a concludere.

A centrocampo buon acquisto quello di Moisés Hurtado, quasi invisibile ma sempre efficace davanti alla difesa, mentre Abel sul centro-destra non pare troppo all’altezza della Primera. Meglio il portoghese Carlos Martins, in coppia col dinamico Mikel Rico oppure con l’altro nuovo acquisto Yebda (che può giocare anche davanti alla difesa). Magari potrebbe spuntarla a sorpresa Fran Rico, 24enne regista di cui si parla bene da anni (già dai tempi del Pontevedra, prima di passare al Real Madrid Castilla) ma mai sperimentato in Primera.

In difesa assolutamente da seguire il terzino sinistro Siqueira, il giocatore forse più interessante di tutto il Granada: nella miglior tradizione brasiliana, esprime grande tecnica ad alta velocità e pure una apprezzabile disciplina difensiva. Molto inferiore, semplicemente un muscolare, anche se con una facilità di corsa che impressiona, il francese Nyom sulla destra (rincalzo il sempre affidabile David Cortés). Al centro, i nuovi acquisto Pamarot e Diakhaté si contenderanno due posti con la coppia della promozione formata da Lucena (impiegabile anche davanti alla difesa) e Diego Mainz.

Levante

Dimenticare Caicedo. Una parola. Non parliamo di Van Basten, ma del giocatore che comunque dava certezze realizzative alla squadra “operaia” della scorsa stagione, che ha perso anche il suo allenatore, Luis García, sostituito da Juan Ignacio Martínez, messosi in bella mostra al Cartagena.

Caicedo potrebbe mancare tantissimo, anche perché pure il suo vice (Stuani, che chiamato in causa i gol li faceva) è partito, e i nuovi arrivi hanno altre caratteristiche. Aranda è un attaccante di movimento, tecnico quanto si vuole, pure capace di creare occasioni dal nulla (la sua carriera poteva essere molto migliore) ma difficilmente in doppia cifra; Arouna Koné invece è l’incognita delle incognite, fra infortuni e delusioni assortite a Siviglia. In ogni caso, non un finalizzatore. Le alternative poi le abbiamo viste già nella partita di Getafe, dove Martínez ha dovuto schierare un attacco composto da un centrocampista esterno, Valdo, e dalla seconda punta Rubén Suárez.

Qualche gol magari potrebbe arrivare dallo splendido sinistro di Barkero, esterno o trequartista, molto prolifico in Segunda col Numancia, l’acquisto forse di maggior richiamo di un club che deve fare le nozze coi fichi secchi. Con Barkero centrale, la fascia sinistra resterebbe di Juanlu, che garantisce profondità e rendimento. Senza dimenticare il marocchino El Zhar, prelevato dal Liverpool, che può dare vivacità (ce n’è molto bisogno) in tutte le posizioni della trequarti.

A centrocampo le caratteristiche dei Xavi Torres, Pallardó e Iborra dicono che difficilmente lo stile di gioco potrà cambiare rispetto alla scorsa stagione: 4-4-2 semplice, organizzato in fase difensiva, rubare palla e ripartire, giocare con concentrazione e aggressività. Difficilmente Martínez potrà proporre il “tiqui-taca” visto al Cartagena, anche se Farinós ha le qualità e i tempi di gioco per permettersi qualcosa un pizzico più elaborato.

La difesa dei vecchietti Javi Venta-Ballesteros-Nano-Juanfran (senza dimenticare Del Horno) aggiunge due ricambi: il terzino Pedro López, un altro assai scafato, e il 26enne argentino Cabral, che mi ricordo al centro della difesa dell’Argentina campione nel Mondiale Under 20 del 2005, quello di Messi.

Málaga

I protagonisti del mercato, dietro i soliti noti. Se Pellegrini la scorsa stagione subentrando in corsa non aveva proprio i giocatori più adatti per il suo calcio (erano adatti al calcio di Jesualdo Ferreira), quest’anno non ha scuse. Potrà sbizzarrirsi col suo quadrato (o rombo) di centrocampo, senza esterni veri, con l’imbarazzo della scelta.

Cazorla è chiamato ad essere il giocatore-chiave, conoscendo a menadito questo sistema di gioco, mentre abbiamo già parlato delle possibili difficoltà di adattamento di Joaquín sulla destra. Buonanotte è inferiore, ma ha più nel sangue il taglio per smarcarsi tra le linee, mentre Isco è il più atteso per quanto mi riguarda: il talento, sovrabbondante, potrebbe compensare pure le carenze atletiche. Difficile trovare spazio per Duda, uno dei giocatori di riferimento quando il Málaga era ancora una piccola squadra.

Il vero acquisto capolavoro però è Toulalan, il Marcos Senna che mancava a Pellegrini per completare le qualità di Apoño in cabina di regia. Il doble pivote di scorta, sicuramente meno desiderabile, è composto invece da Camacho (promessa ancora non mantenuta) e Maresca (onestamente passato di cottura). Le porte sembrano chiuse per il canterano Recio, che pure era stata la scoperta di Pellegrini la scorsa stagione.

