lunedì, gennaio 16, 2012

Loro soffrono, lo spettatore gode.

La Liga scozzese ma livellata verso l’alto offre un nuovo capitolo. Madrid e Barça vincono, non sia mai, ma vedono i sorci verdi contro Mallorca e Betis che ribadiscono come, dopo il derby di Barcellona della scorsa settimana, il dominio delle prime due non sia certo demerito delle altre diciotto.

Stranissima partita quella del Barcelona, che non dava la sensazione di controllo totale nemmeno sul 2-0 dopo dieci minuti. Strana come strano era il centrocampo di Guardiola. Con la difesa a tre è FONDAMENTALE che il centrocampista del lato opposto a quello dove si trova il pallone si allarghi per ricevere il cambio di gioco. Poi può pure accentrarsi, ma deve sempre offrire questo riferimento iniziale. Solo così il Barça può concretizzare il vantaggio della difesa a tre e creare superiorità, perché se l’avversario difende con un 4-4-2/4-2-3-1 può coprire sulle fasce solo con due giocatori (perché il doble pivote è già impegnato da Messi e Fàbregas), il terzino e l’esterno, mentre il Barça ne aggiunge un terzo.
Quindi, se sul lato destro porta palla Puyol, Iniesta si allarga sul lato opposto, quasi un terzo esterno fra Abidal e Alexis. Se l’avversario si sposta verso Puyol, scopre Iniesta, se non si sposta verso nessun lato ha troppo campo da difendere in ampiezza e magari lascia più spazio centralmente per Messi e Fàbregas. È questa la “superiorità di posizione” che cerca sempre il Barça, e che il modulo con la difesa a 3 dovrebbe esaltare. L’ha esaltata in altre partite, ma non in quella di ieri.
Iniesta è forse il più bravo di tutti nell’interpretare questo movimento, allontanarsi un po’ da chi porta palla per smarcarsi negli spazi intermedi, “zone di nessuno”. Per questo ha sorpreso la sua posizione ieri, molto accentrata, troppo accentrata, non si sa se per preciso volere di Guardiola o per ispirazione sua (e bisogna dire che se tatticamente ha lasciato questi dubbi, col pallone fra i piedi è stato ispiratissimo, anche se una sua palla persa ha avviato il 2-2 del Betis); a un certo punto del primo tempo si è pure scambiato con Xavi, che è passato a sinistra e per sue caratteristiche ha accentrato ancora di più la manovra.
Troppo schiacciato il rombo (o pentagono) blaugrana centrale, e se a questo aggiungiamo che Alexis tagliava troppo presto, si capisce come il Barça non riuscisse a distendersi col massimo ordine. Cesc Fàbregas è il “meno peggio” in questo contesto tattico: più di una volta è lui a compensare questi squilibri allargandosi negli spazi che dovrebbero essere di Iniesta, Xavi e soprattutto Messi (male, nonostante i tre gol).
Nonostante questo, il Barça riesce a passare in vantaggio e creare occasioni ugualmente, perché pur restringendoseli da solo, in quegli spazi risibili è capace di cose che voi umani non potete immaginare, e perché qualche pecca nella sua fase difensiva il Betis come sempre la mostra (Salva Sevilla ripiega poco e sceglie male quando temporeggiare e quando accorciare su chi porta palla; la difesa gioca alta e si fa sorprendere alle sue spalle, sulle verticalizzazioni).
Il Barça non si distende bene e quando perde palla non è ben piazzato per la transizione difensiva. Il Betis, dopo la crisi di fede e le tentazioni difensiviste di Mel, è tornato al modulo e allo stile di gioco tipico della promozione e della striscia positiva di inizio campionato. Due punte (Rubén Castro e Jorge Molina) bloccano i tre difensori blaugrana, e con Jefferson Montero largo a destra creano spazio al falso esterno Salva Sevilla, che in più di un’occasione può ricevere palla fra le linee e rifinire. Valdés impegnato più del solito (basta dire che prima di ieri il Barça in casa aveva subito zero gol).
Guardiola ha raddrizzato la rotta nella ripresa, passando alla difesa a 4 dopo il pareggio del Betis. Questa non è la parola ultima definitiva inappellabile sulla questione “difesa a 3 o difesa 4?”, vuol dire soltanto che ieri ha funzionato meglio la difesa a 4. Con Alves e Messi (solo in partenza) sulla destra e Iniesta (lui più largo di Messi) e Abidal sulla sinistra, i blaugrana hanno avuto più riferimenti per allargare il gioco e quindi anche le maglie del Betis, creando perciò più spazio pure al centro, questo anche prima dell’espulsione di Mario.
Da centravanti, Alexis ha tolto le castagne dal fuoco con uno dei suoi generosi e incisivi movimenti ad allungare la difesa avversaria. Il problema del cileno è l'eccessiva precipitazione nelle scelte effettuate con e senza palla.

Se guardiamo al numero di occasioni non è così, ma nel rapporto fra mezzi e gioco prodotto si può dire che il Mallorca di sabato meritava di vincere. Caparrós si conferma un animale da bassifondi: limitato quando ha giocatori di talento che richiedono qualcosa di più elaborato, bravo come pochi a fare le nozze coi fichi secchi. Nel caso del Mallorca sono secchissimi, quindi scommetto che si salverà. Giocando un calcio così, tanto pragmatico, intenso e determinato, l’esito è per forza quello.
Il problema iniziale contro il Real Madrid è come affrontare la sua prima linea di tre, con Xabi Alonso che si abbassa ad aiutare Pepe e Ramos in fase di possesso per poi aggiungersi al centrocampo. Pressarla è difficile perché apre il campo e da qualche parte filtra, allora l’idea di Caparrós è stata semplicemente di ignorare questa prima linea, non studiare nessuna marcatura specifica su Xabi Alonso (in un periodo evidente di calo, a dir la verità) e concentrarsi semmai sulle linee di passaggio che il Real Madrid poteva creare più avanti, sulla trequarti. Quindi i due attaccanti Víctor e Hemed ripiegano nella loro metacampo, mentre i centrocampisti centrali Tissone (gran prestazione) e Joao Victor si abbassavano vicino ai difensori centrali (bassissimi per non lasciare a Ronaldo & C. l’opportunità di scattare alle proprie spalle), “intrappolando” Özil, Cristiano Ronaldo e Benzema, senza spazi per ricevere tra le linee. Michael Pereira, esterno destro, seguiva Marcelo, mentre l’esterno sinistro Castro tendeva più a stringere vicino a Tissone e Joao Victor che a coprire la fascia.
In tal modo il Mallorca inaridiva le fonti di gioco principali del Real Madrid e lasciava relativamente scoperta la fascia destra, dove però i merengue possono produrre ben poco. Arbeloa può sorprendere solo una volta che gli viene liberato lo spazio per sovrapporsi, non certo portando palla, mentre Callejón non è un riferimento sul quale allargare il gioco per cercare poi il fondo, come invece avverrebbe con l’assente Di María. L’ex Espanyol è un esterno portato a tagliare centralmente, ma non per fare il rifinitore, al massimo per cercare l’inserimento in area. Non può creare gioco.
Il Mallorca così controlla e riparte alla perfezione, appoggiandosi sul gran lavoro in appoggio di Víctor (non vedrebbe la porta nemmeno se la allargassero fino alle bandierine, però ha un certo senso del gioco) che libera le ripartenze di Castro e Pereira, i quali hanno una certa facilità di corsa in campo aperto. Tutto molto da Caparrós.
Mourinho reagisce alla sua maniera, aggiungendo giocatori offensivi fino a restare con soli tre dietro, uno dei quali è Coentrão (sostituito Marcelo, anche lui in calo come Xabi). Più che Kaká è una buona mossa l’arretramento di Özil al posto di Lassana Diarra: il tedesco se non altro riceve più libero dalle marcature che lo soffocavano dalla trequarti e imposta qualche passaggio un po’ più verticale e incisivo di Lass. Gioca con un 3-3-4 il Madrid, non molto ordinato, si sbilancia e rischia anche un gol in contropiede (Víctor scatta dietro la linea di metacampo, lì il fuorigioco non vale ancora: erroraccio) ma alla fine più con la caparbietà (si scrive caparbietà si legge Higuaín) che con il gioco ottiene tre punti potenzialmente molto pesanti.

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domenica, dicembre 11, 2011

La rincorsa continua.


Non è ancora il momento. Non si sa quanto per calcolo, non si sa quanto per spavalderia, José Mourinho stavolta ha deciso di giocarsela completamente alla pari. Cioè mettere in campo tutte le proprie carte, giocare con la stessa formazione che userebbe contro un Mallorca o un Racing, senza accorgimenti ad hoc come il Pepe a centrocampo della scorsa stagione. A viso aperto, pensava che il suo Madrid avesse raggiunto una maturità tecnica e psicologica tale da imporsi anche sul Barça. Facile dire a posteriori che si era sbagliato, trascurando che il primo tempo un po’ di ragione gliela stava dando, però alla lunga il Barça si è dimostrato ancora una volta più forte.

Maggior qualità (e per avere più qualità di questo Real Madrid ce ne vuole!) e maggior tenuta, più che dal punto di vista atletico dal punto di vista psicologico: subire gol al primo minuto, in quel modo poi, poteva aprire la strada ad un’umiliazione vera e propria (una delle tante che le due squadre si sono scambiate reciprocamente nella storia del Clásico), ma i blaugrana sono rimasti in partita fino a rimontare al Bernabeu. Ad oggi è difficile pensare a sviluppi del genere a parti invertite al Camp Nou: alla fine si è rischiato addirittura il quarto gol. Sarebbe stato tremendamente bugiardo, ma la sensazione concreta c’è stata, e testimonia della padronanza mostrata nella ripresa da un Barça pure tutt’altro che perfetto.

Alla vigilia c’era grande curiosità per le formazioni, da un lato per per vedere quale declinazione potesse assumere il modulo flessibile di Guardiola, dall’altra per vedere se Mourinho in qualche modo avrebbe “imbastardito” in chiave più difensiva il Madrid strabiliante di quest’ultimo periodo.

Alla fine la formazione del Barça è stata quella prevista nei commenti su questo blog da Flavio, ma la posizione in campo è stata diversa da come molti si aspettavano. Si pensava che Guardiola non avrebbe rischiato la difesa a 3 ma al tempo stesso non avrebbe voluto perdere i quattro palleggiatori in mezzo al campo: quindi Iniesta a sinistra nel tridente per poter stringere in appoggio alla manovra e liberare gli inserimenti di Cesc, “falso centravanti” insieme a Messi. Al tempo stesso Alexis Sánchez sarebbe rimasto largo a destra per tenere impegnato Marcelo e impedirgli sia di raddoppiare al centro sui trequartisti blaugrana, sia di avanzare alla sua maniera.

