lunedì, gennaio 16, 2012

Loro soffrono, lo spettatore gode.

La Liga scozzese ma livellata verso l’alto offre un nuovo capitolo. Madrid e Barça vincono, non sia mai, ma vedono i sorci verdi contro Mallorca e Betis che ribadiscono come, dopo il derby di Barcellona della scorsa settimana, il dominio delle prime due non sia certo demerito delle altre diciotto.

Stranissima partita quella del Barcelona, che non dava la sensazione di controllo totale nemmeno sul 2-0 dopo dieci minuti. Strana come strano era il centrocampo di Guardiola. Con la difesa a tre è FONDAMENTALE che il centrocampista del lato opposto a quello dove si trova il pallone si allarghi per ricevere il cambio di gioco. Poi può pure accentrarsi, ma deve sempre offrire questo riferimento iniziale. Solo così il Barça può concretizzare il vantaggio della difesa a tre e creare superiorità, perché se l’avversario difende con un 4-4-2/4-2-3-1 può coprire sulle fasce solo con due giocatori (perché il doble pivote è già impegnato da Messi e Fàbregas), il terzino e l’esterno, mentre il Barça ne aggiunge un terzo.
Quindi, se sul lato destro porta palla Puyol, Iniesta si allarga sul lato opposto, quasi un terzo esterno fra Abidal e Alexis. Se l’avversario si sposta verso Puyol, scopre Iniesta, se non si sposta verso nessun lato ha troppo campo da difendere in ampiezza e magari lascia più spazio centralmente per Messi e Fàbregas. È questa la “superiorità di posizione” che cerca sempre il Barça, e che il modulo con la difesa a 3 dovrebbe esaltare. L’ha esaltata in altre partite, ma non in quella di ieri.
Iniesta è forse il più bravo di tutti nell’interpretare questo movimento, allontanarsi un po’ da chi porta palla per smarcarsi negli spazi intermedi, “zone di nessuno”. Per questo ha sorpreso la sua posizione ieri, molto accentrata, troppo accentrata, non si sa se per preciso volere di Guardiola o per ispirazione sua (e bisogna dire che se tatticamente ha lasciato questi dubbi, col pallone fra i piedi è stato ispiratissimo, anche se una sua palla persa ha avviato il 2-2 del Betis); a un certo punto del primo tempo si è pure scambiato con Xavi, che è passato a sinistra e per sue caratteristiche ha accentrato ancora di più la manovra.
Troppo schiacciato il rombo (o pentagono) blaugrana centrale, e se a questo aggiungiamo che Alexis tagliava troppo presto, si capisce come il Barça non riuscisse a distendersi col massimo ordine. Cesc Fàbregas è il “meno peggio” in questo contesto tattico: più di una volta è lui a compensare questi squilibri allargandosi negli spazi che dovrebbero essere di Iniesta, Xavi e soprattutto Messi (male, nonostante i tre gol).
Nonostante questo, il Barça riesce a passare in vantaggio e creare occasioni ugualmente, perché pur restringendoseli da solo, in quegli spazi risibili è capace di cose che voi umani non potete immaginare, e perché qualche pecca nella sua fase difensiva il Betis come sempre la mostra (Salva Sevilla ripiega poco e sceglie male quando temporeggiare e quando accorciare su chi porta palla; la difesa gioca alta e si fa sorprendere alle sue spalle, sulle verticalizzazioni).
Il Barça non si distende bene e quando perde palla non è ben piazzato per la transizione difensiva. Il Betis, dopo la crisi di fede e le tentazioni difensiviste di Mel, è tornato al modulo e allo stile di gioco tipico della promozione e della striscia positiva di inizio campionato. Due punte (Rubén Castro e Jorge Molina) bloccano i tre difensori blaugrana, e con Jefferson Montero largo a destra creano spazio al falso esterno Salva Sevilla, che in più di un’occasione può ricevere palla fra le linee e rifinire. Valdés impegnato più del solito (basta dire che prima di ieri il Barça in casa aveva subito zero gol).
Guardiola ha raddrizzato la rotta nella ripresa, passando alla difesa a 4 dopo il pareggio del Betis. Questa non è la parola ultima definitiva inappellabile sulla questione “difesa a 3 o difesa 4?”, vuol dire soltanto che ieri ha funzionato meglio la difesa a 4. Con Alves e Messi (solo in partenza) sulla destra e Iniesta (lui più largo di Messi) e Abidal sulla sinistra, i blaugrana hanno avuto più riferimenti per allargare il gioco e quindi anche le maglie del Betis, creando perciò più spazio pure al centro, questo anche prima dell’espulsione di Mario.
Da centravanti, Alexis ha tolto le castagne dal fuoco con uno dei suoi generosi e incisivi movimenti ad allungare la difesa avversaria. Il problema del cileno è l'eccessiva precipitazione nelle scelte effettuate con e senza palla.

Se guardiamo al numero di occasioni non è così, ma nel rapporto fra mezzi e gioco prodotto si può dire che il Mallorca di sabato meritava di vincere. Caparrós si conferma un animale da bassifondi: limitato quando ha giocatori di talento che richiedono qualcosa di più elaborato, bravo come pochi a fare le nozze coi fichi secchi. Nel caso del Mallorca sono secchissimi, quindi scommetto che si salverà. Giocando un calcio così, tanto pragmatico, intenso e determinato, l’esito è per forza quello.
Il problema iniziale contro il Real Madrid è come affrontare la sua prima linea di tre, con Xabi Alonso che si abbassa ad aiutare Pepe e Ramos in fase di possesso per poi aggiungersi al centrocampo. Pressarla è difficile perché apre il campo e da qualche parte filtra, allora l’idea di Caparrós è stata semplicemente di ignorare questa prima linea, non studiare nessuna marcatura specifica su Xabi Alonso (in un periodo evidente di calo, a dir la verità) e concentrarsi semmai sulle linee di passaggio che il Real Madrid poteva creare più avanti, sulla trequarti. Quindi i due attaccanti Víctor e Hemed ripiegano nella loro metacampo, mentre i centrocampisti centrali Tissone (gran prestazione) e Joao Victor si abbassavano vicino ai difensori centrali (bassissimi per non lasciare a Ronaldo & C. l’opportunità di scattare alle proprie spalle), “intrappolando” Özil, Cristiano Ronaldo e Benzema, senza spazi per ricevere tra le linee. Michael Pereira, esterno destro, seguiva Marcelo, mentre l’esterno sinistro Castro tendeva più a stringere vicino a Tissone e Joao Victor che a coprire la fascia.
In tal modo il Mallorca inaridiva le fonti di gioco principali del Real Madrid e lasciava relativamente scoperta la fascia destra, dove però i merengue possono produrre ben poco. Arbeloa può sorprendere solo una volta che gli viene liberato lo spazio per sovrapporsi, non certo portando palla, mentre Callejón non è un riferimento sul quale allargare il gioco per cercare poi il fondo, come invece avverrebbe con l’assente Di María. L’ex Espanyol è un esterno portato a tagliare centralmente, ma non per fare il rifinitore, al massimo per cercare l’inserimento in area. Non può creare gioco.
Il Mallorca così controlla e riparte alla perfezione, appoggiandosi sul gran lavoro in appoggio di Víctor (non vedrebbe la porta nemmeno se la allargassero fino alle bandierine, però ha un certo senso del gioco) che libera le ripartenze di Castro e Pereira, i quali hanno una certa facilità di corsa in campo aperto. Tutto molto da Caparrós.
Mourinho reagisce alla sua maniera, aggiungendo giocatori offensivi fino a restare con soli tre dietro, uno dei quali è Coentrão (sostituito Marcelo, anche lui in calo come Xabi). Più che Kaká è una buona mossa l’arretramento di Özil al posto di Lassana Diarra: il tedesco se non altro riceve più libero dalle marcature che lo soffocavano dalla trequarti e imposta qualche passaggio un po’ più verticale e incisivo di Lass. Gioca con un 3-3-4 il Madrid, non molto ordinato, si sbilancia e rischia anche un gol in contropiede (Víctor scatta dietro la linea di metacampo, lì il fuorigioco non vale ancora: erroraccio) ma alla fine più con la caparbietà (si scrive caparbietà si legge Higuaín) che con il gioco ottiene tre punti potenzialmente molto pesanti.

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mercoledì, settembre 07, 2011

Il punto sul calciomercato/prima parte.

Questo pezzo in realtà è in parte un bilancio del mercato in parte una presentazione delle 20 squadre del campionato, che verranno analizzate in maniera più approfondita nel corso della stagione.


Athletic Bilbao

Poco da trafficare, per ovvi motivi. Bielsa ha usato l’accetta: anche se i vari scartati (fra cui Koikili) ad inizio pretemporada son stati reintegrati, l’idea è sempre quella di un blocco ridotto di 19 giocatori super-motivati da integrare con gli innesti dalla cantera. Emblematica la scelta della cessione del veterano Orbaiz (ormai senza ritmo per competere) per far spazio all’atteso centrocampista del Bilbao Athletic Ruiz de Galarreta (ma anche Jonas Ramalho dovrebbe avere i suoi minuti dietro, dove non è stato acquistato nessuno e Bielsa conta di poter adattare Aurtenetxe centrale, all’occorrenza).

Non è arrivato Aduriz (e sarebbe stato un acquisto intelligente, utilizzabile sia come quel vice-Llorente che in rosa non c’è, sia come jolly per tutte le posizioni del tridente), e il mercato è servito più che altro per tagliare un po’di rami secchi (Ion Vélez, Balenziaga, lo sfortunato De Cerio, la meteora Urko Vera e Ustaritz, che forse poteva ancora servire).

Sul campo, inutile dire che bisogna dare tutto il tempo a Bielsa: i fischi al termine della prima deludente col Rayo ci possono stare per la gara in sé, ma non se si pensa a tutto il lavoro ancora da fare per cambiare il modello di gioco, che dal rudimentale stile di Caparrós deve passare a un sistema molto più complesso, con tanti nuovi concetti e movimenti offensivi che devono diventare pressoché automatici e un’idea di calcio totale che intende coinvolgere tutti e undici i giocatori in entrambe le fasi, indifferentemente (e l’idea di spostarne alcuni fra un ruolo e l’altro, vedi De Marcos e Gurpegi terzini o Javi Martínez difensore centrale nell’amichevole col Tottenham, va proprio in questo senso, non è certo il divertimento estemporaneo di uno scienziato pazzo).

Atlético Madrid

Dal panorama deprimente di inizio mercato si è passati a un quadro che, seppur con l’obbligatoria differenza che suscita qualsiasi mossa di questo club, sembra piuttosto stuzzicante.

Era cominciata male con la scelta di Manzano, che non può non sapere di minestra riscaldata: vero che questo Atlético non c’entra niente con quello 2003-2004, vero che Goyo è un buon tecnico, ma è anche vero che trasmettere all’ambiente un messaggio di rinnovamento (e non del tipo “abbiamo preso Manzano perché quelli che avevamo scelto prima di lui non volevano”, ciò che è successo in realtà) ti può aiutare a partire con un margine maggiore di fiducia e ottimismo.

La partenza di Agüero poi era parsa il colpo di grazia, ma le successive operazioni di mercato hanno rimescolato molto le carte e contribuito a suscitare molta curiosità attorno al progetto.

Era impossibile sostituire il Kun con un altro attaccante di pari livello, quindi giustamente l’Atlético ha cercato di reinvestire il denaro ottenuto dalle due squadre di Manchester (anche De Gea è valso un bel gruzzolo) rinforzando altre zone, soprattutto il centrocampo. È un Atlético questo che potrebbe finalmente avere la varietà di soluzioni e la creatività di cui mancava fra mezzeali e trequartisti. È arrivato Diego, reduce sì da delusioni fra Juventus e ritorno in Bundesliga, ma che se si ritrovasse potrebbe davvero dare un’altra dimensione alla manovra; poi c’è Arda Turan che da esterno sinistro può accentrarsi spesso e aggiungere imprevedibilità tra le linee, consentendo al tempo stesso a Reyes di partire da destra, la posizione da cui davvero può esprimere il suo miglior calcio e far giocare meglio anche i compagni.

