sabato, gennaio 30, 2010

Cartagena sogna.


Dietro a Hércules e Real Sociedad, che sembrano aver ormai spiccato il volo, la terza inquilina dell’ambito attico con vista Primera è l' FC Cartagena, anzi come i suoi tifosi affettuosamente lo chiamano, el Efesé, dall’acronimo di “Fútbol Club” pronunciato però alla maniera diffusa nella città murciana che, come avviene in altre zone della Spagna (Andalusia e Canarie) e in tutta l’America Latina, accomuna indistintamente in una esse sorda la pronuncia delle consonanti “s”, “z” e “c”.
Se la città della quale è espressione è carica di storia come poche altre in Spagna (fu fondata dal generale cartaginese Asdrubale nel 227 a.c., da qui partì Annibale per la Seconda Guerra Punica e i romani la conquistarono ribattezzandola Cartagonova, il nome peraltro dell’impianto in cui gioca l’Efesé, che sulla maglietta sfoggia il “marchio” di una delle attrazioni turistiche locali, il teatro romano), non si può dire altrettanto della squadra di calcio, che è alla prima partecipazione assoluta in Segunda di una vicenda che ebbe inizio soltanto nel 1995, a partire dal fallimento della precedente squadra cittadina, il Cartagena FC (non è uno scherzo, proprio lo stesso nome ma all’inverso).
Il Cartagena FC, fondato nel molto più remoto 1919, dopo aver sospeso l’attività per alcuni anni ha ripreso a giocare, e al momento si trova in Tercera, ma nel frattempo è stato il nuovo Efesé ad averne raccolto l’eredità fra i tifosi storici, diventando la prima squadra cittadina.

Città colma d’entusiasmo per un exploit sorprendente ma che ha tutte le basi per non rivelarsi qualcosa d’effimero. Il progetto è serio, la società ambiziosa, e se la nave è stata varata da poco si è comunque affidata a vecchi lupi di mare. Nell’undici titolare quasi tutti infatti hanno una sufficiente esperienza in Primera (Clavero, Expósito, Pablo Ruiz) qualcuno la conosce come le sue tasche (Víctor), qualcun altro ancora addirittura vanta importanti esperienze internazionali (De Lucas, Cygan). Insomma, non dei pivellini pronti a montarsi la testa alla prima serie di vittorie. Più problematica del fattore psicologico è semmai la dimensione della rosa, forse troppo corta per reggere una maratona quale è la Segunda División. Problema del quale è comunque consapevole la società, molto attiva in questa finestra di mercato invernale. Sono già arrivati tre rinforzi (il terzino sinistro Signorino dal Getafe, il prestito del difensore centrale dell’Athletic Bilbao Etxeita, l’ala destra Balboa dal Benfica, ex canterano madridista piuttosto scottato a dire il vero dalle precedenti fallimentari peregrinazioni). Manca solo un nome per l’attacco, reparto fortemente sguarnito, e a conferma della predilezione del club per i nomi di provata esperienza e spessore si parla addirittura di Nuno Gomes, che per la categoria sarebbe veramente un colpaccio.
Al di là dei nomi e dei ritocchi, induce all’ottimismo quello che c’è già: una squadra che a detta di buona parte degli addetti ai lavori gioca un calcio fra i più brillanti della categoria, sotto la guida di Juan Ignacio Martínez, cavallo di ritorno per il club che guidò già nel 2005-2006, fallendo l’attacco alla Segunda solo ai play-off. Prima del ritorno due esperienze su altre panchine della serie cadetta, al Salamanca nel 2007-2008 e all’Albacete la passata stagione, col rammarico per un esonero determinato più dalle divergenze coi vertici societari che dai cattivi risultati sul campo.


Altri giocatori. Portieri: Castilla. Difensori: Txiki (terzino destro/centrale), Chus Herrero (centrale), Etxeita (centrale), Signorino (terzino sinistro), Santi Santos (centrale), Javi Casas (terzino sinistro). Centrocampisti: Héctor Yuste (centrale), Sielva (centrale), Miguel Falcón (centrale), Balboa (esterno destro/ala), Tonino (esterno sinistro/terzino). Attaccanti: Tato (seconda punta/ala/esterno), Quintero (ala/esterno).


