Una squadra quadrata. Ci sarà dell’altro?

Non è che siccome hai battuto la detentrice della Coppa dei Campioni ti devi sentire la squadra più forte d’Europa, tantomeno se ti chiami Atlético Madrid, però, aldilà anche del valore del trofeo (non eccelso, come tutte le Supercoppe), questa è una vittoria che ti fa sentire importante, di quelle dopo le quali puoi uscire di casa camminando impettito e sicuro di te. Soprattutto può favorire un consolidamento, parola che al Vicente Calderón nemmeno immaginavano esistesse nel vocabolario.
Con le sue armi, entro i propri limiti, per l’Atlético è stata una gara quasi perfetta. Messo meglio in campo, più reattivo e più ispirato anche nei solisti. Una partita cominciata nel segno di un grande equilibrio, una marmellata a centrocampo dalla quale non usciva nessuno. Poi l’Inter, assai statica e prevedibile nei movimenti offensivi, ha cominciato a perdere campo, e l’Atlético a recuperare palla sempre più lontano dalla propria porta. Azionati Reyes, Forlán e Agüero più vicino all’area avversaria, qualche piccola preoccupazione per Julio Cesar già a fine primo tempo, poi nella ripresa l’Inter perde anche le misure fra centrocampo e difesa, e l’Atlético ha le giocate tra le linee, come quella che porta al bel gol di Reyes. Eccellente l’utrerano, conferma il rinsavimento della passata stagione: anche nelle gare poco convincenti di questa pretemporada, lo si è visto entusiasta, con grande scioltezza nelle gambe e la propensione a fare quello che vuole col pallone tra i piedi. Di questo passo dovrà essere lui uno dei “nuovi acquisti” di Del Bosque.
Sbloccata la gara, l’Atlético l’ha ammazzata in contropiede. Storia vecchia, con la ciliegina della prodezza di “Van Der Gea” sul rigore di Milito: avevo storto (e continuo a storcere il naso) per il trattamento riservato ad Asenjo, però bisogna anche inchinarsi all’evidenza di un ragazzo che non sbaglia un colpo da quando Quique lo ha promosso tra i pali.
Il “miracolo” del tecnico colchonero sta nell’aver portato razionalità collettiva, ordine e organizzazione. Vedere una squadra solida, una zona rigorosa, con coperture puntuali e reparti che accorciano coi tempi giusti (esemplare Paulo Assunção), difesa anche abbastanza alta ma mai in sofferenza, fa quasi commuovere chi era abituato all’Atlético che si spezzava in due di Aguirre o a quello di Abel che faceva il fuorigioco a metacampo (e che fuorigioco! Due che avanzano e due che rimangono bloccati…) senza pressare il rifinitore avversario.
Il punto però, se si vuole ragionare estendendosi alla stagione che sta cominciando, è che sapevamo già che l’Atlético era in grado di competere in una sfida come quella di ieri. Senza il peso del dover fare la partita. Non è un vero salto di qualità. Il salto di qualità verrà quando la squadra piccola di turno, che regalerà il pallone per evitare di essere pressata sulla sua trequarti, e che starà chiusa tutta dietro, verrà superata con regolarità e in maniera convincente, e non per qualche giocata del Kun o di Reyes. Ci sarà un salto di qualità quando al primo pressing sui difensori la palla non solo non verrà buttata via, ma troverà uno sbocco verticale invece che orizzontale. Non abbiamo potuto verificare nulla di tutto questo nella gara di ieri, ma sappiamo che è questo il particolare decisivo, perché tu puoi avere lo stile di gioco che vuoi, difensivo, di rimessa, ben organizzato, ma le squadre che verranno al Calderón non te lo concederanno.