A seconda della posizione di Diego, vedremo un 4-2-3-1 o il 4-3-3 della prima con l’Osasuna, ma qualche dubbio in più lo lasciano i centrali. È richiesta un’esplosione di Koke, che sicuramente possiede più talento e geometrie di Gabi (va bene come primo rincalzo per la mediana, ma da titolare…) e dei piattissimi Mario Suárez e Assunção, fermo restando Tiago, valido più come complemento che come leader. La regola degli extracomunitari ha invece imposto la cessione di Elias, che poteva rappresentare un’alternativa interessante come incursore.

Il fatto di non poter trovare un altro come Agüero non toglie comunque il valore di Falcao, fra i più pregiati sul mercato. E anche Adrián può apportare alternative, movimento e qualche gol in più rispetto alle sue stagioni passate (sembra cresciuto dal punto di vista realizzativo). La cessione di Forlán ci sta tutta.

Una coppia Miranda-Godín potrebbe far fare un salto di qualità alla difesa, così come una crescita di Filipe sulla sinistra, mentre più incerte sono le questioni riguardanti il terzino destro (Silvio sostituirà degnamente il sottovalutato Ujfaluši?) e soprattutto il portiere (molta inesperienza fra Joel e il nuovo acquisto Courtois, in prestito dal Chelsea; da ricostruire l’ex grande promessa Asenjo). Comunque, a prima vista non sembra un Atlético indebolito rispetto alla scorsa stagione, anzi.

Barcelona

Acquisti mirati ma di peso, tra l’altro rientrando pure nei margini finanziari previsti: la società aveva preventivato 45 milioni di esborso massimo per la campagna acquisti, e se è vero che Fàbregas e Alexis Sánchez son costati 60 milioni, i circa 24 ottenuti dalle cessioni di Bojan, Oriol Romeu, Jeffren e Cáceres hanno permesso di rientrare nel bilancio.

Alexis largo nel tridente deve studiare da “Pedro con un po’ più di magia”, in un attacco chiaramente impostato attorno all’idea dell’assenza di centravanti di ruolo. Partito Bojan, non rimane nessuno, se consideriamo che Villa partirà soprattutto all’ala e che l’acquisto di Fàbregas sembra pure proporre un’alternativa al Messi falso centravanti, anche se in casi presumibilmente limitati.

Acquisto di Fàbregas che più che incasellarsi nel solito 4-3-3 mira ad aumentare le alternative tattiche a disposizione di Guardiola, fra il 3-4-3 e le sconfinate possibilità di turnover offerte da una stagione fitta di impegni. Così si spiega (oltre che, inutile nasconderlo, col capriccio di tutto un ambiente ossessionato dal “ritorno del figliol prodigo”) quello che a prima vista può apparire un lusso non necessario, ovvero Fàbregas quando hai pronto Thiago e magari anche Sergi Roberto.

Unica carenza (ma non imperdonabile), un terzino sinistro, perché per i centrali la cantera può fornire un buon ricambio fra Fontas, Bartra e Muniesa.

Betis

Rispetto all’analisi pubblicata qualche giorno fa, da aggiungere solo l’ufficialità di Santa Cruz.

Espanyol

I conti potrebbero non tornare. Va bene che Pochettino ha tante idee, va bene il mercato al risparmio degno d’elogio, va bene la politica dei giovani, ma quest’organico rischia di perdere parecchi punti quanto a solidità. Potrà divertire vedere giocare l’Espanyol (però la prima a Maiorca a dire il vero è stata brutta), ma il saldo fra gol fatti e subiti quale sarà?

In attacco bisognerà pregare perché Álvaro Vázquez esploda non subito, subitissimo. La partenza di Osvaldo ha lasciato sguarnito il reparto in termini di personalità sicuramente, in attesa di valutare appieno il talento di Alvarito nostro. Personalità che potrebbe offrire l’acquisto dell’ultim’ora Pandiani, ma 35 anni sono 35 anni. Si tentava il colpo El Hamdaoui dall’Ajax, ma purtroppo è svanito.

Se ne vanno via gol preziosi anche con la partenza di Luis García verso Zaragoza, che si aggiunge a quella di Callejón. A Maiorca Pochettino ha schierato ai lati di Verdú (meno male che almeno lui è rimasto) sulla linea dei trequartisti proprio Luis García a sinistra e il canterano Rui Fonte a destra. Questo per dire che dovrà reinventare qualcosa, anche se non manca il talento, fra Sergio García e un altro nuovo acquisto, l’ala slovacca Weiss dal Manchester City. Senza dimenticare un buon trequartista come Albín, forse sin troppo snobbato da Míchel al Getafe negli ultimi anni. Ma i gol rimangono un’incognita.

In difesa potrebbe rivelarsi una mossa da dritti il centrale mancino messicano Héctor Moreno, che cerca un po’ di riproporre l’identikit del Víctor Ruiz della scorsa stagione, ovvero senso della posizione, leadership e qualità nell’impostare. Qualità nell’impostare che è diventata quasi una tautologia parlando di difensori messicani. Bel colpo anche l’operazione Didac col Milan: i soldi incassati a gennaio rimangono in cassa, e intanto si gode di un prestito sicuro in un ruolo che l’Espanyol ha faticato un po’ a coprire nella pessima seconda metà della scorsa stagione. Una scommessa il recupero del deludentissimo Romaric, in un ruolo che peraltro è già occupato da Javi Márquez, uno dei pezzi pregiati dell’organico: la sua connessione con Verdú in cabina di regia è la chiave del gioco dell’Espanyol.

Getafe

Una specie di rivoluzione. Via Míchel, dentro Luis García dopo il mezzo miracolo sulla panchina del Levante, via i due migliori giocatori oltre che colonne portanti del centrocampo (Boateng e Parejo), ma anche tanti nuovi arrivi davvero interessanti. Interesse che si concentra soprattutto sul possibile quartetto offensivo: a destra Pedro León, dopo l’annata da incubo al Real Madrid, tornerà a fare quello che sa (cross precisi come pochi nella Liga e quel curioso modo di dribblare e conquistare il fondo, senza avere la velocità dalla sua) senza doversi confrontare con Di María o Cristiano Ronaldo (ma Callejón è poi tanto meglio di lui, Divo José?), ma da “stella” di metà classifica, la sua dimensione; al centro, o forse no (nella prima contro il Levante è subentrato a sinistra) il fresco campione d’Europa Under 19 Sarabia, movenze alla Silva (ma tatticamente un po’ diverso); a sinistra, visto che parliamo di stelle di media classifica, abbiamo invece un fuoriclasse del dribbling, l’ex Sporting Diego Castro, solitamente ai vertici delle statistiche di questo particolare fondamentale, in compagnia di nomi ben più altisonanti. Un colpaccio, anche se non più giovanissimo.

Poi in attacco un ritorno eccellente, Güiza, innesto veramente cruciale perché uno dei punti deboli del Getafe l’anno scorso era proprio l’inconsistenza offensiva, sia in generale per la scarsa profondità del possesso-palla che per le mancanze individuali (Colunga ha fallito miseramente il salto di qualità, Miku va bene come dodicesimo più che come titolare).

Possesso-palla abbastanza sterile anche nella prima col Levante, dove Luis García ha proposto un centrocampo sin troppo affollato, con tre centrali, Casquero sul centro-destra (che comincia a mostrare segni di declino), Juan Rodríguez al centro e Lacen (quasi tutti i palloni passavano da lui) sul centro-sinistra. L’azione ristagnava lì, con troppe poche linee di passaggio più avanti.

Se fra trequarti e attacco il Getafe di quest’anno migliora quello dell’anno scorso, più incerta la scommessa per quanto riguarda la mediana. Bisognerà trovare un nuovo leader dopo Boateng, e difficilmente potrà esserlo Juan Rodríguez, cursore di poca qualità, o Lacen, poco più che ordinato. Rubén Pérez, una delle poche note positive del Deportivo lo scorso anno, ha geometrie, e le ha anche Míchel, in cerca di rilancio dopo la negativa esperienza inglese. Loro due sembrano la coppia migliore, in un 4-2-3-1.

Sempre dal Deportivo, una garanzia l’acquisto di Lopo per fare coppia con Cata Díaz al centro della difesa, molto più discutibile Valera come rincalzo di Miguel Torres, mentre il sudafricano Masilela dà il cambio a Mané sulla sinistra. Moyá fra i pali è un altro che cerca rilancio dopo i disastri a Valencia, ma sarebbe grave far perdere il posto a un potenziale fuoriclasse come Ustari, attualmente infortunato.

Granada

Il contropiede più veloce della Segunda 2010-2011 cerca successo anche in Primera. Alla freccia Dani Benítez sulla sinistra, dominante in Segunda ma tutto da verificare nella massima serie, si aggiunge nell’ultimo giorno di mercato Ikechukwu Uche (girato in prestito dal Villarreal), mai pienamente confermato fra Getafe e Zaragoza dopo le promettenti stagioni al Recreativo Huelva. Bisognerà vedere se il nigeriano partirà come punta o sulla destra del 4-1-4-1 di Fabri (lasciando l’attacco al bomber di Segunda Geijo o al connazionale, interessante ma ancora un po’ acerbo, Ighalo; in attesa di verificare l’argentino Franco Jara, prestato dal Benfica), scalzando in tal caso il mancino Jaime Romero, uno dei 45000 prestiti dall’Udinese.

Fascia destra che ha perso un elemento come Orellana (con tutto il rispetto per il Celta, questo stramerita la Primera), che dava gioco tra le linee a una squadra che abusa un po’ della sovrapposizione e del cross in area senza guardare quanti ce ne sono pronti a concludere.

A centrocampo buon acquisto quello di Moisés Hurtado, quasi invisibile ma sempre efficace davanti alla difesa, mentre Abel sul centro-destra non pare troppo all’altezza della Primera. Meglio il portoghese Carlos Martins, in coppia col dinamico Mikel Rico oppure con l’altro nuovo acquisto Yebda (che può giocare anche davanti alla difesa). Magari potrebbe spuntarla a sorpresa Fran Rico, 24enne regista di cui si parla bene da anni (già dai tempi del Pontevedra, prima di passare al Real Madrid Castilla) ma mai sperimentato in Primera.

In difesa assolutamente da seguire il terzino sinistro Siqueira, il giocatore forse più interessante di tutto il Granada: nella miglior tradizione brasiliana, esprime grande tecnica ad alta velocità e pure una apprezzabile disciplina difensiva. Molto inferiore, semplicemente un muscolare, anche se con una facilità di corsa che impressiona, il francese Nyom sulla destra (rincalzo il sempre affidabile David Cortés). Al centro, i nuovi acquisto Pamarot e Diakhaté si contenderanno due posti con la coppia della promozione formata da Lucena (impiegabile anche davanti alla difesa) e Diego Mainz.

Levante

Dimenticare Caicedo. Una parola. Non parliamo di Van Basten, ma del giocatore che comunque dava certezze realizzative alla squadra “operaia” della scorsa stagione, che ha perso anche il suo allenatore, Luis García, sostituito da Juan Ignacio Martínez, messosi in bella mostra al Cartagena.

Caicedo potrebbe mancare tantissimo, anche perché pure il suo vice (Stuani, che chiamato in causa i gol li faceva) è partito, e i nuovi arrivi hanno altre caratteristiche. Aranda è un attaccante di movimento, tecnico quanto si vuole, pure capace di creare occasioni dal nulla (la sua carriera poteva essere molto migliore) ma difficilmente in doppia cifra; Arouna Koné invece è l’incognita delle incognite, fra infortuni e delusioni assortite a Siviglia. In ogni caso, non un finalizzatore. Le alternative poi le abbiamo viste già nella partita di Getafe, dove Martínez ha dovuto schierare un attacco composto da un centrocampista esterno, Valdo, e dalla seconda punta Rubén Suárez.

Qualche gol magari potrebbe arrivare dallo splendido sinistro di Barkero, esterno o trequartista, molto prolifico in Segunda col Numancia, l’acquisto forse di maggior richiamo di un club che deve fare le nozze coi fichi secchi. Con Barkero centrale, la fascia sinistra resterebbe di Juanlu, che garantisce profondità e rendimento. Senza dimenticare il marocchino El Zhar, prelevato dal Liverpool, che può dare vivacità (ce n’è molto bisogno) in tutte le posizioni della trequarti.