Invece niente: Iniesta va a sinistra sì, ma Cesc fa più chiaramente il centrocampista, e al centro dell’attacco ci gioca Alexis, muovendosi fra Pepe e Ramos. A destra ci va teoricamente Messi, ma la fascia in più di un momento risulta scoperta, costringendo Xavi ad allargarsi, movimento storicamente non alla portata del giocatore di Terrassa.

Dall’altra parte invece Karanka aveva annunciato il giorno prima un 4-3-3, e subito ci si era fatti un’immagine chiara di quella che sarebbe stata la condotta tattica del Real Madrid. Con 6 punti di vantaggio, perché rischiare di allungarsi per andare a pressare i difensori del Barça? Meglio aspettare all’altezza del cerchio di centrocampo, con tre centrali, due per limitare Xavi e Iniesta/Cesc, l’altro “libero” alle spalle che vigila lo spazio tra le linee, per impedire che Messi riceva e costringa magari uno dei due difensori centrali ad uscire (proprio quello che succederà sul gol dell’1-1). Invece no, Khedira a sorpresa fuori e dentro Özil, 4-2-3-1 duro e puro, a centrocampo doble pivote Lass-Xabi Alonso senza nessun terzo uomo a protezione della difesa. Coentrão a destra lo si era già visto a Gijón, ma la scelta compiuta da Mourinho, a scapito di Arbeloa, sorprende comunque.

L’azione-shock dell’immediato vantaggio madridista fotografa alla perfezione il contesto tattico dei primi 30 minuti. La linea dei 4 fra attaccanti e trequartisti del Madrid aggredisce le primissime linee di passaggio blaugrana che vanno da Valdés ai difensori. Benzema e Özil pressano Puyol e Busquets (retrocesso fra i centrali per dare una mano ad impostare), Cristiano su Alves, mentre anche l’esterno del lato opposto, Di María, stringe verso la zona della palla. Rimarrebbe quindi libero Abidal, e Valdés dovrebbe allargare su di lui per scavalcare questo pressing, come fatto tante volte, ma stavolta qualcuno gli ha messo il piombo nelle scarpe e esce un cosino strozzato che avvia il vantaggio madridista di Benzema, e scatena i sogni di “contro-manita” del pubblico del Bernabéu.

Alla fotografia dell’azione del vantaggio bisogna aggiungere il lavoro di Xabi Alonso e Lass. Mentre trequartisti e attaccanti agiscono sulle linee di passaggio, loro tendono a seguire più l’uomo, rispettivamente Xavi e Fàbregas. Fra Lass e Alonso (premettendo che Coentrão è impegnato da Iniesta e Pepe e Ramos da Alexis), ai loro lati e alle loro spalle, rimane uno spazio potenzialmente a disposizione di Messi. Il rischio del Madrid è quello di dover inevitabilmente lasciare margine di manovra all’argentino, dovendo concentrare il suo pressing già così alto sui difensori e i centrocampisti del Barça. Ma di questo si parlerà più avanti, perché per il momento sono i padroni di casa a fare la partita e intimidire l’avversario (anche se Messi al 6’ approfitta di una dormita di Ramos per costringere Casillas a una gran parata).

Xavi si vede sopraffatto, il pressing lo ricaccia esageratamente indietro e lui non sa che pesci pigliare. Tutto il Barça è contratto, e le iniziative di Messi palla al piede servono al massimo per sopravvivere, non certo per stabilire fasi di possesso prolungate nella metacampo avversaria. Il Barça non può ordinarsi come vorrebbe col pallone, e questo significa un susseguirsi a ritmi altissimi di transizioni da una metacampo all’altra nel quale il Madrid per caratteristiche si trova più comodo.

Infatti arrivano al 18’ un contropiede di Ronaldo (il tiro da fuori però è potente ma centrale) e al 24’ l’occasionissima che forse poteva chiudere tutto. Ancora una palla persa dal Barça mentre prova a distendersi, Marcelo che riparte, salta la debole opposizione di Alves e scucchiaia in profondità sul taglio di Benzema: il francese si porta via sia Puyol che Piqué, apre il Mar Rosso a Cristiano Ronaldo che però dal limite dell’area abbastanza incredibilmente storpia il destro.

Questo è uno dei pochi lampi di Marcelo, e dire che entrambe le squadre, visto come si schierano (il Barça senza attaccanti a coprire la destra, il Madrid con Cristiano che si accentra più che restare largo) avrebbero spazio per sfruttare i loro migliori terzini. Nessuno dei due lo fa, il Barça perché non può (se non riesce a distendersi coi primi passaggi non può dare nemmeno il tempo ad Alves di salire), il Madrid perché non si preoccupa troppo di cercare il suo geniale lateral, peraltro poco ispirato.

Al 29’ però Messi ci ricorda perché è il migliore del mondo. Si diceva di come lui potesse costituire la possibile via di fuga al pressing madridista…ebbene in un’azione concitata, fra Lass e Xabi Alonso che stringono spunta lui, chiede un semplice triangolo, parte e in un colpo solo salta un’intera linea avversaria. Ora è lanciato, ha campo e tempo per scegliere. Quelli che a questo punto qualunque cosa scelgano scelgono male sono i difensori di casa: con Messi che arriva palla al piede e Alexis che detta il movimento alle sue spalle, Ramos è preso tra due fuochi, idem Pepe, a quel punto Messi imbuca millimetrico, Alexis ruba il tempo sulla diagonale a Coentrão e fredda Casillas.

Proprio intorno a questi minuti Guardiola cambia e passa alla difesa a 3. In realtà non è la versione “estrema”, quella che si pensava troppo rischiosa alla vigilia: Alves avanza fino a duellare con Marcelo e lasciare tutto lo spazio centrale a Messi, Xavi, Fàbregas e Iniesta (quando si aggiunge), ma più che come ala rimane come quarto di centrocampo, risparmiando a Xavi gli spostamenti laterali in chiusura. Al tempo stesso Busquets si sobbarca un notevole lavoro, dovendo fare al tempo stesso il primo centrocampista e il quarto difensore. Ciò consente a Puyol di scalare per fare praticamente il terzino destro, e tutto il Barça può concentrare maggiormente le proprie attenzioni difensive verso quel lato, perché dall’altro il rischio del due contro uno contro Abidal è molto più ridotto. C’è un Di María generosissimo, a tratti incontenibile palla al piede, ma in più di un’occasione confusionario nelle rifiniture, ma c’è solo lui: Coentrão da terzino destro deve fare un po’ più di fatica per controllare e portare palla, e non può dare profondità.

Al 52’ la svolta: fortunatissima la deviazione di Marcelo sul destro al volo di Xavi da fuori area, palla in rete e gara in discesa per il Barça. Più che avere un calo atletico, il Real Madrid accusa la mazzata psicologica, e il campo si fa sempre più largo e sempre più lungo con quelli là che fanno girare palla senza nessuna fretta. Da un lato all’altro, e poi sbuca sempre qualcuno tra le linee. Se Messi è il giocatore decisivo, quello che tira fuori di peso dalle sabbie mobili del primo tempo, in questa fase si esalta Iniesta, che porta a spasso Coentrão (imbarazzante un controllo a seguire/dribbling lungo la linea del fallo laterale eseguito pizzicando la palla con la punta per scavalcare la scivolata del portoghese) e ogni volta che stringe chiede triangolo finta gira su se stesso risulta illeggibile per Lass.

Si avvicina con facilità sempre maggiore all’area merengue il Barça, anche se Cristiano Ronaldo si mangia un gol bello grosso al 64’, solo in area per il colpo di testa, sbucato fra i difensori blaugrana evidentemente usciti male per il fuorigioco dopo il calcio d’angolo. Un minuto dopo però il Barça trova addirittura il terzo gol, con un contropiede avviato da un Iniesta ormai col pilota automatico e rifinito da Messi, che libera Alves al cross per Cesc Fàbregas, che il suo inserimento in area (ancora una volta Coentrão fregato sulla diagonale) non lo fa mai mancare, in una partita che a dire il vero è stata quella più da centrocampista giocata finora. Più ordinata che ispirata.

Il Madrid reagisce inserendo Khedira ma soprattutto Kaká e Higuaín. Il leader offensivo (con Cristiano Ronaldo in latitanza) rimane Benzema, il migliore in campo del Madrid. Fenomenale il francese, sia in appoggio che in profondità: al 72’ ridicolizza Puyol, prima tagliando alle sue spalle sul lancio di Marcelo, poi rientrando e mandandolo culo a terra per liberare un destro che tuttavia finisce troppo largo a lato del secondo palo. Più ancora che Puyol (che in partite come queste un livello di competitività sufficiente te lo garantisce sempre) lo ha sofferto però Piqué, che quasi mai riesce ad anticipare e decifrarne i movimenti.

All’83’, su contropiede nato da un passaggio sbagliato da Xavi (mai brillante, mai veramente in partita, ha potuto respirare col pallone soltanto quando Messi e Iniesta gli hanno spianato la strada), c’è anche un sinistro di Kaká parato alla meglio da Valdés, ma ormai il Barça ha il pieno controllo.

Real Madrid: Iker Casillas; Coentrao, Pepe, Ramos, Marcelo; Xabi Alonso, Lass (Khedira, min.63), Özil (Kaká, min.58); Di María (Higuaín, min.68), Cristiano y Benzema.

Barcelona: Víctor Valdés; Alves, Piqué, Puyol, Abidal; Busquets, Xavi, Iniesta (Pedro, min.89); Alexis (Villa, min.84), Cesc Fábregas (Keita, min. 78) y Messi.


Goles: 1-0. Min.1. Víctor Valdés falla en un pase sencillo con el pie en su área y Benzema abre el marcador a los 25 segundos. 1-1. Min. 29. Alexis, de fuerte disparo, cruza el balón a Iker y empata a pase de Leo Messi.1-2. Min. 52. Marcelo desvía una volea de Xavi y marca en propia meta. 1-3. Min. 66. Cesc, de cabeza, a pase de Alves desde la derecha.

Árbitro: David Fernández Borbalán (Comité andaluz). Mostró cartulina amarilla a Xabi Alonso (26'), Lass (61'), Pepe (62'), Sergio Ramos (69'), del Real Madrid y a Alexis (27'), Messi (36'), Piqué (48'), del Barcelona.

83.500 espectadores en el Santiago Bernabéu.


foto: el pais.com

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lunedì, novembre 21, 2011

TREDICESIMA GIORNATA: Sevilla-Athletic Bilbao 1-2

Gol: Iraola 5' (A); J. Navas 14' (S); De Marcos 71' (A).

Signori, in piedi. Marcelo Bielsa non conoscerà i suoi giocatori, però quest’Athletic comincia davvero a far stropicciare gli occhi. Un’intuizione felice del tecnico e il talento dei giocatori danno vita a una magnifica ripresa nella quale l’Athletic legittima tre punti pesantissimi. Non è una squadra impeccabile in tutti i momenti della partita e in tutte le fasi del gioco (di fatto, il primo tempo non è stato granchè), ma propone sempre, e sempre di più crede in quello che fa. Discorso opposto per il Sevilla, una bugia di inizio campionato che pian piano sta venendo smascherata.