Il Cartagena-champagne


La squadra di Juan Ignacio Martínez ha un’impostazione e una filosofia di gioco tipicamente spagnola. Vive con, per e attorno al pallone. Il possesso-palla come mezzo non solo per divertire lo spettatore, ma come base per organizzare ed equilibrare il collettivo. Mai buttare via la sfera, ricerca della trama elaborata sin dalle retrovie, coi difensori centrali larghi per permettere ai terzini di salire e guadagnare così opzioni di passaggio in zona centrale; il vertice basso del centrocampo che arretra per fornire un appoggio ai difensori ad inizio azione, il portiere stesso chiamato a giocare palla a terra per garantire superiorità numerica su eventuali tentativi di pressing avversario. Un’elaborazione che nella sua ossessività raggiunge talvolta effetti pericolosamente stucchevoli, come su quei rinvii da fondo campo battuti rigorosamente rasoterra (soluzione introdotta dal Barça di Guardiola e scimmiottata ultimamente anche dall’Almería di Lillo), con i difensori centrali e il portiere che scherzano col fuoco passandosi il pallone nei pressi della porta e regalando più di una rimessa nella propria trequarti al pressing avversario, quando non di peggio.

Longás e Víctor, la mente. Rinviare lungo dal fondo e andare in pressing sulla seconda palla non sarebbe cosa balzana, ma è certo che al di là dei dettagli è su questa base che il Cartagena ha costruito la sua sorprendente prima metà di stagione.
La spina dorsale, i custodi principali di quest’identità si chiamano Antonio Longás e Víctor, i due giocatori attorno ai quali il Cartagena si distende armoniosamente, occupa la metacampo avversaria e si ordina e compatta anche in vista della successiva fase di non possesso.
Longás è una meraviglia, proprio una dannata meraviglia. A vederlo giocare ti rendi conto di quando sia alto il livello medio dei centrocampisti spagnoli per poter relegare in Segunda uno così. Venticinque anni, la sua carriera ha stentato a decollare per la presenza davanti a lui di gente di volta in volta oggettivamente inaccessibile: assieme a Lafita era la perla della cantera del Zaragoza quando però in prima squadra Aimar & C. chiudevano ogni spazio, mentre la scorsa stagione l’ha passata in Segunda B con il Barça Atlétic, piazza se vogliamo prestigiosa ma con ovvie inesistenti possibilità di accesso al mondo dei marziani della prima squadra. In mezzo nel 2007-2008 ha già avuto un’esperienza in Segunda con il Tenerife, ma è quest’anno che sta avendo la sua piccola consacrazione.
Non si muove foglia che Don Antonio non voglia, praticamente tutte le azioni passano da lui. Martínez lo ha messo al centro del suo sistema: qualche passo avanti rispetto al “pivote”, si muove con una totale libertà che dimostra di meritarsi pienamente, accompagnando alla fantasia il senso di responsabilità nelle giocate, alle finte spettacolari lucide geometrie. Può abbassarsi per prender palla dai difensori ma può anche spingersi fino alla trequarti per tentare il dribbling o l’uno-due ai limiti dell’area avversaria: i compagni si fidano di lui e sanno che è un rischio calcolato, che non perderà palle stupide e che saprà alternare alle percussioni lo scambio corto e i cambi di gioco millimetrici, col pallone attaccato al piede e un controllo eccellente dei tempi di gioco.
Víctor non ha certo il peso tirannico sulla squadra di Longás, però è un punto d’appoggio importante. Premessa storica doverosa: stiamo parlando di uno dei miti del recente calcio spagnolo di provincia. Fra Valladolid, Villarreal e poi di nuovo Valladolid, con la ciliegina di una presenza in nazionale nel febbraio 2000, sono ben 95 i gol totalizzati in Primera.
Ora gli anni sono trentacinque però, e il suo stile di gioco ha dovuto per forza adeguarsi: dalla seconda punta piccola e guizzante (1,66 x 64 chili) che era in gioventù Víctor si è riciclato in tattico esperto nei movimenti tra le linee, intelligente nell’aprire varchi nel sistema difensivo avversario e nell’assicurare a Longás e compagnia una sponda per sviluppare il gioco di triangolazioni e inserimenti a sorpresa dalla trequarti in su. Lo spunto non c’è più, ma il tocco di palla rimane quello di sempre, e anche la calma e la classe nel finalizzare a tu per tu col portiere (7 gol finora, aiutano anche i rigori).