A centrocampo le caratteristiche dei Xavi Torres, Pallardó e Iborra dicono che difficilmente lo stile di gioco potrà cambiare rispetto alla scorsa stagione: 4-4-2 semplice, organizzato in fase difensiva, rubare palla e ripartire, giocare con concentrazione e aggressività. Difficilmente Martínez potrà proporre il “tiqui-taca” visto al Cartagena, anche se Farinós ha le qualità e i tempi di gioco per permettersi qualcosa un pizzico più elaborato.

La difesa dei vecchietti Javi Venta-Ballesteros-Nano-Juanfran (senza dimenticare Del Horno) aggiunge due ricambi: il terzino Pedro López, un altro assai scafato, e il 26enne argentino Cabral, che mi ricordo al centro della difesa dell’Argentina campione nel Mondiale Under 20 del 2005, quello di Messi.

Málaga

I protagonisti del mercato, dietro i soliti noti. Se Pellegrini la scorsa stagione subentrando in corsa non aveva proprio i giocatori più adatti per il suo calcio (erano adatti al calcio di Jesualdo Ferreira), quest’anno non ha scuse. Potrà sbizzarrirsi col suo quadrato (o rombo) di centrocampo, senza esterni veri, con l’imbarazzo della scelta.

Cazorla è chiamato ad essere il giocatore-chiave, conoscendo a menadito questo sistema di gioco, mentre abbiamo già parlato delle possibili difficoltà di adattamento di Joaquín sulla destra. Buonanotte è inferiore, ma ha più nel sangue il taglio per smarcarsi tra le linee, mentre Isco è il più atteso per quanto mi riguarda: il talento, sovrabbondante, potrebbe compensare pure le carenze atletiche. Difficile trovare spazio per Duda, uno dei giocatori di riferimento quando il Málaga era ancora una piccola squadra.

Il vero acquisto capolavoro però è Toulalan, il Marcos Senna che mancava a Pellegrini per completare le qualità di Apoño in cabina di regia. Il doble pivote di scorta, sicuramente meno desiderabile, è composto invece da Camacho (promessa ancora non mantenuta) e Maresca (onestamente passato di cottura). Le porte sembrano chiuse per il canterano Recio, che pure era stata la scoperta di Pellegrini la scorsa stagione.

Esperienza (forse troppa…) in difesa: Demichelis, nonostante il rendimento sul piano strettamente difensivo abbia lasciato fin qui a desiderare, rimane difficilmente discutibile anche per la sua capacità nell’impostare. Un primo passaggio fra i migliori della Liga, e che concede un vantaggio importante al Málaga in fase di possesso, per la facilità dell’argentino nel superare il pressing avversario e liberare compagni nelle zone più avanzate. Accanto a lui il 31enne Mathijsen, affermatosi come giocatore affidabile a livello internazionale, poco appariscente, lento ma dal buon senso della posizione. Il danese Kris Stadtsgaard (più che il nuovo acquisto Sergio Sánchez, un po’ sopravvalutato) è un buon rincalzo. Caballero fra i pali non ha sbagliato un colpo finora.

Sulla destra Jesús Gámez e nessun altro (fra i migliori terzini del campionato), a sinistra la buona intuizione di Pellegrini di arretrare Eliseu, che partendo dalle retrovie ha più spazio per sorprendere con la sua velocità, e che cresce anche sul piano difensivo. In alternativa comunque Monreal (pagato sin troppo, 6 milioni), non così esplosivo non così offensivo ma con buoni tempi e buone letture in entrambe le fasi.

In attacco, Van Nistelrooy potrebbe rivelarsi un acquisto più di nome che di sostanza. Conosce il mestiere, e i movimenti fra i centrali avversari, come nessuno, però gli anni si fanno sentire ed è sempre più difficile per lui arrivare per primo sul pallone. Pellegrini ha bisogno di questi movimenti degli attaccanti: preferisce le due punte più che il 4-2-3-1 perché così può allungare e allargare meglio le difese: una punta detta la profondità e l’altra svaria verso le fasce, così la difesa avversaria non può uscire a raddoppiare e il centrocampo senza esterni di Pellegrini può conquistare la superiorità nel mezzo.

Van Nistelrooy ha i migliori movimenti da prima punta ma poca energia, Rondón invece ha energia da vendere, Papelito Fernández non abbonda di tecnica e forza nei contrasti, ma come seconda punta è molto mobile e intelligente su tutto il fronte offensivo. Forse la scelta migliore è confermare proprio gli ultimi due, la coppia della passata stagione, e sfruttare il fiuto di Van Nistelrooy a partita in corso. Senza dimenticare il talento di casa (per alcuni supertalento) Juanmi.

Mallorca

Incazzato è dire poco. Michael Laudrup esprime tutta la sua contrarietà rispetto alla campagna acquisti condotta, in particolare sulla cessione dell’ultima ora di De Guzman al Villarreal, avvenuta senza aver preparato un adeguato ricambio (Marvin Ogunjimi del Genk è una scommessa, Tissone non proprio la stessa cosa dell’olandese/canadese).

Peccato perché la prima uscita con l’Espanyol aveva mostrato cose interessanti, oltre alla vittoria ottenuta grazie a un gol proprio di De Guzman (anche se con una fortunosa deviazione). Coralità, scambi fitti a centrocampo e un 4-4-2 senza punti di riferimento: Martí e De Guzman in mezzo al campo, ma da lì in avanti nessuna posizione fissa: il mancino Tejera che parte da destra e si accentra, Alfaro che da sinistra taglia per fare la seconda punta, la nuova punta israeliana Hemed che incrocia con lui e Nsue che è un attaccante di movimento per definizione.

È chiaro che senza De Guzman questo Mallorca manovriero sarà più difficile da proporre: accanto a Martí probabilmente scalerà Tejera, che ha buon piede e visione di gioco anche se è un po’lento nell’esecuzione. Gonzalo Castro avrà un posto di esterno, mentre è incerta la collocazione di Nsue e Alfaro, divisi fra fascia e attacco. Sulle fasce tutto sommato le alternative sono ampie, contando Pereira (rivelazione nella prima parte della scorsa stagione) e non dimenticando il discreto contributo fornito dal mancino (schierato però a destra) giapponese Akihiro Ienaga, acquisto invernale. Il canterano Pina e João Victor le alternative per il doble pivote.

È in attacco però che si concentrano le sacrosante preoccupazioni di Laudrup, che calcola “16 gol in meno” rispetto alla scorsa stagione, date le cessioni di Webó e De Guzman. Arduo individuare delle fonti alternative di gol: Nsue è utilissimo quanto a movimento ma sotto porta è un po’ negato, Alfaro ha segnato molto solo in Segunda, Víctor è un oggetto misterioso da sempre e rimane infine ingiusto caricare di responsabilità eccessive il nuovo arrivo Hemed, come sottolinea lo stesso Laudrup.

La difesa è il reparto uscito meglio dal mercato, anche se l’infortunio che terrà fuori a lungo il leader Nunes è una mazzata: accanto a Ramis lo sostituisce l’ex genoano Chico. Buon acquisto l’olandese Zuiverloon sulla fascia destra, mentre l’uruguaiano Pablo Cáceres rimpiazza la partenza di Ayoze al Deportivo.

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lunedì, ottobre 04, 2010

Sesta giornata.

Gli ultimi miei due articoli per il sito del Guerin Sportivo
Il primo passaggio è quello che conta
Le ali spezzate


Sembra proprio una Liga diversa, non c’è dubbio. Magari il titolo finiranno col giocarselo le solite due, però così tanti indizi cominciano a fare una prova: il Real Madrid che pareggia in casa del Mallorca e del Levante, il Barça che in casa perde con l’Hércules e pareggia con il Mallorca. Al di là delle circostanze delle singole partite (sulle quali la fortuna ha avuto indubbiamente il suo peso), certe cose negli ultimi due-tre campionati non sarebbero mai successe. Se la tenuta a lungo termine delle altre 18 squadre lascia dubbi (Valencia e Villarreal ora come ora strameritano i primi due posti in classifica, ma dureranno?), la sensazione è che nella singola partita quest’anno ci siano più possibilità di fare il solletico a Barça e Madrid.

Incredibile quanto visto al Camp Nou. I tre punti più scontati diventano due punti persi da manicomio. Il primo tempo, una specie di allenamento. Il Mallorca dei 45 minuti iniziali è la cosa più improbabile vista da un po’ di tempo a questa parte al Camp Nou. Non si sa se vuole giocarsela, se vuole contendere un minimo il pallone al Barça, se vuole difendere alto come l’Atlético Madrid o metterne nove nella propria area come il Rubin Kazan. Finisce che non fa nessuna delle due cose, e il Barça supera la prima linea con irrisoria facilità, gli esterni maiorchini non ripiegano né stringono e così i blaugrana hanno sempre due contro uno sulle fasce e la possibilità di giocare fronte alla porta sulla trequarti.
La logica conseguenza è un’alluvione di palle-gol. Messi segna, diverte la combinazione con Pedro, tutti allegri tutti belli, anche l’attacco (al netto dell’inconsistenza dell’avversario) si muove meglio rispetto alle scorse partite (il problema però è che se Bojan senza palla si muove meglio di Villa, con la palla è il solito pulcino impaurito, ormai pericolosamente vicino alla soglia massima di sopportazione), ma prima del terzo del quarto e del quinto i blaugrana si dimenticano di segnare il secondo gol, e per la quarta volta nella stagione prendono gol su palla inattiva, al primissimo tentativo di un Mallorca che incredulo accetta la ricompensa per un primo tempo improponibile.
E se già aver sprecato tutti quei gol è una scusa che lascia il tempo che trova, la ripresa il Barça la gioca male. Frustrazione, impazienza, quello che volete… ma il disordine nelle azioni offensive (buona notizia però lo spezzone dell’ala del Barça B, Nolito il vice-Pedrito) e nei ripiegamenti addirittura incoraggia il Mallorca a cercare il secondo.

Galvanizzato dalle notizie provenienti da Barcellona, il Real Madrid ripassa avanti spianando come un rullo compressore il Deportivo. Tutto liscio, col gol di Cristiano Ronaldo che sblocca subito e permette di giocare senza preoccupazioni. Meglio il movimento senza palla sulla trequarti, molto più dialogo e meno individualismo fra un Ronaldo tornato brillante, Özil, Di María e Higuaín. Più ritmo, più mobilità, più linee di passaggio, più sorpresa e più divertimento.
Come per il Barça, va comunque valutato l’avversario, un Deportivo che intristisce sempre più i nostalgici per come settimana dopo settimana accredita le proprie chances di retrocessione. Lotina aveva detto: “è stato un miracolo salvarci come abbiamo fatto negli scorsi campionati, senza mai dominare le partite e segnando solo in contropiede o su calci piazzati”. Quest’anno, direi paradossalmente, il tecnico dei galiziani aveva manifestato un certo ottimismo, addirittura dichiarando che questo è il progetto che più lo “ilusiona” da quando è al Depor, ma la realtà è che il club ogni estate in sede di mercato scherza sempre più col fuoco (perché le casse non consentono altro), e il tasso tecnico va in picchiata.
La cosa più allarmante del Deportivo è la sensazione di inesistente pericolosità che trasmette. Ci sono infatti squadre peggio organizzate, difensivamente e anche nella costruzione della manovra (lo stesso Mallorca anti-Barça almeno nel primo tempo ha proposto una resistenza ben più discutibile di quella del Depor anti-Madrid, nonostante il 6-1 finale), ma solo Racing e Levante fanno sembrare un evento così improbabile non tanto un gol, ma una semplice occasione.
Cambi i fattori, metti Saúl centravanti (che di ruolo sarebbe un’ala) invece di Adrián (cui va una buona fetta di responsabilità della situazione attuale del Depor) accanto a Lassad (l’occasione fallita a tu per tu con Casillas è la fotografia esatta dei limiti del giocatore e di tutta la squadra), ma il risultato rimane quello di sempre. Non c’è gol, non c’è imprevedibilità, non c’è ultimo passaggio (per quello devi aspettare i cinque minuti ogni dieci partite che Valerón ha ormai nelle gambe) non c’è dribbling. Così è dura salvarti, anche se qualcuno ti chiama ancora “Super”.