Avevano cominciato imbattuti, ma ora son già 5 partite che gli andalusi non vincono (compresi risultati da arrossire come la sconfitta casalinga col Granada e il pareggio casalingo col Racing…2-2 in casa col Racing!!!). Non mancano note positive nel lavoro di Marcelino, soprattutto sulla fase difensiva (magistrale a tal proposito la prova al Camp Nou), ma il problema di questo tecnico e del Sevilla del dopo Juande Ramos rimane il solito: attaccare una difesa schierata.

Bielsa rispolvera il 3-3-1-3 già visto, con risultati negativi, contro Málaga e Villarreal. Forse la difesa a 3 risponde all’esigenza di avere l’uomo in più per coprire in seconda battuta sull’attacco del Sevilla, che da sempre si caratterizza per premere molto con le due punte sui centrali avversari (senza per questo dimenticare il sontuoso lavoro tra le linee di Kanouté). San José da “libero” fra Aurtenetxe e Javi Martínez (ancora una volta difensore…), la novità Iñigo Pérez davanti alla difesa mentre Marcelino deve fare a meno solo di Medel rispetto alla formazione-tipo.

Il primo tempo diverte per l’alternanza di attacchi sui due fronti, ma nessuno controlla veramente il gioco. L’Athletic fatica a dare continuità al suo possesso-palla: i tre difensori dovrebbero allargarsi un po’ di più a inizio azione e consentire alla squadra di guadagnare più appoggi centralmente, ma troppo spesso l’Athletic ricorre alla verticalizzazione precipitosa o al lancio, coinvolgendo Ander Herrera soltanto in un paio di sporadiche iniziative sulla trequarti.

Se non tieni palla a dovere, il 3-3-1-3 risulta poi ancora più esigente sul piano difensivo: si inizia dal pressing “a uomo” tipico del Loco (un aspetto del suo gioco che non mi fa impazzire), e si finisce col rischio che Iraola e De Marcos si schiaccino troppo sulla propria difesa, dovendo seguire nientepopodimenochè Navas e Perotti. La vulnerabilità principale di questa difesa “a uomo nella zona” di Bielsa è una maggiore esposizione a sovrapposizioni e inserimenti dalle retrovie.

Fortunatamente per i baschi, la “manovra” del Sevilla è talmente limitata da non costringere gli esterni zurigorri a correre più di tanto all’indietro (a parte il gol di Navas). Gli andalusi, non necessariamente usando la palla alta (anzi, usandola poco) saltano quasi sempre il centrocampo: non hanno veri registi in mezzo al campo, quindi giocano direttamente sugli attaccanti, e da lì cercano di innescare le incursioni di Trochowski o allargare per le due ali. Palloni frontali, terzini quasi mai avanti, poche variazioni che permettano di cambiare fronte e sorprendere l’avversario sul suo teorico lato debole. Un gol per parte, gara piacevole, ma attacchi troppo brevi da entrambe le parti.

Nella ripresa, passati dieci minuti iniziali in cui le squadre sembrano allungarsi, Bielsa e Muniain decidono di vincere la partita. Il Loco mantiene il modulo, ma lo ritocca pesantemente: nel suo 3-3-1-3 solitamente gli esterni di centrocampo devono anche stringere centralmente, ma ora De Marcos resta fisso largo. In questo modo Susaeta (poi entrerà Gabilondo) ha più libertà per accentrarsi, ma il vero terremoto lo provoca l’accentramento di Muniain, che abbandona quasi completamente la fascia (seguire Fernando Navarro non è tutta questa priorità) per avvicinarsi ad Ander Herrera. In questo modo l’Athletic guadagna la superiorità tra le linee e più in generale a centrocampo, e pian piano comincia a mangiucchiarsi il Sevilla.

Muniain accentrato è l’arma più micidiale per lanciare i ribaltamenti quando il Sevilla lascia spazio, mentre la vicinanza ad Ander Herrera consente un possesso-palla molto più continuo e dà possibilità a tutta la squadra di occupare meglio la metacampo avversaria. Un paio di occasioni d’avvertimento e poi il meritatissimo gol del vantaggio, che nonostante l’errore di Spahić e il fortunoso rimpallo che spalanca la porta a De Marcos, nasce proprio dai movimenti tra le linee di Muniain, Herrera e anche Gabilondo.

Forse ancora migliore del modo in cui l’Athletic si prende il vantaggio è il modo in cui lo gestisce: a poco valgono i cambi di Marcelino (nonostante la buona volontà di Rakitić), perché l’Athletic nasconde il pallone e addormenta la partita senza rinunciare a mordere quando opportuno: il terzo gol si avvicina in più di un’occasione, e ci starebbe tutto.

I MIGLIORI: Muniain incontenibile. Una volta liberato dalla fascia, nel vivo del gioco, ha vinto la partita quasi da solo, saltando i birilli palla al piede e imbucando palloni millimetrici per gli attaccanti. L’unica cosa da definire è la sua posizione, e in particolare la posizione che permetta di massimizzare il rendimento sia suo che di Ander Herrera. Il miglior Muniain lo abbiamo visto al centro, ma questo rendimento è coinciso con l’infortunio di Ander: in quella fase, Iker ne rilevò le funzioni, pur con caratteristiche diverse, dimostrando grandi capacità anche muovendosi dietro la linea della palla, anche dirigendo la manovra oltre che accelerando sulla trequarti. Quasi un Muniain “alla Iniesta”, insomma. Col ritorno di Ander Muniain è tornato sulla fascia, e pur con un rendimento generale sempre ottimo, la sua presenza nella manovra ha perso continuità. Da qui l’esigenza di riavvicinarlo ad Herrera: mossa intravista per pochi minuti a Gijón, con i due mezzeali in un 4-3-3 (ma qui è da verificare la tenuta difensiva), vista appieno e gustata nella ripresa di ieri. Llorente resta il giocatore più importante (e il meno sostituibile), ma il salto di qualità del progetto dipende da questi due.

Solito arrembante e inesauribile De Marcos (ovunque lo metti, attacca lo spazio per tutti i 90 minuti), sorpresa Iñigo Pérez: scartato da Bielsa nel precampionato, recuperato ed esposto ad indebiti imbarazzi contro l’Espanyol nell’improbabile posizione di terzino sinistro, ieri è invece piaciuto davanti alla difesa (personalmente, più di Iturraspe quando viene impiegato nella stessa posizione). Gioco semplice, il minimo indispensabile di tocchi, buon posizionamento e visione di gioco anche per tentare il passaggio filtrante col suo buon sinistro. San José nettamente il più sicuro dei tre difensori, puntualissimo nelle coperture e pulito nei rilanci. Bielsa tende a preferirgli Amorebieta ed Ekiza, ma il migliore a mio avviso è lui.

I PEGGIORI: Disastroso il duo Fazio-Trochowski, Javi Martínez invece rappresenta l’unica nota un po’ stonata nel grande momento dell’Athletic: sballottato fra centrocampo e difesa, non ha ancora trovato il suo habitat. Nel primo tempo si fa quasi sempre anticipare da Negredo o Kanouté quando vengono a raccogliere il lancio dalla difesa. Chiaramente non ha i tempi e le misure del difensore di ruolo, anche se nella ripresa soffre di meno quando l’Athletic controlla meglio il pallone e le transizioni fra le due fasi.

Sevilla FC (4-4-2): Javi Varas; Martín Cáceres, Spahic, Escudé, Fernando Navarro; Jesús Navas, Fazio, Trochowski (Rakitic, m.67), Perotti (Armenteros, m.71); Kanouté y Negredo (Del Moral, m.64).

Athletic Club (3-3-1-3): Iraizoz; Javi Martínez, San José, Aurtenetxe, Iraola, Íñigo Pérez (Ramalho, m.87), De Marcos; Ander Herrera; Susaeta (Gabilondo, m.67), Llorente (Toquero, m.89), Muniain.


Goles: 0-1, M.05: Iraola. 1-1, M.14: Jesús Navas. 1-2, M.71: De Marcos.


Árbitro: Miguel Ángel Ayza Gámez (Comité Valenciano). Amonestó a los locales Fernando Navarro (m.27) y Spahic (m.90) y a los visitantes De Marcos (m.43) y San José (m.47).

Incidencias: Partido disputado en el estadio Ramón Sánchez Pizjuán ante algo más de treinta mil espectadores. Terreno en buenas condiciones pese a la lluvia que cayó durante todo el día. Antes del inicio, en el saludo de los jugadores, se enseñó una pancarta contra la violencia de género y los futbolistas del Athletic saltaron con una camiseta de apoyo a Aitor Ocio, lesionado recientemente

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domenica, ottobre 30, 2011

UNDICESIMA GIORNATA: Real Sociedad-Real Madrid 0-1

Stavolta niente alluvione di gol. Anzi, un Real Madrid che nel primo tempo con un avversario inesistente si limita al compitino, e che manifesta qualche leggera inquietudine quando nella ripresa la Real entra in partita (niente di clamoroso comunque).

Turnover di Mourinho, con Lass per Khedira, Özil per Kaká, Coentrão nel suo ruolo storico di terzino al posto di Marcelo e Higuaín nuovamente titolare. Ma la partita è segnata soprattutto dallo stravolgimento tattico della Real Sociedad. Montanier ritiene che l’avversario giustifichi lo stato di emergenza e la rinuncia al solito 4-5-1 (anche se fa più figo dire che la sua Real gioca un 4-3-3…) per aggiungere un difensore centrale in più, Mikel González in mezzo a Demidov e al talento Iñigo Martínez.

Un 5-4-1 percorso da brividi di terrore che spengono sul nascere qualsiasi intento di giocare a calcio. Non si capisce bene il ricorso ai tre difensori centrali: il Madrid gioca con un solo attaccante fisso e gli altri che inseriscono a turno, e forse più che cercare un’illusoria (e superflua) superiorità numerica in difesa sarebbe meglio cercare di intercettare le linee di passaggio del centrocampo madridista, qualche metro più avanti. Invece no: Xabi Alonso non ha bisogno di retrocedere fra i difensori centrali ad inizio azione, perché la Real gioca con una sola punta e non pressa in quella zona. Quindi, sebbene Lass (al contrario di Khedira) non sappia creare linee di passaggio davanti a chi porta palla, il Real Madrid ha una superiorità facile in mezzo al campo. Con Arbeloa e Coentrão altissimi, al centro Özil e Di María possono aggiungersi a Xabi e Lass mettendo facilmente in minoranza il doble pivote txuri-urdin (Mariga-Markel). Con un centrocampo di casa così passivo e disorientato, se il Real Madrid non trova subito il passaggio tra le linee, ha comunque l’apertura facile verso le fasce, ogniqualvolta gli esterni della Real accennano a stringere in aiuto a Mariga e Markel.

