mercoledì, agosto 17, 2011

Delusione Under 20.

Proprio nella partita giocata meglio, il quarto contro il Brasile, l’Under 20 esce ai rigori. Verdetto forse ingiusto (la Spagna è parsa superiore), ma che non nasconde la delusione che, tutto sommato, lascia il rendimento offerto dalla selezione di Lopetegui. Ci si aspettava di più, molto di più, da una Under 20 che aveva come modelli l’Under 19 dello scorso europeo (arrivata seconda, ma con la nazionale giovanile spagnola più forte che abbia mai visto, e di gran lunga) e anche quella della fase élite dell’Europeo Under 19 di quest’anno (cioè il girone eliminatorio precedente la fase finale vera e propria, vinta un paio di settimane fa da Sarabia, Morata e Deulofeu), che ha fornito a questa Under 20 i suoi migliori elementi, Isco, Koke e Sergi Roberto.

È stata una Spagna che rispetto a quei modelli non ha offerto la stessa continuità di gioco. Brutta nell’esordio contro la Costa Rica (nonostante il 4-1 finale), così così con l’Ecuador (vittoria 2-0), ha concluso il girone a punteggio pieno (allenamento contro l’Australia per le seconde linee: 5-1) ma senza mai convincere, avvisaglia del soffertissimo ottavo contro una Corea del Sud meglio organizzata oltre che tremendamente dinamica, battuta solo ai rigori.

I rigori segnano il capolinea invece contro un Brasile che pur essendo stato dominato passa in vantaggio nel primo tempo, sfruttando l’abilità dei suoi giocatori offensivi che in azioni isolate creano non pochi imbarazzi ai difensori spagnoli (soprattutto il fianco sinistro: il centrale Amat e ancora di più il terzino Planas, parso inadeguato). Gara più equilibrata a partire dalla ripresa (con cambio tattico del Brasile: difesa a tre dopo l’arretramento di Casemiro), un botta e risposta con le squadre sempre più lunghe e spazi per i solisti (Isco da una parte e il subentrato Dudu dall’altra), fino all’epilogo.

FORMAZIONE-TIPO (4-2-3-1, o 4-3-3)

------------Fernando Pacheco--------

H. Mallo---Bartra----Amat-----Luna

(Pulido)-(Planas)

-----------Oriol Romeu---Koke---------

Tello------------Canales------------Isco

------------------Rodrigo------------------

(A.Vázquez)

Se la Spagna Under 20 non ha offerto il gioco atteso è perché in parte è stata snaturata. Continuando col paragone con le Under 19, sia quella dell’anno scorso che quella dell’ultima fase élite erano accomunate da un aspetto, pure nella diversità dei moduli: la grande quantità di opzioni di passaggio nella fascia centrale del campo. Chi portava palla aveva sempre due-tre alternative, centrocampisti che giocavano ravvicinati ma senza mai pestarsi i piedi, anzi scambiandosi continuamente le posizioni senza muoversi sulla stessa linea, causando una certa difficoltà di lettura al sistema difensivo avversario. Il resto, anzi la parte più importante, lo facevano giocatori che parlavano la stessa lingua, coi tempi, la visione di gioco e i movimenti che si completavano.

Nell’Under 19 del 2010, allenata da Milla, c’era un teorico doble pivote con Oriol Romeu e Thiago Alcantara, con Romeu più ancorato davanti alla difesa e Thiago più libero. Poi c’era Canales al centro della trequarti nel 4-2-3-1, e infine Dani Pacheco che da sinistra tagliava tra le linee ed era come un rifinitore in più. Questo quartetto prendeva nel mezzo il centrocampo avversario, attirandolo e liberando anche spazi per i cambi di gioco e gli inserimenti a sorpresa degli esterni.

L’Under 19 della fase élite di questo giugno invece, già sotto la guida di Lopetegui, giocava di norma con un 4-3-3 (e giocava molto meglio di quella che poi ha vinto l’Europeo): Koke davanti alla difesa, Rubén Pardo e Sergi Roberto mezzeali, e poi Isco a fare il falso attaccante o il trequartista vero e proprio (in questo caso si passava a un 4-2-3-1 vero e proprio). Rotazioni continue fra i centrocampisti, fluidità di manovra, ripartizione corretta degli spazi, equilibrio, spettacolo.

Con questo mondiale Under 20 tutto ciò è venuto meno: Lopetegui è partito con un 4-3-3 con Oriol Romeu davanti alla difesa, Koke e Sergi Roberto mezzeali, e attacco da destra a sinistra con Pacheco, Rodrigo e Isco, ma poi è passato al 4-2-3-1. Un errore di base la composizione del doble pivote: sia Oriol Romeu che Koke, pur con caratteristiche diverse (più “stopper” Romeu, più “playmaker” Koke) sono giocatori che amano partire davanti alla difesa, dietro la linea della palla. Koke, nonostante la versatilità e l’intelligenza tattica che sta dimostrando rimane un regista basso. Qui invece doveva muoversi oltre la linea della palla, davanti a Romeu, anche spalle alla porta: cosa poco comprensibile quando nella stessa rosa Lopetegui disponeva di Sergi Roberto, prima titolare e poi accantonato, il più bravo a interpretare proprio questi movimenti.

A questa prima frattura all’interno del modello di gioco si è aggiunta la cattiva salute della trequarti: prima per colpa di Pacheco, delizioso l’anno scorso irritante questa volta, che da sinistra non ha mai rappresentato una soluzione utile alla manovra, anzi ha finito col risultare un corpo estraneo. Qui la colpa non è di Lopetegui, ma qualche responsabilità il CT l’ha avuta nell’insistere su Tello, addirittura fino a relegare in panchina Isco nella partita con la Corea del Sud.

Tello, canterano del Barça, è un giocatore che a fronte di alcune buone qualità individuali (accelerazione e progressione potente, gioco praticamente ambidestro come Pedro) offre una profondità tattica pressoché inesistente. Lui ti fa la fascia, ti offre un riferimento sicuro per allargare il gioco, arriva anche sul fondo, ma di contribuire alla manovra in altro modo non se ne parla.

Alla fine sono tre opzioni di passaggio in meno: due (Koke “snaturato” e Tello) per scelta del tecnico, una (Pacheco) per “autoesclusione”. Il peggio si è visto nell’ottavo con la Corea del Sud, dove a centrocampo le maglie rosse erano sempre in superiorità: situazione pure aggravata quando nel secondo tempo Oriol Romeu è retrocesso fra i due difensori centrali per iniziare l’azione. Non si sa bene perché, visto che il problema non era l’inizio ma il proseguimento dell’azione, ed è capitato di vedere distanze abissali fra i difensori spagnoli e il centrocampista più vicino.

Lopetegui ha rettificato con successo nel quarto col Brasile: fuori Pacheco, Tello sempre in campo, ma almeno Isco e Canales insieme. Il primo centrale, il secondo falso esterno destro, ma comunque sempre molto vicini, un quadrilatero chiuso da Oriol Romeu e Koke che regalava una costante superiorità rispetto al centrocampo e al sistema difensivo brasiliano, sempre sbilanciato verso un lato ed esposto al cambio di gioco che liberava ora Tello/Planas a sinistra ora Rodrigo (incline a svariare)/Hugo Mallo sulla destra.

Nella ripresa, un cambio non necessario: Sergi Roberto per Tello. Non che Tello non stesse giocando male, ma l’ingresso di Sergi Roberto, in una posizione sin troppo avanzata (trequartista) ha finito col diminuire gli sfoghi esterni e appiattire il centrocampo: Koke, già abbastanza a mal partito nel ruolo ritagliatogli da Lopetegui, si è visto “tappare” lo spazio davanti, finendo a giocare schiacciato sulla stessa linea di Oriol Romeu. Cosa che ha appesantito l’azione di un centrocampo alla fine un po’ingolfato dalla presenza di tanti giocatori accentrati portati a venire incontro e chiedere palla sul piede. Meno sorpresa sugli esterni, anche se i due gol paradossalmente sono arrivati proprio dai cross dei due terzini, Hugo Mallo sul primo e Planas sul secondo.

Va certamente detto che le considerazioni tattiche pesano relativamente su una gara che a secondo tempo inoltrato ha visto prevalere la stanchezza e le individualità, ma resta il fatto in tutto il mondiale la Spagna non è mai riuscita a proporre un undici e una linea coerente che esaltasse le capacità di palleggio (il “fútbol asociativo”, secondo un’efficacissima espressione del gergo spagnolo: passarsi il pallone non tanto per passarselo, ma per “creare società”, tanti piccoli triangoli che facciano avanzare la squadra) di cui abbondava l’organico. Un vero peccato.

Passando ai singoli, un calo rispetto alle citate Under 19 lo si è riscontrato nei terzini: l’anno scorso c’era Montoya a destra, nella fase élite invece uno sfavillante Muniesa “alla Marcelo” sulla sinistra (ma poi il blaugrana si è infortunato e ha dovuto rinunciare al mondiale). In questo caso invece due adepti del “compitino”: a destra Hugo Mallo, per quanto positivo contro il Brasile, non spicca per qualità tecniche ed ha come massimo pregio la regolarità di rendimento e una discreta completezza; a sinistra invece Antonio Luna del Sevilla ha qualche lacuna in più nel piazzamento difensivo ma pure più propensione offensiva, facilità di corsa e discreto cross, anche se non va oltre l’azione standard del “sovrapposizione+traversone”. Nella partita col Brasile al posto di Luna ha giocato Planas: tecnicamente modesto non solo in fase offensiva, viene da pensare che se non fosse del Barça probabilmente non verrebbe convocato.

A tutti e tre i terzini manca la capacità di sostenere da soli il gioco offensivo sulle fasce, e magari anche per questo Lopetegui ha optato per un’ala come Tello limitando il gioco per linee interne dei suoi migliori palleggiatori. Chissà, una soluzione poteva essere quel Kiko Femenía che, ala d’origine, già nell’Hércules (ora è stato acquistato dal Barça Atlètic) era stato adattato a terzino: un Kiko terzino, in una posizione di partenza molto avanzata (come fa qualche volta Guardiola con Alves) avrebbe potuto tenere la fascia e lasciare più spazio al centro per i palleggiatori.