Tiene botta il Valencia, e se lo avevamo un po’ ridimensionato con il Manchester United, bisogna dire che stavolta la sua è stata una prova gagliarda, almeno nell’ottimo primo tempo che ha chiuso la gara con l’Athletic Bilbao. Non ci si può rimangiare quanto detto sulle carenze di solidità e di talento (di talento per vincere campionati e coppe, si parla sempre in termini relativi), ma le idee sembrano sempre più chiare. La partenza di Silva e Villa ha eliminato ogni traccia d’intoccabilità nella rosa, ora tutti sono stimolati a giocarsi al massimo la propria chance, e il collettivo può crescere.
La vittoria con l’Athletic ha ribadito la preferibilità, almeno attualmente, dell’attacco a due punte. Soldado e Aduriz danno alla squadra più immediatezza e profondità nell’azione offensiva, senza perdersi in fraseggi stentati fra difesa e centrocampo (il “tikitaka” non lo prescrive nessuna legge, e fortunatamente esistono migliaia di modi diversi di giocare bene e vincere) e sfruttando meglio la profondità di esterni (Pablo Hernández sempre in evidenza) che sfornano cross a getto continuo.

La partita più interessante della giornata era però quella del Sánchez Pizjuan fra Sevilla e Atlético Madrid. Le ambizioni crescenti dei colchoneros contro la terapia del Dottor Manzano, nuovo tecnico degli andalusi. Ha vinto il dottore, nettamente. Perché il Sevilla ha giocato bene, ritrovando intensità come non succedeva da tempo, e perché l’Atlético ha scelto di non giocare il primo tempo, quello che ha sbilanciato la gara.
Lo ha ammesso lo stesso Quique Sánchez Flores, prendendosi le responsabilità del fallito cambio di modulo. Dal 4-4-2 al 4-1-4-1, ma siccome i numerini non contano nulla, è l’aspetto qualitativo del cambio, non quello quantitativo.
Forlán unica punta, Simão a destra (squalificato Reyes), Fran Mérida a sinistra e trivotazo di quelli pesanti in mezzo: Assunção davanti alla difesa, Tiago centro-destra e Mario Suárez centro-sinistra. Ora, Tiago meritava di giocare perché la magnifica prestazione nella ripresa col Leverkusen ne ha ribadito certe preziose caratteristiche (offrendosi sempre al portatore, prende palla dalla difesa e collega con continuità mediana e trequarti), ma la presenza contemporanea di Mario Suárez ne ha limitato drasticamente i possibili benefici. Pur avendo i due caratteristiche diverse, la “zona d’influenza” di Mario e di Assunção è praticamente la stessa. Uno dei due era di troppo, e il centrocampo dell’Atlético è rimasto troppo basso, troppo bloccato.
Tiago ha perso linee di passaggio più avanti (anche perché Simão e Fran Mérida non offrivano mai l’appoggio sulla trequarti, smarriti in una posizione di esterno troppo rigida, forse indotta anche dal fatto di partire entrambi sulla fascia corrispondente al piede preferito), e pure Forlán si è visto snaturato. Non so come fosse a inizio carriera, ma di certo adesso non si trova più comodo a fare la prima punta. A lui piace muoversi fra centrocampo e attacco, sempre fronte alla porta e in costante contatto col pallone. Se deve tenere buoni i due centrali, braccare l’area piccola e creare spazi alle sue spalle non è più la stessa cosa.
Nel primo tempo l’uruguagio ha manifestato un certo smarrimento. Come tutto l’Atlético del resto: la formazione iniziale cercava forse più copertura in difesa, ma il fatto è che l’Atlético non ha mai costretto il Sevilla a guardarsi alle spalle, e recuperando palla agevolmente i padroni di casa hanno potuto assediare la metacampo avversaria.
Colchoneros meglio nella ripresa, più fluidi e più sensati con gli ingressi di Filipe (che è rientrato da poco dall’infortunio, quindi dobbiamo pensare che non abbia ancora nelle gambe 90 minuti a distanza di pochi giorni dall’impegno infrasettimanale) e Diego Costa al posto di Antonio López e Mario Suárez. Importante Diego Costa, che ha svolto quel lavoro che Forlán non sente suo: dettare la profondità e allungare la difesa avversaria. Simão e Fran Mérida si scambiano la fascia, e il secondo inventa pure il geniale passaggio che manda in gol Diego Costa. Il problema è che il Sevilla ha già chiuso la partita ad inizio ripresa, portandosi in vantaggio di tre gol.

Vedremo in futuro se si è trattato soltanto di una scossa psicologica del momento, ma comunque il Sevilla di ieri è tornato appagante. Veloce, aggressivo, diretto, compatto, di nuovo con le sue migliori caratteristiche storiche. Undici che attaccano e undici che difendono.
Ha funzionato la coppia Renato-Romaric proposta per l’occasione (lasciando in panchina Cigarini, Guarente e… udite udite, Zokora), e tutta la squadra ha girato benone attorno all’immenso Freddy Kanouté, determinante sulla trequarti per la sua capacità di gestire i tempi dell’azione d’attacco permettendo a tutta la squadra di salire. E la squadra è salita, rapidamente e in maniera imprevedibile. Per una volta non abbiamo assistito allo strazio del “palla a Navas o Perotti, uno contro tre-quattro e cross innocuo per la difesa avversaria già piazzata da tre ore”: Navas stavolta non c’era, ma Perotti a destra e Capel a sinistra si sono mossi bene (sì, proprio Capel!) alternando movimenti verso l’interno e verso la linea di fondo, coordinandosi bene con le sovrapposizioni dei terzini e rappresentando un’opzione in più sia per il gioco tra le linee che per le conclusioni a rimorchio degli attaccanti (il 2-0 di Perotti, per quanto fortunoso vista la deviazione di Assunção, nasce proprio da un’azione di questo tipo). E coordinati sono anche i movimenti di Negredo con quelli di Kanouté: bella prestazione, oltre che bel gol, dell’ex Almería.
Rimango dell’opinione che il Sevilla del dopo Juande Ramos abbia perso l’occasione per rafforzarsi ulteriormente e costruirsi nuovi margini di miglioramento, ma è anche logico che questa squadra possa e debba dare qualcosina in più rispetto al preliminare col Braga…

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sabato, maggio 15, 2010

Analisi Mallorca.


Anche in una Liga svalutata, certe imprese meritano una sottolineatura. Vada come vada, sia Champions o Uefa, quello del Mallorca è un miracolo. Una delle principali candidate alla retrocessione in estate, lasciata in grave crisi finanziaria dalla nefasta gestione di Vicente Grande, ancora in cerca di acquirenti e ad oggi del tutto ignara dell’eventuale partecipazione alle coppe europee nella prossima stagione, con il visto dell’Uefa ai bilanci del club ancora in sospeso e con l’Athletic Bilbao che reclama ancora parte della cifra pattuita per Aduriz.

Invece no, un rendimento casalingo formidabile (14 vittorie, 1 pareggio e 3 sconfitte, bilancio inferiore solo a Barça e Madrid), quarta difesa della Liga (44 gol subiti) quinto attacco (57 gol) che corrisponde perfettamente al quinto posto in classifica che gli isolani sperano di veder mutare al termine di quest’ultima giornata che proporrà in contemporanea Mallorca-Espanyol e Almería-Sevilla.

Chi altri può essere il principale artefice di un simile capolavoro se non un signore che si trova gli undici giocatori per scendere in campo giusto giusto al termine del mercato estivo, e con molta pazienza assembla prestiti, scarti e incognite in una squadra vera? Gregorio Manzano non ci sarà l’anno prossimo, il suo ingaggio è troppo oneroso per le casse societarie e probabilmente spiccherà il salto verso una realtà più grande l’anno prossimo (si parla insistentemente del Sevilla), una seconda chance meritatissima dopo l’esperienza anonima all’Atlético Madrid nel 2003-2004. In due tappe, “Goyo” ha legato quasi indissolubilmente il suo nome a quello del Mallorca, preso in corsa e salvato nel 2005-2006 quando Cúper al suo ritorno nelle Baleari non sapeva più che pesci pigliare. L’arma segreta di Manzano non è altro che il pragmatismo, il non legarsi né a un modulo fisso né a un’idea di gioco dogmatica che prescinda dai giocatori.

La prerogativa migliore di questo Mallorca è il contropiede, per le caratteristiche dei giocatori e la capacità di prepararsi e sfruttare intelligentemente i corridoi. Anche partendo da qui bisogna considerare l’alternativa tattica fondamentale attorno alla quale si è mosso Manzano durante la stagione, ovvero quella fra il 4-4-2 con un solo centrocampista difensivo (Martí o Mario Suárez) più Borja Valero nel doble pivote, e il 4-2-3-1 con Martí e Mario Suárez insieme e Borja Valero a sostegno di Aduriz unica punta.
La seconda opzione può sembrare superficialmente più equilibrata, ma in realtà è la prima, che in effetti è stata quella più praticata (con il doppio mediano speso soprattutto a partita in corso), a permettere un’occupazione più razionale degli spazi, oltre ad essere storicamente prediletta da Manzano, già nei Mallorca del passato, quando Ibagaza veniva accompagnato dal solo Lozano o Guillermo Pereyra davanti alla difesa.
Il Mallorca è una squadra che ama ripiegare, invitare l’avversario a scoprirsi e colpirlo di rimessa, ma con una sola punta il rischio talvolta è quello di sprofondare eccessivamente nella propria metacampo in fase di non possesso; due punte invece permettono un’uscita più facile per distendersi in contropiede e rubare metri all’avversario, che sarà così sempre consapevole del rischio che comporta perdere palla mentre prova ad attaccare a pieno organico alzando i terzini e lasciando scoperta la zona alle loro spalle.

Altri giocatori. Portieri: Lux, Nauzet. Difensori: Corrales (terzino sinistro). Centrocampisti: Bruno China (centr. centrale), Varela (esterno destro), Pezzolano (trequartista), Tuni (esterno sinistro). Attaccanti: Alhassane Keita.


Una zona che può sfruttare al meglio il Mallorca se a gestire il contropiede ci sono due punte. Una più avanzata centralmente, di solito Aduriz, e l’altra che cerca invece proprio questi movimenti dal centro verso le fasce, ad allargare la difesa avversaria. La seconda punta può essere Víctor Casadesus (3 gol in 26 partite, 19 dall’inizio), più portato al dialogo coi centrocampisti, oppure il camerunese Webó (6 gol in 30 partite, ma solo 12 dall’inizio), più sgobbone, più lottatore, portato a contendere palloni su tutto il fronte offensivo, utile anche nelle spizzate per prolungare verso Aduriz. Molto più ridotta la partecipazione del guineano Keita, forse troppo poco impiegato perché sebbene un po’ pasticcione e anarchico ha sempre dimostrato cose interessanti, segnalandosi come l’attaccante più audace ed estroso nelle iniziiative individuale, oltre che particolarmente rapido.

.Una punta cerca quindi questo taglio verso la fascia, e così apre il corridoio centrale a Gonzalo “Chori” Castro, l’elemento più pericoloso del contropiede bermellón. L’uruguagio era una sorta di oggetto misterioso fino al girone d’andata della stagione passata, poi gradualmente ha trovato più spazio fino a esplodere in questo campionato (6 gol in 34 partite). Castro è un giocatore tremendamente diretto, quando vede lo spazio carica a testa bassa e la velocità e la potenza lo rendono difficilmente contenibile. Partendo da sinistra vuole avere campo libero per esplodere il suo poderoso sinistro, e proprio per questo talvolta Manzano, a partita in corso e quando sa di avere il contropiede a favore lo sposta pure a destra proprio per permettergli di arrivare facilmente al tiro. Castro ha buona tecnica, ma sembra un po’ monotematico: concepisce il gioco quasi esclusivamente in verticale e alla massima velocità, e perciò a ritmi più bassi e in situazioni tattiche diverse, a difesa avversaria schierata, il suo contributo diventa molto più trascurabile.La lama più affilata del Mallorca però è naturalmente Aritz Aduriz, bomber basco da sempre estremamente affidabile (12 gol in 33 partite) che ha raccolto l’eredità di Güiza. In profondità e sul filo del fuorigioco è veloce e sempre insidioso, magari senza la stessa genialità nel movimento fra i centrali di Güiza, però probabilmente più completo, capace anche di svariare sugli esterni e magari di puntare l’uomo. Rispetto a Güiza ha anche un miglior colpo di testa, grazie soprattutto a un’elevazione eccezionale.

