Il futuro, e qualcosa di più.

La generazione che ha regalato Europeo e Mondiale dovrebbe avere ancora lunga vita, ma per ogni evenienza, il ricambio è già pronto. Questo il dato saliente di un Europeo Under 21 in cui la Spagna non ha impressionato tanto per il gioco esibito (anzi, le fasi di relax son state parecchie, e non è mancato nemmeno un brivido di quelli grandi, contro la Bielorussia), quanto per il controllo che in quasi tutti i momenti ha avuto sulle partite e sul torneo. In parole povere, si sapeva che, Bielorussia a parte, avrebbero vinto loro.
Allo sterile e irritante autocompiacimento del pareggio all’esordio con l’Inghilterra, ha fatto seguito la vittoria sicura (2-0) contro una spigolosa Repubblica Ceca, in un crescendo che ha portato all’affermazione brillante sull’Ucraina, ultima gara del girone, la prestazione più convincente di tutto il torneo.
Un incubo invece la semifinale contro la Bielorussia: forse presa sottogamba, forse no, fatto sta che l’avversario, pur incapace di superare la metacampo difensiva con due passaggi (il gol arriva su una rimessa-corner e una mezza dormita di Domínguez sul centravanti bielorusso), oppone una perfetta organizzazione difensiva. Blocco bassissimo, con almeno tre giocatori nella zona della palla, è sembrato il modo migliore per impensierire questa Spagna, più di un pressing alto che magari può sorprendere inizialmente ma poi finisce col cedere metri pericolosi a giocatori come quelli iberici, tecnici ma anche verticali se del caso (nessuno degli avversari della Spagna ha comunque proposto un pressing particolarmente alto).
Un’impenetrabilità che ha finito con l’accrescere minuto dopo minuto l’ansia della Spagna, pure snaturata da cambi di Milla che a posteriori saranno pure risultati decisivi per quanto riguarda gli episodi (Diego Capel crossa per il secondo gol, Jeffren firma il terzo), ma che in realtà hanno fatto giocare pure peggio, togliendo dal campo Ander Herrera e Muniain per inserire due ali attaccate alla linea del fallo laterale che oltre a giocare male di loro, non hanno fatto che aumentare i punti di riferimento per la difesa avversaria.
Riacciuffata per i capelli la semifinale che ha sancito la qualificazione alle Olimpiadi, la finale è stata relativamente agevole: bruttina ma intensa, una marmellatona a centrocampo (ben organizzata anche la Svizzera, ma con più capacità di possesso-palla rispetto alla Bielorussia: cosa che per la prima volta ha fatto scendere il possesso spagnolo sotto il 60%, e spostato il baricentro della partita all’altezza del cerchio di centrocampo invece che al limite dell’area dell’avversario della Spagna, come avviene di solito) prima del gol di Ander Herrera che ha sbloccato tutto. Il golazo da 30-35 metri di Thiago Alcantara (punizione-pallonetto all’incrocio che sorprende il portiere svizzero fuori dai pali) a un quarto d'ora dalla fine è la ciliegina sulla torta.
Il segreto del successo è, tanto per cambiare, il centrocampo, o meglio, i movimenti fra centrocampo e trequarti, che son quelli che modificano il disegno di base del 4-3-3 e consentono la superiorità. Thiago Alcantara è considerato il giocatore più geniale, con più potenziale, di questa Under 21, ed è vero: certi tocchi e certe visioni restano fuori dalla portata anche dei suoi dottissimi compagni. Però non è stato il giocatore decisivo per il funzionamento del centrocampo: anzi, diciamo che mentre Thiago si prendeva le sue belle pause fra un momento di ispirazione e l’altro, altri gli alleggerivano la pressione e creavano un contesto favorevole con e senza palla.
Due in particolare: Ander Herrera e Mata. Ander ha disputato senza alcun dubbio un Europeo più completo e più continuo di quello di Thiago. Alla leggerezza e all’eleganza palla al piede (ma sempre essenziale nei tocchi, mai lezioso) ha aggiunto una “pesantezza” di argomenti a livello tattico degna di nota: giocatore intelligentissimo, sempre in movimento verso lo spazio giusto, sempre offrendo una soluzione, e con una (almeno per me) sorprendente incisività negli inserimenti in area di rigore. Un aspetto determinante per compensare efficacemente le caratteristiche di un tridente offensivo che invece, per le caratteristiche degli interpreti (Muniain a sinistra, Adrián al centro e Mata a destra: queste le molto teoriche posizioni di partenza) tendeva parecchio a svariare e a “svuotare” l’area. Il tempismo magnifico del gol decisivo in questa finale è emblematico: se ci crede davvero in questa sua qualità e se la sua nuova squadra, l’Athletic, riuscirà ad offrirgli il contesto giusto, Ander potrebbe anche arrivare a 10 gol la prossima stagione.