Al centro della difesa detta legge Marc Bartra: la mia percezione del giocatore catalano ha seguito man mano che l’ho visto giocare questa scala: da “interessante” a “promettente”, poi “forte”, “fortissimo” e infine “supertalento”. Credo sia questa l’etichetta giusta. È evidente che studia da Piqué: personalità impressionante e grande intuizione negli anticipi, tempismo nelle coperture, regale autorevolezza nelle uscite palla al piede, “provocando” i centrocampisti avversari per liberare spazi ai propri compagni. Rispetto al modello Piqué minore è la prestanza fisica, ma superiore l’agilità e la rapidità sul breve. Insomma, fategli largo che arriva.

Catalano anche l’altro centrale, l’espanyolista Jordi Amat, puntuale, con un buon senso della posizione e anche un discreto primo passaggio, ma certo senza la preveggenza e la leadership di Bartra. Poi cede qualche metro sul gioco aereo. Amat che ha scalzato il titolare dell’Europeo Under 19 dell’anno scorso, ovvero Pulido. Gerarchie ribaltate anche fra i pali, dove il teorico terzo portiere, il madridista Fernando Pacheco, è finito titolare dopo l’infortunio occorso al titolare Aitor, dell’Athletic Bilbao.

A centrocampo la scelta era tale che ha finito per imbarazzare Lopetegui. Intoccabile Oriol Romeu davanti alla difesa, e si capisce il perché. L’ormai ex blaugrana (passato al Chelsea, ma il Barça ha un’opzione di riacquisto) è una diga intelligente davanti alla difesa, non uno messo lì perché è grosso e “ruba palloni” (che non vuol dire niente), ma per dare equilibrio in tutte le fasi. Prestante senza essere macchinoso, con una buona lettura del gioco in transizione difensiva, semplice ma funzionale nella fase di possesso.

Koke come detto è una sorta di doppione di Romeu per quanto riguarda la zona di campo prediletta, ma il suo gioco è diverso, è più un organizzatore della manovra, non particolarmente creativo ma molto geometrico, con un bel destro sia nei cambi di gioco che nella conclusioni dalla distanza. Posto che non ci si dimentichi qual è il suo ruolo principale, questi spostamenti stanno comunque arricchendo la sua cultura tattica: Lopetegui lo ha fatto giocare in pratica da mezzala, Quique all’Atlético addirittura da falso esterno, tagliando dentro per ricevere tra le linee o per inserirsi in area avversaria, peraltro con un certo tempismo. Però è certo che quest’anno deve essere lui il regista basso dell’Atlético Madrid, nel doble pivote con Tiago: niente Gabi e niente Assunção, per favore.

Sergi Roberto è stato poco valorizzato da Lopetegui, che disponeva della mezzala potenzialmente più completa. È uno strano animale questo, somiglia un po’ a tutti e un po’ a nessuno. Ha la capacità di saltare il centrocampo avversario palla al piede, ma non c’entra niente con Iniesta; il fisico e la potenza in progressione semmai ricordano più Javi Martínez, ma è un giocatore completamente diverso; è decisamente più geometrico del bilbaino, ma c’entra con Xavi e Fabregas ancora meno di quanto c’entri con gli altri. Muovendosi senza palla ha una grande capacità di influire sul gioco, in una fetta di campo enorme, partendo dall’appoggio alla fase iniziale della manovra sino agli inserimenti in area avversaria.

Bravissimo nell’effettuare il “movimento Keita”, ovvero attaccare lo spazio fra centrale e terzino avversario, portando via quest’ultimo per liberare all’uno contro uno, sul cambio di gioco dal lato opposto, il compagno che gioca sulla sua stessa fascia. È un giocatore perfettamente funzionale alla filosofia di gioco del Barça, ma al tempo stesso atipico, non la classica mezzala o “numero 4” che detta i tempi e ama stare in frequente contatto con il pallone. È un giocatore di movimento perfetto per dare continuità all’azione più che guidarla. Può partire anche davanti alla difesa, comunque meglio in un centrocampo a tre centrali, con ampia libertà di movimento, con un po’ di copertura alle spalle.

Altra mezzala “di continuità” è Recio, spesso inserito a partita in corso da Lopetegui, lanciato da Pellegrini al Málaga in quest’ultima stagione (ora però con l’arrivo del magnifico Toulalan lo spazio per lui sarà pochissimo); continuità ma sicuramente con una minor completezza di Sergi Roberto, in una fascia di campo più ridotta e più limitato al palleggio. Comunque anche lui come Sergi sicuramente più adatto a muoversi davanti a Oriol Romeu rispetto a Koke.

Sulla trequarti, si sarebbe potuto vedere un Isco migliore (molto sottotono il girone), ma lo spezzone contro la Corea e il quarto col Brasile sono stati comunque all’altezza dell’emergente e meritata fama del nuovo acquisto del Málaga. Gli si può perdonare una certa mancanza di esplosività (non dribbla mai in velocità, ma sempre rallentando, cambiando direzione e prendendo in controtempo l’avversario, approfittando delle gambe corte corte, quasi le zampe di un bassotto) e un fisico resistibile nei contrasti, perché questo ha tutta l’aria di un genio, uno che vede calcio prima e meglio degli altri. Se Sergi Roberto influenza la manovra a tuttocampo col movimento senza palla, Isco fa lo stesso CON il pallone. È una mezza punta portata ad abbassare anche molto la propria posizione, per essere sempre nel vivo dell’azione del centrocampo più che limitarsi a smarcarsi tra le linee e rifinire e dare l’ultimo passaggio. Rispetto al compagno Canales, ha meno corsa, meno gol, meno versatilità tattica ma più magia, più capacità di inventare la giocata dal nulla e anche un certo gusto per l’ornamento (dribbling nello stretto controllando con la suola, piroette etc…) che lo rende un po’più “sudamericano” rispetto ai suoi omologhi spagnoli. Resta però spagnolissimo nel preferire al dribbling la triangolazione, che in fondo è il modo migliore di saltare l’uomo.

Il neo-valenciano Canales cerca di riprendere il discorso interrotto prima di passare al Real Madrid e perdere praticamente un anno. Rimane un giocatore di grande classe, capace di fare tantissime cose, dal regista davanti alla difesa (spesso contro l’Australia a iniziare l’azione era lui e non Recio, il teorico “pivote”) fino al trequartista-incursore (con un fiuto del gol e un tempismo che ha spinto qualcuno a paragonarlo a Julen Guerrero), anche se incasellarlo in una posizione troppo avanzata può anche limitarne l’apporto al gioco. Se di Isco ti stregano l’eleganza e la magia, di Canales ti conquista l’essenzialità. Un numero 10 che quasi non dribbla, ma dal gioco eccezionalmente profondo. Speriamo trovi fiducia e una collocazione stabile: se al Madrid era chiusissimo, al Valencia potrebbe trovare comunque le sue brave difficoltà.

Di Tello abbiamo già detto: giocatore dalle buone qualità atletiche e tecniche, ma troppo lineare. Eccessivo lo spazio riservatogli, così come forse troppo pochi son stati i minuti dati a Ezequiel Calvente, l’estroso piccoletto del Betis, che perde qualche punto rispetto a Tello sul piano fisico, ma che oltre ad avere più imprevedibilità palla al piede ha anche un po’ più di gioco interno, pur rimanendo un’ala.

Più gioco interno di tutti gli uomini di fascia lo ha Dani Pacheco, forse la delusione maggiore di tutto la spedizione. Nell’Europeo dello scorso anno aveva incantato: un attaccante di manovra tecnicissimo, dal senso del gioco notevole, fiuto e rapidità d’esecuzione, ideale probabilmente come seconda punta ancora più che come esterno. Il Pacheco visto in Colombia invece somigliava a un fantasma: estraneo alla manovra, e incapace anche di incidere individualmente, perché pur essendo tecnicamente molto dotato gli manca il cambio di ritmo per lasciare sul posto l’avversario nell’uno contro uno, e soffre i contrasti.

L’attacco ha vissuto sul dualismo fra il brasiliano naturalizzato Rodrigo Moreno e l’espanyolista Álvaro Vázquez per l’unica maglia disponibile (solo nei supplementari con la Corea del Sud i due hanno giocato insieme). I due hanno fatto il loro, pur senza essere fenomeni. Nonostante i 5 gol di Vázquez (3 comunque nell’allenamento con l’Australia) contro i 3 di Rodrigo, la titolarità del secondo non è stata un’usurpazione. Non è il tipo di giocatore che mi esalti personalmente, trovo un pugno in un occhio le sue finalizzazioni davanti al portiere (totale mancanza di freddezza e conclusioni esclusivamente di potenza col suo sinistro), però si è rivelato di una certa utilità e anzi la sua prestazione col Brasile non si può che definire formidabile, senza mezzi termini.

Ha retto l’attacco da solo dando immancabilmente uno sfogo ai centrocampisti, che fosse facendo da boa, allungando la difesa avversaria con uno scatto in profondità o anche allargandosi a destra per offrire un riferimento prezioso in ampiezza. È indubbiamente uno che lavora tanto sulle difese avversarie, e insomma, scuotendo così tanto l’albero qualche frutto può sempre cadere per i compagni. Non è casuale che, al di là di errori anche grossolani che le hanno favorite, un gol contro la Costa Rica e altre occasioni avute durante il torneo siano nate da palle rubate ai difensori avversari, frutto della caparbietà e dell’esuberanza tipiche del suo calcio.

Come finalizzatore, Álvaro Vázquez fa dieci a zero a Rodrigo: a tu per tu col portiere aspetta fino all’ultimo, se può finta e lo mette a sedere, o magari dà il colpo sotto, di certo non gliela tira addosso. In area piccola poi si fa sempre trovare, in qualche modo. Tecnicamente più pulito, svelto sul filo del fuorigioco, non garantisce però la stessa mole di lavoro di Rodrigo, e per questo ho condiviso la scelta di Lopetegui: utilizzare Rodrigo per sfiancare le difese, e Vázquez come killer a partita in corso.

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lunedì, giugno 27, 2011

Il futuro, e qualcosa di più.

La generazione che ha regalato Europeo e Mondiale dovrebbe avere ancora lunga vita, ma per ogni evenienza, il ricambio è già pronto. Questo il dato saliente di un Europeo Under 21 in cui la Spagna non ha impressionato tanto per il gioco esibito (anzi, le fasi di relax son state parecchie, e non è mancato nemmeno un brivido di quelli grandi, contro la Bielorussia), quanto per il controllo che in quasi tutti i momenti ha avuto sulle partite e sul torneo. In parole povere, si sapeva che, Bielorussia a parte, avrebbero vinto loro.