Due punti importanti: l’inizio del gioco dalla difesa e il centrocampo. Per quanto riguarda il primo aspetto, è molto promettente l’acquisto di Filipe (ieri indisponibile, sulla fascia sinistra Quique ha adattato Domínguez: speriamo sia solo un episodio, perché impiegare lì il canterano è uno spreco oltre che una forzatura , e perché non ci si può permettere un rischio come Perea, per quanto il colombiano ieri non abbia avuto sbavature vicino all’altro nuovo acquisto Godín). Il brasiliano infatti è uno di quei rari terzini che hanno un peso sulla manovra pari a quello di un centrocampista: non solo accompagnano l’ala in sovrapposizione, ma iniziano il gioco portando palla e superando con facilità la prima linea del pressing avversario. Come riesce a fare Marcelo nel Real Madrid, come faceva Alves nel Sevilla prima che il passaggio al Barça ne ridefinisse radicalmente i movimenti. Filipe nel Deportivo era praticamente metà squadra per questa sua capacità, considerando il povero centrocampo dei galiziani. Il suo innesto può risultare importante anche nell’Atlético, come supporto a centrali come Perea e Domínguez non proprio comodissimi col pallone tra i piedi (meglio Godín da questo punto di vista).
Il centrocampo presenta un doble pivote Assunção-Raúl García sempre più affiatato e preciso in fase di non possesso. Una base alla quale Quique giustamente non si sente di rinunciare, però va al tempo stesso ribadito come il loro gioco in fase di possesso rimanga comunque troppo orizzontale. E questo è uno degli aspetti nei quali obbligatoriamente l’Atlético deve crescere. Personalmente mi stuzzica l’idea di un 4-1-4-1 nel quale Forlán potrebbe adattarsi al ruolo di falso esterno (uno sforzo non impossibile da affrontare per la polivalenza e i polmoni dell’uruguaiano, apprezzati anche al mondiale), e nel quale l’innesto contemporaneo del nuovo acquisto Fran Mérida e di Jurado potrebbe arricchire la manovra. Un’ipotesi tutta personale però, visto che Fran Mérida finora è stato impiegato sulle fasce (ieri nella ripresa al posto di un acciaccato Reyes), che Jurado probabilmente sta per fare le valigie (lo Schalke offre 13 milioni: sarebbe un peccato perché si tratta di un giocatore senza omologhi nella rosa colchonera e di una carta importante a partita in corso. Però l’offerta è ghiotta, e l’Atlético come tutti ha bisogno di denaro) e soprattutto visto che Quique avendo trovato le sue certezze, seppure limitate, è comprensibilmente restio a rimetterle di nuovo in discussione.
Con le sue armi, entro i propri limiti, per l’Atlético è stata una gara quasi perfetta. Messo meglio in campo, più reattivo e più ispirato anche nei solisti. Una partita cominciata nel segno di un grande equilibrio, una marmellata a centrocampo dalla quale non usciva nessuno. Poi l’Inter, assai statica e prevedibile nei movimenti offensivi, ha cominciato a perdere campo, e l’Atlético a recuperare palla sempre più lontano dalla propria porta. Azionati Reyes, Forlán e Agüero più vicino all’area avversaria, qualche piccola preoccupazione per Julio Cesar già a fine primo tempo, poi nella ripresa l’Inter perde anche le misure fra centrocampo e difesa, e l’Atlético ha le giocate tra le linee, come quella che porta al bel gol di Reyes. Eccellente l’utrerano, conferma il rinsavimento della passata stagione: anche nelle gare poco convincenti di questa pretemporada, lo si è visto entusiasta, con grande scioltezza nelle gambe e la propensione a fare quello che vuole col pallone tra i piedi. Di questo passo dovrà essere lui uno dei “nuovi acquisti” di Del Bosque.
Sbloccata la gara, l’Atlético l’ha ammazzata in contropiede. Storia vecchia, con la ciliegina della prodezza di “Van Der Gea” sul rigore di Milito: avevo storto (e continuo a storcere il naso) per il trattamento riservato ad Asenjo, però bisogna anche inchinarsi all’evidenza di un ragazzo che non sbaglia un colpo da quando Quique lo ha promosso tra i pali.