L’incapacità di intercettare queste linee di passaggio espone poi la difesa della Real (che pure prova ad accorciare verso il centrocampo e togliere gioco tra le linee al Madrid) a qualsiasi verticalizzazione avversaria. Se cerchi di salire con la difesa (e magari fare fuorigioco) “a palla scoperta”, senza cioè pressare l’avversario in procinto di passare, sei fritto.

Il gol di Higuaín arriva proprio così: Coentrão alza la testa indisturbato, e al Madrid poco importa che la Real abbia la superiorità coi difensori centrali. Se i merengues hanno il tempo per dare il passaggio allora hanno anche il tempo per inserirsi a sorpresa dalle retrovie, e a quel punto che la Real abbia 2,3 o 50 difensori centrali cambia poco, perché è sempre difficile marcare chi arriva in corsa senza avere un riferimento di partenza.

I padroni di casa non possono nemmeno portare la gara su un altro terreno, obbligando il Madrid a correre all’indietro. L’esagerato, malinteso difensivismo di Montanier prevede Estrada, un terzino, esterno alto a destra, e poi ancora una volta non viene lanciato dal primo minuto Rubén Pardo: strano per un tecnico che si sta segnalando proprio per la promozione dei canterani, ancora di più se si tratta del prodotto forse migliore della nuova leva, ideale per rimpiazzare le geometrie dell’infortunato Illarramendi.

Nessuno fra Markel e Mariga si prende la responsabilità o ha il talento per iniziare il gioco davanti alla difesa, e non aiuta nemmeno la posizione di Xabi Prieto. Quest’ultimo in generale sta diventando un caso per il suo rendimento negativo; a sinistra poi ha sempre dimostrato di trovarsi poco comodo: è un esterno di fantasia atipico, che non ama giocare partire dalla fascia inversa rispetto al piede di preferenza per poi rientrare (come Iniesta o Silva), ma che ama avere come riferimento proprio la linea del fallo laterale, per tenere palla, aspettare la sovrapposizione del terzino e giocare quei palloni lungo linea che sono il suo marchio di fabbrica. A sinistra fa invece a fatica sia a prendere la posizione per ricevere palla, sia a difenderla che a dribblare. Senza Xabi Prieto, la Real perde la sua unica via d’uscita dalla metacampo difensiva.

Nella ripresa la Real non cambia il modulo né i giocatori, ma modifica l’atteggiamento: più aggressivo il centrocampo nel pressing, dà il tempo alla difesa per salire senza rischiare di subire la verticalizzazione, e al tempo stesso costringe il Real Madrid a un gioco più orizzontale. Ospiti che con il passare dei minuti diventano più statici dalla trequarti in su, mentre l’entrata di Griezmann dà ai baschi un po’ più di vivacità: arriva un paio di mezze occasioni, ma i tre punti madridisti non sono mai seriamente in pericolo.

Real Sociedad (5-4-1): Bravo; Carlos Martínez (Agirretxe, min. 83), Demidov, Iñigo Martínez, Mikel González, Cadamuro; Estrada (Griezmann, min. 60), Markel Bergara (Pardo, min, 85), Mariga, Xabi Prieto; Vela.

Real Madrid (4-2-3-1): Casillas; Arbeloa, Pepe, Sergio Ramos, Coentrao; Lass (Khedira, min. 68), Xabi Alonso; Di María, Özil (Kaka, min. 63); Cristiano Ronaldo; Higuain (Benzema, min. 81).

Gol: 0-1, min. 9: Higuaín.

Árbitro: Undiano Mallenco (Navarra). Amonestaciones a Cadamuro, Carlos Martínez, Markel Bergara, Iñigo Martínez, Arbeloa, Sergio Ramos.

27.000 espectadores en el estadio de Anoeta.

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martedì, settembre 27, 2011

SESTA GIORNATA: Getafe-Betis 1-0

Ci si aspettava di più. Il Betis resta capolista ma sbaglia la partita, e il Getafe fa leva più su questo che su una prestazione di grande personalità.

Il problema del Betis nel primo tempo è che il suo consueto punto di forza, il trio di centrocampo (stavolta però c’è Matilla al posto di Beñat) che muove tutti i fili, si trasforma nell’occasione in un punto debole. Contro i due centrocampisti centrali del Getafe, il Betis parte col potenziale vantaggio dell’uomo in più, Salva Sevilla che l’esterno non lo fa mai e si aggiunge centralmente a Iriney e Matilla, smarcandosi tra le linee. Il guaio però è che, in un primo tempo in cui nessuno ne ha il reale controllo (52% Getafe contro 48% Betis), il possesso-palla del Betis dura troppo poco, e una volta persa palla sono dolori.

La superiorità numerica nella zona della palla non viene sfruttata, perché il trio del Betis palleggia sempre nella stessa minuscola zolla: se non allarghi verso le fasce non allarghi nemmeno le maglie dell’avversario, che così può stringere, raddoppiare e rubarti palla con relativa facilità. Questa gestione del possesso-palla poi non dà nemmeno il tempo ai terzini del Betis di salire e bloccare Pedro León e Diego Castro nella loro metacampo. Il vantaggio potenziale diventa uno svantaggio effettivo, perché Salva Sevilla, ancora senza il dono dell’ubiquità, non può tornare in tempo a coprire la fascia destra, e così recuperata subito la palla il Getafe ha subito pronto anche il passaggio di apertura verso Diego Castro o Mané, liberissimi sulla fascia sinistra di ripartire.

Insomma, in quest’andirivieni da una metacampo all’altra il Betis ha tutto da perdere, in difficoltà anche con la difesa alta su Güiza, che può prontamente dettare la profondità sui ribaltamenti (e se c’è uno bravo sul filo del fuorigioco, questo è il jerezano). Difesa ospite che, dopo la quasi-rimonta subita col Zaragoza, si conferma tutt’altro che impenetrabile quando tutta la squadra non può riposare sul cuscinetto del possesso-palla e tocca difendersi nella propria metacampo. Sul gol Chica fa la diagonale per marcare il secondo attaccante del Getafe, ma alle sue spalle Diego Castro è completamente incustodito: né Iriney (che sul cross di Valera avrebbe potuto fare lo stopper aggiunto, liberando quindi Chica dall’obbligo della diagonale) né Salva Sevilla (collega di fascia di Chica) correggono lo squilibrio che permette al Getafe di passare in vantaggio.

Pepe Mel a inizio ripresa cerca di correre ai ripari passando a un 4-2-3-1 simmetrico: Salva Sevilla alle spalle di Santa Cruz, Montero e Jonathan Pereira larghi, riferimenti più semplici per il possesso-palla e fasce più coperte anche in transizione difensiva. Beñat entra al posto di Matilla, ma poi esce anche Salva Sevilla per Jorge Molina, altro ariete che si aggiunge a Santa Cruz. L’intento è chiaro: due contro due con i difensori centrali del Getafe, sfruttare i cross e gli uno contro sulle fasce, soprattutto di Jefferson Montero (poi del 17enne Vadillo). Forse discutibile la scelta di rinunciare a Salva Sevilla invece che a Jonathan Pereira: la pressione delle due punte sulla difesa getafense avrebbe potuto aprire spazio per giocare tra le linee, invece il Betis punta tutto sui duelli. Più ordinato rispetto al primo tempo ma anche più prevedibile, guadagna campo più per la condotta conservatrice del Getafe, rintanato dietro (e infoltisce il centrocampo con Míchel), che per meriti propri, e le due occasioni (Pereira a tu per tu con Moya e un pericolosissimo cross di Chica nell'area piccola sventato da Valera), pure chiarissime, arrivano solo da episodi ed errori avversari.

I MIGLIORI: Diego Castro a sprazzi, ma fa intravedere quanto può pesare uno come lui a livello di medio-bassa classifica. Buona visione di gioco da Lacen.

I PEGGIORI: Matilla fallisce l’esame, trasparente nel centrocampo disordinato del primo tempo. Da Jefferson Montero qualcosa di pericoloso può sempre arrivare, ma quando non arriva il suo modo di giocare, un po’ slegato dal resto della squadra, può diventare controproducente. Si vede poco Abdel, e ci si chiede perché lui e non Sarabia al centro della trequarti.

Getafe (4-2-3-1): Moyá; Valera, "Cata" Díaz, Lopo, Mané; Rubén Pérez, Lacen; Pedro León (Míchel, min. 75), Abdel (Sarabia, min. 68), Diego Castro; Güiza (Miku, min. 64).

Betis (4-4-2): Goitia; Chica, Mario, Dorado, Nacho; Salva Sevilla (Jorge Molina, min. 54), Matilla (Beñat, min. 46) Iriney, Montero (Vadillo, min. 70); Pereira, Santa Cruz.

Gol: 1-0, min. 30: Diego Castro.

Árbitro: Turienzo Alvarez (Comité Castellano-Leonés). Mostró cartulina amarilla a Mario (min. 8), Iriney (min. 45) y Jorge Molina (min. 82) por parte visitante y a Lopo (min. 28), Pedro León (min. 40), Mané (min. 58), Diego Castro (min. 82) y Valera (min. 87) por parte local.

Incidencias: Partido correspondiente a la sexta jornada de Primera División, disputado en el Coliseum Alfonso Pérez de Getafe ante cerca de 10.000 espectadores

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domenica, settembre 25, 2011

SESTA GIORNATA: Barcelona-Atlético Madrid 5-0

Viene da chiedersi onestamente se Manzano e i suoi abbiano visto la partita di mercoledì di Valencia. Al di là dei meriti del Barça (che sono sempre la prima spiegazione, ma se dovessi incentrare su questo ogni pezzo il blog avrebbe già chiuso da tempo per mancanza di nuovi argomenti), l'Atlético ha giocato nella maniera meno intelligente possibile contro i blaugrana. Soprattutto non ha fornito risposte quando aveva il pallone: se il Valencia mercoledì aveva castigato il 3-4-3 di Guardiola (ora chiaramente un 3-4-3, con Fàbregas molto più centrocampista) attaccando gli spazi alle spalle delle mezzeali culè con un "doppio terzino" Jordi Alba-Mathieu, in questo caso l'Atlético ha semplicemente ignorato questi spazi, che rappresentano il potenziale punto debole del nuovo modulo di Guardiola.

Passaggio al centro, passaggio al centro e poi ancora passaggio al centro...fra Tiago, Mario, Gabi e Reyes più appiccicati fra di loro che nella metropolitana di Tokyo all'ora di punta. In panchina Arda Turan, che in quest'Atlético "di centro"si stava dimostrando l'equilibratore coi suoi intelligenti tagli verso la fascia, e poi per togliere ancora più respiro sugli esterni l'inspiegabile panchina di Filipe, cui viene preferito Antonio Lopez (nonostante il primo aprile sia ancora molto lontano). Con una manovra così asfittica, è stato ancora più facile per il Barça stringere le maglie e pressare. Manzano ha cercato di correre ai ripari a inizio ripresa allargando un po’ il campo con gli ingressi proprio di Arda (al posto di Mario Suárez) e di Salvio (al posto di un Reyes ancora una volta pesce fuor d’acqua in questa posizione di pseudo-trequartista), ma il risultato era già 3-0 e comunque Guardiola ha assicurato le coperture difensive necessarie, passando alla difesa a 4 con l’ingresso di Piqué.