Allo sterile e irritante autocompiacimento del pareggio all’esordio con l’Inghilterra, ha fatto seguito la vittoria sicura (2-0) contro una spigolosa Repubblica Ceca, in un crescendo che ha portato all’affermazione brillante sull’Ucraina, ultima gara del girone, la prestazione più convincente di tutto il torneo.

Un incubo invece la semifinale contro la Bielorussia: forse presa sottogamba, forse no, fatto sta che l’avversario, pur incapace di superare la metacampo difensiva con due passaggi (il gol arriva su una rimessa-corner e una mezza dormita di Domínguez sul centravanti bielorusso), oppone una perfetta organizzazione difensiva. Blocco bassissimo, con almeno tre giocatori nella zona della palla, è sembrato il modo migliore per impensierire questa Spagna, più di un pressing alto che magari può sorprendere inizialmente ma poi finisce col cedere metri pericolosi a giocatori come quelli iberici, tecnici ma anche verticali se del caso (nessuno degli avversari della Spagna ha comunque proposto un pressing particolarmente alto).

Un’impenetrabilità che ha finito con l’accrescere minuto dopo minuto l’ansia della Spagna, pure snaturata da cambi di Milla che a posteriori saranno pure risultati decisivi per quanto riguarda gli episodi (Diego Capel crossa per il secondo gol, Jeffren firma il terzo), ma che in realtà hanno fatto giocare pure peggio, togliendo dal campo Ander Herrera e Muniain per inserire due ali attaccate alla linea del fallo laterale che oltre a giocare male di loro, non hanno fatto che aumentare i punti di riferimento per la difesa avversaria.

Riacciuffata per i capelli la semifinale che ha sancito la qualificazione alle Olimpiadi, la finale è stata relativamente agevole: bruttina ma intensa, una marmellatona a centrocampo (ben organizzata anche la Svizzera, ma con più capacità di possesso-palla rispetto alla Bielorussia: cosa che per la prima volta ha fatto scendere il possesso spagnolo sotto il 60%, e spostato il baricentro della partita all’altezza del cerchio di centrocampo invece che al limite dell’area dell’avversario della Spagna, come avviene di solito) prima del gol di Ander Herrera che ha sbloccato tutto. Il golazo da 30-35 metri di Thiago Alcantara (punizione-pallonetto all’incrocio che sorprende il portiere svizzero fuori dai pali) a un quarto d'ora dalla fine è la ciliegina sulla torta.

Il segreto del successo è, tanto per cambiare, il centrocampo, o meglio, i movimenti fra centrocampo e trequarti, che son quelli che modificano il disegno di base del 4-3-3 e consentono la superiorità. Thiago Alcantara è considerato il giocatore più geniale, con più potenziale, di questa Under 21, ed è vero: certi tocchi e certe visioni restano fuori dalla portata anche dei suoi dottissimi compagni. Però non è stato il giocatore decisivo per il funzionamento del centrocampo: anzi, diciamo che mentre Thiago si prendeva le sue belle pause fra un momento di ispirazione e l’altro, altri gli alleggerivano la pressione e creavano un contesto favorevole con e senza palla.

Due in particolare: Ander Herrera e Mata. Ander ha disputato senza alcun dubbio un Europeo più completo e più continuo di quello di Thiago. Alla leggerezza e all’eleganza palla al piede (ma sempre essenziale nei tocchi, mai lezioso) ha aggiunto una “pesantezza” di argomenti a livello tattico degna di nota: giocatore intelligentissimo, sempre in movimento verso lo spazio giusto, sempre offrendo una soluzione, e con una (almeno per me) sorprendente incisività negli inserimenti in area di rigore. Un aspetto determinante per compensare efficacemente le caratteristiche di un tridente offensivo che invece, per le caratteristiche degli interpreti (Muniain a sinistra, Adrián al centro e Mata a destra: queste le molto teoriche posizioni di partenza) tendeva parecchio a svariare e a “svuotare” l’area. Il tempismo magnifico del gol decisivo in questa finale è emblematico: se ci crede davvero in questa sua qualità e se la sua nuova squadra, l’Athletic, riuscirà ad offrirgli il contesto giusto, Ander potrebbe anche arrivare a 10 gol la prossima stagione.

L’altro giocatore-chiave, Mata, ha come al solito esibito un fenomenale gioco senza palla (in mancanza dell’uno contro uno o delle rifiniture dei suoi compagni), davvero importantissimo. Parte a destra ma praticamente non ci sta mai: taglia tra le linee e in questo modo favorisce la superiorità sul centrocampo avversario, o addirittura si sposta sulla fascia opposta a favorire due contro uno col terzino. Proprio a partire dalle caratteristiche di Mata e Ander si è consolidata una caratteristica evidente di questa Under 21, la tendenza a caricare gran parte della propria manovra sul lato sinistro: contando sulla contemporanea presenza di Muniain (subentrato a Jeffren alla seconda partita, dopo la semi-scandalosa panchina dell’esordio), un esterno cui piace parecchio accentrarsi o comunque tenere palla, la Spagna da quel lato, in cui agiva più spesso Ander ma nel quale oltre ai tagli di Mata pure Thiago poteva aggiungersi, ha mostrato una densità di palleggio tale non solo da squilibrare il sistema difensivo avversario, ma da condizionare positivamente la stessa transizione difensiva.

Negli spazi creati da tutti questi palleggiatori Didac (non la miglior scelta possibile nel ruolo di terzino vista la panchina di José Ángel, ma comunque più che corretto nell’interpretazione, “Capdevilesco” direi) non aveva che da scegliere il tempo per trovarsi subito sul fondo, e la presenza di tutti questi giocatori nella zona della palla rappresentava anche un vantaggio in caso di perdita, con 3-4 Furie Rosse vicine e subito pronte a ingabbiare l’avversario col pressing, annullando il teorico svantaggio della fascia destra monca lasciata dai movimenti di Mata (sulla carta rimaneva il solo terzino destro Montoya a coprire la fascia in ripiegamento, ma prima l’avversario doveva riconquistare palla, riorganizzarsi, cambiare lato senza farsi prima aggredire dal pressing… una parola...).

Insomma, in questo 4-3-3 asimmetrico, un lato, il sinistro, creava, e l’altro, il destro, approfittava degli sbilanciamenti della difesa avversaria attaccando gli spazi. A destra oltre a Montoya (che ha confermato le sue doti di soldatino: molto veloce e molto puntuale nell’inserirsi a sorpresa, più prevedibile portando palla), un Adrián che più spesso si spostava verso quella zona di quanto non lo facesse il suo teorico titolare, ovvero Mata.

Adrián era il giocatore più a rischio-critiche di una nazionale inizialmente etichettata come tecnicamente squisita ma carente sottoporta. Adrián non sarà un fuoriclasse, ma fino a prova contraria è risultato il capocannoniere del torneo (5 gol), e resta comunque un buon attaccante. Senza strafare, ma sempre piuttosto coinvolto nel gioco di squadra: ottima intesa e coordinazione nei movimenti con Mata, quando uno veniva incontro l’altro attaccava la profondità, buone scelte sia nel giocare sul filo del fuorigioco che nello svariare verso le fasce. L'asturiano non cancella comunque quell’impressione di scarsa freddezza e scarsa decisione che talvolta evidenzia al momento di finalizzare: quello più che qualità tecniche sicuramente buone fa storcere il naso, e rimane il dubbio che forse inserito in una squadra dal gioco meno generoso Adrián potrebbe faticare a crearsi da solo le proprie chances (e dopo la retrocessione del Deportivo, l’Atlético non sembra proprio il miglior ambiente nel quale dare una svolta alla propria carriera).

Sottolineato l’aspetto creativo del centrocampo, bisogna però sottolineare come il miglior giocatore di questa Spagna (e immagino, non avendo visto le altre partite, anche del torneo) sia stato un Javi Martínez che davanti alla difesa è parso semplicemente inavvicinabile dagli avversari. Forse in futuro potrebbe evitare anche di muoversi, di sudare, e giocare soltanto sul terrore che trasmette: chi gli gioca contro sa che se pure Javi non anticipa col suo piazzamento, gli basta solo mettersi in marcia e con due falcate raggiungere qualsiasi zona del campo desidera, e lì sradicare il pallone come se nulla fosse. Grande centrocampista e grande conoscitore del gioco molto prima che energumeno che intimidisce, comunque.

In difesa anche per i centrali vale lo stesso discorso di Didac: Botía-Domínguez forse non era la scelta migliore in assoluto (San José-Víctor Ruiz ha più talento), ma comunque ha amministrato senza sbavature (nonostante la risaputa asineria nell’impostare di Domínguez, che fra tutti ha più le caratteristiche dello stopper puro) il contesto di “difesa col pallone” che ha immancabilmente caratterizzato anche questa nazionale.

FOTO: elpais.com

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lunedì, giugno 13, 2011

Tiqui-taca e onanismo.

Se non altro ora Thiago Alcantara conosce un giocatore inglese in più, Danny Welbeck. Non si finisce mai di imparare. Alla vigilia lo sbruffoncello dalle caviglie di gomma aveva dichiarato di conoscere e stimare solo Wilshere e Richards dell’Under 21: assenti questi due all’Europeo di categoria, gli altri inglesi per lui erano dei signori nessuno. Anche senza conoscerli però si dichiarava certo che lui e i suoi compagni, grazie al loro stile di gioco fichissimo e all’ultima moda, l’avrebbero quasi sicuramente spuntata.

Il tabellone però recita 1-1, ed è una lezione salutare per chi è sembrato considerare il tiro in porta, o peggio ancora il gol, come una cosa immorale, una cosa sporca. Tacco, punta, esterno, suola, uno-due, torello, olé del pubblico, ma il gol di vantaggio è solo uno. Anche se Welbeck è in fuorigioco al momento di segnare (ma pure l’1-0 di Ander Herrera sembra viziato da un colpo di mano), te la sei cercata. Tre punti buttati via in una partita controllata dall’inizio alla fine: potrebbe risultare grave in un girone sulla carta molto difficile (con Repubblica Ceca ed Ucraina).

Dopo l’Under 19 qualificatasi per l’Europeo di categoria, anche questa Under 21 riprende il 4-3-3 di scuola Barça. Il fulcro è un centrocampo fortissimo: Thiago Alcantara e Ander Herrera come mezzeali creative, Javi Martínez davanti alla difesa. In attacco Adrián al centro (Bojan parte in panchina), Mata a destra e Jeffren a sinistra (e pare che nelle gerarchie di Milla Muniain stia dietro non solo al blaugrana, ma pure a Diego Capel…).