Lafuente, De Lucas e Toché, il braccio. Attorno a Longás e Víctor si agita un tourbillon, uno sciame impazzito che solo per comodità possiamo riassumere in un 4-1-3-1-1. Dalle fasce ronzano Ander Lafuente e Quique De Lucas: gli spazi creati da Longás, Víctor e dal centravanti Toché li occupano loro, i guastatori. Martínez non chiede tanto di restare larghi e da lì creare la superiorità numerica, quanto piuttosto la sorpresa inserendosi a rimorchio, con tagli dall’esterno verso il centro. Nell’intento di togliere punti di riferimento sono frequenti sono anche i cambi di posizione fra i due giocatori, e non di rado l’uno va a trovare l’altro sulla fascia opposta, sovrapponendosi e “sovraccaricando” il sistema difensivo avversario in quella particolare zona.
Giocatori dai movimenti comunque diversi, perché molto diverse sono le caratteristiche: a sinistra Lafuente fornisce l’elettricità, il cambio di ritmo che lo rende l’uomo chiave dei veloci ribaltamenti che il Cartagena sa proporre non appena gli si apre il contropiede. Una rivelazione il quasi 27enne basco, prima le squadre minori dell’Athletic Bilbao (Baskonia e Athletic B) poi tanto Cartagena inframmezzato solo dalla scorsa annata al Granada CF, comunque in categorie sempre inferiori alla Segunda. Piccoletto dal baricentro basso e dai movimenti rapidissimi sul breve, ipercinetico e iperattivo.
Lafuente è ficcante nelle iniziative palla al piede, De Lucas invece è meno appariscente e più sornione, essenziale e pericoloso nel gioco senza palla. Sfruttando il movimento costante dei compagni sul fronte offensivo, legge bene il momento in cui proporrre l’inserimento in area avversaria, talvolta ritrovandosi come uomo più avanzato della squadra ad azione in corso. Raramente cerca il fondo, non ha né il passo né la mentalità dell’esterno, più spesso aiuta al centro a costruire la manovra per poi avvicinarsi a fari spenti alla zona-gol (4 gol). L’ottimo destro poi lo rende uno specialista dei calci piazzati, suo pezzo forte da sempre, da quando a fine anni ’90 era una promessa dell’Espanyol, prima di vivere un’esperienza al Chelsea pre-Abramovich certo non gloriosa ma che “fa curriculum”.

Di fatto unica prima punta di ruolo nella corta rosa cartagenera è stato finora Toché, chiaramente un mestierante da Segunda, che però il suo lo fa (9 gol): ariete classico, sgomita coi centrali e li tiene impegnati, carente di tecnica ma con peso e una conclusione potente col destro.
Quello che si avvicina di più a una punta in rosa è il 26enne Jesús Rodríguez “Tato”, cresciuto negli arcirivali regionali del Murcia: è un attaccante che però tende prevalentemente a svariare sulle fasce, venendo oltrettutto più spesso impiegato come esterno ogniqualvolta si affaccia nell’undici titolare. Tato è un giocatore generoso e portato ad attaccare lo spazio, agile e potente in progressione, discretamente incisivo nelle percussioni palla al piede ma non particolarmente acuto nella lettura delle situazioni, oltre che discretamente negato in zona-gol. Come ruolo, caratteristiche fisiche e movimenti ricorda un po’il Riki del Deportivo, anche se è destro.
La carta che Juan Ignacio Martínez è solito giocarsi a partita in corso è però Alberto Quintero, 22enne nazionale panamense, aletta un po’anarchica e sgrammaticata ma ideale quando le squadre si allungano, per la grande velocità e la sfrontatezza nell’uno contro uno.


Il Cartagena “pane e salame”