Per il resto, va ribadita, Valencia a parte, la difficoltà di ogni avversario del Barça nel leggere e intercettare tutte le possibili linee di passaggio dei catalani schierati col 3-4-3. L’Atlético non commette l’errore dell’Osasuna di pressare tanto alto (anche se la difesa si alza parecchio), però si fa comunque superare sui primi passaggi, Diego e Reyes sono poco aggressivi e non sanno bene quando avanzare e quando temporeggiare, e quindi il Barça con i cambi di gioco trova sempre l’uomo libero sul lato opposto. Quest’uomo spesso è un eccellente Fàbregas, che compensa la tendenza ad accentrarsi di Xavi e Thiago, per motivi diversi. Con un Cesc così impegnato a centrocampo, mancano quei movimenti coordinati con Messi ad allungare la difesa avversaria (uno viene incontro, l’altro attacca lo spazio), e il Barça per trovare la profondità si affida maggiormente ai tagli in diagonale delle due ali, vedi il gol di Villa, o alle azioni palla al piede dello stesso Messi, quando si fa trovare smarcato fronte alla porta. Imbarazzante la mollezza di Godín sul terzo gol, impressionante invece il quarto.

Barcelona (3-3-1-3): Valdés; Alves, Mascherano, Abidal (Maxwell, m. 80); Xavi, Busquets (Piqué, m. 54), Thiago; Cesc (Keita, m. 72), Pedro, Messi y Villa. No utilizados: Pinto, Puyol, Adriano y Fontàs.

Atlético (4-3-2-1): Courtois; Perea, Godin, Miranda, Antonio López; Tiago (Adrián, m. 78), Mario Suárez (Arda Turan, m. 46), Gabi; Reyes (Salvio, m. 46), Diego; Falcao. No utilizados: Asenjo, Filipe Luis, Domínguez y Juanfran.

Goles: 1-0. M. 8. Villa. 2-0. M. 14. Miranda, en propia puerta. 3-0. M. 25. Messi. 4-0. M. 77. Messi, cruza el balón en otra jugada individual. 5-0. M. 91. Messi, en pared con Villa.

Árbitro: Delgado Ferreiro. Amonestó a Piqué y a Perea.

83.730 espectadores en el Camp Nou.

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lunedì, settembre 19, 2011

Nemmeno nei peggiori incubi.


Difficilmente in questa fase della stagione, l’Athletic Bilbao avrebbe potuto trovare un avversario più difficile del Betis. Una squadra come quella di Bielsa, che cerca gli automatismi e le distanze giuste nel pressing alto, contro una squadra straordinariamente rodata come quella sivigliana, che basa il suo gioco su un possesso-palla molto fluido e sulle rotazioni continue di centrocampisti (in particolare il triangolo Iriney-Beñat-Salva Sevilla, il vero fulcro) che giocano sempre vicini, si dispongono su più linee e complicano notevolmente il lavoro a chi tenta di pressarli e scalare coi tempi giusti. Tanto più a un Athletic che questi concetti sta appena iniziando ad applicarli, dopo anni e anni in cui gli erano totalmente estranei.

L’esito è stato quello che (senza aver nulla contro il Betis) temevo: un massacro. Il 2-3 finale è bugiardo perché gli ospiti più di una volta si son messi la mano sul cuore una volta giunti davanti ad Iraizoz, sugli sviluppi di azioni clamorose per la facilità con cui l’Athletic regalava spazi.

Pressing disordinato quello dei baschi, uno alla volta, e allora Salva Sevilla & C. ti fanno correre a vuoto coi loro passaggi, e Montero una volta che si apre lo spazio prende palla e non lo vedi più.

Come al solito prodigo di spiegazioni e onesto nell’analisi, Bielsa fornisce le chiavi del divario attuale fra le due squadre: “Ogni volta che loro recuperavano la palla riuscivano a finalizzare mentre noi la perdevamo a inizio azione. Riassumerei questa evidente superiorità dicendo che il Betis ci ha tolto il pallone con facilità e ha tardato nel perderlo”; ”Quando non si finalizzano le azioni offensive, ricompattare i reparti che si separano al momento di attaccare costringe a percorrere 30-40 metri di campo ogni volta”.

Fase difensiva e offensiva non vanno mai considerate separatamente, l’esito dell’una influisce sulla preparazione dell’altra, sulle transizioni di tutta la squadra. L’Athletic era sempre lungo in fase difensiva anche perché attaccava male. I due gol incassati subito hanno tolto ulteriormente tranquillità ai giocatori di casa, generosi ma molto precipitosi nell’abusare di cross e palloni frontali. Non aiuta certamente l’infortunio di Ander Herrera, proprio in questo momento in cui la squadra cerca una sua identità e avrebbe bisogno come il pane del giocatore più capace di legare i reparti e dare i tempi. Bielsa in alternativa ci sta provando con Muniain trequartista, e l’idea non è male perché Iker è molto di più di una mezzapunta brava ad accelerare: è un talento speciale, a momenti con una pausa degna di Iniesta, con la capacità innata di temporeggiare e agevolare lo smarcamento dei compagni, ma non gli si può chiedere di essere da solo una squadra che ancora non c’è.

All’interno di questo discorso, una menzione speciale la merita poi il calamitoso Amorebieta: se l’obiettivo di questo nuovo Athletic è generare sin dalla difesa superiorità nella zona della palla, e avanzare ordinatamente attorno ad essa, beh…il basco-venezuelano è l’Anti-Calcio. Incredibile osservare la quantità di palloni che spreca ad ogni partita. Se si presenta una situazione in cui ha spazio per avanzare, provocare l’uscita di un avversario e passarla al compagno libero più vicino (la superiorità nella zona della palla di cui sopra), lui fa l’esatto contrario, lancia a casaccio o comunque verso una zona lontana in cui l’Athletic questa superiorità non la può proprio creare, perché si tratta del solito Llorente che va a staccare contro uno-due difensori. Tentare la sorte, il lancio della monetina, non proprio gli automatismi che cerca l’Athletic. Ogni volta di più che lo vedo, Amorebieta mi sembra meno compatibile con quest’idea di calcio.

Un bel problema quello della difesa, reparto dove Bielsa finora ha dimostrato di avere le idee poco chiare: assente San José, uno spreco Javi Martínez centrale (infatti ieri a partita in corso è retrocesso Gurpegi per far tornare Javitxu al suo ruolo abituale), mentre per l’altro posto nessuna garanzia: detto di Amorebieta, con Ekiza (pedina fissa per Caparrós la passata stagione) Bielsa ancora non si azzarda, mentre l’idea di Aurtenetxe centrale, sulla carta interessante (meno fisico, ma probabilmente anche meno grossolano e più ordinato di Amorebieta), resta per ora solo sulla carta.

Il punto però, alla terza giornata, rimane sempre lo stesso: non il fatto che l’Athletic stia giocando male, questo è difficile negarlo, ma quanto tempo si vuole dare al progetto. Criticare la squadra per come gioca è sacrosanto, ma che alcuni settori del pubblico partano coi fischi al terzo passaggio rasoterra fra i difensori non è rispettoso e non aiuta il lavoro dei giocatori e del tecnico. Leggere poi, già dopo la partita con l’Espanyol, interrogativi su Bielsa, se mangerà o no il torrone, il panettone o quello che volete, non è corretto e segnala un qualche preconcetto, perché nessuno giustamente disse nulla quando Caparrós vinse una sola partita sulle prime nove casalinghe alla guida dell’Athletic (come ricorda Santiago Segurola, uno dei migliori giornalisti sportivi spagnoli oltre che tifoso zurigorri dichiarato).

Inutile ricordare poi che si corrono meno rischi costruendo una squadra basata su lanci lunghi e 8 giocatori che rimangono dietro la linea della palla. Soffri di meno i primi tempi, di sicuro eviti figuracce come quella di ieri col Betis, però le tue possibilità sono anche inferiori a lungo termine. Sai fare solo quello e sai che non andrai oltre. Se invece cerchi triangolazioni, sovrapposizioni, tagli, tanti giocatori che partecipano all’attacco, è logico che in mancanza di rodaggio rischi di regalare molti più spazi alle tue spalle. Chiedere pazienza, molta pazienza è il minimo, e con Málaga e Villarreal nelle prossime giornate qualche altro rospo da ingoiare non può nemmeno essere escluso. Altrimenti si può chiamare il Mané di turno a stagione in corso e accontentarsi di una rassicurante mediocrità.

FOTO: marca.es

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lunedì, settembre 12, 2011

SECONDA GIORNATA

Tre punti buttati via e segnali un po’ preoccupanti per il Barça, rimontato sul campo della Real Sociedad. Rimontato dopo aver costruito un doppio vantaggio in poco più di dieci minuti. In quel frangente il timore era quello di un’altra goleada imbarazzante per la credibilità della Liga: Real Sociedad improponibile nel suo 4-1-4-1 (Mariga preferito ad Aranburu) con difesa altissima ma senza pressare chi faceva il passaggio. Xavi o chi per lui alzava la testa, imbucava e il gioco era fatto.

Talmente facile che il Barça ha finito per rilassarsi: i passaggi son diventati via via più fini a sé stessi, giusto per tenere palla, Fàbregas da falso centravanti ha finito con l’appiattirsi sempre più sul centrocampo, e gli assist alle spalle della difesa txuri-urdin sempre più scontati, con una circolazione troppo lenta e sempre meno movimenti che distraessero la difesa di casa.

Così la Real, tutto sommato sopravvissuta alla fine del primo tempo, ha finito col crederci, e registrando qualcosa dietro (bene il canterano Iñigo Martínez), con più aggressività sulle linee di passaggio blaugrana, è rientrata in partita. Prima grazie ad Agirretxe (confermato al centro del tridente, Vela invece in panchina per il ritorno di Griezmann), rivelazione di inizio stagione, e poi grazie a…Villa (subentrato all’infortunato Alexis Sánchez, otto settimane fuori), che con uno sconsiderato retropassaggio innesca l’azione del pareggio della Real, firmato Griezmann.

Guardiola butta dentro i big Iniesta e Messi, preservati dopo la sosta delle nazionali, ma è un Barça che fatica a ritrovare la cattiveria giusta dopo essere colpevolmente uscito dalla partita. Lezione di umiltà.

Real Madrid a due facce: bene a tratti in un primo tempo complessivamente di buon livello anche per la dignitosissima figura del Getafe; malissimo, ma paradossalmente più prolifico, nel secondo tempo.