Di fronte, l’Inghilterra gioca d’attesa, 4-4-2 con Welbeck qualche metro dietro Sturridge, il neo-acquisto del Liverpool Henderson in regia e una certa capacità di ribaltare il gioco sugli esterni col cambio di passo di Rose a sinistra e Cleverley ma ancora di più il terzino Walker a destra.

L’Inghilterra però fatica a rubare e a ripartire: la Spagna si muove bene senza palla e spunta sempre l’uomo in più ad appoggiare e fare avanzare l’azione. Javi Martínez che si abbassa fra i due difensori centrali, poi il trio di centrocampisti in mezzo contro i due dell’Inghilterra, infine Mata, specialista nei tagli senza palla che lo portano dalla fascia destra alle spalle dei mediani avversari o addirittura fino alla fascia opposta, ad aiutare Jeffren e il terzino sinistro Didac Vilà (perché non José Ángel titolare?) a creare la superiorità.

Una certa fluidità di manovra (favorita anche dalla tranquillità per il pronto gol del vantaggio) nella quale spiccano oltre a Mata il calcio in punta di piedi di Ander Herrera (un piacere per gli occhi: più continuo e anche razionale rispetto a un Thiago invece un po’ estemporaneo) e un Javi Martínez che si conferma il più maturo, il giocatore più “fatto” dei 22 in campo, senza discussione alcuna. Del basco precedentemente sottolineai una probabile incongruenza con lo stile di gioco della nazionale, trattandosi di un centrocampista più tendente a portare palla che a giocarla in pochi tocchi. Errore madornale il mio: Javi si nota poco quando tocca palla, ma ogni scelta e ogni movimento sono perfetti, così come la risposta che dà in transizione difensiva, contando sul senso della posizione e l’arcinota fisicità. L’unica cosa che manca sono necessariamente le sue incursioni, perché qui rispetto al contesto dell’Athletic gli tocca tenere la posizione, ma tutto non si può avere, e qualche metro più avanti ci sono già Thiago e Ander.

Spagna che comincia a cincischiare nella ripresa: Milla toglie Adrián (che procede troppo per spunti ed è poco lucido nel finalizzare, storia vecchia) e aggiunge un altro palleggiatore, Parejo, spostando Herrera sulla sinistra, come falso esterno (Jeffren finisce centravanti, ma poi lo rileverà Bojan). Praticamente l’Inghilterra non vede più palla, ma questo porta a un autocompiacimento davvero stucchevole fra i giocatori spagnoli. L’episodio è sempre in agguato, e Welbeck alla fine fa un po’abbassare la cresta a tutti.

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lunedì, agosto 02, 2010

Un piccolo Dream Team.

Mi sono divertito. Parecchio. Il risultato non è stato il migliore possibile, quello che la logica avrebbe consigliato (nella ripresa la Rojita perde il pallone e non detta più il ritmo, e la Francia padrona di casa ne approfitta), sono le conseguenze dell’inesperienza, ma questa Under 19 resterà nella memoria, ovviamente rapportata alla scala dei tornei giovanili. Del resto a questi livelli non è il risultato la cosa più importante, ma l’impronta lasciata dal talento dei giocatori in prospettiva futura. E questa è forse la più talentuosa “Under-qualchecosa” dell’ultimo decennio, bisogna dirlo. Solita ricetta di sempre, gioco d’iniziativa e possesso-palla, ma la scelta dell’undici ha dato un’impronta particolarmente creativa e spettacolare, consentita ovviamente anche dal contesto diverso rispetto a quello della nazionale maggiore.

Se nei campioni del mondo è stato l’infoltimento, talvolta eccessivo, della zona davanti alla difesa a determinare l’immagine generale, qui è avvenuto l’esatto contrario: un solo riferimento fisso in mediana e poi via libera all’ immaginazione. La straordinaria scioltezza nell’azione del centrocampo è stata la chiave. Un po’ rigidi nella gara d’esordio con la Croazia (vittoria 2-1), Oriol Romeu, Thiago Alcantara e Canales, si sono sbloccati regalando spettacolo nelle gare contro il Portogallo (altro 2-1) ma soprattutto contro Italia (3-0) e Inghilterra (3-1 in semifinale).
Mai sulla stessa linea, i tre hanno lasciato solo sulla carta il disegno di partenza del 4-2-3-1, toccando e spostandosi verso lo spazio libero, com’è giusto che sia, sempre offrendo nuove linee di passaggio. Oriol Romeu (5 presenze, 404 minuti) dei tre è il centrocampista difensivo, il “pivote” bloccato davanti alla difesa: bloccato in realtà no, perché come detto sottolineato sa interpretare molto bene i movimenti senza palla per dare continuità all’azione quando la palla ce l’ha la sua squadra.
Si è fatto il paragone con Busquets, inevitabile vista la comune militanza blaugrana e visto che Oriol Romeu sembra il principale indiziato per coprire il vuoto lasciato dalla partenza di Yaya Touré. Accettando il paragone, diciamo che Oriol Romeu pur usando intelligentemente uno-due tocchi non ha la stessa finezza di Busquets nel gioco di prima e sullo stretto né la stessa agilità nell’interpretare quelle rotazioni senza palla utili a far avanzare la manovra. In compenso, ha più forza nei contrasti e più capacità da difensore puro (può anche ricoprire il ruolo di centrale) nella propria metacampo.


Thiago Alcantara (406 min., 5 pres., 1 gol, 1 assist)
studia da Xavi: da trequartista nella cantera del Barça è stato gradualmente trasformato in mezzala sì a tuttocampo ma con responsabilità più di elaborazione nelle prime fasi della manovra che di rifinitura vicino all’area di rigore, dettando i tempi più che inventando la giocata decisiva. Qui ha fatto il secondo centrale, quello più vicino ad Oriol Romeu, ma con ampia libertà fino alla trequarti, coordinando i propri movimenti con quelli di Canales. Thiago convince sempre più e sempre più sembra pronto per il calcio di Primera perché sta progressivamente rendendo più asciutto il suo gioco, non intrattenendosi in eccesso e continuando a seguire il gioco anche senza palla dopo averla passata al compagno. Ha guadagnato presenza nelle incursioni a rimorchio dell’area di rigore, mentre agli inizi, nelle passate Under, tendeva un po’ troppo a rimanere basso quando veniva a prendersi il pallone dai difensori. E a questa razionalizzazione del suo gioco, a questa “Xavizzazione”, va aggiunto che rimangono pur sempre tutte quelle altre caratteristiche innate, la magia brasiliana (pochi hanno la sua sensibilità nel controllo e nel tocco di palla, vedere per credere il gol di Canales all’Inghilterra partito da un geniale schema su calcio piazzato), la capacità di creare dal nulla l’assist (tipo Ronaldinho) o la finta che l’avversario non si aspetta. Insomma, un potenziale fuoriclasse mondiale, non lo scopriamo certo oggi, ma è da oggi che parte la caccia del Brasile: il nuovo CT Mano Menezes gli fa la corte, e a Mazinho, campione del mondo nel ’94, brilleranno certamente gli occhi all’idea che suo figlio possa vestire la canarinha. Spetterà però a Thiago la decisione finale.
Canales (322 min., 4 pres., 1 gol, 1 assist) è un giocatore apparentemente più lineare di Thiago, più sobrio nei gesti tecnici, ma anch’esso geniale. Seppur non in tutti i frangenti (un po’ così nella prima uscita, poi scomparso nella ripresa della finale dopo un primo tempo magnifico), ha confermato le enormi qualità che hanno spinto il Real Madrid ad acquistarlo (ma ora con Pedro León, Di Maria e anche Khedira ci sarà spazio per lui? Bruciarlo sarebbe imperdonabile). Il mancino di scuola Racing è bravissimo nell’attivare quegli spazi “morti” che possono creare crepe nel sistema difensivo avversario: quelle zone un po’ fra la fascia e il centro, un po’ fra la trequarti e la mediana, che inducono gli avversari ad uscire dalla propria zona e aprire lo spazio all’inserimento di un compagno. A Canales è riuscito spesso questo giochino, di volta in volta in combutta con Thiago, Pacheco o Keko. E poi c’è la capacità di definire in un tocco, di smarcare di tacco spalle alla porta o di vedere subito il passaggio che mette il compagno davanti al portiere. Non indugia mai nei colpi da giocoliere perché l’eccellente gestione degli spazi di cui sopra e la velocità di pensiero, l’avere subito in testa la giocata successiva, glielo permettono.

Ma oltre al trio centrale, un altro giocatore è stato determinante nel rendere così ricca la manovra spagnola: Dani Pacheco (5 pres., 390 min., 4 gol, 1 assist), una perla. Destro, parte da sinistra nel trio di mezzepunte, raffinatissimo, rapido e intuitivo (“sente” il gol, ha bisogno di pochissimo spazio per indovinare l’angolo giusto: capocannoniere del torneo), grande abilità nello stretto, va via all’avversario di pura tecnica perché il fisico è un po’ esile e gli manca l’allungo. Ma oltre a questo è speciale la capacità di Pacheco di propiziare sempre piccole situazioni di superiorità numerica nella zona della palla, con movimenti intelligenti fra le linee, in appoggio ai centrocampisti o anche spostandosi verso la fascia opposta, non vagabondando a casaccio per il campo, ma sapendo leggere la situazione.
Col pallone fra i piedi poi, oltre alle magnifiche doti di palleggio, mostra ottimi tempi di gioco, riuscendo a distinguere i momenti in cui accelerare da quelli in cui temporeggiare per liberare la sovrapposizione del terzino (millimetrici i suoi passaggi nello spazio, vedi anche l’assist per il gol di Rodri in finale) o ricominciare da nuove combinazioni coi centrocampisti. Di proprietà del Liverpool (che pescò abilmente in casa Barça), l’andaluso chiede anzitutto più minuti l’anno prossimo, o al Liverpool o in prestito da qualche altra parte, e in questo caso le squadre spagnole farebbero la fila. Per quanto riguarda il suo impatto sul calcio dei grandi, è un giocatore che più che mai va inserito in un contesto favorevole alle sue caratteristiche: come detto, deve stare sempre in contatto con la sfera, non inseguirla, non contenderla nei contrasti e questo fa pensare che certe realtà della Premier potrebbero non essere le più comode (almeno questa è l’impressione, necessariamente superficiale, dopo cinque partite di quest’Europeo). Fosse dell’Arsenal, nessun problema, ma il resto va verificato.
A destra, il capitano Keko (379 min., 5 pres., 1 gol), che cercherà chances nell’Atlético dopo la mezza stagione in prestito al Valladolid. Non sul livello di quelli citati in precedenza, ma un ottimo giocatore, un esterno destro più classico, continuo e dinamico, generoso ma anche brillante e profondo palla al piede, compatto e molto rapido sul breve. Certo non coinvolto nella manovra quanto gli altri quattro centrocampisti, sa però attaccare lo spazio senza palla, anche con incisivi tagli in diagonale.
Giocatore evidentemente importante per il selezionatore Milla questo Keko, se è vero che ha relegato nel ruolo di rincalzo (comunque il rincalzo più impiegato, praticamente un dodicesimo) Iker Muniain (5 pres., 192 min.), che in questa spedizione resta uno dei più dotati. Partito da titolare solo contro l’Italia, il bilbaino si è mosso alternativamente nella posizione di esterno destro, in luogo proprio di Keko, o da mezzapunta centrale. Muniain ha confermato la sensazione di sempre, e cioè che più che di una mezzapunta da 4-2-3-1 si tratti di una seconda punta con caratteristiche abbastanza atipiche per il calcio spagnolo. Di certo non è un esterno di ruolo, perché tende sempre ad accentrarsi; e non è nemmeno un rifinitore, il suo pane sono le accelerazioni a ridosso dell’area di rigore, e continua a mostrarsi più a suo agio quando centralmente attira avversari su di sé, protegge palla e scappa via col suo baricentro basso piuttosto che quando punta il terzino partendo largo.