L’altro giocatore-chiave, Mata, ha come al solito esibito un fenomenale gioco senza palla (in mancanza dell’uno contro uno o delle rifiniture dei suoi compagni), davvero importantissimo. Parte a destra ma praticamente non ci sta mai: taglia tra le linee e in questo modo favorisce la superiorità sul centrocampo avversario, o addirittura si sposta sulla fascia opposta a favorire due contro uno col terzino. Proprio a partire dalle caratteristiche di Mata e Ander si è consolidata una caratteristica evidente di questa Under 21, la tendenza a caricare gran parte della propria manovra sul lato sinistro: contando sulla contemporanea presenza di Muniain (subentrato a Jeffren alla seconda partita, dopo la semi-scandalosa panchina dell’esordio), un esterno cui piace parecchio accentrarsi o comunque tenere palla, la Spagna da quel lato, in cui agiva più spesso Ander ma nel quale oltre ai tagli di Mata pure Thiago poteva aggiungersi, ha mostrato una densità di palleggio tale non solo da squilibrare il sistema difensivo avversario, ma da condizionare positivamente la stessa transizione difensiva.
Negli spazi creati da tutti questi palleggiatori Didac (non la miglior scelta possibile nel ruolo di terzino vista la panchina di José Ángel, ma comunque più che corretto nell’interpretazione, “Capdevilesco” direi) non aveva che da scegliere il tempo per trovarsi subito sul fondo, e la presenza di tutti questi giocatori nella zona della palla rappresentava anche un vantaggio in caso di perdita, con 3-4 Furie Rosse vicine e subito pronte a ingabbiare l’avversario col pressing, annullando il teorico svantaggio della fascia destra monca lasciata dai movimenti di Mata (sulla carta rimaneva il solo terzino destro Montoya a coprire la fascia in ripiegamento, ma prima l’avversario doveva riconquistare palla, riorganizzarsi, cambiare lato senza farsi prima aggredire dal pressing… una parola...).
Insomma, in questo 4-3-3 asimmetrico, un lato, il sinistro, creava, e l’altro, il destro, approfittava degli sbilanciamenti della difesa avversaria attaccando gli spazi. A destra oltre a Montoya (che ha confermato le sue doti di soldatino: molto veloce e molto puntuale nell’inserirsi a sorpresa, più prevedibile portando palla), un Adrián che più spesso si spostava verso quella zona di quanto non lo facesse il suo teorico titolare, ovvero Mata.
Adrián era il giocatore più a rischio-critiche di una nazionale inizialmente etichettata come tecnicamente squisita ma carente sottoporta. Adrián non sarà un fuoriclasse, ma fino a prova contraria è risultato il capocannoniere del torneo (5 gol), e resta comunque un buon attaccante. Senza strafare, ma sempre piuttosto coinvolto nel gioco di squadra: ottima intesa e coordinazione nei movimenti con Mata, quando uno veniva incontro l’altro attaccava la profondità, buone scelte sia nel giocare sul filo del fuorigioco che nello svariare verso le fasce. L'asturiano non cancella comunque quell’impressione di scarsa freddezza e scarsa decisione che talvolta evidenzia al momento di finalizzare: quello più che qualità tecniche sicuramente buone fa storcere il naso, e rimane il dubbio che forse inserito in una squadra dal gioco meno generoso Adrián potrebbe faticare a crearsi da solo le proprie chances (e dopo la retrocessione del Deportivo, l’Atlético non sembra proprio il miglior ambiente nel quale dare una svolta alla propria carriera).
Sottolineato l’aspetto creativo del centrocampo, bisogna però sottolineare come il miglior giocatore di questa Spagna (e immagino, non avendo visto le altre partite, anche del torneo) sia stato un Javi Martínez che davanti alla difesa è parso semplicemente inavvicinabile dagli avversari. Forse in futuro potrebbe evitare anche di muoversi, di sudare, e giocare soltanto sul terrore che trasmette: chi gli gioca contro sa che se pure Javi non anticipa col suo piazzamento, gli basta solo mettersi in marcia e con due falcate raggiungere qualsiasi zona del campo desidera, e lì sradicare il pallone come se nulla fosse. Grande centrocampista e grande conoscitore del gioco molto prima che energumeno che intimidisce, comunque.
In difesa anche per i centrali vale lo stesso discorso di Didac: Botía-Domínguez forse non era la scelta migliore in assoluto (San José-Víctor Ruiz ha più talento), ma comunque ha amministrato senza sbavature (nonostante la risaputa asineria nell’impostare di Domínguez, che fra tutti ha più le caratteristiche dello stopper puro) il contesto di “difesa col pallone” che ha immancabilmente caratterizzato anche questa nazionale.
FOTO: elpais.com
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