In principio era
Guilherme Siqueira, un terzino sinistro brasiliano tecnicissimo che quasi
aumentava la precisione delle sue giocate al crescere della velocità, spettacolari
uno-due e sovrapposizioni interne; poi c’era Aranda, l’attaccante
autosufficiente, uno che prometteva nella cantera del Real Madrid ma non ha mai
sfondato, ma che comunque nella partita secca, era capace di portare a crisi di
nervi i migliori difensori della Liga, con la sua capacità di gestire qualunque
pallone, anche il più ingiocabile, e trasformarlo in qualcosa di utile, un po’
col mestiere, un po’ col fisico, un po’ con giocate inventate dal nulla. Ora
Aranda non c’è più, e Siqueira è volato al Benfica, ma il Granada rimane una
squadra di “freaks”.
Sì, come quel film stupendo di Tod Browning, ma spogliato di ogni connotazione horror: scherzi di
una natura calcistica nella quale già nessun giocatore è completamente uguale a
un altro, ma alcuni sono proprio bestie strane, per alcune caratteristiche
particolari, originali, non necessariamente le più indicate per vincere i
trofei ma sì per stimolare gli appassionati, specie per il piacere di cantarne
le lodi in circoli il più possibile clandestini, lontani dai titoloni. Un po’ quello
stesso piacere che si prova a condividere un video di Le Tissier o Mágico González e sostenere che Pelé, Maradona e Cruijff scherzavano e che loro in
realtà sono stati i più grandi giocatori di tutti i tempi.
Il bello è che il
Granada dei giocatori fichissimi come squadra è in realtà una delle più grigie.
Lucas Álcaraz, allenatore ancora con lo stampo degli anni ’90, serio ma un po’
datato con quel suo 4-4-2 simmetrico, lineare, senza scambi di posizione sulla
trequarti, con pochi effettivi in area avversaria e senza particolari situazioni
offensive studiate (nelle ultime partite comunque si è passati a un 4-5-1 con
più controllo nei tre centrocampisti centrali). Una squadra che fa una fatica
tremenda a creare occasioni e segnare (solo 7 reti finora),
che non tratta male il pallone ma che comunque punta più a addormentare i
ritmi, far sì che non succeda nulla e poi monetizzare l’episodio.
Eppure, in tutto
questo piattume, una sua partita va sempre tenuta d’occhio perché può comunque
riservare alcuni fra i momenti più divertenti della Liga attuale. La colpa è di
Yacine Brahimi: non azzardiamo se definiamo il 23enne algerino il secondo miglior
dribblatore della Liga dopo Messi (concorrono anche Neymar e un Marko Marin purtroppo
ancora incapace di ritrovarsi). Naturalmente ciò non coincide con l’essere fra
i migliori giocatori in assoluto del campionato, anzi la sensazione è che Brahimi
sia uno di quelli che nello stesso istante in cui raccogli la tua mascella dopo
una giocata inverosimile ti fa pensare anche che non diventerà mai un grande
giocatore.
E in fondo è
proprio questo il bello, perché se lo diventasse andrebbe a una grande squadra,
diventerebbe ”commerciale”, verrebbe prontamente banalizzato col metro di giudizio dei risultati, e tu magari
discutendo con gli amici ti troveresti costretto a difenderne la competitività,
e pur sapendo che non è così non ti va di ammetterlo, perché lo sentiresti come
un tradimento verso la tua passione insana.
La “stranezza” di
Brahimi è la capacità di dribblare su entrambi i lati partendo da entrambe le
fasce, perché sui primi metri è un proiettile, e in più l’agilità e il
controllo di palla gli permettono indifferentemente di lanciarsi verso il fondo
o sgusciare all’interno fra nugoli di avversari. La capacità di calamitare il pallone fa quasi
sembrare che più avversari lo circondano più sia difficile togliergli palla. Quando
poi fa scudo col corpo, torna indietro per proteggere la palla e magari
ripiegare su un passaggio semplice, ma all’improvviso arresta la sua marcia e
riparte come un razzo sul lato opposto, beh, siamo proprio ai cartoni animati.
Il problema però è
che nessuno in più di un anno ha ancora capito quale sia il suo ruolo, e
probabilmente resterà un mistero che lo accompagnerà fino a fine carriera. Sembra
più un solista senza una collocazione precisa: l’anno scorso a lungo impiegato
al centro della trequarti nel 4-2-3-1 di Anquela, spunti buoni ma poche
capacità da rifinitore, poi col cambio in panchina si è trovato sulla destra,
senza per questo essere un esterno. Ora
invece a sinistra, dove la propensione a rientrare sul destro fa un po’ a pugni
coi movimenti di un altro destro, il promettente terzino sinistro francese
Foulquier. Resta comunque l’unica scintilla nel gioco di Lucas Álcaraz.