Nella spettacolare batteria di mezzepunte ha trovato spazio anche una sorpresa, il gitano Ezequiel Calvente (3 pres., 48 min., 1 gol), scoppiettante esterno del Betis B inaspettatamente convocato da Milla (il maggior indiziato sembrava Kiko Femenía dell’Hércules). La sua apparizione finora rappresenta più un assaggio, non abbiamo elementi sufficienti per analizzarlo a fondo, troppo ridotti gli spezzoni. Il massimo un tempo, il secondo, contro l’Italia, giocato con un’estrosa incoscienza che ha fatto stropicciare gli occhi un po’ a tutti. Non solo il singolare rigore battuto con il piede d’appoggio (gli avversari lo hanno visto come una presa in giro, io più semplicemente come una finta da applausi), ma quel modo di portare palla con la suola, molto sudamericano, e lo spunto irresistibile sul breve, un dribbling diabolico. Ora resta da vedere se: 1) i dribbling gli escono sempre così; 2, cosa più importante) se oltre ai dribbling c’è dell’altro, e cioè una lettura del gioco adeguata e buoni movimenti anche senza palla.

L’attacco ha vissuto sul dualismo fra il madridista Rodri (in realtà trasferito proprio in questi giorni al Benfica, per 6 milioni di euro, con opzione di riacquisto merengue fissata a 12 milioni), cugino di Thiago Alcantara, e Rochina del Barça. Entrambi mancini, ma con caratteristiche diverse. Titolare il primo, anche se Rochina ha trovato parecchi minuti in corsa e anche dall’inizio contro l’Italia.
Rodri (4 pres., 281 min., 2 gol, 1 assist) ha caratteristiche più da centravanti, gioca più sui due centrali, dettando la profondità o giocando spalle alla porta, mentre Rochina (5 pres., 169 min., 1 gol) è portato a svariare fuori dall’area, con tendenza a defilarsi verso la fascia, soprattutto la destra, per rientrare sul suo piede preferito. In certi frangenti svuota un po’ troppo l’area di rigore, perché sempre attirato dal contatto col pallone. Potente e dotato di grande tecnica, abile nell’uno contro uno e agile a dispetto del fisico longilineo, talvolta eccede nel ricamo, è sembrato in alcuni casi voler dimostrare a tutti i costi di essere bravo, forse spinto dalla condizione di riserva. Rodri ha uno stile più scarno ma per certi versi più concreto, offre un riferimento, non gli mancano le doti di palleggio, ha un sinistro potente e doti atletiche interessanti, in progressione e anche nello stacco aereo.

Parlando di questa Under 19 sontuosa nella gestione del pallone, non bisogna dimenticarsi del ruolo che hanno avuto anche i difensori (e persino del portiere, Álex: bravo non solo in quel paio di interventi a tu per tu coi francesi in finale, ma anche con qualità per giocare sempre in maniera utile coi piedi… scuola Barça non mente) nel favorire questa superiorità.
In primis la coppia di centrali Bartra-Pulido. Il primo, che ha già assaggiato la prima squadra del Barça (nella trasferta con l’Atlético, però da terzino destro, il suo secondo ruolo, già ricoperto all’occorrenza nel Barça Atlétic), è piaciuto parecchio: sia lui che Pulido, va detto, hanno quasi sempre giocato in situazione comoda, con gli avversari lontanissimi dall’area e la propria squadra sempre in possesso del pallone, però l’autorevolezza è emersa. Bartra (5 pres., 450 min.) ha evidenziato una buona lettura del gioco, capacità di anticiparne gli sviluppi con tempismo e talento, senso della posizione, agilità e qualità per rilanciare subito l’azione (meglio così, meglio se va in anticipo o se gioca di posizione, perché la sua figura slanciata non sembra altrettanto attrezzata per i corpo a corpo con attaccanti particolarmente fisici). Non stiamo parlando di un altro Piqué, chiaro, però anche Bartra ha mostrato quest’interessante propensione a uscire palla al piede per “provocare” gli avversari e liberare spazi per i suoi colleghi del centrocampo, molto “Made in La Masía”.
Anche Pulido (5 pres., 381 min.) la gioca in maniera pulita, il lancio per cambiare fronte è buono (forse anche meglio di Bartra, più bravo nel gioco corto), è più prestante del compagno blaugrana, ma nella sua interpretazione del ruolo sembra prevalere più la disciplina tattica e la concentrazione che il talento intuitivo fatto intravedere da Bartra.
Completano la difesa i due terzini, entrambi del Barça, in una difesa (comprendendo il portiere) per 4/5 culé. A destra, nettamente positivo Montoya (4 pres., 360 min.): non è uno di quei terzini ultra-offensivi, come Maicon, Dani Alves o anche il Sergio Ramos visto al mondiale, capaci di fare la fascia da soli e puntare anche partendo da fermo come un’ala, però legge benissimo il momento dell’inserimento, ha buon controllo in corsa ed è molto veloce palla al piede, potendosi sovrapporre sia internamente che esternamente, garantendo un discreto effetto-sorpresa. Non si sbarazza subito del pallone per buttarlo banalmente dentro l’area dalla trequarti, ma alza la testa e calibra con accettabile precisione, non rinunciando nemmeno alla conclusione in porta quando si presenta l’occasione. Difensivamente è un giocatore molto grintoso e reattivo, non facile da superare nell’uno contro uno, punta molto sull’anticipo ma qualche volta il posizionamento lascia a desiderare, come successo nel secondo tempo della finale (buchi sia da lui che da Planas). Comunque, un prospetto validissimo, e vedendolo viene da pensare che i 9 milioni spesi dal Barça per Adriano (che dovrebbe fare non solo concorrenza ad Abidal e Maxwell ma anche servire come rincalzo a destra di Alves) non fossero così necessari, così come la possibile e auspicabile integrazione in prima squadra di Thiago Alcantara, Oriol Romeu e Bartra fa pensare che un Barça con le casse non così in salute farebbe meglio a risparmiarsi ulteriori onerosi interventi sul mercato.
Chiusa la parentesi, concludiamo con Planas (5 pres., 450 min., 1 assist), che dell’undici titolare sembra in prospettiva il meno spendibile nel grande calcio: terzino sinistro corretto, senza squilli particolari.
Completano la rosa alcuni giocatori impiegati troppo poco per trarne un giudizio: il più utilizzato di questi il centrocampista centrale Koke (Atlético Madrid, 3 pres., 88 min.), il capitano dell’Under 17 terza classificata al mondiale dello scorso anno, poi il terzino destro Hugo Mallo (già titolare nel Celta in Segunda), il difensore centrale Álvaro Mayor (Zaragoza) e il portiere Aitor Fernández dell’Athletic, tutti e quattro schierati dall’inizio nella terza partita del girone contro l’Italia.

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Articolo Under 17 europeo 2008
Articolo Under 17 mondiale 2009

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martedì, giugno 08, 2010

Under 17-edizione 2010.

Con una settimana di ritardo, ma funziona ancora.

In un assedio generoso nella ripresa, la Spagna Under 17 non è riuscita a piegare il tentacolare portiere Butler, e così è stata l’Inghilterra a godersi finalmente il primo titolo europeo di categoria della storia. Il secondo posto conferma comunque la positiva tradizione spagnola nel torneo, e ciò che è più importante, certifica la buona qualità della rosa.
Impostata dal classico Ginés Meléndez sul consueto 4-2-3-1 delle nazionali giovanili, al solito non molto lavorato tatticamente e affidato più che altro alla qualità dei singoli sulla base di un possesso-palla un po’ scontato, la Spagna ha comunque dominato praticamente tutte le gare esibendo un livello mediamente superiore alle concorrenti. Poi, l’unica cosa che conta a questi livelli, sono emersi prospetti interessanti. Non la vagonata di talento della penultima Under 17 (quella medaglia di bronzo ai Mondiali, coi Muniain, Muniesa, Isco, Sarabia e compagnia), ma comunque speranze.

Formazione-tipo
(4-2-3-1): Ortolá; Edu Campabadal, Ramalho, Israel Puerto, Víctor Álvarez; Campaña, Darder (Aitor Castro); Gerard Deulofeu (Pablo Hervias), Ortí (Jesé), Jesé (Bernat); Paco Alcácer.

In porta ha sorpreso favorevolmente Adrián Ortolá, che alla vigilia non doveva partire nemmeno titolare (era segnalato il madridista Herrero). Ortolá gioca nel Roda, che non è una squadra olandese ma un piccolo club succursale del Villarreal (che ne detiene il cartellino), ed è piaciuto soprattutto per la sicurezza trasmessa a tutto il reparto difensivo. Molto sobrio, puntualissimo nelle uscite, ma anche determinante in alcuni uno-contro-uno con gli attaccanti avversari.

