giovedì, giugno 25, 2009

Scivolone.

Doveva arrivare prima o poi, ma brucia comunque la sconfitta di ieri con gli USA, soprattutto perché con molta probabilità svanisce l’incrocio in finale col Brasile, la partita che più di tutte avrebbe dato un significato a questo torneo in vista dei Mondiali.
Invece nessuna delle quattro partite disputate finora ci ha detto nulla di nuovo sul livello di questa nazionale: né la Nuova Zelanda, né l’Iraq, né il Sudafrica e nemmeno gli Stati Uniti possono costituire delle prove attendibili. Stati Uniti pienamente meritevoli in una partita nata male: pessimo approccio della Spagna e splendidi USA nel primo tempo, buona reazione degli uomini di Del Bosque, ma non troppo assistita dalla buona sorte.

È chiara la morale che bisogna trarre da quanto successo ieri: giocare con sufficienza, pensare di aver già vinto solo per essere scesi dall’autobus, si paga. Errori di misura e di concentrazione, reiterati passaggi orizzontali rischiosi e palle perse in zone delicate, squadra lunga e poco propensa a ripiegare a palla persa, disattenzioni difensive… La prestazione di ieri rappresenta l’esatto opposto del quarto di finale con l’Italia dell’ultimo Europeo: partita questa che fece storcere il naso a più di uno sul piano spettacolare, ma che personalmente considero fondamentale per spiegare l’approdo alla massima competitività di questa nazionale, per come fu curata nei minimi dettagli, affrontata con spirito di sacrificio e coesione. La fortuna per la Spagna è che può anche fare tesoro di una sconfitta come quella di ieri, un’iniezione di umiltà.
Dello sbandamento hanno approfittato gli USA, impeccabili: squadra sempre ben organizzata, da Bruce Arena a Bob Bradley l’andazzo non è cambiato, un 4-4-2 lineare, senza fronzoli, efficace. Sostenuti dalla miglior condizione atletica di tutto il torneo, gli yankees fanno leva su un pressing asfissiante (il piccolo Bradley, Michael, dovrebbero tenerlo a bada con un guinzaglio), tengono il baricentro alto per recuperare palla e verticalizzare subito, attaccando con quattro uomini, i due esterni Donovan e Dempsey e gli attaccanti Davies e Altidore, costantemente alla ricerca della profondità, sovente con tagli dal centro verso l’esterno negli spazi lasciati dalle avanzate dei terzini spagnoli.
Proprio con un’azione diretta e verticale gli USA passano in vantaggio: Altidore, conoscenza degli appassionati spagnoli (metà stagione al Villarreal, metà in prestito al neopromosso Xerez, nel quale comunque non ha trovato spazio), fa valere il suo fisico poderoso scherzando un imprudente Capdevila: in palese inferiorità atletica, il catalano azzarda un anticipo davanti all’avversario invece che temporeggiare; Altidore mette il corpaccione fra Capdevila e la palla, e il gioco è fatto, il resto lo fa l’intervento impreciso di Casillas (allarmante il suo finale di stagione) sul resistibile tiro, potente ma centrale, dello statunitense.
È una brutta Spagna in tutto il primo tempo, leggerissima nei disimpegni, nervosa e persino disordinata e precipitosa, anomalie pesanti per la squadra geometrica per eccellenza.
La ripresa presenta tutt’altro scenario: la combinazione del calo fisiologico americano (non puoi pressare sulla trequarti avversaria per tutti i 90 minuti se non sei una squadra che tiene anche il possesso-palla) e dello scatto d’orgoglio, anch’esso preventivabile, dei campioni d’Europa, determina una gara a senso unico e in una sola metacampo.
La Spagna fa bene quello che sa fare fino all’area di rigore, poi puntualmente manca qualcosa. Il dominio è fuori discussione, perché Xabi-Xavi-Cesc hanno spazio per tessere la ragnatela, e da lì il resto viene di conseguenza. Cesc da falso esterno destro si accentra e fornisce l’appoggio fra le linee, crea confusione nel sistema difensivo avversario e libera la fascia destra tutta per Ramos, uno dei giocatori più attivi in fase offensiva, anche se spesso impreciso nel concludere l’azione.
Gli USA non riescono più a soffocare sul nascere la manovra, la Spagna trova le combinazioni che preferisce, accumula calci d’angolo ma non sfonda: da “scientifica” la difesa americana si fa artigianale, con difensori che respingono a corpo morto, Howard sempre più coinvolto, e cose di questo tenore.
Ma subentrano due fattori a compromettere del tutto le chances iberiche: prima il cambio incomprensibile di Del Bosque, Cazorla per Cesc. Toglie il giocatore in quel momento più ispirato, oltre che determinante dal visto tattico. La Spagna aveva già trovato gli spazi desiderati, il suo calcio migliore che attraverso la superiorità nella zona centrale della mediana crea gli spazi per attaccare dalle fasce o tra le linee, togliere Cesc depotenzia questo discorso e limita anche lo slancio di Ramos, che aveva già trovato il fondo in numerose occasioni, senza bisogno di vedersi pestare i piedi da Cazorla in quella zona.
Il secondo fattore dà il colpo di grazia: ancora una palla persa stupidamente sulla trequarti difensiva, e due errori clamorosi in successione sul rasoterra di Donovan che attraversa l’area, prima il liscio di Piqué e poi la dormita di Ramos, che pensa bene di addormentarsi col pallone a pochi centimetri dalla porta sguarnita, con Dempsey che si avventa e non lascia scappare l’occasione. Non è la prima volta che la testa di Sergio Ramos parte per misteriose vacanze, detto per inciso.
Ultimo quarto d’ora di assedio impotente, cross in serie verso l’area di rigore che forse richiedevano l’ingresso di Llorente al posto di un Torres senza spazi per il suo gioco in profondità e di un Villa testardo e improduttivo.