Il primo tempo conferma l’idea di Mourinho in fase offensiva, la mancanza totale di punti di riferimento e il movimento costante. Tre le chiavi: Özil, Benzema, Coentrão. Il tedesco rispetto alle sue prime partite a Madrid è un giocatore che pesa sempre di più sull’elaborazione della manovra, non solo nella fase di accelerazione a partire dalla trequarti. Non si limita a dettare il passaggio verticale, ma sempre più spesso si avvicina a Xabi Alonso. Coordinato coi movimenti del tedesco, il lavoro di Coentrão, una scheggia impazzita. Davanti alla linea della palla, tagliando verso l’esterno o verso l’interno, inserendosi in area di rigore, il portoghese è sempre il terzo uomo, quello che genera la sorpresa, nella zona in cui il Madrid sta giocando la palla.

Dulcis in fundo, Karim Benzema, il principe degli attaccanti di manovra. La sua tendenza a uscire dall’area di rigore offre un punto d’appoggio sempre più prezioso alla manovra madridista (senza dimenticare che il francese non dimentica quando serve dare la profondità e schiaffarla dentro). In questo momento lui assieme a Özil, Coentrão, Xabi Alonso e Marcelo orienta e dà spessore al gioco madridista più di quanto non faccia Cristiano Ronaldo, che si limita ad aspettare lo spazio o il momento giusto per piazzare lo spunto.

Il Real Madrid potrebbe meritare di più per le occasioni, ma non si può dire che il Getafe rubi l’1-1 alla fine del primo tempo. Buona impressione dalla squadra di Luis García, che pure non poteva disporre di tre dei suoi migliori elementi (Diego Castro, Pedro León e Lopo). Sarabia promosso sulla sinistra, Torres centrale e Valera terzino destro, per il resto stessa formazione vista col Levante, un 4-5-1 molto raccolto nel retrocedere nella sua metacampo ma anche nell’uscirne in blocco, talvolta con disimpegni notevoli palla a terra sul pressing madridista. Sempre ben raccolta e quindi con un buon controllo delle transizioni fra le due fasi. Non sono un fan di Miku, ma il suo movimento ha creato più di un grattacapo alla coppia Pepe-Carvalho, non impeccabile.

Nella ripresa, un’altra partita. Il Madrid si allunga, un po’ per la stanchezza un po’perché comincia ad esagerare con le iniziative individuali palla al piede che tendono a spezzare in due la squadra (si segnala in negativo Cristiano Ronaldo), con i quattro giocatori offensivi che faticano a ripiegare. Con la squadra più lunga, anche Coentrão perde punti di riferimento, e in qualche momento della fase difensiva si vede che quello di centrale non è il suo ruolo.

Il paradosso però è che in queste fasi il Madrid può diventare ancora più pericoloso: invita l’avversario a giocarsela, e con quattro giocatori che non tornano in difesa, e possono ripartire in campo aperto, può segnare in qualsiasi momento. È quello che succede, tanto che giocando male arrivano tre gol nel secondo tempo. Cristiano Ronaldo fa un gol e un bell’assist, e lui sarà contento così anche se la sua non è stata una buona prestazione in realtà.

Deludente il big-match della giornata, Valencia-Atlético Madrid. Emery fa storcere un po’ il naso con la sua formazione: Albelda-Tino Costa nel doble pivote, poi Pablo-Jonas-Piatti dietro Soldado. Intensità altissima, grande velocità e costante intenzione di verticalizzare, ma poco cervello nel gestire le azioni offensive. Difetto non nuovo. Quel Canales in panchina non si capisce (Parejo invece non è stato nemmeno convocato nelle prime due partite, questo parla chiaro), ma in parte spiega perché soprattutto nel primo tempo la gara veda susseguirsi azioni da una metacampo all’altra senza troppo criterio.

L’Atlético però non ne approfitta, perché pur con i difetti esposti sopra, il Valencia è una squadra, mentre i colchoneros non ancora, nulla di strano. Manzano gioca con questa specie di tridente nel quale Reyes occupa una posizione abbastanza indefinita: non parte da destra per accentrarsi come con Quique, direi che parte già abbastanza accentrato, come trequartista. Al di là degli spunti individuali però pesa pochissimo sulla manovra. Le altre due punte, Falcao e Adrián, si dividono gli spazi in base alle loro preferenze, e cioè Falcao centravanti classico che si muove fra i centrali avversari, Adrián che svaria anche verso le fasce.

L’Atlético però copre male il campo in ampiezza, e non crea i presupposti perché i terzini possano inserirsi a sorpresa (Silvio comunque mi sembra ogni volta che lo vedo sempre più un acquisto azzeccato: uno di quei terzini che hanno il pregio di alzare la testa). Non avvolge l’avversario e non accorcia nella sua metacampo, e questo lo rende al momento più vulnerabile nei ripiegamenti, perché i 3 mediani non fanno in tempo a coprire le sovrapposizioni dei terzini avversari. L’azione del gol di Soldado su cross di Miguel (ma non lo avevano fatto fuori?) parla chiaro.

Mario Suárez è evidentemente di troppo (anche se Manzano nell’occasione ha fatto uscire Tiago), e la squadra ha risposto meglio con gli ingressi di Diego, Juanfran e Arda Turan. Solo sulla carta più sbilanciato, l’Atlético invece si è organizzato meglio in fase di possesso, con Diego a dirigere e i due subentrati, esterni di ruolo, a dare riferimenti più chiari, aprendo campo anche a Reyes, più presente nell’ultimo quarto della gara. Anche Emery però se l’è un po’ cercata, con cambi esclusivamente difensivi (Jordi Alba per Piatti, Topal, doppione di Albelda, al posto di Tino Costa nel doble pivote; Canales dentro solo per l’infortunio di Jonas, ma non riesce a entrare in partita) che hanno schiacciato troppo dietro la squadra nel finale.

Qualcuno comincia a borbottare invece sul fronte Athletic Bilbao. Un punto dopo due partite, comprensibile se si pensa che l’idea di gioco di Bielsa esige più tempo della media per mettere radici, incomprensibile per chi invece pretende tutto e subito. L’esito della stagione dell’Athletic dipende da quale delle due tendenze prevarrà…

Bielsa perde il confronto con l’allievo Pochettino (sua scoperta come giocatore ai tempi del Newell’s, ispiratore invece del Pochettino allenatore). Quanto a occasioni ci poteva stare anche un pari (Cristian Álvarez, portiere di casa, fra i migliori in campo), ma certo all’Athletic manca ancora tantissimo.

Pessimo il primo tempo, stramba la formazione scelta dal Loco: Ia predilezione del tecnico argentino per centrocampisti che giochino da terzini (in modo da esaltare la predisposizione offensiva delle proprie squadre) stavolta porta all’impiego di Iñigo Pérez (un centrocampista centrale, massimo esterno sinistro) da laterale difensivo, spostando invece De Marcos, il titolare del ruolo nelle gare precedenti, a centrocampo, come mezzala accanto a Ander Herrera. Il gol dell’Espanyol testimonia tutta la scomodità di Iñigo Pérez nel ruolo: sguardo rivolto verso la porta, senza accorgersi dell’uomo che arriva alle sue spalle, seguendo solo la palla e dimenticandosi del resto. Un gioco da ragazzi per una vecchia volpe come Sergio García tagliare e concludere in rete il cross dall’altra fascia. Bene l’attacco dell’Espanyol: sempre intelligenti i movimenti del centravanti Álvaro Vázquez, più in evidenza nell’aprire spazi ai compagni che nel concludere; brillante il canterano Thievy, che entra subito al posto dell’infortunato Albín e sulla sinistra mostra un bel cambio di passo e personalità.

Inizialmente la partita è una marmellata a centrocampo, coi tre centrali delle due squadre che si annullano a vicenda, e nessuno che crei superiorità smarcandosi tra le linee o portando palla dalla difesa. Poi l’Athletic degenera: i baschi ancora non si muovono come blocco coeso. Quando l’Espanyol inizia l’azione, il pressing è poco coordinato: magari uno esce ad inseguire l’avversario come un assatanato, ma gli altri non scalano per coprire tutte le linee di passaggio; poi la difesa accorcia male verso il centrocampo, lasciando più di un buco.

E anche la scarsa armonia in fase di possesso influisce negativamente sulla transizione difensiva: attacchi frettolosi, con pochi giocatori che portano palla o verticalizzano frettolosamente senza dare il tempo alla squadra per salire, e così una volta recuperato il possesso, l’Espanyol trova facilmente il giocatore libero cui passare la palla per ripartire.

Un po’ più ordinato l’Athletic della ripresa. Chi lo ordina è Muniain (bene anche Iturraspe, che la sua maglia da titolare se la sta meritando tutta): è lui a tenere palla e dare il tempo ai compagni per salire ed accorciare più agevolmente anche sulle respinte avversarie. Il talento di Muniain ispira alcune occasioni per l’Athletic, anche se il gol arriva dallo strapotere aereo di Llorente su un calcio d’angolo. Nel momento migliore però s’infortuna Ander Herrera, il socio migliore di Muniain, e l’Athletic non assimila il cambio (entra Toquero e si passa a un 4-2-3-1), perdendo quel controllo sulla gara che sembrava aver acquisito. Il resto lo fa ancora una volta la prontezza di riflessi di Sergio García, che sorprende la difesa basca su un calcio di punizione battuto rapido.

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mercoledì, settembre 07, 2011

Il punto sul calciomercato/prima parte.

Questo pezzo in realtà è in parte un bilancio del mercato in parte una presentazione delle 20 squadre del campionato, che verranno analizzate in maniera più approfondita nel corso della stagione.


Athletic Bilbao

Poco da trafficare, per ovvi motivi. Bielsa ha usato l’accetta: anche se i vari scartati (fra cui Koikili) ad inizio pretemporada son stati reintegrati, l’idea è sempre quella di un blocco ridotto di 19 giocatori super-motivati da integrare con gli innesti dalla cantera. Emblematica la scelta della cessione del veterano Orbaiz (ormai senza ritmo per competere) per far spazio all’atteso centrocampista del Bilbao Athletic Ruiz de Galarreta (ma anche Jonas Ramalho dovrebbe avere i suoi minuti dietro, dove non è stato acquistato nessuno e Bielsa conta di poter adattare Aurtenetxe centrale, all’occorrenza).

Non è arrivato Aduriz (e sarebbe stato un acquisto intelligente, utilizzabile sia come quel vice-Llorente che in rosa non c’è, sia come jolly per tutte le posizioni del tridente), e il mercato è servito più che altro per tagliare un po’di rami secchi (Ion Vélez, Balenziaga, lo sfortunato De Cerio, la meteora Urko Vera e Ustaritz, che forse poteva ancora servire).