Esperienza (forse troppa…) in difesa: Demichelis, nonostante il rendimento sul piano strettamente difensivo abbia lasciato fin qui a desiderare, rimane difficilmente discutibile anche per la sua capacità nell’impostare. Un primo passaggio fra i migliori della Liga, e che concede un vantaggio importante al Málaga in fase di possesso, per la facilità dell’argentino nel superare il pressing avversario e liberare compagni nelle zone più avanzate. Accanto a lui il 31enne Mathijsen, affermatosi come giocatore affidabile a livello internazionale, poco appariscente, lento ma dal buon senso della posizione. Il danese Kris Stadtsgaard (più che il nuovo acquisto Sergio Sánchez, un po’ sopravvalutato) è un buon rincalzo. Caballero fra i pali non ha sbagliato un colpo finora.

Sulla destra Jesús Gámez e nessun altro (fra i migliori terzini del campionato), a sinistra la buona intuizione di Pellegrini di arretrare Eliseu, che partendo dalle retrovie ha più spazio per sorprendere con la sua velocità, e che cresce anche sul piano difensivo. In alternativa comunque Monreal (pagato sin troppo, 6 milioni), non così esplosivo non così offensivo ma con buoni tempi e buone letture in entrambe le fasi.

In attacco, Van Nistelrooy potrebbe rivelarsi un acquisto più di nome che di sostanza. Conosce il mestiere, e i movimenti fra i centrali avversari, come nessuno, però gli anni si fanno sentire ed è sempre più difficile per lui arrivare per primo sul pallone. Pellegrini ha bisogno di questi movimenti degli attaccanti: preferisce le due punte più che il 4-2-3-1 perché così può allungare e allargare meglio le difese: una punta detta la profondità e l’altra svaria verso le fasce, così la difesa avversaria non può uscire a raddoppiare e il centrocampo senza esterni di Pellegrini può conquistare la superiorità nel mezzo.

Van Nistelrooy ha i migliori movimenti da prima punta ma poca energia, Rondón invece ha energia da vendere, Papelito Fernández non abbonda di tecnica e forza nei contrasti, ma come seconda punta è molto mobile e intelligente su tutto il fronte offensivo. Forse la scelta migliore è confermare proprio gli ultimi due, la coppia della passata stagione, e sfruttare il fiuto di Van Nistelrooy a partita in corso. Senza dimenticare il talento di casa (per alcuni supertalento) Juanmi.

Mallorca

Incazzato è dire poco. Michael Laudrup esprime tutta la sua contrarietà rispetto alla campagna acquisti condotta, in particolare sulla cessione dell’ultima ora di De Guzman al Villarreal, avvenuta senza aver preparato un adeguato ricambio (Marvin Ogunjimi del Genk è una scommessa, Tissone non proprio la stessa cosa dell’olandese/canadese).

Peccato perché la prima uscita con l’Espanyol aveva mostrato cose interessanti, oltre alla vittoria ottenuta grazie a un gol proprio di De Guzman (anche se con una fortunosa deviazione). Coralità, scambi fitti a centrocampo e un 4-4-2 senza punti di riferimento: Martí e De Guzman in mezzo al campo, ma da lì in avanti nessuna posizione fissa: il mancino Tejera che parte da destra e si accentra, Alfaro che da sinistra taglia per fare la seconda punta, la nuova punta israeliana Hemed che incrocia con lui e Nsue che è un attaccante di movimento per definizione.

È chiaro che senza De Guzman questo Mallorca manovriero sarà più difficile da proporre: accanto a Martí probabilmente scalerà Tejera, che ha buon piede e visione di gioco anche se è un po’lento nell’esecuzione. Gonzalo Castro avrà un posto di esterno, mentre è incerta la collocazione di Nsue e Alfaro, divisi fra fascia e attacco. Sulle fasce tutto sommato le alternative sono ampie, contando Pereira (rivelazione nella prima parte della scorsa stagione) e non dimenticando il discreto contributo fornito dal mancino (schierato però a destra) giapponese Akihiro Ienaga, acquisto invernale. Il canterano Pina e João Victor le alternative per il doble pivote.

È in attacco però che si concentrano le sacrosante preoccupazioni di Laudrup, che calcola “16 gol in meno” rispetto alla scorsa stagione, date le cessioni di Webó e De Guzman. Arduo individuare delle fonti alternative di gol: Nsue è utilissimo quanto a movimento ma sotto porta è un po’ negato, Alfaro ha segnato molto solo in Segunda, Víctor è un oggetto misterioso da sempre e rimane infine ingiusto caricare di responsabilità eccessive il nuovo arrivo Hemed, come sottolinea lo stesso Laudrup.

La difesa è il reparto uscito meglio dal mercato, anche se l’infortunio che terrà fuori a lungo il leader Nunes è una mazzata: accanto a Ramis lo sostituisce l’ex genoano Chico. Buon acquisto l’olandese Zuiverloon sulla fascia destra, mentre l’uruguaiano Pablo Cáceres rimpiazza la partenza di Ayoze al Deportivo.

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domenica, agosto 28, 2011

PRIMA GIORNATA: Granada-Betis 0-1: Rubén Castro 88'.

Comincia col piede giusto il Betis, ma dovrà comunque proporre qualcosa di più se vorrà dar credito a quelle previsioni più rosee che lo indicano come possibile squadra rivelazione della Liga 2001-2012 (previsioni alle quali Pepe Mel ha risposto senza falsa modestia: “e perché no?”).

Ci si aspettava di più da questo scontro fra neopromosse, onestamente bruttino. Povero di contenuti e personalità il Granada.