Il “miracolo” del tecnico colchonero sta nell’aver portato razionalità collettiva, ordine e organizzazione. Vedere una squadra solida, una zona rigorosa, con coperture puntuali e reparti che accorciano coi tempi giusti (esemplare Paulo Assunção), difesa anche abbastanza alta ma mai in sofferenza, fa quasi commuovere chi era abituato all’Atlético che si spezzava in due di Aguirre o a quello di Abel che faceva il fuorigioco a metacampo (e che fuorigioco! Due che avanzano e due che rimangono bloccati…) senza pressare il rifinitore avversario.
Il punto però, se si vuole ragionare estendendosi alla stagione che sta cominciando, è che sapevamo già che l’Atlético era in grado di competere in una sfida come quella di ieri. Senza il peso del dover fare la partita. Non è un vero salto di qualità. Il salto di qualità verrà quando la squadra piccola di turno, che regalerà il pallone per evitare di essere pressata sulla sua trequarti, e che starà chiusa tutta dietro, verrà superata con regolarità e in maniera convincente, e non per qualche giocata del Kun o di Reyes. Ci sarà un salto di qualità quando al primo pressing sui difensori la palla non solo non verrà buttata via, ma troverà uno sbocco verticale invece che orizzontale. Non abbiamo potuto verificare nulla di tutto questo nella gara di ieri, ma sappiamo che è questo il particolare decisivo, perché tu puoi avere lo stile di gioco che vuoi, difensivo, di rimessa, ben organizzato, ma le squadre che verranno al Calderón non te lo concederanno.
Due punti importanti: l’inizio del gioco dalla difesa e il centrocampo. Per quanto riguarda il primo aspetto, è molto promettente l’acquisto di Filipe (ieri indisponibile, sulla fascia sinistra Quique ha adattato Domínguez: speriamo sia solo un episodio, perché impiegare lì il canterano è uno spreco oltre che una forzatura , e perché non ci si può permettere un rischio come Perea, per quanto il colombiano ieri non abbia avuto sbavature vicino all’altro nuovo acquisto Godín). Il brasiliano infatti è uno di quei rari terzini che hanno un peso sulla manovra pari a quello di un centrocampista: non solo accompagnano l’ala in sovrapposizione, ma iniziano il gioco portando palla e superando con facilità la prima linea del pressing avversario. Come riesce a fare Marcelo nel Real Madrid, come faceva Alves nel Sevilla prima che il passaggio al Barça ne ridefinisse radicalmente i movimenti. Filipe nel Deportivo era praticamente metà squadra per questa sua capacità, considerando il povero centrocampo dei galiziani. Il suo innesto può risultare importante anche nell’Atlético, come supporto a centrali come Perea e Domínguez non proprio comodissimi col pallone tra i piedi (meglio Godín da questo punto di vista).
Il centrocampo presenta un doble pivote Assunção-Raúl García sempre più affiatato e preciso in fase di non possesso. Una base alla quale Quique giustamente non si sente di rinunciare, però va al tempo stesso ribadito come il loro gioco in fase di possesso rimanga comunque troppo orizzontale. E questo è uno degli aspetti nei quali obbligatoriamente l’Atlético deve crescere. Personalmente mi stuzzica l’idea di un 4-1-4-1 nel quale Forlán potrebbe adattarsi al ruolo di falso esterno (uno sforzo non impossibile da affrontare per la polivalenza e i polmoni dell’uruguaiano, apprezzati anche al mondiale), e nel quale l’innesto contemporaneo del nuovo acquisto Fran Mérida e di Jurado potrebbe arricchire la manovra. Un’ipotesi tutta personale però, visto che Fran Mérida finora è stato impiegato sulle fasce (ieri nella ripresa al posto di un acciaccato Reyes), che Jurado probabilmente sta per fare le valigie (lo Schalke offre 13 milioni: sarebbe un peccato perché si tratta di un giocatore senza omologhi nella rosa colchonera e di una carta importante a partita in corso. Però l’offerta è ghiotta, e l’Atlético come tutti ha bisogno di denaro) e soprattutto visto che Quique avendo trovato le sue certezze, seppure limitate, è comprensibilmente restio a rimetterle di nuovo in discussione.
FOTO: marca.com
Etichette: Atlético Madrid, Spagnole nelle coppe