Il leader della difesa, e il giocatore più mediatico già prima dell’Europeo, è Jonas Ramalho, prematuramente celebre come primo giocatore nero nella storia dell’Athletic Bilbao, date le sue origini angolane, aggregato già da quindicenne agli allenamenti della prima squadra. Al di là di questo, Ramalho ha buonissime potenzialità sia atletiche che tecniche: un centrale esplosivo e agile, con grande stacco, naturalezza nei recuperi e negli spostamenti laterali, senso tattico e anche buone doti palla al piede pur potendo a mio avviso aumentare ulteriormente il suo peso nell’impostazione della manovra. Buon partner Israel Puerto (Sevilla), meno dotato, più macchinoso ma senza sbavature, tatticamente intelligente e anche a suo agio nel giocare la palla dalle retrovie. Primo ricambio per i centrali Uxio Marcos del Deportivo.
Così così i due terzini: Víctor Álvarez (Espanyol) supporta con buon tempismo nelle sovrapposizioni l’azione offensiva, pur mancandogli tocco e accelerazioni, ma ha commesso più di un errore difensivo, non sempre impeccabile nel posizionamento e nelle diagonali. Eduard Campabadal del Barça si è dimostrato più solido, tatticamente più preciso (anche lui però non del tutto esente da errori, vedi il gol decisivo dell’Inghilterra nella finale) e più difficile da superare nell’uno contro uno, però va anche aggiunto che il suo insignificante apporto offensivo ben difficilmente potrà aprirgli le porte della prima squadra blaugrana. Solo pochi minuti con la Francia per il terzino sinistro del Villarreal Galas.

Inamovibile a centrocampo José Campaña, l’organizzatore. Sempre molto continuo, tocco di palla pulito, aperture precise e buona protezione della sfera, senso della posizione, maturità, ma anche poca creatività, almeno per quanto visto in queste misere 5 partite. Va tenuto comunque d’occhio perché a 17 anni è già titolare fisso della seconda squadra, il Sevilla Atlético, e in un futuro non troppo remoto è probabile uno sbarco nel Sevilla vero e proprio.
Accanto a Campaña è stato Darder (Espanyol) il più impiegato, mediano tatticamente valido ma molto lineare; più interessante il suo concorrente Aitor Castro (Real Sociedad), una mezzala (con lui nell’undici titolare spesso si passava al 4-1-4-1, con Campaña davanti alla difesa e Ortí e Aitor Castro mezzeali ) minuta ma molto dinamica e con ottime doti di palleggio, sempre alla ricerca dello spazio vuoto e della triangolazione per dare continuità alla manovra: sembra il classico elemento da “tikitaka”, peccato non averlo visto maggiormente all’opera.

Dalla trequarti in su, rispetto al consueto menu delle nazionali spagnole c’è poco da segnalare quanto a rifinitori, ma molti elementi interessanti invece in fase di accelerazione e finalizzazione. Il più appariscente senza ombra di dubbio il dribblomane Gerard Deulofeu del Barça, che la prima l’ha iniziata dalla panchina ma dalla seconda in poi ha portato a spasso terzini su terzini, indiscutibile largo a destra ma comodo anche negli spostamenti sull’altra fascia spesso intervenuti nel corso della partita. Deulofeu è un destro naturale, velocissimo e con l’ossessione dell’uno contro uno: o cercando il taglio verso l’interno dopo il controllo a seguire (numero provato con grande frequenza), oppure alzandosi il pallone leggermente verso l’esterno per poi partire a tutto gas, oppure ancora insistendo nei doppi passi, il suo stile di gioco è estremamente diretto, e bisogna dirlo, ancora estremamente limitato ed acerbo. Tende ad aspettare il pallone più che andarsi a cercare lo spazio giusto, non conosce “la pausa” e quelle combinazioni per linee interne che anch’esse come i dribbling servono a sbilanciare le difese avversarie; in alcuni momenti poi, vedi ad esempio l’assedio nella ripresa della finale, la testardaggine palla al piede è davvero troppa. Vedremo se si tratterà soltanto di pecche dovute all’inesperienza o proprio di scarsa comprensione del gioco (l’esempio di Diego Capel resta lì come monito imperituro), il talento comunque è sfacciatamente sotto gli occhi di tutti, e vederlo mettere a sedere gli avversari e raggiungere il fondo (ma proprio il fondo, eh, calpestare la linea dopo averne fatti fuori due o tre fischiettando…) qualche sorrisino di compiaciuto stupore lo regala anche agli spettatori più smaliziati.Meno acerbo ma con margini probabilmente inferiori il madridista Jesé Rodriguez, impiegato come mezzapunta al centro (nell’esordio con la Francia e in corso d’opera nelle gare successive) o a sinistra. Partecipa un po’ di più alla manovra rispetto a Deulofeu, ma nemmeno lui ha le caratteristiche del rifinitore, è un giocatore verticale che predilige anch’egli la percussione palla al piede, anche se rientrando sul destro più che cercando il fondo. Potente, veloce in progressione, buon controllo in corsa e nello stretto, ottimo tiratore. Altra soluzione interessante sulle fasce Pablo Hervias della Real Sociedad, esterno destro uscito dalla formazione titolare dopo la prima gara (ubi Deulofeu minor cessat), ma comunque da non sottovalutare per lo spunto sul breve (favorito anche dal baricentro basso) e la disinvoltura palla al piede. Deulofeu, tramite lo slittamento di Jesé, ha emarginato anche il rapido mancino Bernat (Valencia), che pure era andato in gol nella prima e unica gara da titolare con la Francia.
L’unico rifinitore per vocazione, Ortí del Zaragoza, ha invece un po’deluso. Non ha stonato nel contesto generale, ma ha inciso molto poco a livello individuale.

Studia con profitto da killer Francisco “Paco” Alcácer, capocannoniere della manifestazione con 6 gol in 5 partite, che vanno a rimpinguare il ragguardevole bottino di 14 reti in 11 partite finora totalizzato con l’Under 17. Può essere incoraggiante che proprio nei giorni in cui il Valencia perdeva con David Villa il suo quasi insostiuibile bomber, proprio il settore giovanile “che” abbia segnalato un potenziale sostituto più che valido, anche se in una prospettiva di lungo termine. Come Villa Paco è un attaccante piccolo, rapido e mobile, ma la concezione del gioco è molto diversa. Anche Paco attacca lo spazio, anche Paco propone intelligenti spostamenti laterali, ma Paco a differenza di Villa non ci tiene più di tanto al contatto col pallone: pur trovandosi assolutamente a suo agio in fase di palleggio e non mancando di senso tattico negli appoggi, preferisce nascondersi per riapparire quando ormai è troppo tardi per l’avversario. È una punta più da area di rigore, con un notevole intuito, possiede tutti quei movimenti a smarcarsi che se non li hai nel sangue allora è meglio che ti trovi un altro lavoro, non ha i centimetri ma sa rubare il tempo ai difensori, poi non ci mette nulla a caricare la conclusione secca verso la porta, che scaglia con entrambi i piedi (pur preferendo il destro) e con ottima coordinazione.
Ha avuto solo un piccolissimo spezzone al centro dell’attacco (contro la Svizzera) Saúl Ñiguez (Atlético Madrid), fratello minore di Aarón (ex-stella con Bojan dell’Under 17 2006 e campione d’Europa Under 19 nel 2008, ma un po’ persosi nelle sue peregrinazioni, l’ultima al Celta) ed elemento più giovane della spedizione essendo un classe ’94.

FOTO: siemprecantera.blogspot.com

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mercoledì, novembre 18, 2009

Una grande generazione.

Si è conclusa con un buon terzo posto la spedizione in Nigeria della Spagna Under 17. Un girone passato in scioltezza (a parte la sofferenza della prima con gli USA, costretti a rimontare in dieci sin dal secondo minuto), un ottavo altrettanto brillante con il Burkina Faso, l’altalena del quarto con l’Uruguay (partita pazza: doppio vantaggio e stradominio per un’ora di gioco abbondante, poi due ingenuità che fruttano la rimonta a un avversario che prima dei rigori va anche vicino al colpaccio) e infine la non-partita contro una Nigeria a dir poco intrattabile dal punto di vista atletico (aspetto che a livello Under 17 pesa ancora di più, anche se poi il capolavoro della Svizzera in finale ci ha dimostrato che lo si può anche aggirare). Meritata poi la medaglia di bronzo al termine di una gara con la Colombia sostanzialmente controllata.

Questa Under 17 si è mossa con disinvoltura secondo i canoni classici della scuola spagnola: 4-2-3-1 (contro il Malawi e in alcune partite a vantaggio acquisito 4-1-4-1), possesso-palla e compagnia bella. Ma quello che conta di più a questi livelli è sicuramente il materiale umano, in prospettiva eccellente. Siamo di fronte a una delle migliori ultime nazionali giovanili, senza ombra di dubbio. Giocatori di alto livello tecnico medio, pienamente funzionali a una filosofia di gioco, e con un’esperienza già ragguardevole per la loro età. Non conosco i dati delle altre nazionali del mondiale onestamente, ma impressiona che sei elementi di questa rosa abbiano già esordito a livello ufficiale con la prima squadra (Muniesa Koke, Muniain, Isco, Edu Ramos, Kevin), mentre altri come Dalmau e Borja son già stati tenuti in considerazione nel corso del precampionato.


TABELLINI
Spagna vs. USA (3-1): Edgar; Dalmau, Sergi Gómez, Muniesa, Aurtenetxe; Koke, Edu Ramos; Muniain (Morata, 84’), Isco (Amat, 7’), Sarabia; Borja (Kevin, 62’).
Gol: 0-1 (4’): McInerney. 1-1 (22’): Borja. 2-1 (30’): Sarabia. Espulso Sergi Gómez al 2’.

Spagna vs. Emirati Arabi (3-1): Edgar; Blázquez, (Dalmau, 65’), Amat, Muniesa, Aurtenetxe; Sergi Roberto, Koke; Muniain (Carmona, 61’), Isco, Sarabia (Edu Ramos, 80’); Borja.
Gol: 1-0 (12’): Isco. 2-0 (19’): Borja. 2-1 (68’): Sebil. 3-1 (88’): Carmona.

Spagna vs. Malawi (4-1): Yeray (Celaya, 77’); Dalmau, Amat, Sergi Gómez, Blázquez; Kamal; Kevin (Sarabia, 75’), Sergi Roberto, Espinosa, Carmona (Muniain, 83’); Morata.
Gol: 0-1 (32’): Carmona. 0-2 (60’): Morata. 0-3 (62’): Espinosa. 0-4 (74’): Morata. 1-4 (82’): Milanzi.