Pepe Mel lancia il poppante Vadillo (gli anni sono 16, non 17 come ho scritto in precedenza) sulla fascia destra, e per l’occasione rinuncia al consueto 4-4-2 asimmetrico per passare a una sorta di 4-2-3-1 che tende a diventare 4-3-3 per la propensione di Salva Sevilla, teorico trequartista, ad abbassarsi per dettare i tempi e per la posizione di Iriney e Beñat, che non si muovono mai sulla stessa linea in fase di possesso.

Dopo una fase iniziale in cui soffre l’entusiasmo del Granada e non trova il pallone, il Betis sembra prendere il controllo della gara, ma è un controllo alquanto sterile. Mancano gioco tra le linee e profondità: i due esterni, Jefferson Montero ma soprattutto Vadillo, non offrono quei tagli nel mezzo che, eseguiti puntualmente, assicurerebbero al Betis superiorità sul trio di centrocampisti centrali del Granada.

Manca quel rimescolamento di posizioni del miglior Betis, e così Iriney, Salva Sevilla e Beñat palleggiano orizzontalmente, senza colpo ferire. A questo aggiungiamo che l’unica punta è Rubén Castro, mobilissimo ma portato a svuotare l’area, e abbiamo un quadro completo del gioco un po’ piatto degli ospiti.

Ma se il fraseggio del Betis nelle zone interne è sterile, quello del Granada è inesistente. Davvero scolastica la proposta di Fabri: ripartenze, sovrapposizioni e cross al centro dell’area, generalmente con poche maglie biancorosse pronte alla conclusione. Tutto qui.

Rispetto alla scorsa stagione, il Granada ha perso un signor giocatore come Orellana, che dava quel po’ di elaborazione tra le linee, e lo ha rimpiazzato con Jaime Romero, mancino dal buon lancio che si è limitato a ricevere e cambiare gioco verso la fascia opposta, con Dani ”faccio-tutto-io” Benítez altrettanto improduttivo. L’unico “uuuyyyyyyy” per il pubblico di casa arriva da un calcio d’angolo incornato da Diego Mainz e sventato benissimo da Casto.

Nemmeno i cambi effettuati nell’intervallo (i due nuovi acquisti Carlos Martins e Yebda a fare compagnia a Mikel Rico, con Lucena retrocesso in difesa) hanno elevato il centrocampo dalle sue miserie, e la partita è andata sempre più dalla parte di un Betis pure non brillante. Mel toglie lo spaesato Vadillo per inserire Jorge Molina, e il pennellone qualcosa lo dà sempre, se non altro con quei movimenti fra i centrali, anche spalle alla porta, che regalano maggior spazio ai centrocampisti per le loro rotazioni e i loro inserimenti. Rimane un 4-3-3, con Rubén Castro a destra (perchè non seconda punta libera di svariare? Forse per tenere basso Siqueira?) ma con movimenti sicuramente più aggressivi. Il Betis si avvicina maggiormente al gol, anche se per realizzarlo ci vuole uno svarione di Lucena che apre la via al neo-entrato (al posto di Salva Sevilla) Jonathan Pereira, il quale assiste Rubén Castro per un comodo appoggio a porta vuota.

I MIGLIORI: ha trasmesso sicurezza la coppia di centrali del Betis, Mario-Dorado. Il primo molto deciso e rapido nell’anticipare (oltre che con un’elevazione notevole per la sua statura non eccezionale), il secondo sempre preciso, pulito e persino elegante nelle coperture e nel riavviare l’azione. Non è perfetto nel gioco di squadra, ma sono assolutamente degni di nota gli spunti palla al piede di Jefferson Montero, che in certi momenti, sfruttando soprattutto una maggior agilità nei primi metri, brucia persino quel treno di Nyom!

I PEGGIORI: Ighalo, come già capitato in alcune gare dei playoff, fa rimpiangere l’assenza del bomber Geijo. L’arsenale offensivo del Granada per questa stagione in Primera lascia più di un dubbio. Vadillo non ci capisce molto, si nota tutta l’inesperienza, sia senza palla che nelle scelte palla al piede. Si intravedono numeri interessanti (fisicamente direi che ricorda più il primo Cristiano Ronaldo, magro come un chiodo, che Joaquín), ma insomma dovrebbe essere ancora presto per lanciarlo in pianta stabile e per sacrificare il 4-4-2 asimmetrico, con un solo esterno di ruolo. Quell’unico esterno per ora non può che essere Montero, il ragazzino può comunque tornare utile a partita in corso.

Granada (4-1-4-1): Roberto; Nyom, Pamarot (1’ s.t. Carlos Martins), Diego Mainz, Siqueira; Lucena; Jaime Romero (21’ s.t. Mollo), Abel (1’s.t. Yebda), Mikel Rico, Dani Benítez; Ighalo.

Betis (4-2-3-1): Casto; Chica, Mario, Dorado, Nacho; Iriney, Beñat; Vadillo (6’ s.t. Jorge Molina), Salva Sevilla (41’ s.t. Jonathan Pereira), Montero (47’ s.t. Álex Martínez); Rubén Castro.

Gol: Rubén Castro 43’ s.t..

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giovedì, giugno 16, 2011

SEGUNDA/PLAYOFF PROMOZIONE/FINALE (andata): Granada-Elche 0-0.