SPAGNA 0 – STATI UNITI 2

Spagna (4-4-2): Casillas; Sergio Ramos, Puyol, Piqué, Capdevila; Cesc (Cazorla, m. 68), Xabi Alonso, Xavi, Riera (Mata, m. 78); Villa, Torres.
In panchina: Diego López, Reina; Albiol, Marchena, Arbeloa, Busquets, Pablo, Silva, Llorente y Güiza.
Stati Uniti (4-4-2): Howard; Spector, Onyewu, DeMerit, Bocanegra; Dempsey (Bornstein, m. 89), Clark, Bradley, Donovan; Davies (Feilhaber, m. 69), Altidore (Casey, m. 83).
In panchina: Guzan, Robles; Califf, Wynne, Pearce, Beasley, Klejstan, Torres y Adu.

Goles: 0-1. M. 27. Altidore recibe un pase picado al hueco de Dempsey, protege con su cuerpo el balón, se gira y marca de fuerte tiro. 0-2. M. 74. Demspey se adelanta a Sergio Ramos y marca a puerta vacía.
Árbitro: Jorge Larrionda (Uruguay). Expulsó con tarjeta roja directa a Bradley (m. 86). Amonestó a Donovan, Altidore, Capdevila y Piqué.
Free State Stadium: 40.000 espectadores.

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mercoledì, giugno 17, 2009

Promossi senza lode.

Routine vincente intatta, semifinale assicurata ma qualche passo indietro sul piano del gioco. Troppo compassata e monotona nel primo tempo, la Spagna forza la disciplinata ma certo non trascendentale resistenza irachena (…ops…) dopo solo un’ora scarsa grazie a Villa.