Non ci può essere contropiede comunque senza un giocatore bravo a lanciarlo, e il contributo di Borja Valero in questa stagione è stato fondamentale, continuo e ispiratissimo. Non un giocatore da grande squadra, ma un “medio centrocampista spagnolo”, quindi un ottimo centrocampista, di quelli che sanno far girare il pallone e la squadra. Manzano ha sempre prediletto i giocatori di questo tipo da piazzare nel cuore del centrocampo, dal già citato Ibagaza al Jurado della scorsa stagione (che però veniva utilizzato in una posizione più avanzata, da trequartista). Borja Valero ha i tempi di gioco e la capacità di dare tranquillità ai compagni, offrendo sempre un’opzione comoda per respirare e mantenere palla, ma sa anche mandare i compagni in porta con un solo passaggio.

Borja Valero rappresenta il legame fra le due anime del Mallorca: abbiamo detto che la situazione ideale per questa squadra è sicuramente il contropiede, ma se ha preso così tanti punti in casa è anche perché ha saputo muoversi quando ha dovuto fare la partita, senza una qualità entusiasmante ma con una coralità apprezzabile, vedi ad esempio la recente vittoria di Bilbao dove i maiorchini sono andati ad imporre il loro gioco senza farsi troppi problemi.
In questa fase oltre a Borja Valero si rivela un giocatore importante l’esterno destro, Julio Álvarez. Caratteristiche esattamente opposte a quelle del collega di fascia Castro: zero profondità, ma ottimo destro (con Borja Valero si incarica di gran parte dei calci piazzati) e buon senso della manovra. Non cerca mai il fondo (di ruolo sarebbe più una mezzala) ma si avvicina al portatore di palla e rende possibili combinazioni più fitte sulla trequarti, in collaborazione con gli attaccanti o con Borja Valero quando svaria da quelle parti. Il movimento di Julio Álvarez è l’apripista ideale per Felipe Mattioni, promettente terzino destro brasiliano, con grande facilità di corsa, doti di palleggio e ispirazione prettamente offensiva, che non ci pensa su due volte ad attaccare lo spazio. Mattioni ha evidenti lacune difensive, ma può dare più credibilità alla versione manovriera del Mallorca, e in ogni caso resta globalmente superiore a Josemi, forse il terzino destro più debole dell’intero campionato.
Le principali alternative a Julio Álvarez sono rappresentate dallo spostamento di Borja Valero a destra (ma con ampia licenza di accentrarsi), dall’avanzamento dello stesso Mattioni e dall’ex Betis Varela, altro giocatore dalla grande facilità di corsa più propenso alle praterie che agli spazi stretti, tuttavia molto meno impiegato rispetto alle passate stagioni, nelle quali la sua presenza fra i titolari era quasi fissa.

Assicura solidità l’asse centrale, imperniato su Martí e/o Mario Suárez a centrocampo e sul leader difensivo Nunes. I due mediani hanno poca fantasia ma sono molto precisi, continui e tatticamente validi, con una nota di maggior dinamismo il veterano Martí (che ai tempi del Sevilla poteva anche adattarsi a cursore di fascia), con un po’ più di geometria Mario, che l’anno prossimo probabilmente tornerà all’Atlético Madrid, che lo ha promosso dal proprio settore giovanile e ne detiene tuttora il cartellino.

Nunes è un centrale fisico e di personalità, una sicurezza di testa e nei contrasti, senza durezze eccessive ma con buon tempismo nelle coperture. Accanto a lui è stato impiegato più spesso Rubén (altro ex canterano madridista come Borja Valero) rispetto a Ramis. Rubén ha reso, è anche lui un centrale che si basa sulla prestanza e sul gioco aereo, ma personalmente preferisco Ramis, che di tutti i centrali ha il piede migliore per avviare l’azione. Una difesa che si fa valere sul piano della concentrazione e della disciplina tattica, ma che tende a soffrire se presa alle spalle dalle verticalizzazioni.

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lunedì, marzo 29, 2010

Duopolio e dintorni.

“Non ho visto la partita del Real Madrid, perché sapevo già che avrebbe vinto”. “Non so se gli avversari giocano al cento per cento”. Lasciando da parte la malizia fuori luogo della seconda frase, la prima parte del pensiero espresso oggi dal blaugrana Keita in conferenza stampa è la sacrosanta verità, e dalle partite del Real Madrid si estende a quelle dello stesso Barça, anche se il buon Seydou non si affannerà di certo a sottolinearlo. La Liga epocale dei supercampioni è una Liga dove alle due grandi basta scendere in campo per vincere, una domenica di più: che questo strazio finisca al più presto, così almeno potremo tornare a desiderare che ne cominci un altro.

E dire che l’incertezza del derby, il relativo consolidamento dell’Atlético sotto Quique, il rinomato potenziale offensivo colchonero facevano pensare alla vigilia a una gara combattutissima. Invece il divario è tale che a un Madrid grigio è bastata una fiammata di un quarto d’ora, “alla Schuster”, per capovolgere con irrisoria facilità la partita. Non è servito nemmeno regalare un rigore all’Atlético per rimetterla in piedi seriamente. La squadra con Reyes (purtroppo a fine primo tempo ha dovuto lasciare il campo a Jurado per un infortunio che lo terrà fuori anche dall’andata di Uefa col Valencia), Simão, Agüero (grande delusione della serata) e Forlán non ha spaventato una volta Casillas fino al fischio finale, e dire che il Real Madrid aveva anche un po’ tirato i remi in barca.
Unica cosa bella della serata colchonera il gol di Reyes (conclusione morbida piazzata sul secondo palo), che sottolinea le difficoltà di un Real Madrid inguardabile nella prima mezzora. Centrocampo come a Getafe, 4-4-2 più classico con Xabi Alonso-Gago centrali e Granero e Van der Vaart sulle fasce, ma dalla mediana in su è un Real Madrid troppo prevedibile. Eccessivamente rigido nelle posizioni prefissate, senza quei movimenti tra le linee, quegli incroci e quei cambi di posizione su cui si dovrebbe basare solitamente il gioco merengue per attirare gli avversari in una zona e poi cambiare gioco verso il lato debole.
Invece tutto molto leggibile: Granero si crede ancora una volta “Soldatino Di Livio” invece che Granero e Cristiano Ronaldo fa movimento ma per cercare di fare gol da solo più che altro. Al sistema difensivo dell’Atlético basta scivolare da un lato all’altro per coprire agevolmente (discreti comunque Ujfalusi-Domínguez, nettamente la coppia migliore di centrali), anche perché il Real Madrid non ha le caratteristiche per giocare un 4-4-2 classico con sovrapposizioni e cross, senza esterni di ruolo e oltrettutto con Arbeloa terzino destro (nuovamente Sergio Ramos centrale, stavolta obbligato dall’assenza di Garay).
Al Real Madrid però per risolvere il problema basta metterci più furia: non con grande ordine, però preme con più giocatori in area avversaria e mette dentro più palloni. Il castello di carte colchonero comincia a vacillare a fine primo tempo e crolla ad inizio ripresa. Protagonista Xabi Alonso, il giocatore migliore della stagione merengue assieme a Cristiano Ronaldo e Albiol: prima pareggia con un gol simile a quello di due settimane fa con lo Sporting, tap-in sul secondo palo su azione di calcio d’angolo (palle inattive che l’Atlético continua a soffrire, non importa quale allenatore ci sia), poi ispira il 2-1 con uno straordinario lancio ad occhi chiusi che smarca un Arbeloa brillante nell’inserimento e nella finalizzazione (non ha i piedi per avanzare a difesa avversaria schierata, però sa leggere il gioco il prode Álvaro). Il terzo porta la firma di Higuaín (mediocre prestazione), smarcato da Tiago che fa carambolare il pallone su Assunção (avete letto bene), e mi fermo qui perché non c’è altro da dire.

Non sono precisamente partite da brividi lungo la schiena quelle del Barça in questa Liga, lo abbiamo capito: quando non c’è un’incapacità nell’imporre il proprio gioco, c’è un controllo comunque blandissimo, come sabato a Maiorca. Hai voglia soltanto di vedere il gol, che tanto arriverà, e basta, archiviarla lì e passare alla prossima. Un po’ poco per il club che fa della ricerca dello spettacolo la sua bandiera, ma ormai manca pure la voglia di criticare, è andata così, la Liga viene gestita col minimo sforzo, e come test probanti rimangono solo la Champions e lo scontro del Bernabeu, che nella migliore delle ipotesi potrebbero servire da stimolo per offrire qualcosa di meglio.
Ha colpito due pali il Mallorca (una girata dal limite dell’area di Aduriz a inizio partita e una punizione di Borja Valero), ma non ha mai realmente contestato al Barça il controllo del match, a differenza dell’Osasuna infrasettimanale. Probabile errore di Manzano nella pianificazione strategica: vero che il Mallorca è una squadra che sfrutta bene il contropiede, con giocatori particolarmente adatti a gettarsi negli spazi dopo aver invitato l’avversario a scoprirsi, però il Barça devi pressarlo alto, all’inizio dell’azione, anche per evidenziare le difficoltà di Ibrahimovic ad attaccare lo spazio alle spalle della difesa.
Ibrahimovic, ecco: una delle poche note positive dell’ennesima vittoria burocratica blaugrana. Al di là del gol, lo svedese conferma i progressi già intravisti con l’Osasuna. Viene incontro al portatore di palla ma non si fa anticipare né commette goffamente fallo sul difensore avversario, partecipa costantemente e in maniera utile, offre uno sfogo ai centrocampisti e detta anche un po’ di profondità quando necessario.
È questo che gli si chiede in fondo, non importano né i giochini palla al piede né il dadaista assist di schiena offerto a Messi nella ripresa, non si pretende un “Ibracadabra” o amenità del genere, si pretende solo e soltanto Ibrahimovic Zlatan, l’ottimo giocatore che il Barcelona ha messo al centro del suo attacco per fornire un punto d’appoggio in più alla manovra, per attirare i difensori creando spazi ai centrocampisti e alle ali (a Maiorca Pedro e Jeffren, pure lui preferito al lebbroso Bojan) e anche per andare a prendersi qualche cosa in area avversaria, pure messa in conto la carenza d’istinto.
Vedremo come lo svedese risponderà ora a Londra, ben altro scenario. Intanto per tutte e due le gare con l’Arsenal il Barça perde Iniesta, assenza tremenda anche con la miglior versione del manchego lontanissima, proprio nel momento in cui invece torna disponibile Xavi, che può comunque comporre una coppia di piena garanzia con un fenomenale dodicesimo come Keita.

