Arrivano i mostri.

Per questo le ultime quattro vittorie, e la marea di gol segnati dalla squadra di Mourinho, sono importantissime: vincere 1-0 ieri non sarebbe stata la stessa cosa che vincere 6-1. Sarebbero stati ugualmente tre punti, ma il messaggio che mandi al tuo ambiente, e che ti permetterà di continuerà a lavorare in assoluta tranquillità, non sarebbe stato lo stesso, e nemmeno il condizionamento provocato negli avversari.
Una cosa è certa: il Barça non sta giocando bene. Non si ordina come dovrebbe in fase di possesso, non esce come vorrebbe dalla propria metacampo, e si fa trovare spesso mal posizionato quando perde palla. Difficoltà che rimangono anche dopo la vittoria tutto sommato agevole di ieri, contro un Zaragoza che giustifica la sua ultima posizione in classifica (a dispetto di un organico che invece la salvezza dovrebbe consentirla), perché tenta di sopperire con la grinta e l’agonismo a una certa mancanza di idee.
Gay stravolge la formazione classica: toglie Bertolo sulla fascia sinistra del centrocampo, giocatore che negli spazi può fare molto male, per contare su un difensore in più, Lanzaro accanto a Jarošik e Contini per una difesa a cinque, con Ponzio (espulso ad inizio ripresa: sceneggiata di Alves che cancella le poche residue chances dei padroni di casa) davanti come schermo, Gabi sul centro-sinistra, Ander Herrera sacrificato sul centro-destra e Lafita sulla trequarti in appoggio all’inadeguato Braulio (rimpiazzo infortunato Sinama-Pongolle).
Parlando a posteriori, comodamente seduto davanti al PC e senza patentino di allenatore, la scelta non mi ha convinto: più che accorciare gli spazi nella tua area di rigore, contro il Barça ritengo preferibile andare a infastidire all’altezza del cerchio di centrocampo, evitare assolutamente l’inferiorità in quella zona e da lì provare a ripartire. Il Zaragoza non ha voluto o non è riuscito a farlo, e alla lunga è emersa la maggior qualità di un Barça (di Messi) che pure ancora una volta non ha espresso il suo miglior calcio.
Le difficoltà blaugrana attuali sono riassunte dai continui cambi di modulo di Guardiola, alla ricerca di una soluzione che assicuri al contempo il possesso-palla meglio articolato e la transizione difensiva più sicura una volta perso il pallone. Col Valencia, il 4-3-3 (che diventa 3-4-1-2 quando l’azione parte dalla difesa) di quest’inizio di stagione è diventato nella ripresa un 4-4-1-1, con Messi e Villa in attacco e Xavi e Busquets davanti alla difesa; contro il Copenhagen invece, si è visto un 4-2-3-1 atipico, con il doble pivote Mascherano-Busquets e Maxwell esterno alto, ma Messi e Iniesta coppia di trequartisti dietro Villa, lasciando tutta la fascia destra ad Alves.
Ieri altro cambio ancora: un 3-3-1-3 che nel ciclo di Guardiola ha precedenti solo nella partita di Champions 2008-2009 con lo Sporting. Puyol-Piqué-Abidal fissi nella retroguadia, e una posizione sensibilmente differente per Alves: mentre infatti erano Pedro a destra e Iniesta a sinistra ad assicurare l’ampiezza, il brasiliano stringeva più centralmente, esattamente come Keita dall’altro lato. Busquets non retrocedeva più sulla linea dei difensori ad inizio azione, perché questi erano già tre, e così Sergi rimaneva davanti. Chiudeva il centrocampo Messi, come vertice alto.
----Puyol-----Piqué----Abidal----------
----Alves—-Busquets—-Keita-----------
----------------Messi-------------------
Pedro-----------Villa-------------Iniesta
Confrontandolo con la disposizione abituale di quest’inizio di stagione,
---------Piqué--Busquets--Puyol-------------
Alves-------Xavi---Iniesta----------Maxwell
-----------------Messi---------------------------
------------Pedro-------Villa-------------------
lo spostamento di Busquets e Alves rivela l’intento di guadagnare un giocatore in più centralmente in zona arretrata. Un giocatore in più su cui appoggiarsi ad inizio azione, e anche un giocatore in più dietro la linea della palla non appena l’avversario la recupera e cerca il contropiede. Non ha funzionato benissimo, Alves (che pure questo ruolo lo può ricoprire egregiamente, per caratteristiche e anche per esperienza con la nazionale brasiliana) è parso un po’ spaesato, e comunque l’avversario non ha messo sufficientemente alla prova, però è una soluzione che potrebbe avere un seguito.