Per favore, togliete i rigori al Granada. D’accordo, è proprio così che ha superato il Celta, però se ai due rigori sbagliati quella sera da Dani Benítez nei tempi regolamentari aggiungiamo i due falliti allo scadere da Abel ieri, la cosa assume i contorni della maledizione. Cambia il rigorista ma non il risultato: fallito il primo tentativo, l’arbitro fa ripetere, e dopo un'attesa eterna fra un rigore e l’altro, esplode la frustrazione: al fischio finale l’allenatore di casa, Fabri, è tarantolato e la cosa peggiore è che non ha nessuno con cui prendersela. Dopo un primo tempo stentatissimo, il Granada aveva accumulato nella ripresa meriti più che sufficienti per portarsi in vantaggio. Non deve comunque disperare: sembra superiore al suo avversario, e sabato potrà contare sul valore doppio dei gol in trasferta.

Rispetto alla vittoria col Valladolid, Pepe Bordalás opta per uno schieramento più difensivo: Generelo, solitamente al lato di Mantecón, avanza dietro l’unica punta, mentre sia Kike Mateo che David Sánchez, i due trequartisti di ruolo (seppure dalle caratteristiche molto diverse), restano in panchina. Fabri invece conferma l’undici del ritorno col Celta.

Il Granada non parte forte come l’ultima volta, perché trova un avversario difensivamente molto più reattivo rispetto al Celta. Da quel poco che ho visto, l’Elche sembra rispondere allo stereotipo storico della squadra di Segunda: una categoria nella quale il minor tasso tecnico impone necessariamente un gioco più spezzettato, meno fraseggi e più tatticismo duro e puro. Uno stereotipo messo in crisi nelle ultime stagioni da squadre portate anche nella serie inferiore a proporre un gioco più rispondente ai canoni consolidati della scuola spagnola (possesso-palla e niente punti di riferimento dalla trequarti in su), vedi il Betis dominatore di quest’anno, ma che l’Elche ripropone con argomenti molto solidi. Delle quattro qualificate ai playoff è sicuramente la più debole qualitativamente, eppure al termine della “regular season” è arrivata davanti alle altre. Qualche merito lo avrà.

Elche che in fase di non possesso disegna un 4-4-2: Generelo rimane sulla stessa linea di Ángel per chiudere le linee di passaggio dei difensori del Granada, mentre il resto della squadra pratica una marcatura molto aggressiva, quasi giocando a uomo nelle zone di competenza, al fine di neutralizzare la linea di mezze punte del Granada. Orellana, Collantes e Dani Benítez ricevono sempre spalle alla porta, braccati rispettivamente da Acciari (che rimane più bloccato davanti alla difesa rispetto a Mantecón), Albacar e Carpio. Al tempo stesso, i due centrali (specialmente Pelegrín) escono coi tempi giusti dalla linea difensiva per ostacolare a turno Ighalo in quel lavoro di boa che tanto bene aveva svolto nel ritorno col Celta.

Quando poi entra in possesso del pallone, l’Elche non si fa problemi a spazzare subito verso l’attacco, per non correre rischi e mantenere un buon numero di uomini dietro la linea della palla in transizione difensiva, cioè nel momento in cui la perde. Quando invece opta per l’attacco manovrato, non manda avanti molti uomini (fa leva più che altro sui movimenti in appoggio di Mantecón e Generelo, i due centrocampisti più geometrici, e di Ángel, il piccoletto dell’attacco che spesso e volentieri cerca spazio di manovra tagliando verso le fasce) e si preoccupa di finalizzare sempre l’azione, anche con un tiro dalla distanza, per evitare di concedere contropiedi agli avversari.

In questo gioco spezzettato per il Granada diventa difficilissimo concatenare più attacchi: tiene più palla, ma non entra mai veramente in partita. Difficoltà a iniziare l’azione (l’appoggio di Abel e Mikel Rico ai difensori lascia a desiderare), ricerca insistita del lancio in diagonale verso Dani Benítez in mancanza di altre idee (un cambio di gioco per essere efficace deve avvenire col sistema difensivo avversario sbilanciato verso un solo lato, ma non è questo il caso), qualche calcio d’angolo, qualche spunto delle individualità (anche in un contesto tattico non ideale, Dani Benítez non fa mancare la sua solita percussione, stavolta conclusa con un tiro da fuori che finisce a lato).

Nella ripresa cambia il quadro, perché già nei minuti iniziali il Granada si avvicina più volte di quanto non abbia fatto in tutto il primo tempo. Più che cambiare qualcosa nel Granada, che mantiene gli stessi giocatori e gli stessi movimenti, è l’Elche che affaticato perde intensità nella sua strategia. Generelo pian piano abbandona Ángel per situarsi all’altezza degli altri centrocampisti, non c’è più una prima linea efficace di pressione, e a catena questa minore intensità nello sforzo difensivo dà più respiro ai giocatori del Granada, che hanno tempo e opportunità di giocare fronte alla porta: magari un difensore porta palla indisturbato, allora un centrocampista dell’Elche accenna la pressione, ma non è accompagnato e perciò lascia libero un centrocampista avversario. Orellana comincia a farla da padrone col suo movimento sulla trequarti, e poi si aggiunge anche l’ingresso di Geijo (finalmente tornato disponibile) a dare più incisività all’attacco andaluso: proprio Geijo, smarcato da un gran passaggio filtrante d’esterno di Abel, colpisce il palo, e poi qualche minuto dopo ancora un altro legno, traversa di Abel, sulla quale Collantes ribatte in rete ma si vede annullare il gol per un controllo di mano (il replay non chiarisce). E questo non è ancora niente a ciò che succederà nel recupero...