Spagna vs. Burkina Faso (4-1): Edgar; Dalmau, Sergi Gómez, Muniesa, Aurtenetxe; Sergi Roberto (Espinosa, m.88), Koke; Muniain, Isco (Edu Ramos, m.66), Sarabia (Carmona, m.80); Borja.
Gol: 1-0, M.19: Sergi Roberto. 1-1, M.26: Ibrango. 2-1, M.56: Sergi Roberto. 3-1, M.67: Sergi Roberto. 4-1, M.83: Carmona, rig.. Espulso Dalhata Soro (Burkina) all’81’.

Spagna vs. Uruguay (3-3 nei tempi regolamentari, 4-2 per la Spagna ai rigori): Edgar; Dalmau, Sergi Gómez, Muniesa, Aurtenetxe; Koke, Sergi Roberto (Amat, min.46); Muniain (Edu Ramos, min.61 (Kamal, min.90)), Isco, Sarabia,; Borja.
Gol: 0-1, min.10. Luna. 1-1, min.17. Isco, de penalti. 2-1, min.49. Borja. 3-1, min.50. Borja. 3-2, min.71. Mezquida. 3-3, min.84. Gallegos. Espulsi: Sarraute (Uruguay) al 32’, Muniesa al 45’.

Spagna vs. Nigeria (1-3): Edgar; Dalmau, Gómez, Amat, Aurtenetxe; Sergi Roberto (Espinosa, m.65), Koke; Muniaín (Carmona, m.23), Isco, Sarabia (Morata, m.65); Borja.
Gol: 0-1, m.30: Okoro. 0-2, m.61: Emmanuel. 0-3, m.71 Emmanuel. 1-3, m.84: Borja.

Spagna vs. Colombia (1-0): Edgar Badía; Dalmau, Gómez, Muniesa, Blázquez; Koke, Sergi Roberto (Kamal, m.73); Kevin, Isco, Sarabia (Carmona, m.46); Borja (Morata, m.66).
Gol: M.75: Isco.



UNO PER UNO
Nota: non ho potuto assistere alla trasmissione integrale di tutte le partite. Delle prime tre del girone Eurosport ha mandato delle sintesi (ampie quelle delle prime due, risibile quella del Malawi), per cui non ho potuto raccogliere un’eguale quantità di informazioni per tutti i giocatori (le schede delle riserve sono particolarmente striminzite). Mi ha potuto aiutare comunque l’aver osservato molti di questi giocatori già nell’Europeo o coi loro club.


Edgar Badía (Espanyol): Portiere tutt’altro che ortodosso, non proprio convincente. Ha un bel colpo di reni che gli consente interventi non facili e spettacolari, ma tecnicamente lascia a desiderare. Come tradizione dei portieri spagnoli, la gestione delle uscite alte regala brividi; sulle uscite basse invece è pronto e rapido, e consente anche buoni recuperi alle spalle di una difesa alta. Comica la papera che regala il gol agli USA, curioso il comportamento nella serie di rigori con l’Uruguay: si butta con un secolo d’anticipo, eppure i battitori della Celeste capitolano. Presenze: 6 (da titolare). Minuti: 570.

Albert Dalmau (Barcelona): Terzino destro titolare, rendimento regolare, ha le carte per una buona carriera anche se non è chiaro se il livello sia da futura titolarità blaugrana. Potente e con una notevole facilità di corsa, è un laterale abbastanza completo: tatticamente attento in fase difensiva, aggressivo in marcatura, tiene bene la posizione coordinandola con quella dei compagni di reparto, non si fa sorprendere sulle diagonali e raramente abbocca negli uno contro uno. A questo aggiunge poi una chiara propensione offensiva: costantemente in sovrapposizione e con un buon controllo di palla, lasciano però a desiderare le sue scelte quando viene coinvolto dalla trequarti in su: spesso precipitoso e impreciso, un po’approssimativo al cross. Presenze: 7 (6 da titolare). Minuti: 595.
Sergi Gómez (Barcelona): L’anello debole dell’undici titolare. Sobrio all’Europeo, in questo mondiale ha evidenziato una certa goffaggine ed insicurezza che, aggiunte a doti di base assolutamente nella norma, hanno aggravato il bilancio. Il più prestante dei difensori centrali, ma anche il più macchinoso, il più lento e anche quello con la peggior lettura delle situazioni. Al di là di una base tattica sufficiente manca proprio il talento nell’intepretazione delle situazioni difensive, difficile possa fare strada fra i grandi. Presenze: 6 (da titolare). Minuti: 482. Ammonizioni: 1. Espulsioni: 1.
Marc Muniesa (Barcelona): Buon mondiale ma comunque inferiore alle attese, perché si parla di un talento difensivo fuori dal comune, molto probabilmente destinato in futuro a far coppia con Piqué al centro della difesa del Barça e della nazionale maggiore. In ogni caso la sua assenza si è notata: una volta espulso con l’Uruguay, la Spagna ha subito la rimonta, in semifinale invece la squalifica gli ha risparmiato il massacro operato dai nigeriani. Non comuni sono la naturalezza e la personalità con le quali Muniesa si muove al centro della difesa: straordinario l’intuito e la capacità di leggere in anticipo le situazioni, che gli permettono di dominare quella frazione di secondo decisiva anche per rilanciare l’azione ribaltando subito il fronte. Agile, rapidissimo negli spostamenti laterali e nei recuperi, una volta spezzato l’attacco avversario riparte subito palla al piede, con notevole dimestichezza nel controllo in corsa. Ciò gli permette di superare con facilità la prima linea avversaria, in perfetto stile Barça, anche se il suo mancino sembra portato più allo scambio corto che ai cambi di gioco. La combinazione di grande reattività e capacità nel rilanciare l’azione ha portato qualche esperto a raffigurarlo addirittura come un potenziale mix fra Puyol e Márquez. Le doti ci sono, ma il ragazzo deve ancora limare alcuni aspetti tattici: talvolta l’audacia, la propensione all’anticipo e l’eccessiva confidenza lo portano a sguarnire la zona e lasciare spazi pericolosi alle proprie spalle. Presenze: 5 (da titolare). Minuti: 405. Espulsioni: 1.
Jon Aurtenetxe (Athletic Bilbao): Ordinatissimo terzino sinistro, adoratore del compitino, comunque preciso e funzionale nella maggior parte delle occasioni. Non ha un’anima particolarmente offensiva, ma accompagna la manovra coi tempi giusti e generalmente senza che il pallone gli scotti tra i piedi, con tocchi semplici ma precisi e che non tolgono fluidità alla manovra. Un tipo di terzino sinistro sulla falsariga dei vari Monreal, Canella e Fernando Navarro. Buon senso della posizione, reattivo sul breve, non ha mai sofferto fino alla semifinale, quando il velocissimo nigeriano Egbedi lo ha mandato al manicomio e quando un suo errore di posizione ha propiziato il primo gol dei padroni di casa. Presenze: 5 (da titolare). Minuti: 480. Ammonizioni: 2.

Sergi Roberto (Barcelona): Titolare a partire dalla seconda del girone contro gli Emirati Arabi, è una delle ultime scoperte, non c’era qualche mese fa all’Europeo di categoria e solo dall’inizio di questa stagione è stato lanciato da Luis Enrique nel Barça B, sfruttando anche l’infortunio di Thiago Alcantara. Aspettiamo qualche partita in più prima di tracciare un giudizio completo, intanto i segnali sono molto interessanti: si esalta addirittura con una tripletta col Burkina Faso, poi con l’Uruguay sbaglia un rigore ed esce per esigenze tattiche dopo l’espulsione di Muniesa. In semifinale viene sovrastato come tutti, poi sufficiente contro la Colombia. Uno degli elementi più attrezzati fisicamente, spicca per la figura prestante, ma è tutt’altro che lento, anzi rimangono impressi i suoi coast-to-coast palla al piede, così poco “da centrocampista spagnolo”, che ricordano un po’quelli del bilbaino Javi Martínez. Devastante quando ha campo per partire e ribaltare l’azione, Sergi Roberto è tuttavia assai diverso da Javi Martínez come giocatore: è una mezzala dalle caratteristiche offensive, probabilmente più adatto per giocare in un 4-3-3 come quello classico del Barça che nel doble pivote di questa nazionale. Inoltre le progressioni palla al piede sono la variazione sul tema di un centrocampista “made in La Masía”, portato cioè più a far correre il pallone e a utilizzare uno-due tocchi. Non ci pensa su due volte quando gli si presenta l’opportunità di fiondarsi in area avversaria: ha buoni tempi di inserimento, vede la porta e stacca con pericolosità sui calci piazzati. Presenze: 6 (da titolare). Minuti: 452. Gol: 3. Assist: 2. Ammonizioni: 1.
Jorge Resurrección “Koke” (Atlético Madrid): Il punto fermo del centrocampo. Resta bloccato come riferimento davanti alla retroguardia, per proteggere i difensori o per rilanciare la manovra. Ottimo senso della posizione, buon fisico, si fa valere nei corpo a corpo e nella protezione della sfera, paga invece la lentezza quando è chiamato a coperture d’emergenza in spazi più ampi. Gran continuità d’azione, macina palloni su palloni con scarsa creatività, ma sa far correre il pallone utilizzando il minimo indispensabile di tocchi. Conclusione potente dalla lunga distanza, anche se per caratteristiche si avventura molto poco. Uno dei più maturi della rosa, pronto per entrare in pianta stabile nel calcio dei grandi, non a caso fa già parte del giro della prima squadra dell’Atlético (almeno con Abel, vedremo ora con Quique). Presenze: 6(da titolare). Minuti: 570. Ammonizioni: 2.