Certo, sono sempre i giocatori a dare significato ai moduli, e bisognerà vedere col ritorno di Xavi, che resta sempre il giocatore più indicato per far salire la squadra ordinatamente e quindi anche con le distanze giuste per quando tocca recuperare il pallone. Gli acciacchi di Xavi sottolineano un elemento di vulnerabilità di questo Barça, che con la rosa corta dipende parecchio dai suoi tanti campioni del mondo, più esposti degli altri a un certo affaticamento non solo fisico (tradizionalmente, la stagione dopo la vittoria del mondiale porta con sé qualche difficoltà). Un campione del mondo in difficoltà è David Villa, che ogni partita in più senza gol diventa sempre più ansioso sottoporta. Fisiologico comunque, gli attaccanti vanno a periodi.
La partita del Real Madrid necessita meno spiegazioni, perché la storia delle ultime due settimane proprio non cambia: stritolato anche il povero Racing.
Stritolato ma in maniera diversa: Milan, Málaga e Deportivo erano caduti in seguito a un occupazione militare della metacampo e a un possesso-palla debordante, il Racing invece è stato abbattuto di rimessa.
Avete letto bene, perché i santanderini, bontà loro, sono andati al Bernabeu per giocarsela, per fare la partita. E i primi dieci minuti li avevano pure giocati bene, tralasciando il dettaglio che dopo un quarto d’ora si trovavano già sotto di due. Come avevamo già notato nella guida di inizio stagione, Portugal sta cambiando radicalmente la maniera di giocare della propria squadra: cerca di avanzare palla a terra, e a pieno organico. Lo ha cercato alla prima col Barça, e lo ha cercato anche ieri. Avanzare in blocco e rimanere lì a pressare. Il Racing gestiva ordinatamente il pallone, ma dopo si esponeva a un rischio mortale, quello di alzare eccessivamente la linea difensiva contro la squadra più verticale della Liga se non del mondo. Basta un ritardo nel pressing sulla palla, una verticalizzazione e sei morto. Cristiano Ronaldo, Özil e Higuaín attaccano lo spazio con una prontezza e una fisicità irresistibili, alla portata di pochi difensori in campo aperto. Non è servita a nulla la difesa a cinque (Ponce fra Torrejón e Henrique) che anche il Racing ha predisposto per contenere. Xabi Alonso e Di María poi possono mandare in porta il compagno con un solo passaggio. Ieri, al di là della quaterna facile di Ronaldo, è stata la serata proprio dell’argentino.
Con disgustoso opportunismo colgo l’occasione per dire che a me l’ex Benfica stava piacendo anche prima di ieri: non credo, come sostenuto da alcuni, che fosse ancora un corpo estraneo, e nemmeno che giocasse in maniera egoista. Gli mancava semmai concludere gli spunti che iniziava, per mancanza di lucidità più che di altruismo, ma l’apporto che stava fornendo era già notevole. Anzi, più che notevole: rimango francamente impressionato dal sacrificio, dalla quantità e dall’intelligenza tattica fornita da un giocatore la cui indole superficialmente sembrerebbe quella di un’ala dribblomane e discontinua. Di María rimane sì un artista della gambeta, uno che raggiunge la linea di fondo con uno slancio e un’eleganza con pochi eguali, ma in più, giochi a destra o a sinistra, sa stringere al centro e offrire linee di passaggio preziose, poi ripiega in aiuto al terzino con una disciplina e una resistenza ammirevoli, e in più sa ricoprire anche un ruolo tattico più bloccato in un centrocampo a rombo, sacrificando la ribalta individuale per il bene collettivo. Il fatto che Cristiano Ronaldo e Marcelo abbiano firmato le azioni più belle a Málaga non deve nascondere che anche il lavoro di Di María abbia contribuito a una situazione di superiorità decisiva proprio in quella zona. Se poi aggiungiamo che di faccia somiglia a un Gremlin, beh, allora si tratta proprio di un gran personaggio.
La transizione offensiva madridista è un lampo, e anche il primo pressing subito dopo aver perso la palla testimonia un’intensità fuori dal comune. Altro vantaggio è la presenza di difensori come Pepe o Sergio Ramos (assente in queste ultime gare) capaci di recuperare in velocità quasi contro ogni attaccante, anche quando la difesa si fa trovare scoperta. Resta ancora da verificare appieno la tenuta difensiva di questo Madrid quando si trova di fronte un avversario capace di superare il suo primo pressing e attaccarlo stabilmente nella metacampo. Il Racing era ordinato ma troppo scolastico, il Milan troppo lento nell’avviare l’azione, il Deportivo invece evapora ogniqualvolta mette il naso sulla trequarti. Solo il Málaga ha fatto intravedere qualcosa, con la velocità bestiale di Quincy e Rondón in contropiede, e infatti pur avendo stradominato la gara il Real Madrid non evitò rischi dietro. Certo è che gli enormi margini di miglioramento che ancora rimangono alla squadra di Mourinho fanno davvero paura.
FOTO: elpais.com
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