La cosa più interessante vista nell’ultima giornata della Liga non viene dalle due scontate partite delle grandi, ma dal Villarreal. Che fine ha fatto il Villarreal, vi chiederete? Vivacchia a metà classifica, ma la smitragliata sulla Croce Rossa Sevillista (3-0) potrebbe servire come trampolino di lancio verso un ritorno alla zona coppe, mai troppo tardi per una corsa così al ribasso.
Interessante dell’affermazione amarilla è la scelta ultra-offensiva di Juan Carlos Garrido: tre punte purissime tutte insieme, Rossi-Nilmar-Llorente, e nessuna messa a fare da guardalinee, nossignore, tutte vicino alla porta avversaria; in più un centrocampo anch’esso molto offensivo, con Bruno e due mezzepunte come Cani e Ibagaza (assente Senna, buona notizia il ritorno dall’infortunio di Cazorla, un paio di minuti nel recupero per lui). Garrido giocava con le tre punte nel Villarreal B, ma non erano così offensive, e anche nell’esperimento già tentato con la prima squadra al Bernabeu, c’era un David Fuster sulla destra e posizioni comunque più arretrate dovute alle caratteristiche dell’avversario.
L’impatto, scenico e pratico, è stato fortissimo: due gol di vantaggio già dopo 17 minuti e almeno altre due occasioni nitide davanti a un Sevilla frastornato. In qualche momento si sono anche pestate i piedi, ma le punte son state intelligenti e generosissime nel non offrire alcun punto di riferimento all’avversario: in certi momenti partivano un po’ ammucchiate al centro, ma poi subito si fiondavano una a destra una a sinistra l’altra in verticale, con molti tagli a separare i difensori avversari (collettivamente impreparati a movimenti del genere) l’uno dall’altro aprendo varchi sanguinosissimi.
Si segnala in particolare Nilmar, nessun gol ma assist per i primi due. Il brasiliano ha stentato a carburare ad inizio stagione, non fiuta la porta come un segugio (9 gol finora, e un lungo digiuno nelle prime uscite), ma ha conquistato la credibilità che il suo talento merita. Più freddezza davanti al portiere non guasterebbe, ma già così apporta tante cose: eccellente attaccante di manovra, elegante e velocissimo nelle percussioni palla al piede, innescate da stupendi controlli a seguire. Né lui né Rossi cercano con grande frequenza il movimento fra i due centrali, quello è il pane di Llorente, e giocare in tre davanti assieme a Joseba può aiutare anche Nilmar e Rossi a prendere palla nelle zone che preferiscono senza per questo togliere profondità alla squadra.
Interessante insomma la soluzione delle tre punte, ma non è tutto rose e fiori. Il poter disporre di uno sfogo offensivo così immediato e profondo non deve andare a scapito dell’altro aspetto, il controllo del centrocampo, il marchio di fabbrica del Villarreal in tutti questi anni. Subito portato a verticalizzare, il Villarreal ieri non ha così lucidamente interpretato quei momenti in cui temporeggiare e raccogliere tutta la squadra attorno al pallone. Nella ripresa lo ha lasciato a un avversario impotente e si è dedicato al contropiede, ma nel primo la manovra è stata eccessivamente spezzettata, per quanto acuminatissima nei frangenti conclusivi.
Il Sevilla ha disposto di più possesso-palla, e la fortuna è stata che non ha saputo cosa farsene (gli andalusi nel mezzo più che dei centrocampisti hanno dei portapacchi, nulla di nuovo), sennò con una circolazione un po’ meno macchinosa avrebbero facilmente potuto creare delle situazioni di superiorità numerica sulle fasce, aggirando il terzetto di centrocampo del Villarreal, numericamente troppo ridotto per coprire in ampiezza e non sempre supportato da pronti ripiegamenti degli attaccanti (per loro indole non portati a rientrare così rapidamente, e comunque tendenzialmente più distanti dal centrocampo una volta persa palla in una squadra che verticalizza subito e non sale con tutti gli effettivi). Non sempre convincente anche la linea difensiva (con centrali i due argentini Gonzalo e Musacchio, innesto dal Villarreal B: in assenza di Godín Garrido lo preferisce a Marcano), schierata alta ma in alcune occasioni maldestra nell’eseguire il fuorigioco, grata a Luis Fabiano per aver sbagliato due gol davanti al portiere che il brasiliano di solito realizzerebbe anche bendato e con le mani legate.

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domenica, novembre 29, 2009

Valencia e Sevilla, occasione persa.

Due pareggi casalinghi, forse un po’severi ma assolutamente indicativi: nella giornata in cui Barça e Real Madrid per forza di cose si toglieranno punti a vicenda, le presunte, sedicenti inseguitrici non ne approfittano. Per chi si fosse illuso, la Liga resterà anche quest’anno un duopolio.



Grida particolare vendetta lo spreco del Valencia, 1-1 col Mallorca al termine di una partita non stradominata, non scintillante, ma sicuramente posta sotto un certo controllo dal primo minuto fino all’istante, a cinque minuti dalla fine, in cui Bruno commette un fallo da rigore che più ingenuo non si può trasformato poi da Borja Valero, leader tecnico di un Mallorca avviato sulla strada dell’ennesimo miracolo da Goyo Manzano (un club che vive in una perenne incertezza istituzionale, senza un soldo, con l’organico stravolto ogni estate e i nuovi acquisti ammonticchiati alla meglio gli ultimi giorni di mercato). Va dato comunque atto agli ospiti di aver mantenuto pur subendo una certa reattività durante tutta la partita, abbottonati nella propria metacampo ma pronti ad approfittare del minimo spiraglio.

Un peccato questo passo falso, perché frena la traiettoria e riduce l’autostima di un Valencia che avrebbe bisogno proprio del massimo della fiducia nelle proprie possibilità per sciogliersi del tutto e arrivare a giocare stabilmente un gran calcio dopo aver trovato un equilibrio. Quest’ultimo è un dato evidente delle ultime giornate: se infatti il più grande difetto della squadra di Emery l’anno passato risiedeva nella tendenza a spezzarsi in due tronconi, ultimamente il Valencia dà l’impressione di muoversi come un blocco unico, finalmente.
Ordine acquisito a partire dalla connessione fra Banega e Silva, la cui capacità di gestire il pallone e i tempi del gioco permette a tutta la squadra di guadagnare metri e salire ordinatamente nella metacampo avversaria (mentre l’anno scorso gli spunti del trio Mata-Silva-Villa erano troppo slegati dal resto della squadra e dipendenti in maggioranza dalla presenza di spazi per il contropiede), guadagnando tra l’altro buone posizioni per accorciare subito e recuperare una volta persa palla; ordine favorito anche da una maggior disciplina e concentrazione del settore difensivo, con un Albelda in ottime condizioni (ma anche l’apporto di Banega in interdizione è rilevante) e una linea difensiva inaspettata nella sua composizione ma che ormai si recita a memoria tale è l’affidabilità che Bruno-David Navarro-Dealbert-Mathieu stanno nei fatti dimostrando (i due centrali soprattutto).
Insomma, sembra esserci l’impressione di una struttura dalla quale poter partire per proporre un calcio sempre più autorevole, colmando quei momenti di stanca che ancora permangono fra le varie fasi della partita nelle quali il Valencia riesce a dominare. Valencia che oltre a risolvere il problema della continuità all’interno dei novanta minuti dovrà anche rendere pienamente credibili le proprie prestazioni fuori casa, finora affrontate con risultati paradossalmente molto migliori rispetto alle partite casalinghe, ma in realtà troppo legate allo sfruttamento dell’episodio isolato oppure prontamente messe in discesa, come a Pamplona la scorsa settimana.

Un grosso interrogativo pesa però su questo processo di crescita, ed è l’infortunio che terrà fuori Silva per le prossime quattro settimane. Troppo importante il canario per dare spessore al possesso-palla del Valencia, che già ieri ha sofferto un certo disorientamento con la sua uscita nel primo tempo (Mata è una seconda punta portata ad attaccare lo spazio, non certo un rifinitore), dal quale è uscito solo nel secondo tempo quando si sono aperti gli spazi per alcuni contropiedi che avrebbero potuto e dovuto chiudere la partita, su tutti la meravigliosa combinazione tutta al volo fra Villa, Mata e Joaquín culminata nel palo dell’andaluso.



Bel rammarico anche per il Sevilla, costretto a nuotare contro corrente in una partita in cui tutto sembra andargli storto. Dal primo minuto è un monologo: Zokora e Renato impongono il loro ritmo in mezzo al campo al Málaga, Navas va via quando e come vuole, palloni su palloni in area, occasioni, palo di Luis Fabiano e clamoroso errore di Negredo sulla ribattuta (al vallecano manca stavolta il killer instinct in mezzo alla solita partita di sostanza e generosità)… ma a passare in vantaggio sono gli ospiti, incredibilmente. E per ben due volte: non basta l’opportunismo di Fernando sul mezzo svarione di Dragutinovic dopo calcio d’angolo, ci si mette anche un tiro malamente svirgolato dallo stesso Fernando che si trasforma per puro caso in un sensazionale passaggio filtrante d’esterno a rientrare verso Duda, che incrocia col sinistro e punisce Javi Varas (ancora titolare nonostante il ritorno di Palop dall’infortunio, e non a torto: portiere da tenere d’occhio).
Jiménez prova a reagire nella ripresa giocandosi il tutto per tutto in attacco, con Kanouté per Renato, praticamente da trequartista a supporto di Negredo e Luis Fabiano. Luis Fabiano trova subito il gol su un calcio d’angolo, è vero, ma la fase successiva è quella in cui in realtà il Málaga, sostenuto dalla sola fortuna nel primo tempo, gioca una grande partita. Gli ospiti cominciano a imporre il loro ritmo, nel senso che rallentano quello del Sevilla tenendo palla come una squadra di vertice più che come l’ultima in classifica. Guidati dalla validissima regia di Apoño (miracolosamente disponibile dopo aver dato del negro a Ewerthon e aver sputato in faccia ad Ander Herrera nello scorso turno col Zaragoza, giusto per non farsi mancare nulla), sostenuti dalla mobilità del sempre ottimo Obinna davanti, stazionano nella metacampo di un Sevilla forse un po’disunito col solo Zokora in mediana e sembrano molto più vicini al terzo gol che a subire il pareggio.
Però le grandi squadre son quelle che hanno anche i grandi giocatori capaci d’inventare dal nulla: questo è Luis Fabiano, il più geniale e dotato finalizzatore di tutta la Liga ora che Van Nistelrooy è praticamente inattivo. Chi aveva ancora negli occhi la sua perla contro il Villarreal, deve di nuovo stropicciarseli per l’abilità con cui al limite dell’area, nonostante la sorveglianza di Iván González (promettentissimo difensore della cantera malaguista con già un gol all’attivo nella partita d’esordio col Zaragoza), O Fabuloso incrocia verso l’angolo opposto quasi avesse gli occhi anche sulla nuca.

Pesantissima battuta d’arresto per i padroni di casa, il punto invece può incidere al momento più sul morale che sulla classifica di un Málaga che finora non aveva ancora trovato un filo logico nella sua manovra (con frequenti cambi di modulo, fra 4-2-3-1, difesa a cinque e il 4-4-2 di ieri), fanalino di coda nonostante un organico nettamente superiore rispetto alla passata stagione.

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giovedì, marzo 05, 2009

E “Infierno” fu!

Puoi anche giocare il calcio più brutto del mondo, ma se ci credi e lo difendi fino alla morte, qualcosa arriva sempre, e anzi nelle serate di massima ispirazione può succedere pure che ti ritrovi di colpo a dare spettacolo. Mai come in questo caso ha vinto chi lo ha davvero voluto, e bisogna essere tutti grati all’Athletic Club de Bilbao per aver in una sola serata restituito alla Copa del Rey il fascino che merita. Ogni cosa si è svolta in grande stile, dall’atmosfera della vigilia, alla risposta del San Mamés fino a, ciò che più conta, il memorabile primo tempo dei padroni di casa, Leoni di nome e di fatto.
Son bastati pochi minuti per capire il motivo che ha segnato l’intera partita: per il Sevilla si trattava di un “normale” vantaggio da gestire con una “normale” condotta da trasferta, per l’Athletic invece ogni pallone andava giocato come fosse l’ultimo. La squadra di Caparrós solitamente non si caratterizza per una straordinaria disciplina tattica, tende a giocare a tutto campo più che concentrarsi a dominare in una particolare zona dello stesso, tende a far leva più sui duelli, i contrasti e le palle contese che sulla creazione di situazioni di superiorità numerica, a privilegiare la grinta rispetto alla razionalità. Ieri sera queste caratteristiche, potenziate all’estremo da una determinazione sconfinata, hanno spazzato via dal campo un Sevilla privo della tensione giusta (e dire che gli andalusi non potevano che aspettarsi questo tipo di partita da parte dell’Athletic).
L’Athletic arriva primo su tutti i palloni, a cominciare da quello scaraventato a rete in due tempi da Javi Martínez su una mischia da fallo laterale, già al quarto minuto. Ogni giocatore basco marca in maniera estremamente aggressiva nella propria zona, non lasciando tregua e lanciandosi come un proiettile non appena recuperata palla. In questo contesto si esaltano elementi come Amorebieta, ieri tornato a randellare col giusto criterio, Javi Martínez, “animale da transizioni”, talmente impetuoso nel proprio gioco privo di pause da una metacampo all’altra da far suscitare dubbi su un possibile inserimento nella rosa della nazionale (la sensazione è che rischierebbe di essere un corpo estraneo), e, dulcis in fundo, Yeste e Llorente.
Yeste ha finalmente convinto nel ruolo di esterno perché lo ha finalmente re-interpretato alla luce della propria personalità e del proprio stile di gioco, cioè non parcheggiandosi sulla fascia come un Gabilondo qualsiasi, ma offrendosi come protagonista determinante delle transizioni offensive della propria squadra, chiedendo palla, portandola nella metacampo avversaria, nascondendola e attirando avversari su di sé a tutto vantaggio dei compagni smarcati (magnifica un’azione nel secondo tempo nella quale accentrandosi chiama a sé tre avversari e libera tutto lo spazio per Toquero, il quale però ciabatta di piatto appena entrato in area). Tutto questo aggiungendoci un’ enorme intensità e spirito di sacrificio che vanno particolarmente sottolineate in un giocatore non sempre trattato con la massima indulgenza dal pubblico della Catedral.
Ma faremmo torto alla verità se non mettessimo in prmo piano il giocatore senza il quale tutto questo non sarebbe mai esistito, ovvero Fernando Llorente. “Fernandote” ormai non ha bisogno di commenti, parla da sé: è lui a sigillare la partita, con l’incornata del 2-0 prima e poi con la palla rubata sulla trequarti a Fernando Navarro (errore eloquente: se finisce in bambola pure lui che ha una media di errori vicino allo zero, vuol dire che il Sevilla non c’era proprio) che origina il successivo assist per il 3-0 di Toquero, preferito dal primo minuto al solitamente titolare Ion Vélez, più veloce ma meno civilizzato (ci sarà comunque spazio nella ripresa per le corse a rotta di collo+finalizzazioni improponibili di Vélez, un must ormai per chi assiste alle partite dell’Athletic).
Nel secondo tempo l’Athletic rifiata di più nella propria metacampo ma soffre relativamente poco, riuscendo a spezzettare costantemente l’azione di un Sevilla nemmeno rivitalizzato dai cambi offensivi di Jiménez (il rientrante Luis Fabiano per Fazio, già nel primo tempo sul 2-0 per passare alle due punte, e poi Capel per Adriano a inizio ripresa).