Del Bosque gioca il turnover, inserendo rispetto all’esordio Cazorla e Mata (debutto assoluto dal primo minuto) e cambiando la coppia di difensori centrali, da Puyol-Albiol a Piqué-Marchena. Con Cesc in panchina acciaccato, ne viene fuori un 4-4-2 classico, simmetrico, due centrali (Xabi Alonso-Xavi) e due esterni di ruolo a centrocampo.
Un cambio che non beneficia la Spagna. Il dominio è fuori discussione perché l’Iraq recupera palla talmente dietro e ha così poca qualità nel rilanciare l’azione (interessante però il regista Akram) che la partita è forzatamente blindata in una sola metacampo (e quindi destinata alla lunga ad un solo esito), ma la Roja non trova gli sbocchi tipici del suo gioco.
Ammetto di essermi schierato fra gli scettici prima dell’Europeo di fronte alla carenza di esterni di ruolo, ma la realtà attuale indica che la Spagna i suoi migliori equilibri li trova proprio attraverso la coesistenza di molti palleggiatori con tendenza ad accentrarsi. Indipendentemente dall’utilizzo o meno delle due punte, la Spagna costruisce solitamente la propria superiorità associando minimo tre centrocampisti centrali (a scelta fra Xabi Alonso, Xavi, Cesc e l’assente Senna) e un esterno/trequartista (Silva o l’altro assente di lusso Iniesta), un quadrilatero estremamente mobile che prende in mezzo il centrocampo avversario liberando gli spazi ora sugli esterni ora fra le linee.
È di Cesc e Silva in particolare che si sente la mancanza: Cazorla si dà un gran daffare e prova anche ad accentrarsi, ma Villa e Torres rimangono un po’statici e schiacciati sulla linea difensiva avversaria, mentre Mata offre un apporto limitato: la difesa irachena, bassissima, non gli concede la profondità per i suoi proverbiali tagli senza palla, così resta largo, senza incidere data la sua scarsa abitudine al dribbling secco e anche per la scarsa collaborazione alla manovra del centrocampo (rispetto invece a un Riera molto intelligente a stringere verso il centro nella gara d’esordio).
Perciò a Xabi Alonso e a Xavi manca un appoggio fra le linee, e la manovra si fa eccessivamente piatta e orizzontale. Palla da un lato all’altro e cross dalla fascia: copione ripetitivo e sterile, non è questo il calcio ideale della Spagna, e perdipiù lo inficia una certa sufficienza che gli uomini di Del Bosque mostrano durante un primo tempo dalle pochissime occasioni.
La ripresa non riserva rivoluzioni radicali nel gioco, ma l’attitudine della Spagna cambia, si fa più convinta e aggressiva, più all’altezza insomma. Un po’meno tocchi, meno conduzioni palla al piede, un po’più ritmo e dinamismo, Villa più mobile fra le linee. Così si possono creare le situazioni di superiorità numerica, come la sovrapposizione fra Mata e Capdevila (ancora lui, in gran forma) dalla quale nasce il gol di Villa, che a centro area beneficia della marcatura a vista che i difensori iracheni hanno evidentemente mutuato da quelli neozelandesi.
L’indicazione offerta da questa gara è chiara: la Spagna non può prescindere da quel suo centrocampo folto e asimmetrico tanto atipico. La formazione di stasera può andare come esperimento, ma non coi pesi massimi come Brasile e Italia.

España
: Iker Casillas; Sergio Ramos, Marchena, Piqué, Capdevila; Xabi Alonso, Xavi (Busquets, m.80), Cazorla (Silva, m.66), Mata; Fernando Torres, Villa (Guiza, m.74).

Irak: Mohammed Kassid; Salam Shaker, Mohammed Ali, Fareed, Ali Hussein, Basem Abbas; Muayad Khalid, Nashat Akram, Samer Saeed (Kareem, m.59), Hawar Mulla (Karrar Jasim, m.69); Alaa Abdul (Mahmoud, m.79).

Gol: 1-0, m.55: Villa.

Arbitro: Matthew Breeze (AUS). Mostró cartulinas amarillas a Xabi Alonso (36), Marchena (52) por España, y a Basem Abbas (28) por Irak.

Incidencias: encuentro correspondiente a la segunda jornada del Grupo A de la Copa Confederaciones, disputado en el Free State Stadium de Bloemfontein ante la presencia de 28.000 espectadores.

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domenica, giugno 14, 2009

Simpatico allenamento.