Dopo il
dribblomane patologico passiamo a un altro caso di devianza….Avete presente
Quegli attaccanti che giocano giocano giocano, fanno in ogni istante la cosa
migliore per la squadra, meno la più importante, e cioè il gol? Figure
romantiche come il primo Higuaín, o Jonas del Valencia prima che si
abbandonasse al vizio del gol?
Ebbene, il Granada
vanta anche il primato del romanticismo, nel suo centravanti Ighalo (e la
coppia con Aranda la scorsa stagione era sentimentale come nessuna). Se il calcio
si giocasse senza porte, questo sarebbe un fuoriclasse. La porta non la vede
nemmeno col binocolo (il gol dell’altro giorno all’Atlético, comunque un male
minore perché gol ininfluente, non diminuisce la nostra stima), però i tifosi
continuano a idolatrarlo per il gol all’Elche nello spareggio-promozione di due
anni fa.
La cosa che
colpisce di Ighalo è sostanzialmente una sola: il gioco spalle alla porta.
Qualsiasi pallone rasoterra, o a mezz’altezza (come torre sulle palle alte se
la cava ma resta nella norma), esige molta pazienza in chi lo marca, perché il
nigeriano ti si pianta davanti, mette le radici sulla zolla designata e non lo
smuovi. Devi avere pazienza e sperare in qualche dissuasione indiretta,
aspettare un raddoppio o non lasciarlo girare (anzi no, meglio lasciarlo girare perché questo
scherzo della natura gioca più scomodo fronte alla porta), perché il primo
controllo sarà suo nel 99% dei casi. Un po’ la kryptonite per i difensori
troppo convinti dei propri mezzi e tendenti all’anticipo sconsiderato, tipo
Koscielny o David Luiz (invece un centrale composto come Miranda dell’Atlético
lo ha alla lunga domato).
Otto-nove righe
dedicate solo al gioco spalle alla porta di Ighalo sono totalmente inutili,
cazzeggio puro, ancor di più dopo mesi di assenza dal blog in cui la prima cosa
da fare sarebbe parlare della polemica fra Blatter e Cristiano Ronaldo, ma
questa cosa l’ho tenuta dentro per mesi ed era diventata ormai un’esigenza
insopprimibile, scusate.

Il terzo “freak” è
un giocatore bravo sul serio, e fin qui (ha già 29 anni, e un paio di anni fa ancora mangiava la polvere della Segunda) forse sottovalutato: Manuel Iturra.
Ora, se c’è uno stereotipo del calcio che mi ha sempre infastidito è quello del
“ruba palloni”, del giocatore che di per sé darebbe equilibrio a una squadra
fornendo individualmente qualcosa che invece deriva sempre e soltanto da
equilibri collettivi (conseguenza deleteria di questa credenza sono le squadre
costruite col bilancino: un ruba palloni per uno coi piedi buoni, e così via…).
Se c’è però un giocatore che più di tutti fornisce quest’illusione è il cileno ex
Málaga, giocatore incredibilmente reattivo e dinamico, che ha pure deciso unapartita l’anno scorso con un pallone rubato(vittima uno svampito ThiagoAlcantara).
Il guaio di Iturra
è che è pure tatticamente avveduto, per cui nel ruolo in cui sta giocando
attualmente, vertice basso del centrocampo dietro le mezzeali Recio e Fran
Rico, ne apprezzi le capacità di copertura, ma al tempo stesso ne rimpiangi il
mancato utilizzo proprio sulla linea delle mezzeali, dove la sua capacità nel
pressing sposterebbe di non pochi metri in avanti il baricentro della squadra,
sempre che il conservatore Álcaraz lo volesse. Insomma, di Iturra ce ne vorrebbero
pure due.
Le capacità di
mastino poi ne nascondono anche l’apporto in fase di possesso: più che col tocco,
aumenta la fluidità della manovra col suo movimento, la capacità di offrire
costantemente una linea di passaggio più avanzata rispetto a chi porta palla:
capacità che si notava anche al Málaga soprattutto confrontata con
l’alternativa Camacho, che ancorava la squadra a un “doble pivote” molto più
rigido quando sostituiva Iturra al fianco di Toulalan.
E non è finita, il
Granada dei “freaks” è anche la squadra di Diego Buonanotte, il giocatore più
basso del campionato che visto in tv a volte sembra più piccolo del pallone, la
cui qualità nello smarcarsi tra le linee e il cui sinistro sono abbastanza
sacrificati dall’atteggiamento di Alcáraz (che infatti ora lo sta lasciando in
panchina, preferendo un esterno classico come Pereira sulla destra invece di
lasciare a briglia sciolta lui che parte da destra e Brahimi che parte da
sinistra). E infine c’è anche il 21enne difensore centrale Jeison Murillo, un
prospetto sempre più serio, grande fisico, concentrazione e personalità. Ma per
sua sfortuna è colombiano, quindi alla moda, quindi pronto a finire sulla bocca
di tutti e per questo destinato presto a non piacerci più.