Iker Muniain (Athletic Bilbao): Il più atteso e mediatico, non ha pienamente soddisfatto aspettative che, ricordiamolo, sono altissime per un giocatore che a 16 anni ha già stabilito il record del più giovane esordiente con la maglia dell’Athletic e del più giovane goleador in assoluto nella storia della Liga. Il suo rendimento è stato un po’discontinuo: qualche pausa, qualche fase in cui il suo talento ha pesato, ma mai fino ad affermarsi come uomo-partita indiscusso. Un infortunio poi lo ha tolto di mezzo nel primo tempo con la Nigeria, costringendolo a un rientro anticipato in Spagna. Al di là del mondiale, le potenzialità, già pregustate con l’Athletic, sono formidabili. Piccolino, compatto nel suo metro e sessantanove per sessantatre chili, soffre logicamente il contatto con giocatori prestanti, ma ha una già interessante esplosività muscolare che gli permette di aumentare le marce e andare via. Il baricentro basso poi favorisce la coordinazione nei movimenti: in un fazzoletto di campo può girare e cambiare direzione quanto desidera, e la tecnica nel controllo di palla gli consente arresti, ripartenze e cambi di direzione micidiali. Non è l’insopportabile dribblomane alla Diego Capel comunque, sa distinguere i momenti in cui prendersi la responsabilità dell’azione personale da quelli in cui per dare scioltezza al gioco una triangolazione è la cosa migliore. Non va sempre sparato, ma sa anche rallentare e gestire “la pausa”, qualità che distingue i giocatori veri. È un giocatore tatticamente difficile da inquadrare: giocando da esterno come in questa nazionale e come fatto finora nell’Athletic (ma prevalentemente a sinistra) cerca in maniera quasi ossessiva il taglio interno (ma qui Isco gli ha sottratto protagonismo); ispirato nell’assist, non è tuttavia nemmeno un trequartista: abituato più a una figura di rifinitore al centro dell’elaborazione della manovra (alla Valerón, alla Silva o alla Iniesta, per intenderci), il calcio spagnolo è meno abituato a una figura invece diffusissima nella storia recente del calcio italiano e che a mio parere può rappresentare meglio Muniain, ovvero quella della seconda punta di fantasia. Così vedo Iker: un giocatore più portato a inventare lo spunto decisivo negli ultimi 30 metri piuttosto che a indirizzare costantemente la manovra. Sulla falsariga dei Baggio, Del Piero, Zola e Cassano. Un auspicio niente male. Presenze: 6(5 da titolare). Minuti: 326. Assist: 1.Ammonizioni: 1.
Francisco Alarcón “Isco” (Valencia): Il giocatore più elegante e dotato tecnicamente della spedizione, una gioia per gli occhi. Numero 10 classico, punto di riferimento per la manovra, ha movimenti intelligenti fra le linee e non si nasconde mai. Il primo controllo, favoloso, gli dà un bel vantaggio sugli avversari, e non è raro vederlo schizzare via come un’anguilla fra nugoli d’avversari. Il suo è un calcio in punta di piedi, di piccoli tocchi che fanno sparire e riapparire il pallone all’improvviso, un film sempre nuovo. Il repertorio fantasiosissimo di finte, controfinte e controlli a seguire e con la suola (stupendo il gol agli Emirati Arabi) non lo porta in ogni caso a piacersi in eccesso: certo, in qualche momento evidenzia ancora un dribbling di troppo, ma sembra più un segno di fisiologica immaturità che di narcisismo. È comunque un giocatore che sa già coordinarsi coi movimenti dei compagni e leggere il gioco indirizzandolo con personalità: si offre sempre per il triangolo, vede ed esegue l’ultimo passaggio con classe notevole. I sopracitati piccoli tocchi e l’agilità rendono difficile da marcare sul breve, mentre nell’allungo e nel corpo a corpo qualsiasi energumeno se lo mangia. Può crescere sotto quest’aspetto, a patto di non snaturarne le caratteristiche. Il tiro non è potente, ma vede la porta, arrivando a sorpresa a rimorchio degli attaccanti e piazzandola. Presenze: 6(da titolare). Minuti: 463. Gol: 3. Assist: 2. Ammonizioni: 1.
Pablo Sarabia (Real Madrid): Probabilmente il migliore della spedizione assieme a Isco, inafferrabile nel quarto con l’Uruguay. Esterno sinistro (ma spesso nei 90 minuti si scambia di fascia con Muniain), gioca quasi esclusivamente col mancino, anche se ogni tanto si concede qualche rientro sul piede destro per rendere meno leggibile la propria azione dai terzini.
Elegante, perfetto nel controllo in corsa, sinistro più preciso che potente ma comunque assai insidioso nelle conclusioni incrociate (è anche un buon esecutore di calci piazzati) oltre che calibrato nei cross, tecnicamente non gli si possono fare proprio appunti, ma un grosso punto interrogativo riguarda l’aspetto atletico. Come Isco il suo forte è l’abilità nel breve, ma cede qualcosa nell’allungo. Se però Isco è di ruolo un rifinitore, che come principale prerogativa deve avere quella di saper nascondere e far circolare il pallone, un esterno come Sarabia ha per forza bisogno dello spunto esplosivo. Il madridista disorienta l’avversario muovendo il pallone rapidamente nel breve e aiutandosi col gioco di gambe, però non si nota quel cambio di ritmo che lascia secco l’avversario. L’evoluzione da questo punto di vista avrà un certo peso sulle sue prospettive di carriera. Presenze: 7(6 da titolare). Minuti: 496. Gol: 1. Assist: 3.

Borja González (Atlético Madrid): Capocannoniere del torneo con 5 gol assieme all’uruguagio Gallegos e al nigeriano Emmanuel (nella foto posano insieme coi premi personali), è il tipico caso di centravanti che ha tutta l’apparenza dell’imbranato ma che, bene o male, all’appuntamento ci arriva quasi sempre in tempo. Destro, approssimativo nel dialogo palla a terra, il suo lessico scarno contrasta con quello forbito della maggior parte dei compagni, ma come movimenti e come soluzioni in fase di finalizzazione il mestiere dell’attaccante c’è tutto.
È questo che fa pensare che, magari non in un grande club, possa svolgere una buona carriera: ha un buon fisico ma non fa leva tanto su quello (che a livello Under 17 ha un valore tutto relativo, la cui verifica va rimandata per forza a un futuro abbastanza remoto), quanto piuttosto del fiuto, dell’intuito del centravanti, che quando c’è, resta un dato innato, ineliminabile e una carta in più che non viene mai meno. Al controllo di palla tutt’altro che impeccabile fa infatti da contraltare un’ottima capacità di guadagnarsi nove volte su dieci una posizione di vantaggio per concludere in area di rigore: sa smarcarsi rubando il tempo al difensore, e una volta arrivato sul pallone la buona coordinazione e l’istinto gli consentono di colpire al volo anche quando lo specchio della porta si trova fuori dal suo campo visivo. Bravo nel difendere palla col corpo e girarsi subito per la conclusione, può migliorare la precisione del colpo di testa. Presenze: 6(da titolare). Minuti: 518. Gol: 5. Assist: 1.

Yeray Gómez (Mallorca): Secondo portiere, titolare pochissimo impegnato col Malawi. Presenze: 1(da titolare). Minuti: 77.
Julen Celaya (Real Sociedad): Terzo portiere, Ginés Meléndez gli regala qualche spicciolo col Malawi. Presenze: 1. Minuti: 13.
Jordi Amat (Espanyol): Buon rendimento, più meritevole di Sergi Gómez, tuttavia la mancanza di centimetri potrebbe rivelarsi un grave svantaggio per il suo ruolo. Cerca di supplire col tempismo negli anticipi e nelle chiusure ed è molto pulito nel rilanciare l’azione, raramente butta via il pallone. Ha le qualità per fare il libero (nel caso qualcuno decida di riproporre questa figura) o anche il centrocampista davanti alla difesa. Presenze: 5(3 da titolare). Minuti: 427.
Albert Blázquez (Espanyol): Terzino destro o sinistro (destro di piede), bloccatissimo, tiene la posizione senza strafare. Rapido e puntuale nelle coperture. Presenze: 3(da titolare). Minuti: 245.
Edu Ramos (Málaga): Mondiale sfortunato per questo promettente regista già tenuto in grande considerazione da Muñiz (che lo fatto esordire a Jerez) per la prima squadra del Málaga: parte titolare, poi viene sorpassato da Sergi Roberto, infine, richiamato in causa a partita in corso, si infortuna contro l’Uruguay: ne avrà per un mese-un mese e mezzo. Presenze: 4(1 da titolare). Minuti: 153. Ammonizioni: 2.
Kamal (Real Madrid): Centrocampista difensivo, titolare contro il Malawi, brevi spezzoni con Uruguay e Colombia. Ingiudicabile. Presenze: 3(1 da titolare). Minuti: 137.
Javier Espinosa (Barcelona): Mezzala (ma nelle giovanili blaugrana è stato anche impiegato da ala) rapida e tecnica, dalle iniziative vivaci, si è divertito il suo col Malawi. Da rivedere con molto interesse. Presenze: 3(1 da titolare). Minuti: 117. Gol: 1.
Kevin Lacruz (Zaragoza): Esterno destro titolare a scapito di Muniain all’Europeo, qui ha trovato spazio dall’inizio solo col Malawi e nella finale terzo/quarto posto con la Colombia. Veloce e con buone qualità tecniche, assieme agli Under 21 Ander Herrera e Laguardia è una delle perle della cantera del Zaragoza, col quale ha già esordito in Primera, subentrando nella trasferta di Siviglia. Presenze: 3(2 da titolare). Minuti:193.
Adriá Carmona (Barcelona): Assente all’Europeo dello scorso maggio, aveva comunque già partecipato e vinto da titolare l’anno precedente con la nazionale dei Thiago Alcantara, Keko e Sielva. In questo torneo ha fatto da riserva di Sarabia, rispondendo benissimo quando chiamato in causa, a partita in corso (gran gol su punizione a sorpresa con gli Emirati Arabi) o dall’inizio come contro il Malawi (altro bel gol, stavolta su azione personale). Tutto mancino ma a suo agio anche partendo da destra per convergere al tiro, i movimenti e la mentalità sono quelli dell’ala classica: molto verticale e diretto nelle sue azioni, meno raffinato ma più potente rispetto a Sarabia. A differenza del madridista, lui ha il cambio di ritmo: pur avendo buone qualità nel dribbling stretto, gli fa comodo la possibilità di lanciarsi buttando il pallone oltre il difensore e lasciandolo sul posto con uno scatto esplosivo. Tiro secco e violento, traversoni veloci e tesi, difficili da gestire per i difensori avversari. Presenze: 5(1 da titolare). Minuti: 233. Gol: 3.
Álvaro Morata (Real Madrid): Rincalzo di Borja, al di là dei due gol nella passerella col Malawi non sono state tantissime le occasioni per mettersi in mostra. Attaccante più di manovra rispetto a Borja, impiegabile anche da seconda punta. Presenze: 4(1 da titolare). Minuti: 145. Gol: 2. Assist: 3.

FOTO: siemprecantera.blogspot.com; fifa.com

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