Si sapeva, bisognerà aspettare ancora un po' per le partite vere. Cinque a zero, tre gol già nei primi diciassette minuti, praticamente una partitella in una sola metacampo, quella neozelandese. Nuova Zelanda segnalatasi per la tragicomica morbidezza nella propria area di rigore: cristoni di due metri che marcano a vista (letteralmente) l'avversario, come nell'occasione del terzo gol di Torres, che stacca indisturbato siglando una tripletta comunque sempre buona per incrementare il proprio score con la nazionale.
In tutto questo, al netto dell'infima competitività dell'avversario, il merito della Spagna è quello di ribadire le proprie virtù di orchestra: tutti parlano la stessa lingua e si muovono armoniosamente, gestendo con intelligenza il pallone e gli spazi. I tre centrocampisti centrali Xabi Alonso-Xavi-Cesc ruotano costantemente, ora abbassandosi a prendere palla dalla difesa ora appoggiando gli attaccanti con gli inserimenti sulla trequarti (soprattutto Cesc gioca a ridosso di Villa e Torres), creando la superiorità in mezzo al campo; il resto lo fanno le sovrapposizioni fra gli ispirati Capdevila e Riera (preferito dall'inizio a un Silva ancora non al 100%) sulla sinistra che, combinate coi soliti tagli dei mobilissimi Villa e Torres, smontano facilmente la difesa neozelandese. Show di Torres, poi Cesc e Villa entrambi a porta vuota (il Guaje con l'aiuto dell'imbarazzante Boyens) completano l'opera.

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lunedì, giugno 08, 2009

Confederations Cup e Under 21.

La stagione di club è appena finita, il mercato entra già a pieno regime, ma a rubare la scena in questo mese saranno, Florentino permettendo, le nazionali. Nazionale maggiore impegnata nella Confederations Cup sudafricana, più un’occasione per consolidare il prestigio internazionale recentemente acquisito dalla Selección che una vera prova generale del Mondiale (girone con Iraq, Sudafrica e Nuova Zelanda: si dovrebbe cominciare a fare sul serio a partire dall’incrocio in semifinale con una fra Brasile e Italia, prevedibilmente); Under 21 impegnata invece nell’Europeo di categoria in Svezia. Le ambizioni in entrambi i casi non vengono nascoste, vediamo ora le scelte dei due selezionatori.


CONVOCATI CONFEDERATIONS CUP


Portieri: Casillas (Real Madrid), Reina (Liverpool), Diego López (Villarreal).

Difensori: Sergio Ramos (Real Madrid), Arbeloa (Liverpool), Puyol (Barcelona), Marchena (Valencia), Albiol (Valencia), Piqué (Barcelona), Capdevila (Villarreal).

Centrocampisti: Busquets (Barcelona), Cesc (Arsenal), Xabi Alonso (Liverpool), Cazorla (Villarreal), Pablo Hernández (Valencia), Xavi (Barcelona), Mata (Valencia), Riera (Liverpool), Silva (Valencia).

Attaccanti: Villa (Valencia), Fernando Torres (Liverpool), Fernando Llorente (Athletic), Güiza (Fenerbahçe).

Del Bosque opta per la continuità, con qualche accento discutibile. Con Senna già indisponibile, altri giocatori arrivano in condizioni precarie: Cazorla tornato solo per giocare qualche spicciolo all’ultima di campionato a Maiorca, un’incognita totale la sua condizione; Piqué e Puyol acciaccati, Silva ancora da recuperare (a differenza di Cazorla non è nemmeno rientrato all’ultima giornata) poi il pesante forfait di Iniesta, sostituito da Pablo Hernández, l’unica novità.
Non è sbagliata in sé la convocazione del valenciano, molto brillante in questo finale di stagione, ma lascia perplessi il fatto che Iniesta non sia stato sostituito da un giocatore di caratteristiche simili, ovvero una mezzapunta più che un esterno di ruolo. Comprensibile che sia Granero che Jurado, tecnicamente i più tagliati per la sostituzione del manchego, siano stati lasciati all’Under 21, mentre il nome di Cani del Villarreal, in formissima nelle ultime partite, si poteva prendere pure in considerazione, lasciando magari a Pablo Hernández il posto di Riera.