I MIGLIORI: Se Dani Benítez è il giocatore più vistoso del Granada, il più “giocatore” è Orellana, che più che procedere per spunti fa giocare meglio chi gli sta attorno. Uno scoiattolo, tecnicamente molto abile e rapido sul breve (penalizzato però dal fisico nei contrasti),con un gran senso del gioco, sia per la capacità di smarcarsi senza palla che per i tempi di gioco quando ne entra in possesso: tagli, uno-due rapidi, controlli un po’ più prolungati per aspettare che i compagni si smarchino...sa sempre cosa fare. Positivo l’ingresso di Geijo: riesce a fare quello che non riusciva a Ighalo spalle alla porta, e poi offre ben altra consistenza quando deve dettare la profondità o muoversi in area di rigore. Fa soffrire Pelegrín, che su Ighalo era stato perfetto.

I PEGGIORI: Ighalo torna a offrire una prestazione deboluccia, sottotono gli esterni dell’Elche: corsa e poco altro da Xumetra, mentre Cristóbal, uno dei più tecnici dell’Elche (centrocampista offensivo in prestito dal Villarreal B), è troppo intermittente: dovrebbe farsi sentire di più sia nell’uno contro uno che nell’appoggio alla manovra.



Granada (4-2-3-1): Roberto; Nyom, Iñigo López, Diego Mainz, Siqueira; Abel, Mikel Rico; Collantes, Orellana, Dani Benítez; Ighalo (65’ Geijo).
In panchina: José Juan, Jonathan Mensah, Parraga, Lucena, Óscar Pérez, Calvo, Geijo.

Elche (4-4-1-1): Jaime; Carpio, Samuel, Pelegrín, Edu Albacar (82’ Vasco Fernandes); Xumetra (84’ Kike Mateo), Mantecón, Acciari; Generelo, Cristóbal (60’ Santos); Ángel.

In panchina: Leandro, Vasco Fernandes, Héctor Verdés, Kike Mateo, David Sánchez, Bodipo.


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domenica, giugno 12, 2011

SEGUNDA/PLAYOFF PROMOZIONE (ritorno semifinale): Granada-Celta 6-4 dopo i calci di rigore (1-0 tempi regolamentari).

Granada (4-2-3-1): Roberto; Nyom, Íñigo López, Mainz, Siqueira (Rubén, m. 71); Abel, Rico, ; Collantes (Carlos Calvo, m. 67), Orellana, Dani Benítez; e Ighalo (O. Pérez, m. 113).
Celta (5-4-1): Yoel; Hugo Mallo, J. Vila, Ortega (Álex López, m. 46), Catalá, R. Lago; Dani Abalo (De Lucas, m. 58) López Garai (Trashorras, m. 58), Bustos, Michu; Iago Aspas.

Gol: 1-0. M. 20. Orellana.

Árbitro: Lesma López. Expulsó por doble amarilla a Roberto Lago (m. 112). Amonestó a Abel, Íñigo López, Carlos Calvo, Ighalo, Dani Benítez, Nyom, Ó. Pérez, Bustos, Iago Aspas, Michu y Hugo Mallo.

Los Cármenes: 16.200 espectadores. Resultado global: 1-1. En los penaltis, Granada, 5 (falló Carlos Calvo); Celta, 4 (fallaron Michu y Catalá).


Vabbe’, si fa prima a dire cosa non è successo in questa partita: 25 tiri per il Granada, 17 per il Celta, 10 occasioni per i primi, 8 per i secondi, due pali a testa, due rigori sbagliati nei tempi regolamentari dalla stella di casa Benítez, Trashorras che dopo aver colpito la traversa con una punizione da museo si inventa un pallonetto da più 30 metri, defilato praticamente sulla linea del fallo laterale, e becca l’incrocio dei pali…ma poi ci sono anche due espulsi nel Celta, l’ultimo dei quali durante la serie di rigori (Iago Aspas, addirittura per aver zittito il pubblico), un gol dubbio annullato sempre al Celta e altri innumerevoli episodi che tentare di riassumere è fatica improba.

Alla fine resta un’amarezza indicibile per il Celta, che con Michu aveva pure avuto il match-ball durante la serie di rigori. Difficile pesare i meriti rispettivi in una serata del genere: vince chi vince, e ora il Granada aspetta la superstite di Elche-Valladolid. Allora sì che avremo la ventesima squadra della Primera 2011-2012.

L’intenzione necessariamente più offensiva del Granada rispetto all’andata la denuncia già la formazione: Fabri deve ancora fare a meno di Geijo, ma cerca comunque più sostegno offensivo ad Ighalo passando al 4-2-3-1, con il sacrificio di Lucena, stopper davanti alla difesa, in favore di una mezzapunta in più, Collantes che rileva la fascia destra da un Orellana spostato al centro della trequarti. Paco Herrera invece conferma la difesa a 5, ma al posto di Túñez c’è Catalá, mentre parte titolare quel “tridente B” (Dani Abalo e Michu esterni e Iago Aspas unica punta) che all’andata tanto aveva funzionato a partita in corso.

Per un’abbondante mezzora c’è solo il Granada, come dimostrano la traversa e il gol di Orellana ma anche il fatto che il Celta non riesce ad uscire dalla propria metacampo. I padroni di casa impongono un ritmo altissimo e forzano la difesa galiziana a partire dalle sovrapposizioni degli esterni. Nyom-Collantes a destra e soprattutto Siqueira-Dani Benítez a sinistra, uno spettacolo di tecnica in velocità. Poi Ighalo fa benissimo da boa, anticipa quasi sempre i movimenti dei tre centrali avversari, e apre spazi per gli inserimenti dei compagni dalla trequarti. Così nasce il gol del vantaggio di Orellana.