Sul campo, inutile dire che bisogna dare tutto il tempo a Bielsa: i fischi al termine della prima deludente col Rayo ci possono stare per la gara in sé, ma non se si pensa a tutto il lavoro ancora da fare per cambiare il modello di gioco, che dal rudimentale stile di Caparrós deve passare a un sistema molto più complesso, con tanti nuovi concetti e movimenti offensivi che devono diventare pressoché automatici e un’idea di calcio totale che intende coinvolgere tutti e undici i giocatori in entrambe le fasi, indifferentemente (e l’idea di spostarne alcuni fra un ruolo e l’altro, vedi De Marcos e Gurpegi terzini o Javi Martínez difensore centrale nell’amichevole col Tottenham, va proprio in questo senso, non è certo il divertimento estemporaneo di uno scienziato pazzo).

Atlético Madrid

Dal panorama deprimente di inizio mercato si è passati a un quadro che, seppur con l’obbligatoria differenza che suscita qualsiasi mossa di questo club, sembra piuttosto stuzzicante.

Era cominciata male con la scelta di Manzano, che non può non sapere di minestra riscaldata: vero che questo Atlético non c’entra niente con quello 2003-2004, vero che Goyo è un buon tecnico, ma è anche vero che trasmettere all’ambiente un messaggio di rinnovamento (e non del tipo “abbiamo preso Manzano perché quelli che avevamo scelto prima di lui non volevano”, ciò che è successo in realtà) ti può aiutare a partire con un margine maggiore di fiducia e ottimismo.

La partenza di Agüero poi era parsa il colpo di grazia, ma le successive operazioni di mercato hanno rimescolato molto le carte e contribuito a suscitare molta curiosità attorno al progetto.

Era impossibile sostituire il Kun con un altro attaccante di pari livello, quindi giustamente l’Atlético ha cercato di reinvestire il denaro ottenuto dalle due squadre di Manchester (anche De Gea è valso un bel gruzzolo) rinforzando altre zone, soprattutto il centrocampo. È un Atlético questo che potrebbe finalmente avere la varietà di soluzioni e la creatività di cui mancava fra mezzeali e trequartisti. È arrivato Diego, reduce sì da delusioni fra Juventus e ritorno in Bundesliga, ma che se si ritrovasse potrebbe davvero dare un’altra dimensione alla manovra; poi c’è Arda Turan che da esterno sinistro può accentrarsi spesso e aggiungere imprevedibilità tra le linee, consentendo al tempo stesso a Reyes di partire da destra, la posizione da cui davvero può esprimere il suo miglior calcio e far giocare meglio anche i compagni.

A seconda della posizione di Diego, vedremo un 4-2-3-1 o il 4-3-3 della prima con l’Osasuna, ma qualche dubbio in più lo lasciano i centrali. È richiesta un’esplosione di Koke, che sicuramente possiede più talento e geometrie di Gabi (va bene come primo rincalzo per la mediana, ma da titolare…) e dei piattissimi Mario Suárez e Assunção, fermo restando Tiago, valido più come complemento che come leader. La regola degli extracomunitari ha invece imposto la cessione di Elias, che poteva rappresentare un’alternativa interessante come incursore.

Il fatto di non poter trovare un altro come Agüero non toglie comunque il valore di Falcao, fra i più pregiati sul mercato. E anche Adrián può apportare alternative, movimento e qualche gol in più rispetto alle sue stagioni passate (sembra cresciuto dal punto di vista realizzativo). La cessione di Forlán ci sta tutta.

Una coppia Miranda-Godín potrebbe far fare un salto di qualità alla difesa, così come una crescita di Filipe sulla sinistra, mentre più incerte sono le questioni riguardanti il terzino destro (Silvio sostituirà degnamente il sottovalutato Ujfaluši?) e soprattutto il portiere (molta inesperienza fra Joel e il nuovo acquisto Courtois, in prestito dal Chelsea; da ricostruire l’ex grande promessa Asenjo). Comunque, a prima vista non sembra un Atlético indebolito rispetto alla scorsa stagione, anzi.

Barcelona

Acquisti mirati ma di peso, tra l’altro rientrando pure nei margini finanziari previsti: la società aveva preventivato 45 milioni di esborso massimo per la campagna acquisti, e se è vero che Fàbregas e Alexis Sánchez son costati 60 milioni, i circa 24 ottenuti dalle cessioni di Bojan, Oriol Romeu, Jeffren e Cáceres hanno permesso di rientrare nel bilancio.

Alexis largo nel tridente deve studiare da “Pedro con un po’ più di magia”, in un attacco chiaramente impostato attorno all’idea dell’assenza di centravanti di ruolo. Partito Bojan, non rimane nessuno, se consideriamo che Villa partirà soprattutto all’ala e che l’acquisto di Fàbregas sembra pure proporre un’alternativa al Messi falso centravanti, anche se in casi presumibilmente limitati.

Acquisto di Fàbregas che più che incasellarsi nel solito 4-3-3 mira ad aumentare le alternative tattiche a disposizione di Guardiola, fra il 3-4-3 e le sconfinate possibilità di turnover offerte da una stagione fitta di impegni. Così si spiega (oltre che, inutile nasconderlo, col capriccio di tutto un ambiente ossessionato dal “ritorno del figliol prodigo”) quello che a prima vista può apparire un lusso non necessario, ovvero Fàbregas quando hai pronto Thiago e magari anche Sergi Roberto.

Unica carenza (ma non imperdonabile), un terzino sinistro, perché per i centrali la cantera può fornire un buon ricambio fra Fontas, Bartra e Muniesa.

Betis

Rispetto all’analisi pubblicata qualche giorno fa, da aggiungere solo l’ufficialità di Santa Cruz.

Espanyol

I conti potrebbero non tornare. Va bene che Pochettino ha tante idee, va bene il mercato al risparmio degno d’elogio, va bene la politica dei giovani, ma quest’organico rischia di perdere parecchi punti quanto a solidità. Potrà divertire vedere giocare l’Espanyol (però la prima a Maiorca a dire il vero è stata brutta), ma il saldo fra gol fatti e subiti quale sarà?

In attacco bisognerà pregare perché Álvaro Vázquez esploda non subito, subitissimo. La partenza di Osvaldo ha lasciato sguarnito il reparto in termini di personalità sicuramente, in attesa di valutare appieno il talento di Alvarito nostro. Personalità che potrebbe offrire l’acquisto dell’ultim’ora Pandiani, ma 35 anni sono 35 anni. Si tentava il colpo El Hamdaoui dall’Ajax, ma purtroppo è svanito.

Se ne vanno via gol preziosi anche con la partenza di Luis García verso Zaragoza, che si aggiunge a quella di Callejón. A Maiorca Pochettino ha schierato ai lati di Verdú (meno male che almeno lui è rimasto) sulla linea dei trequartisti proprio Luis García a sinistra e il canterano Rui Fonte a destra. Questo per dire che dovrà reinventare qualcosa, anche se non manca il talento, fra Sergio García e un altro nuovo acquisto, l’ala slovacca Weiss dal Manchester City. Senza dimenticare un buon trequartista come Albín, forse sin troppo snobbato da Míchel al Getafe negli ultimi anni. Ma i gol rimangono un’incognita.

In difesa potrebbe rivelarsi una mossa da dritti il centrale mancino messicano Héctor Moreno, che cerca un po’ di riproporre l’identikit del Víctor Ruiz della scorsa stagione, ovvero senso della posizione, leadership e qualità nell’impostare. Qualità nell’impostare che è diventata quasi una tautologia parlando di difensori messicani. Bel colpo anche l’operazione Didac col Milan: i soldi incassati a gennaio rimangono in cassa, e intanto si gode di un prestito sicuro in un ruolo che l’Espanyol ha faticato un po’ a coprire nella pessima seconda metà della scorsa stagione. Una scommessa il recupero del deludentissimo Romaric, in un ruolo che peraltro è già occupato da Javi Márquez, uno dei pezzi pregiati dell’organico: la sua connessione con Verdú in cabina di regia è la chiave del gioco dell’Espanyol.

Getafe

Una specie di rivoluzione. Via Míchel, dentro Luis García dopo il mezzo miracolo sulla panchina del Levante, via i due migliori giocatori oltre che colonne portanti del centrocampo (Boateng e Parejo), ma anche tanti nuovi arrivi davvero interessanti. Interesse che si concentra soprattutto sul possibile quartetto offensivo: a destra Pedro León, dopo l’annata da incubo al Real Madrid, tornerà a fare quello che sa (cross precisi come pochi nella Liga e quel curioso modo di dribblare e conquistare il fondo, senza avere la velocità dalla sua) senza doversi confrontare con Di María o Cristiano Ronaldo (ma Callejón è poi tanto meglio di lui, Divo José?), ma da “stella” di metà classifica, la sua dimensione; al centro, o forse no (nella prima contro il Levante è subentrato a sinistra) il fresco campione d’Europa Under 19 Sarabia, movenze alla Silva (ma tatticamente un po’ diverso); a sinistra, visto che parliamo di stelle di media classifica, abbiamo invece un fuoriclasse del dribbling, l’ex Sporting Diego Castro, solitamente ai vertici delle statistiche di questo particolare fondamentale, in compagnia di nomi ben più altisonanti. Un colpaccio, anche se non più giovanissimo.

Poi in attacco un ritorno eccellente, Güiza, innesto veramente cruciale perché uno dei punti deboli del Getafe l’anno scorso era proprio l’inconsistenza offensiva, sia in generale per la scarsa profondità del possesso-palla che per le mancanze individuali (Colunga ha fallito miseramente il salto di qualità, Miku va bene come dodicesimo più che come titolare).

Possesso-palla abbastanza sterile anche nella prima col Levante, dove Luis García ha proposto un centrocampo sin troppo affollato, con tre centrali, Casquero sul centro-destra (che comincia a mostrare segni di declino), Juan Rodríguez al centro e Lacen (quasi tutti i palloni passavano da lui) sul centro-sinistra. L’azione ristagnava lì, con troppe poche linee di passaggio più avanti.

Se fra trequarti e attacco il Getafe di quest’anno migliora quello dell’anno scorso, più incerta la scommessa per quanto riguarda la mediana. Bisognerà trovare un nuovo leader dopo Boateng, e difficilmente potrà esserlo Juan Rodríguez, cursore di poca qualità, o Lacen, poco più che ordinato. Rubén Pérez, una delle poche note positive del Deportivo lo scorso anno, ha geometrie, e le ha anche Míchel, in cerca di rilancio dopo la negativa esperienza inglese. Loro due sembrano la coppia migliore, in un 4-2-3-1.

Sempre dal Deportivo, una garanzia l’acquisto di Lopo per fare coppia con Cata Díaz al centro della difesa, molto più discutibile Valera come rincalzo di Miguel Torres, mentre il sudafricano Masilela dà il cambio a Mané sulla sinistra. Moyá fra i pali è un altro che cerca rilancio dopo i disastri a Valencia, ma sarebbe grave far perdere il posto a un potenziale fuoriclasse come Ustari, attualmente infortunato.