Il quadro rose e fiori descritto precedentemente può però perdere spesso la vivacità dei suoi colori in una categoria tanto livellata come la Segunda. Dalla prima all’ultima la differenza di qualità è molto meno ampia rispetto alla Primera, e con la tecnica e il fisico a non spiccare particolarmente da una squadra all’altra, la tattica aumenta il suo peso. Non sorprende perciò che più d’una squadra, col passare delle giornate, abbia raffinato le strategie per far giocare male il Cartagena brillante capolista della prima fase di stagione.
L’Efesé va in cortocircuito se ad inizio azione blocchi le comunicazioni fra i difensori e Longás, tagliando così fuori anche gli altri quattro giocatori offensivi. Quindi, un pressing alto sui due difensori centrali quando cercano gli scambi palla a terra, e anche un inseguimento sul centrocampista che si abbassa per cercare di aiutare i difensori a far uscire il pallone dalla trequarti difensiva.
Il Cartagena fatica a distendersi, gli avversari possono alzare la linea difensiva senza preoccuparsi troppo perché Toché non ha la velocità per attaccare gli spazi alle spalle, e se il Cartagena fatica a distendersi fatica pure a difendersi, perché non si trova comodo a ripiegare nella propria metacampo (notevole in particolare il menefreghismo difensivo di De Lucas) e in queste situazioni tende a spezzarsi in due tronconi. L’esempio migliore lo ha fornito il Nàstic che sbancò il Cartagonova eseguendo minuziosamente la strategia esposta.

La risposta di Martínez è stata perciò un “Piano B” da alternare al sistema di gioco principale quando opportuno. La mossa: togliere Víctor (anche per un calo di rendimento riscontrato nel veterano rispetto allo scoppiettante inizio di stagione) e inserire un centrocampista in più, Miguel Falcón, sulla stessa linea di Longás per un 4-1-4-1 più abbottonato. La ragione è elementare, poter disporre di un uomo in più in copertura per semplificare i ripiegamenti, però questo Piano B ha finora dato risultati alterni, l’ultimo dei quali la severa bocciatura in casa dell’Hércules capolista e vittorioso con pieno merito nello scontro diretto.
Il Cartagena così intende rischiare meno, ma diventa anche una squadra più normale, con una minor varietà e ricchezza di soluzioni. Manca l’appoggio fornito da Víctor, e le azioni offensive sono meno corali e dipendono maggiormente dalle palle recuperate e dai ribaltamenti rapidi di Lafuente. Inoltre non sembra la soluzione ideale per esprimere tutto il potenziale creativo di Longás, che si esalta andando a chiedere e a portare palla a destra e a manca, senza altri a pestargli i piedi in mezzo al campo. Massima libertà e più ampio raggio d’azione possibile insomma, mentre nel Piano B si trova un po’ irrigidito sul centro-destra.


Mariano, Pascal e gli altri


Se la base dell’equilibrio del Cartagena risiede in gran parte nel possesso-palla, e all’interno di questo nell’insostituibile direzione d’orchestra di Longás (si son visti tutti gli effetti dell’assenza del numero 10 nel deludente 0-0 di sabato scorso ad Albacete: marmellata inguardabile a centrocampo, Cartagena irrimediabilmente banalizzato), non è da sottovalutare comunque l’apporto di esperienza e di intelligenza tattica dei due giocatori che completano la spina dorsale della squadra: Mariano Sánchez, la diga davanti alla difesa, e Pascal Cygan, il leader del reparto arretrato.

L'Architetto che distrugge. Mariano, 32 anni e prima esperienza in Segunda, ci racconta una storia davvero rara nel professionismo calcistico attuale. Lo chiamano “El Arquitecto” per la sua laurea, laurea per ottenere la quale non ha esitato a ritirarsi dal calcio giocato per ben cinque anni. E dire che, giunto diciottenne nella capitale per gli studi universitari, lo aveva persino reclutato la cantera del Real Madrid: Mariano però in poco tempo non ritiene fattibile combinare le due attività, e così torna a giocare solo a 23 anni, ripartendo dalla Tercera e, parole sue, dovendo ancor prima riprendere la semplice confidenza nel contatto con l’oggetto sferico. E pure nella scelta delle squadre in cui giocare dopo il ritorno all’attività continuerà a pesare la vicinanza a casa, Levante e dintorni, e all’azienda familiare (anche il padre infatti è architetto).
In campo Mariano Sánchez ci sa stare: mancino, non un prodigio di tecnica ma un giocatore efficacemente lineare, dal buon senso tattico. Davanti alla difesa vigila gli inserimenti avversari dalla seconda linea e copre nei ripiegamenti gli spazi lasciati sguarniti dai suoi compagni di centrocampo o dai terzini. Questo eccedendo raramente negli interventi, e anzi spesso rigiocando palloni utili. Non è irrinunciabile come Longás, ma di briciole ai concorrenti ne lascia ben poche.
In questo senso il caso che richiama maggiormente l’attenzione è Óscar Sielva, 18enne mediano in prestito dall’Espanyol, potenzialmente uno dei più promettenti talenti spagnoli nel ruolo, tuttavia nettamente sottoutilizzato finora (7 presenze, e solo 3 dall’inizio, impiegato anche in una posizione scomoda da esterno). Qualche minuto in più come “pivote” di rincalzo lo ha trovato il 22enne Héctor Yuste, murciano doc, in una posizione alla quale Juan Ignacio Martínez può adattare anche Miguel Falcón.