Il Celta è intrappolato. Baricentro troppo basso e incapacità a distendersi nei primi passaggi. Troppo piatto il doble pivote López Garai-Bustos, manca quel momento di pausa, di respiro che dia i tempi giusti per salire a tutta la squadra, soprattutto ai terzini che nel sistema di Paco Herrera dovrebbero essere due terzini-ala e invece in questa fase rimangono troppo bassi, inchiodati. Michu, un incursore, e Dani Abalo, un’ala, non hanno poi le capacità per aiutare il centrocampo e dettare i tempi, e Iago Aspas, per quanto sempre molto attivo nel fornire l’appoggio (ottime doti di palleggio e utili movimenti senza palla, sia a venire incontro che a defilarsi leggermente verso la fascia destra), rimane così isolato.

Col Celta bassissimo nella sua area e costretto a continue respinte affannose sulla grandinata di cross di Benítez & C., per il Granada è facilissimo recuperare la palla subito sulla trequarti. Questo finchè c’è la benzina, perché la strategia degli andalusi è comunque molto dispendiosa (non si tratta di un possesso-palla insistito, con la possibilità quindi di abbassare un po’ i ritmi, ma di un continuo attaccare gli spazi), e verso la mezzora costringe a rifiatare. La partita si equilibra perché il Granada cede necessariamente qualche metro e il Celta può giocare i primi passaggi senza pressione, abbozzando pure una superiorità numerica in mezzo, con la presenza costante di Michu alle spalle del doble pivote Abel-Mikel Rico, che mostra qualche lacuna in questa fase difensiva nella propria metacampo (soprattutto Abel, che di ruolo sarebbe più trequartista). Abalo segna anche un gol, ma se lo vede annullare per un non meglio precisato fallo su un difensore.

Paco Herrera coglie la necessità di guadagnare peso, e soprattutto idee, a centrocampo, inserendo al centro della trequarti Álex López, protagonista nel gran Celta del girone d’andata ma poi progressivamente ai margini della formazione titolare. Esce Sergio Ortega, così il Celta passa al 4-2-3-1. Non trova però ordine nei suoi attacchi, perde palla dove non deve e così dà il via alla fase “pazza” della partita, col Granada che ha gli spazi per colpire in contropiede. Dani Benítez si sbizzarrisce, e con una delle sue follie palla al piede fa fuori mezza difesa originando l’azione che poi porterà al rigore su Ighalo. Peccato però che lo stesso Benítez fallisca dal dischetto, fintando alla perfezione per spiazzare Yoel ma facendo terminare sul palo il suo lento rasoterra.

Il Celta rientra in gara, con la testa ma anche con una buona mossa dalla panchina (pesante invece l’uscita per infortunio di Siqueira nel Granada). Buona anche se scontata, perché si sa che quei due, De Lucas e Trashorras, prima o poi dovranno entrare. La bontà della mossa di Paco Herrera (escono Dani Abalo e López Garai) risiede più che nei due giocatori subentrati nell’arretramento di Álex López accanto a Bustos. Così il Celta rompe l’orizzontalità del suo doble pivote titolare, prevalentemente difensivo, e guadagna linee di passaggio in avanti, grazie anche ai movimenti fra le linee di De Lucas e Trashorras, continuamente portati a scambiare le posizioni con Michu. Iago Aspas poi si mangia un gol a tu per tu con Roberto, smarcato da De Lucas.

Si apre una fase tipica di queste partite, nella quale la stanchezza e il peso della posta in palio allungano le squadre, lasciando che a decidere siano la saldezza mentale e le individualità. Pure Trashorras, che nei primi minuti dal suo ingresso sembrava molto prossimo alla soglia dell’addormentamento, comincia a prendere le misure, alzare la testa e fare quello che sa, anche se prima bisogna passare per un altro legno colpito da Orellana, allo scadere dei tempi regolamentari, e per un altro rigore (invero un po’ severo) clamorosamente sbagliato da Benítez, che stavolta, si vede, non è sfortunato e lo calcia proprio male, preso dall’ansia.

Via libera al Trashorras-show, con la traversa su punizione e l’inverosimile incrocio dei pali da posizione defilata. Solo queste genialità individuali però possono avvicinarsi a sbloccare una partita destinata ai rigori (tanto che nei supplementari Fabri ormai preferisce non rischiare e sacrifica Ighalo (stavolta ottimo) per aggiungere Óscar Pérez davanti alla difesa).

Carlos Calvo spara sopra la traversa, ma Michu lo imita proprio al rigore decisivo per il Celta. Sull’onda emotiva, lo stesso portiere Roberto del Granada trasforma il rigore successivo, il primo ad oltranza, mentre la stessa onda emotiva travolge Catalá: a mezza altezza, non troppo forte, parato. Un altro annetto all’Inferno per il Celta.

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giovedì, giugno 09, 2011

SEGUNDA/PLAYOFF PROMOZIONE: Celta-Granada 1-0 (Michu, 77')

Forse così semplice non era. La vigilia era stata animata dalle dichiarazioni disinvolte dei giocatori del Granada, che esprimevano contentezza per un abbinamento a loro dire favorevole: il Celta era considerata la squadra meno problematica del lotto (Elche-Valladolid l’altra semifinale) destinato a contendersi la terza piazza alle spalle di Betis e Rayo, già promosse.