E così sarà Athletic-Barça, una bella finale dal sapore antico, che non si registrava da ben 25 anni (il ricordo comunque non è dei più edificanti…). I blaugrana rispettano quindi il pronostico, ma lo fanno passando per le vie più tortuose immaginabili. Un mese fa pensare a un Mallorca che sciupa l’occasione del 2-0 su rigore ad inizio secondo tempo sarebbe stato da folli, ma ormai la realtà è un’altra.
La crisi blaugrana da tecnica è diventata anche psicologica: eccettuata la grande azione palla al piede di Iniesta (rientrato dall’infortunio in un undici titolare senza Eto’o, Xavi e Messi ma con Bojan, Hleb e Cáceres terzino sinistro) a inizio partita, ha veramente sorpreso la difficoltà dei blaugrana nel proporsi nella metacampo avversaria. Non si è trattato come al Vicente Calderón di un Barça sfilacciato, ma di una squadra priva di entusiasmo e di slancio sì, una squadra molto molto normale, che va a piccolissimi passi e non riesce più a dare ritmo alla propria azione.
Visto il panorama tutto sommato incoraggiante, anche il Mallorca “pacifista” di inizio partita (schierato da Manzano con molte seconde linee) ha cominciato a crederci, creando pochissime occasioni ma guadagnando progressivamente metri e soprattutto trovando un gol-chiave a fine primo tempo col del “Chori” Castro (gran gol e bella partita per l’uruguagio, da due stagioni oggetto misterioso: meriterebbe qualche minuto in più anche nella Liga, così come il guineano Keita, punta fastidiosissima incomprensibilmente sottoconsiderata da Manzano).
Gol che rappresenta la miccia per un inizio di ripresa esplosivo, nel quale davvero il Mallorca arriva a pochissimo dall’impresa… precisamente ad undici metri. Dopo un gol annullato a Keita (dati i replay visti ieri, non saprò mai se fosse regolare o meno), l’atterramento di Castro in area di rigore da parte di Cáceres segna la svolta: l’uruguagio viene espulso perché ferma una chiara occasione da gol, e sembra l’inizio di una strada solamente in discesa per il Mallorca. Ma la parata di Pinto sulla conclusione centrale di Martí innesca una svolta radicale esattamente nel senso opposto. La parata di Pinto e l’ingresso di Messi, per la precisione: il Mallorca infatti esce dalla partita perché intontito dall’errore dal dischetto, ma anche e soprattutto perché si imbatte in un genio capace da solo di riscrivere il copione di una gara e adattarlo ai suoi capricci. Lo spezzone di Messi è sbalorditivo, non ci sono altre parole (così come non ci sono parole per descrivere la partita di Hleb… il bielorusso è totalmente privo di sintonia coi propri compagni): il primo pallone che tocca è un cartellino giallo per Ramis, ogni volta che entra in contatto con la sfera o costringe l’avversario al fallo oppure trattiene il pallone fino a che la propria squadra non sale in blocco nella metacampo avversaria. Finisce così che il Mallorca la porta di Pinto non la vede più nemmeno col cannocchiale, e che la Leo-dipendenza del Barça risulta ancora più palese in momenti come questo. È calcio allo stato puro la prova di Messi, non più solo una attrazione per gli uno contro uno, ma un elemento che a tutti gli effetti migliora il gioco dei compagni che gli stanno attorno, e che sta imparando a leggere sempre meglio le varie situazioni che gli si presentano durante la gara.
Messi riequilibra definitivamente la contesa forzando il secondo giallo per Josemi, Manzano ci mette del suo con un cambio conformista e discutibile (toglie Castro, il migliore dei padroni di casa, per mettere Scaloni: si preoccupa eccessivamente degli equilibri difensivi quando manca già poco meno di un quarto d’ora, e in più non toglie il deludente Arango per una semplice questione di gerarchie interne alla rosa, o forse confidando nel mancino del venezuelano per qualche calcio piazzato), e infine David Navarro dà il colpo di grazia ciccando in maniera dilettantesca un retropassaggio verso Lux che spiana la strada a Messi, comunque grazioso nel pallonetto finale.
Il Barça salvaguarda uno dei tre obiettivi stagionali (e l’Athletic ringrazia, con ogni probabilità andrà in Uefa l’anno prossimo), ma la guarigione è ancora molto lontana, e l’abuso di sostanze stupefacenti (leggi Lionel Messi) alla lunga presenta il conto.

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martedì, gennaio 06, 2009

Il punto sulla diciassettesima giornata.

È sempre Barça, ma senza brillare. Hanno portato a casa anche questa, i dominatori della Liga, anche se con qualche stento. Stenti peraltro non del tutto imprevedibili, pensando alle circostanze: prima partita dopo la pausa e contro un avversario sulla carta morbido, le migliori condizioni perché possa agire un comprensibile doppio effetto-sazietà: sazietà per i 12 punti sul Madrid, e magari sazietà anche per le “12 uvas” del Capodanno spagnolo.
L’approccio alla gara, con alcuni assenti illustri come Messi (tribuna, nuova chance per Hleb, che non ne approfitterà) e Alves (panchina dall’inizio, Puyol va a fare il terzino destro e il canterano Víctor Sánchez, centrocampista di ruolo, fa il difensore centrale, come contro lo Shakhtar in Champions), è così decisamente inadeguato: azione paurosamente sottoritmo, movimento che scarseggia dalla trequarti in su, quindi giocate forzate e palle perse che trovano più di una volta la squadra disordinata nei ripiegamenti.
Il Mallorca tutto dietro, con una copertura intelligente degli spazi e delle linee di passaggio interne, e senza mai giocare sporco (onore a loro), e nel primo tempo con un Aduriz capace di sobbarcarsi tutta la metacampo avversaria mantenendo lucidità e pericolosità nei ribaltamenti. Da Oscar il gol con cui il basco gela il Camp Nou: c’è sì una palla gravissima persa da Yaya Touré, ma il resto se lo inventa tutto Aritz, che piazza uno scatto bruciante evidenziando quanto non-difensore sia Víctor Sánchez (ma ciò non vuol dire che la scelta di Guardiola fosse assurda…è risaputa la predilezione di Pep per i giocatori capaci di iniziare l’azione sin dalle retrovie, a maggior ragione comprensibile contro squadre tutte sulla difensiva), salutando tutti e chiudendo con un pallonetto sopra Valdés che ne sottolinea la nota freddezza nell’uno contro uno coi portieri.
Il Barça attacca con poco ordine, con Touré che tenta l’improvvisata palla al piede in assenza di movimenti e fluidità fra la trequarti e l’attacco, ma perlomeno i blaugrana aumentano il ritmo verso la metà della prima frazione, forzando in pochi minuti la resistenza maiorchina e ottenendo il pareggio con Henry sugli sviluppi di un calcio d’angolo.
Nella ripresa il Mallorca perde la capacità di tenere su palla e ribaltare l’azione con Aduriz (certamente stremato per il lavoro più ingrato che un calciatore possa svolgere: unica punta di una squadra piccola al Camp Nou), così il Barça ha la certezza di poter sostare tutto il tempo sulla trequarti avversaria e aspettare il gol della vittoria. Di sbocchi però i blaugrana non ne trovano molti: provano a metterci più ordine, ma manca la brillantezza per sfondare. Il Mallorca come detto stringe al centro per chiudere le linee di passaggio interne, così l’unica via è cercare di allargare l’azione. Puyol in particolare è inappuntabile per quanto riguarda i movimenti offensivi: parte alto come un’ala, attacca lo spazio, ma quando giochi contro un avversario così chiuso questo può non bastare, essendo richieste capacità di palleggio nello stretto e magari anche dribbling.
Quello che ha Alves, che offre un po’ più di profondità col suo ingresso, che combinato con quello di Iniesta, al rientro dall’infortunio, intende dare un po’ più di imprevedibilità all’azione offensiva. Qualcosina si vede, con il manchego (al posto di uno spento Hleb) a svariare nel tridente introducendo qualche dubbio nel sistema difensivo maiorchino, ma soprattutto in gol, il gol più facile del mondo, appoggio a porta vuota su assist di Gudjohnsen partito in posizione irregolare per la giustificata ira dei giocatori ospiti. Con i buoi già scappati dalla stalla, Touré arrotonda con un bello slalom dentro l’area e una fucilata sul primo palo. La media di tre gol a partita è salva e, aiuto arbitrale a parte, il Barça ha ribadito ancora una volta, dopo il Clásico e dopo il Madrigal, uno spirito di squadra e una mentalità vincente capaci di venire a capo delle partite anche quando il gioco non è dei migliori.

Valencia la prima inseguitrice, si fa per dire. Importante vittoria per il Valencia e forse ancor più significativa sconfitta, ennesimo grande esame fallito, per l’Atlético. I colchoneros non ne azzeccano una contro le colleghe d’alta classifica: qui non credo sia il caso di tirare in ballo le storiche carenze di gioco (evidenti soprattutto nelle gare contro squadre di medio-bassa classifica), quanto piuttosto palesi limiti di personalità. Il primo tempo degli uomini di Aguirre non è infatti accettabile per la mentalità da sparring partner col quale è stato affrontato: niente di meglio per un Valencia che al contrario ha “aggredito” il match sin dal primo minuto con ammirevole concentrazione.
La superiore, nettamente superiore, intensità è stata la chiave con la quale gli uomini di Emery hanno scardinato la partita: pressing alto sui difensori colchoneros e immediate verticalizzazioni a sguinzagliare il devastante quartetto Joaquín-Silva-Villa-Mata. Il pressing alto è una mano santa contro l’Atlético, la cui difficoltà nell’organizzare la manovra dalle retrovie è un fatto x©987ue dei tre gol valenciani vengono da palle perse dallo sciagurato Pernía sulla sua trequarti. Due gol segnati dal mattatore assoluto del match, David Silva, per ogni gourmet del calcio spagnolo che si rispetti l’altra fantastica notizia della giornata assieme al recupero di Iniesta.
Attenzione al trio che si sta ricomponendo fra il canario, Mata e Villa. È calcio puro, del quale si potrà avvantaggiare anche la nazionale. La capacità di smarcarsi e la rapidità di Mata e Villa, praticamente illeggibili per ogni difesa, si sommano all’innato senso del gioco di Silva sulla trequarti (al quale è stata aggiunta anche una buona dose di cattiveria: già all'Europeo avevamo apprezzato la maggior convinzione con la quale David cercava il tiro da fuori, e i risultati si vedono nel golazo del 3-1), l’ideale rampa di lancio e il miglior moltiplicatore possibile del potenziale di Mata e Villa.
Bene il Valencia quindi, ma bisogna comunque ricordare la fase di sofferta incertezza intercorsa fra il rigore del 2-1 di Forlán (unica decisione azzeccata dell’impresentabile Rodríguez Santiago) e il definitivo 3-1 di Silva: una fase in cui, un po’ per l’impossibilità fisiologica di mantenere l’intensità di inizio partita un po’ per il braccino corto, il Valencia si è trovato ad avere un baricentro eccessivamente basso, senza nemmeno la convinzione per cercare il contropiede.
È questo un po’il limite attuale della squadra di Emery (in un anno, ricordiamocelo, OBBLIGATORIAMENTE di transizione): una squadra che va a scatti, estremamente competitiva quando può muoversi su ritmi alti o altissimi, ma meno a suo agio quando si tratta gestire velocità più ridotte. Manca continuità, di partita in partita e all’interno degli stessi 90 minuti, nei quali questa squadra tende un po’a “slegarsi” in entrambe le fasi. Questi i punti che richiedono un preciso salto di qualità, ragionevolmente dalla prossima stagione più che in questa (ma Villa e Silva ci saranno?).