Esperienza in difesa. Pascal Cygan susciterà un sorrisino in qualche tifoso dell’Arsenal, ma in un contesto come la Segunda la sua notevole esperienza internazionale (oltre ai Gunners la Champions League con Lille e Villarreal) pesa tutta. La sua assenza per infortunio negli ultimi due mesi ha indubitabilmente sottratto carisma e affidabilità alla linea difensiva bianconera. Lentissimo, macchinoso e un po’ goffo ma con discreto piazzamento, prestante e forte nel gioco aereo e nei contrasti, con il suo compagno Pablo Ruiz (caratteristiche simili al francese: gioca di posizione e di stazza, magari con un pizzico di agilità in più nelle chiusure laterali) si arrabatta anche nell’impostazione dalle retrovie.
Come centrale di rincalzo più convincente dell’ex zaragocista Chus Herrero è parso il catalano Txiki, che pure di ruolo non sarebbe centrale. È il jolly della difesa: ha cominciato la stagione da terzino destro titolare, ma scalzato dall’ex Athletic Bilbao Unai Expósito (che pur restando mediocre si è scoperto raffinato esecutore di punizioni: già due gol… sopra la barriera e a foglia morta!) si è riciclato in mezzo o anche a sinistra (come nella sconfitta di Alicante con l’Hércules), pur essendo destro di piede. Da centrale può far valere caratteristiche assenti sia in Cygan e Pablo Ruiz che in Chus Herrero, in particolare la rapidità e l’anticipo. Concede qualcosa invece nella marcatura in area di rigore, difettando anche di forza e di qualche centimetro rispetto ai concorrenti.
Completa la difesa a sinistra il 32enne Clavero, terzino di piena garanzia per la categoria, rapido, disciplinato e continuo, dei laterali in rosa quello di maggior profondità offensiva, poca tecnica ma buon tempismo nelle sovrapposizioni. Ancora inedito l’acquisto invernale Franck Signorino (resosi indispensabile per la totale sfiducia nutrita da Martínez verso Javi Casas, altro scarto bilbaino impiegato finora per la bellezza di zero minuti), che ai tempi del Nantes godeva di buon mercato ma che a Getafe era finito nel dimenticatoio fra un infortunio serio e la scarsa considerazione dei tecnici. Concentrato e affidabile fra i pali il 25enne Rubén, scuola Barça e discreta completezza nei fondamentali.

FOTO: laverdad.es; marca.com; laopiniondemurcia.es; futbolclubcartagena.com.

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2 Comments:

Blogger Francesco said...

Ma... non capisco. Guardi anche tutte le partite di segunda adesso? Comunque il ritorno al "piano A" ha dato i suoi frutti, visto che il Cartagena con Victor, Lafuente, Tchité e Longàs ha di nuovo stravinto.

Ps: cosa ne pensi di questo real Madrid versione nazionale spagnola, con 4 jugones a centrocampo e Benzema di punta? Secondo te é una scelta estemporanea o una proposta sostenibile nel tempo?

1:59 PM  
Blogger valentino tola said...

Tutte magari no, ma provo ad estendere la mia rete di osservatore... :-)
Se vi piacciono pubblicherò volentieri altri approfondimenti sulla categoria, mi sembra una cosa buona proporli in un periodo in cui il calcio spagnolo sui media principali è ridotto più che mai a "Barça e Madrid, Madrid e Barça"...

Sì che è sostenibile, con Van der Vaart al posto di Guti. Magari in quelle partite più delicate di Champions, in cui gli avversari potranno discutere un po' di possesso-palla aggiungi uno dei due Diarra.
Comunque credo che nella formazione ideale di Pellgrini ci sia Lass sul centro-destra. L'altro lato invece se lo disputeranno Granero, Van der Vaart e Marcelo.

3:03 PM  

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