Granada

Il contropiede più veloce della Segunda 2010-2011 cerca successo anche in Primera. Alla freccia Dani Benítez sulla sinistra, dominante in Segunda ma tutto da verificare nella massima serie, si aggiunge nell’ultimo giorno di mercato Ikechukwu Uche (girato in prestito dal Villarreal), mai pienamente confermato fra Getafe e Zaragoza dopo le promettenti stagioni al Recreativo Huelva. Bisognerà vedere se il nigeriano partirà come punta o sulla destra del 4-1-4-1 di Fabri (lasciando l’attacco al bomber di Segunda Geijo o al connazionale, interessante ma ancora un po’ acerbo, Ighalo; in attesa di verificare l’argentino Franco Jara, prestato dal Benfica), scalzando in tal caso il mancino Jaime Romero, uno dei 45000 prestiti dall’Udinese.

Fascia destra che ha perso un elemento come Orellana (con tutto il rispetto per il Celta, questo stramerita la Primera), che dava gioco tra le linee a una squadra che abusa un po’ della sovrapposizione e del cross in area senza guardare quanti ce ne sono pronti a concludere.

A centrocampo buon acquisto quello di Moisés Hurtado, quasi invisibile ma sempre efficace davanti alla difesa, mentre Abel sul centro-destra non pare troppo all’altezza della Primera. Meglio il portoghese Carlos Martins, in coppia col dinamico Mikel Rico oppure con l’altro nuovo acquisto Yebda (che può giocare anche davanti alla difesa). Magari potrebbe spuntarla a sorpresa Fran Rico, 24enne regista di cui si parla bene da anni (già dai tempi del Pontevedra, prima di passare al Real Madrid Castilla) ma mai sperimentato in Primera.

In difesa assolutamente da seguire il terzino sinistro Siqueira, il giocatore forse più interessante di tutto il Granada: nella miglior tradizione brasiliana, esprime grande tecnica ad alta velocità e pure una apprezzabile disciplina difensiva. Molto inferiore, semplicemente un muscolare, anche se con una facilità di corsa che impressiona, il francese Nyom sulla destra (rincalzo il sempre affidabile David Cortés). Al centro, i nuovi acquisto Pamarot e Diakhaté si contenderanno due posti con la coppia della promozione formata da Lucena (impiegabile anche davanti alla difesa) e Diego Mainz.

Levante

Dimenticare Caicedo. Una parola. Non parliamo di Van Basten, ma del giocatore che comunque dava certezze realizzative alla squadra “operaia” della scorsa stagione, che ha perso anche il suo allenatore, Luis García, sostituito da Juan Ignacio Martínez, messosi in bella mostra al Cartagena.

Caicedo potrebbe mancare tantissimo, anche perché pure il suo vice (Stuani, che chiamato in causa i gol li faceva) è partito, e i nuovi arrivi hanno altre caratteristiche. Aranda è un attaccante di movimento, tecnico quanto si vuole, pure capace di creare occasioni dal nulla (la sua carriera poteva essere molto migliore) ma difficilmente in doppia cifra; Arouna Koné invece è l’incognita delle incognite, fra infortuni e delusioni assortite a Siviglia. In ogni caso, non un finalizzatore. Le alternative poi le abbiamo viste già nella partita di Getafe, dove Martínez ha dovuto schierare un attacco composto da un centrocampista esterno, Valdo, e dalla seconda punta Rubén Suárez.

Qualche gol magari potrebbe arrivare dallo splendido sinistro di Barkero, esterno o trequartista, molto prolifico in Segunda col Numancia, l’acquisto forse di maggior richiamo di un club che deve fare le nozze coi fichi secchi. Con Barkero centrale, la fascia sinistra resterebbe di Juanlu, che garantisce profondità e rendimento. Senza dimenticare il marocchino El Zhar, prelevato dal Liverpool, che può dare vivacità (ce n’è molto bisogno) in tutte le posizioni della trequarti.

A centrocampo le caratteristiche dei Xavi Torres, Pallardó e Iborra dicono che difficilmente lo stile di gioco potrà cambiare rispetto alla scorsa stagione: 4-4-2 semplice, organizzato in fase difensiva, rubare palla e ripartire, giocare con concentrazione e aggressività. Difficilmente Martínez potrà proporre il “tiqui-taca” visto al Cartagena, anche se Farinós ha le qualità e i tempi di gioco per permettersi qualcosa un pizzico più elaborato.

La difesa dei vecchietti Javi Venta-Ballesteros-Nano-Juanfran (senza dimenticare Del Horno) aggiunge due ricambi: il terzino Pedro López, un altro assai scafato, e il 26enne argentino Cabral, che mi ricordo al centro della difesa dell’Argentina campione nel Mondiale Under 20 del 2005, quello di Messi.

Málaga

I protagonisti del mercato, dietro i soliti noti. Se Pellegrini la scorsa stagione subentrando in corsa non aveva proprio i giocatori più adatti per il suo calcio (erano adatti al calcio di Jesualdo Ferreira), quest’anno non ha scuse. Potrà sbizzarrirsi col suo quadrato (o rombo) di centrocampo, senza esterni veri, con l’imbarazzo della scelta.

Cazorla è chiamato ad essere il giocatore-chiave, conoscendo a menadito questo sistema di gioco, mentre abbiamo già parlato delle possibili difficoltà di adattamento di Joaquín sulla destra. Buonanotte è inferiore, ma ha più nel sangue il taglio per smarcarsi tra le linee, mentre Isco è il più atteso per quanto mi riguarda: il talento, sovrabbondante, potrebbe compensare pure le carenze atletiche. Difficile trovare spazio per Duda, uno dei giocatori di riferimento quando il Málaga era ancora una piccola squadra.

Il vero acquisto capolavoro però è Toulalan, il Marcos Senna che mancava a Pellegrini per completare le qualità di Apoño in cabina di regia. Il doble pivote di scorta, sicuramente meno desiderabile, è composto invece da Camacho (promessa ancora non mantenuta) e Maresca (onestamente passato di cottura). Le porte sembrano chiuse per il canterano Recio, che pure era stata la scoperta di Pellegrini la scorsa stagione.

Esperienza (forse troppa…) in difesa: Demichelis, nonostante il rendimento sul piano strettamente difensivo abbia lasciato fin qui a desiderare, rimane difficilmente discutibile anche per la sua capacità nell’impostare. Un primo passaggio fra i migliori della Liga, e che concede un vantaggio importante al Málaga in fase di possesso, per la facilità dell’argentino nel superare il pressing avversario e liberare compagni nelle zone più avanzate. Accanto a lui il 31enne Mathijsen, affermatosi come giocatore affidabile a livello internazionale, poco appariscente, lento ma dal buon senso della posizione. Il danese Kris Stadtsgaard (più che il nuovo acquisto Sergio Sánchez, un po’ sopravvalutato) è un buon rincalzo. Caballero fra i pali non ha sbagliato un colpo finora.

Sulla destra Jesús Gámez e nessun altro (fra i migliori terzini del campionato), a sinistra la buona intuizione di Pellegrini di arretrare Eliseu, che partendo dalle retrovie ha più spazio per sorprendere con la sua velocità, e che cresce anche sul piano difensivo. In alternativa comunque Monreal (pagato sin troppo, 6 milioni), non così esplosivo non così offensivo ma con buoni tempi e buone letture in entrambe le fasi.

In attacco, Van Nistelrooy potrebbe rivelarsi un acquisto più di nome che di sostanza. Conosce il mestiere, e i movimenti fra i centrali avversari, come nessuno, però gli anni si fanno sentire ed è sempre più difficile per lui arrivare per primo sul pallone. Pellegrini ha bisogno di questi movimenti degli attaccanti: preferisce le due punte più che il 4-2-3-1 perché così può allungare e allargare meglio le difese: una punta detta la profondità e l’altra svaria verso le fasce, così la difesa avversaria non può uscire a raddoppiare e il centrocampo senza esterni di Pellegrini può conquistare la superiorità nel mezzo.

Van Nistelrooy ha i migliori movimenti da prima punta ma poca energia, Rondón invece ha energia da vendere, Papelito Fernández non abbonda di tecnica e forza nei contrasti, ma come seconda punta è molto mobile e intelligente su tutto il fronte offensivo. Forse la scelta migliore è confermare proprio gli ultimi due, la coppia della passata stagione, e sfruttare il fiuto di Van Nistelrooy a partita in corso. Senza dimenticare il talento di casa (per alcuni supertalento) Juanmi.

Mallorca

Incazzato è dire poco. Michael Laudrup esprime tutta la sua contrarietà rispetto alla campagna acquisti condotta, in particolare sulla cessione dell’ultima ora di De Guzman al Villarreal, avvenuta senza aver preparato un adeguato ricambio (Marvin Ogunjimi del Genk è una scommessa, Tissone non proprio la stessa cosa dell’olandese/canadese).

Peccato perché la prima uscita con l’Espanyol aveva mostrato cose interessanti, oltre alla vittoria ottenuta grazie a un gol proprio di De Guzman (anche se con una fortunosa deviazione). Coralità, scambi fitti a centrocampo e un 4-4-2 senza punti di riferimento: Martí e De Guzman in mezzo al campo, ma da lì in avanti nessuna posizione fissa: il mancino Tejera che parte da destra e si accentra, Alfaro che da sinistra taglia per fare la seconda punta, la nuova punta israeliana Hemed che incrocia con lui e Nsue che è un attaccante di movimento per definizione.

È chiaro che senza De Guzman questo Mallorca manovriero sarà più difficile da proporre: accanto a Martí probabilmente scalerà Tejera, che ha buon piede e visione di gioco anche se è un po’lento nell’esecuzione. Gonzalo Castro avrà un posto di esterno, mentre è incerta la collocazione di Nsue e Alfaro, divisi fra fascia e attacco. Sulle fasce tutto sommato le alternative sono ampie, contando Pereira (rivelazione nella prima parte della scorsa stagione) e non dimenticando il discreto contributo fornito dal mancino (schierato però a destra) giapponese Akihiro Ienaga, acquisto invernale. Il canterano Pina e João Victor le alternative per il doble pivote.

È in attacco però che si concentrano le sacrosante preoccupazioni di Laudrup, che calcola “16 gol in meno” rispetto alla scorsa stagione, date le cessioni di Webó e De Guzman. Arduo individuare delle fonti alternative di gol: Nsue è utilissimo quanto a movimento ma sotto porta è un po’ negato, Alfaro ha segnato molto solo in Segunda, Víctor è un oggetto misterioso da sempre e rimane infine ingiusto caricare di responsabilità eccessive il nuovo arrivo Hemed, come sottolinea lo stesso Laudrup.

La difesa è il reparto uscito meglio dal mercato, anche se l’infortunio che terrà fuori a lungo il leader Nunes è una mazzata: accanto a Ramis lo sostituisce l’ex genoano Chico. Buon acquisto l’olandese Zuiverloon sulla fascia destra, mentre l’uruguaiano Pablo Cáceres rimpiazza la partenza di Ayoze al Deportivo.

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