Sevilla beffato. Va bene, il gol al 90’ di Pandiani fa rabbia, per la sua dinamica quantomai casuale e per il fatto che l’Osasuna anche stavolta ha confermato tutta la propria povertà creativa (le uniche luci sono le giocate di Masoud: ok, degli obblighi tattici se ne infischia, ma resta l’unico fuori dagli schemi, per l’appunto, in una squadra che sulla trequarti si perde paurosamente), ma fra l’autore di questo blog e il Sevilla Fútbol Club le relazioni sono sempre più tese negli ultimi tempi, inutile nasconderlo.
Un tempo festival del calcio ad alta velocità, le partite degli andalusi son diventate un pasticcio sempre più indigeribile, fatto di pallonate, mischie e giocate spezzettate difficilmente sostenibili oltre che a lungo termine poco produttive. Se il premio “Qui si gioca a calciobalilla” la passata stagione fu indiscutibile appannaggio del Barça, quest’anno il Sevilla sta bruciando la concorrenza col suo piano scientifico di involuzione. Da non credere il primo tempo: reparti rigidi e senza alcuna possibilità di comunicazione, nessuno che si muove, nessuno che scali e crei una linea di passaggio decente, tutti fermi e nemmeno un grattacapo per l’Osasuna, comodissimo nelle sue posizioni ultra-difensive (solito 4-2-3-1 col solito doble pivote piatto-Vadócz al posto di Puñal ad accompagnare Nekounam-e Azpilicueta esterno alto; nel Sevilla invece la curiosità è Fernando Navarro terzino destro). Uniche risorse, il pelotazo verso quel poveretto di Kanouté (che è sì una punta in grado di fare reparto da solo, ma lo fa ancora meglio se accompagnato in maniera decente…) o le solite iniziative di Navas.
Proprio Navas ravviva il mortorio con un destro da fuori sul quale Roberto potrebbe anche fare di meglio. Da qui fino al novantesimo la partita resta sospesa in un vuoto di idee da ambo le parti, Camacho si sforza di aggiungere peso offensivo (a Portillo, subentrato a fine primo tempo all’infortunato Kike Sola, si aggiunge Pandiani, mentre Masoud prende il posto di Azpilicueta), ma a parte un’azione individuale che Masoud si divora sul più bello, nulla sembra in grado di smuovere il Sevilla dai suoi squallidi tre punti, se non l’istinto del Rifle in area di rigore.

Juande si consolida, Robben incanta. Seconda importante vittoria consecutiva per il Real Madrid di Juande Ramos: non servirà ad accorciare il distacco dal Barça, ma per l’autostima non c’è niente di meglio. Autostima che può trarre nutrimento dal buon primo tempo dei merengues, forti nei primi 45 minuti di una netta supremazia territoriale sul Villarreal.
Supremazia costruita a partire dall’ordine tattico: forse si è trattato da questo punto di vista del miglior Madrid visto finora, eccellente nell’accorciare e aggredire nella metacampo avversaria (fenomenale in particolare la coppia Pepe-Cannavaro nell’alzare la linea difensiva: meno vistoso ma efficacissimo l’italiano, spaventoso nei recuperi e nei corpo a corpo il luso-brasiliano, sul quale Giuseppe Rossi è andato immancabilmente a sbattere ad ogni tentativo di aggiramento). Conquistata la superiorità territoriale, il centrocampo ha macinato gioco con la coppia Gago-Lassana Diarra e l’aiuto di Sneijder (partito dalla sinistra: attenzione, questa potrebbe essere la sua posizione, da mezzala pura qual è è più facile e consigliabile che si trovi a partire dall’esterno con ampia libertà di svariare piuttosto che in un doble pivote).
Qui va aperta la parentesi sui nuovi acquisti, ieri per la prima volta in vetrina: bene Lass, partecipe nelle due fasi (importante che coordini bene i suoi movimenti con quelli di Gago, avendo entrambi la tendenza ad abbassarsi per prendere palla dalla difesa), dinamico, caparbio e roccioso; non sfavillante ma in prospettiva promettente Huntelaar: qualcuno forse avrà storto il naso aspettandosi chissà che cosa e maledicendo il gol mangiato davanti a Diego López, ma guardando a lungo raggio l’olandese ha evidenziato delle caratteristiche capaci di arricchire, e pure molto, le possibilità offensive madridiste. Movimenti essenziali ed efficacissimi, un punto di riferimento offensivo da subito chiaro, nelle sponde, nei movimenti ad allungare le difese e nella presenza in area avversaria, una capacità di fare reparto sicuramente superiore a quella di Raúl e Higuaín.
In un primo tempo di sicuro controllo va però detto che il Madrid ha sfondato relativamente poco. Qui tocchiamo un tasto dolente e al tempo stesso introduciamo la vera “figura” dell’attuale Real Madrid, cioè Arjen Robben. Dio lo conservi sano, perché al di là di lui non si vedono altri giocatori capaci di forzare i catenacci con la stessa devastante efficacia. Per mettere in ginocchio un Villarreal incapacitato nel proporre il suo gioco ma ordinato nel ripiegamento si è così dovuto far ricorso a un’autentica meraviglia dell’olandese, unico giocatore della rosa capace di creare la superiorità numerica e perlopiù giocatore estremamente fragile, gravissimo errore di pianificazione e punto di svantaggio sensibile rispetto al concorrente blaugrana.
Come naturale nel calcio, l’altra faccia del match è stata un Villarreal deludente, scalzato dal sesto posto e in un mediocre periodo di forma, eccessivamente in soggezione nel primo tempo. C’è qualche cosa nello stile di gioco di Pellegrini che a volte non fa tornare i conti: intendiamoci, quando il futbol de toque amarillo trova la continuità e l’ispirazione giusta è musica per le mie orecchie di appassionato, ma in determinate circostanze la sensazione è che il campo diventi troppo lungo per questa squadra.
Attenzione, non sto dicendo che il Villarreal gioca con distanze eccessive fra i reparti, è un discorso diverso: anzi, in fase di non possesso questa squadra fa sfoggio di una buona organizzazione che non sempre le viene adeguatamente riconosciuta, ma il fatto che preferisca la densità nella propria metacampo e che scarseggino i giocatori col cambio di ritmo, rende difficoltose transizioni rapide, ed impedisce al Villarreal di distendersi per tenere sul chi vive l’avversario. Lo abbiamo visto ieri e lo abbiamo visto nelle due sfide col Manchester: contro squadre che impongono una superiore intensità e che lo aggrediscono in pressing, il Villarreal fa fatica a sintonizzarsi sulle frequenze giuste e a proporre il suo calcio, non è decisamente una squadra da mordi e fuggi, e soffre (se non altro però ha sempre dimostrato di saper soffrire, spesso tenendo botta grazie alla buona organizzazione e all’ottimo livello dei suoi difensori).
Nel secondo tempo gli ospiti hanno trovato livelli più consoni, guadagnando possesso-palla e metri nella metacampo avversaria, in coincidenza con quello che Juande Ramos nel dopopartita ha definito un netto calo atletico dei suoi. Qui entra in scena il Piano B, cioè San Iker, determinante in due grandi interventi su Llorente e su un colpo di testa sottomisura di Rossi, liberissimo in area piccola. Con la propria squadra ormai incapace di aggredire come nel primo tempo, Juande ha saggiamente optato per infoltire le maglie, togliendo un Huntelaar ancora senza i novanta minuti e plasmando un centrocampo più nutrito con Drenthe esterno e Sneijder in appoggio a Raúl. Soffre di meno il Real Madrid così, anche se il Villarreal trova più idee e rimane pericoloso con Ibagaza in cabina di regia al posto di un Senna fuori partita. Pure il Submarino si allunga un po’, e così il finale è sul filo dell’equilibrio, col Madrid che ha qualche contropiede e il Villarreal che inquieta su palla inattiva prima con Godín e poi con Eguren, sottolineando un nervo tuttora scoperto della pur eccellente difesa madridista.

Con Abbondanzieri, è Uefa per il Deportivo. Comincia a stufare l’istrione che occupa la porta del Getafe: va bene la prima stagione eccellente, ma dalla scorsa in poi le sue gags hanno avuto conseguenze anche pesanti, dalla beffarda eliminazione di Uefa col Bayern fino all’ultima stupidata di ieri. Non si sa perché, su una verticalizzazione facilmente controllabile di Valerón il Pato non trova di meglio che travolgere Bodipo con un’uscita di rara goffaggine e intempestività. Sergio non crede ai propri occhi ed esegue dagli undici metri.
Senza una prodezza di questo tipo, difficilmente la partita si sarebbe mossa da una cristallina situazione di equilibrio, determinata dai gol di Bodipo (dimenticato su calcio d’angolo dalla difesa del Getafe, ieri stranamente farfallona in più di un’occasione, soprattutto sulle palle da fermo) e Manu del Moral (prodezza al volo da fuori). Parità fra due squadre solide e mai portate a buttare il pallone, un possesso-palla più propositivo da parte del Getafe e più sornione e attendista da parte del Depor. Non ruba mai l’occhio l’undici di Lotina ma non è nemmeno inguardabile, sa adattarsi a diversi tipi di partita, chiudendosi e ripartendo ma non tirandosi indietro al momento di elaborare la manovra, con giocatori di buon talento sulla trequarti che in parte limitano gli effetti negativi dell’assenza di un bomber da doppia cifra.

Le altre. Importanti novità in bassa classifica: il Recre che non ti aspetti si tira momentaneamente fuori al termine di una partita più sofferta di quanto non dica il risultato (il Numancia sbaglia addirittura due rigori con Barkero e Gorka Brit); l’Espanyol piomba al terzultimo posto, anche se c’è più da sottolineare l’occasione persa dal solito Athletic incapace di staccarsi chiaramente e prontamente dalle sabbie mobili.
Passo avanti dell’Almería (che in fondo alla classifica per potenziale non ci dovrebbe stare mai), vittorioso alla prima uscita del mito Hugo Sánchez su un Betis la cui cera pian piano sta tornando quella brutta di sempre. Pochi affanni di classifica per Málaga e Sporting, che se la giocano in una brutta partita che premia i padroni di casa, difficilmente prospettabile il loro ottavo posto a questo punto della stagione. Altra sfida di metà classifica Valladolid-Racing: a conferma di quanto siano difficilmente pronosticabili queste sfide di medio-bassa classifica della Liga, sono gli ospiti in questo caso a spuntarla, neutralizzando le armi di un Valladolid proveniente da un gran momento di forma e raccogliendo i frutti di un graditissimo ritorno, quel Nikola Zigic che in Cantabria ha già fatto storia col mitico articolo “il”composto con Munitis (ora un terzetto con l’intrusione di Pereira).

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