E invece ora il manico del coltello lo impugna il Celta, che si avvantaggia in quest’andata e ha nel rendimento esterno un suo punto di forza. Anche il Granada però in casa è un rullo compressore, quindi sarà ancora tutto da decidere. Un’incertezza e un timore reciproco, al di là delle spacconate della vigilia, evidente già ieri sera: la partita è stata brutta perché entrambe le squadre, vuoi per la tensione vuoi per la paura, non hanno valorizzato le loro prerogative fino in fondo, limitandosi a non rischiare. Intanto però il gol di Michu, per quanto non molto giustificato dagli sviluppi della partita, è un bel colpo.

Assenza pesante per il Granada quella del bomber Geijo (24 gol), sostituito dall’acerbo Ighalo, uno dei tanti prestiti di questa sorta di “Udinese B”. Manca anche Juande, l’ex Betis: davanti alla retroguardia il piano B prevede l’avanzamento del difensore centrale di ruolo Lucena. Tutti disponibili invece nel Celta, dove il vero dilemma è la formazione: difesa a 4 o a 5? Paco Herrera sceglie la seconda opzione, confermando la svolta tattica che ha caratterizzato il finale di stagione della squadra galiziana. Svolta che aveva portato in alcune gare ad accantonare addirittura il cosiddetto “tridente” (anche se la punta di fatto è solo una) composto da Trashorras e De Lucas alle spalle di David Rodríguez, che invece era stato il punto di forza del gran girone d’andata del Celta. Stavolta nessuna sorpresa, ci sono tutti e tre.

Trovandosi di fronte le due squadre col miglior contropiede della categoria, la domanda della vigilia era: chi assumerà il peso della partita? Chi vorrà il possesso-palla? Sin dai primissimi minuti, si capisce chiaramente che il Celta volente o nolente deve fare la partita, e che il Granada aspetta e riparte.

CELTA (5-4-1)

------------------Yoel-------------------

-------J.Vila---S. Ortega---Túñez---

-H.Mallo-----------------------R. Lago

--------López Garai---Bustos--------

---De Lucas------------Trashorras---

--------------D. Rodríguez-------------

GRANADA (4-5-1)

------------------Roberto-----------------------

Nyom-- Iñigo López—-D.Mainz—Siqueira

-------------------Lucena--------------------------

Orellana---Abel-----Mikel Rico--Dani Benítez

--------------------Ighalo---------------------------

Semplificando coi due giocatori più rappresentativi, la chiave della partita del Granada consiste nel liberare in contropiede Dani Benítez, micidiale in campo aperto; per il Celta invece il giocatore da liberare è il geniale Trashorras, cui tocca poi innescare movimenti in profondità di David Rodríguez e i tagli a ridosso dell’area di rigore di De Lucas.

Il contesto tattico potrebbe offrire un vantaggio al Celta schierato con tre difensori centrali. Tre contro un solo attaccante andaluso: c’è quindi un bel latifondo a disposizione dei difensori di casa quando iniziano l’azione. Solo con un loro ruolo attivo nell’impostazione si può poi creare superiorità anche a centrocampo: il difensore che porta palla dovrebbe chiamare fuori i mediani del Granada, e così allentare le marcature su Trashorras e De Lucas sulla trequarti.

In più questa difesa a cinque vede i due terzini (Hugo Mallo e Roberto Lago) in posizione molto avanzata ad inizio azione: altra potenziale incertezza per il sistema difensivo del Granada, perché se Orellana esce a pressare alto sul centrale che imposta (Túñez ) libera Roberto Lago alle sue spalle, ma Roberto Lago non se lo prende nessuno, perché il terzino destro del Granada ha già Trashorras nella sua zona. Se invece Orellana non pressa alto ma segue Roberto Lago, allora il rischio è che il cileno ripieghi troppo, e che allontanandosi tanto dall’attacco il Granada veda compromessa la propria transizione offensiva quando recupera palla. Discorso speculare per l’altra fascia.

Questo stratagemma della difesa a 5 utilizzata in chiave offensiva sta diventando negli ultimi tempi una moda fra alcuni allenatori spagnoli, si pensi a Lotina nel Deportivo 2008-2009, o ad alcune versioni del Valencia di Emery quest’anno. Il problema però è che per il Celta questo resta un discorso sulla carta. Jonathan Vila, Sergio Ortega e Túñez rimasticano palloni orizzontali nella loro metacampo, nessuno si prende la responsabilità di avanzare e cercare il passaggio smarcante, e quindi mentre i due mediani Bustos e López Garai son costretti ad abbassarsi troppo, Trashorras non riesce ad entrare in partita. Questo nel migliore dei casi, perché nel peggiore la palla viene lanciata a casaccio senza alcuna speranza, anche perché David Rodríguez non ha le caratteristiche per battagliare spalle alla porta con i centrali del Granada. In tale contesto, tre difensori contro un solo attaccante rappresentano uno spreco per il Celta.

In tutto questo, la prima occasione (a voler essere generosi) arriva al 20’: la confusione del Celta ad inizio azione genera una palla persa a centrocampo, Benítez ha spazio per una delle sue cavalcate alla Gareth Bale (comincia a fare caldo, quindi questa passatemela per favore) e defilato scarica un gran sinistro non troppo lontano dall’incrocio. Anche il Granada però sinceramente delude: va bene che non soffre, ma è troppo conservatore, punta tutto sulle partenze isolate di Benítez senza coinvolgere minimamente ottimi giocatori di manovra come Abel, Mikel Rico e soprattutto Orellana.

Qualcosina, non troppo, si muove nell’ultimo quarto d’ora del primo tempo, perché il Granada accenna ad aprirsi e perché il Celta è leggermente più efficace nel trasmettere palla dai centrali ai terzini e da qui liberare Trashorras e De Lucas tra le linee. Specialmente De Lucas, protagonista delle due uniche occasioni dei padroni di casa: al 34’ un inserimento dentro l’area e destro incrociato a lato su sponda aerea di David Rodríguez; al 42’, liberato fuori dall’area proprio dal movimento di cui si parlava sopra, con un destro che rimbalza davanti costringe Roberto a respingere sui piedi di Trashorras, che però da due passi non concretizza.

Nella ripresa il Granada sembra cambiare atteggiamento: comincia ad alzare i suoi di terzini, il brasiliano Siqueira a sinistra (tecnico e manovriero, alla Maxwell/Filipe per intenderci) e il francese Nyom a destra (di origini africane, enorme facilità di corsa) e prova ad alzare il baricentro difendendosi col pallone.

Nonostante due tentativi (al 51’ De Lucas da fuori area e al 55’ Trashorras a girare verso il secondo palo) il Celta sembra perdere terreno. Si intravede un punto debole nel suo schieramento: con una manovra più corale nella metacampo avversaria, il Granada può mettere in inferiorità numerica il Celta sulle fasce. I triangoli Siqueira-Benítez-Mikel Rico a sinistra e Nyom-Orellana-Abel a destra costringono i due mediani di casa, Bustos e López Garai a spostamenti laterali sin troppo accentuati, perché De Lucas e soprattutto Trashorras faticano a ripiegare in aiuto ai terzini. C’è quindi più spazio sulla trequarti per uno come Orellana, più a suo agio tagliando verso il centro in questo gioco di scambi corti. Comunque anche questo ,come quello del Celta nel primo tempo, rimane un vantaggio tattico soltanto sulla carta, perché Ighalo fa il solletico e non arrivano nemmeno incursioni dai centrocampisti.

Paco Herrera legge in ogni caso bene la partita, e progressivamente sostituisce il tridente titolare con il “tridente B” visto prima dei playoff. Prima esce David Rodríguez per Iago Aspas (più seconda punta, più portato a venire incontro al pallone), poi De Lucas per Dani Abalo (più ala), infine lascia il campo Trashorras per Michu.

I due nuovi esterni, freschi, consentono maggior compattezza nei ripiegamenti, ed è proprio Michu a decidere l’incontro: su una palla persa al limite dell’area la difesa granadina si trova scoperta, cross basso di Hugo Mallo che attraversa tutta l’area piccola, Nyom si dimentica di chiudere in diagonale e Michu indisturbato realizza sottoporta. Fabri reagisce buttando dentro tutte le sue opzioni offensive, a dire il vero tutte mezze punte più che attaccanti (Collantes, Calvo e Óscar Pérez), ma l’occasionissima capita sui piedi di Lucena, che in mezzo alla mischia raccoglie una punizione dalla trequarti di Abel ma si fa chiudere lo specchio da Yoel. Nulla è perso, sabato sera a “Los Cármenes” si vedrà.

I MIGLIORI: Naturalmente il match-winner Michu. Ventisei anni, centrocampista mancino abbastanza atipico, non è né un regista né un mediano bloccato davanti alla difesa né un trequartista: piuttosto un incursore che può partire da mezzala in un centrocampo a tre o anche da falso esterno come fa ultimamente. Sempre pronto a partire a ridosso degli attaccanti per inserirsi, il gol ne riassume bene le caratteristiche. L’altezza poi lo rende prezioso anche come torre sui rinvii dei difensori.

Positivo anche l’ingresso di Iago Aspas, che partecipa molto alla manovra e la vivacizza con qualche spunto. Bene Roberto Lago, terzino che si adatta bene alla difesa a 5 perché ha una buona propensione offensiva che gli permette di coprire tutta la fascia senza problemi e qualche volta persino puntare nell’uno contro uno come un’ala.

I PEGGIORI: La colpa non è solo sua perché tutto il Granada non lo agevola, ma da un giocatore fuori categoria (nel senso che dovrebbe stare in Primera) come il nazionale cileno Orellana ci si aspetterebbe qualcosa in più. Troppo inconsistente Ighalo. Nel Celta, sottotono Trashorras.

Celta (5-2-2-1): Yoel; Hugo Mallo, J. Vila, Sergio Ortega, Túñez, R. Lago; Bustos, López Garai; De Lucas (Dani Abalo, m. 66), Trashorras (Michu, m. 71); David Rodríguez (Iago Aspas, m. 56).

No utilizados: Sergio, Murillo, Álex López, Joan Tomás

Granada (4-1-4-1): Roberto; Nyom, Íñigo López, Mainz, Siqueira; Lucena; Orellana (Collantes, m. 78), Abel (Óscar Pérez, m. 90), Mikel Rico, Dani Benítez; Ighalo (Carlos Calvo, m. 89).

No utilizados: José Juan, Rubén, Granada, Álex Cruz.

Árbitro: Del Cerro Grande. Amonestó a De Lucas, Iago Aspas, Dani Benítez y Nyom.

Goles: 1-0, m. 77, Michu

Incidencias: Balaídos. Unos 20.000 espectadores.

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