Nessuna sorpresa era prevista per difesa e centrocampo (un piccolo appunto riguarda la mancata convocazione di Fernando Navarro nelle ultime gare, che non condivido).
La formazione titolare dovrebbe essere questa: Casillas in porta, difesa da destra a sinistra Sergio Ramos-Puyol-Piqué-Capdevila, a centrocampo Xabi Alonso vertice basso, Cesc e Xavi mezzeali, Silva trequartista (difficile anticipare quale sarà il disegno della squadra, se il canario partirà al centro o sulla fascia, e se sì da quale fascia), per una mediana senza esterni di ruolo, Villa e Torres davanti, incaricati anche di allargarsi sulle fasce per dare respiro alla manovra.
Le possibili alternative per il centrocampo vengono da Busquets, che potrebbe comporre un “doble pivote” più bloccato sulla stessa linea di Xabi Alonso (opzione valida a partita in corso per conservare il risultato), da Riera e Pablo Hernández per allargare il campo (più ala il valenciano, più portato al gioco interno invece il giocatore del Liverpool), con in più Mata che rappresenta quasi un attaccante aggiunto coi suoi tagli senza palla.
Notevole varietà di alternative anche in attacco: Llorente come centravanti di peso (ma con la possibilità di dialogare palla a terra: il basco è un “acquisto” importantissimo, arricchisce l’organico ma non altera il modello di gioco di fondo), Güiza (sempre snobbato, ma quasi sempre efficace) come animale da profondità, micidiale nei movimenti sul filo del fuorigioco e in campo aperto, ideale per matare le partite in contropiede.


UNDER 21

Portieri: Sergio Asenjo (Valladolid), Adán (Real Madrid), Roberto (Recreativo).

Difensori: Azpilicueta (Osasuna), Torrejón (Espanyol), Marcano (Racing Santander), Miguel Torres (Real Madrid), Sergio Sánchez (Espanyol), Chico (Almería), Monreal (Osasuna).

Centrocampisti: Javi García (Real Madrid), Raúl García (Atlético Madrid), Javi Martínez(Athletic Bilbao), Mario Suárez (Mallorca), Pedro León (Valladolid), Granero (Getafe), Jurado (Mallorca), Sisi (Recreativo Huelva), Capel (Sevilla).

Attaccanti: Bojan (Barcelona), Adrián López (Málaga), Jonathan Pereira (Racing), Xisco (Newcastle).

Dominatrice a livello europeo in tutte le altre categorie giovanili, la Spagna non accedeva alla fase finale dell’Euro Under 21 addirittura dal 2000 (l’ultima vittoria invece risale al 1998). Un buco difficilmente spiegabile che cercherà di colmare il gruppo scelto da López Caro. Un gruppo sulla carta molto completo e ricco di talento, poi sarà tutta da verificare sul campo l’amalgama, una verifica non facile dato che gli avversari del girone si chiamano Germania e Inghilterra (con la Finlandia ultima forza del girone).

In porta indiscutibile Asenjo, da tempo segnalato come predestinato erede di Casillas, titolare del Valladolid già a 18 anni. Le doti naturali sono eccellenti, grande potenza, esplosività e riflessi, fegato da vendere che qualche volta trascende in controproducenti eccessi di confidenza. Tecnicamente è ancora migliorabile, ma non c’è dubbio che rappresenti il futuro, come perennemente evidenziano i pettegolezzi di mercato che lo accostano ora all’Atlético ora al Barça.

La difesa presenta quella che con una notevole esagerazione Camacho ha definito addirittura la miglior coppia di terzini della Liga, Azpilicueta e Monreal. Azpilicueta a destra dovrebbe partire titolare, mentre a sinistra è più probabile che Monreal lasci il posto allo scafato Miguel Torres. Sergio Sánchez dovrebbe invece essere chiaramente la riserva di Azpilicueta. Azpilicueta che è l’elemento più intraprendente in un parco-terzini nel quale comunque le note dominanti sono la corsa e la regolarità più che la tecnica e la propensione offensiva.
Al centro Marcano è una novità assoluta, prima convocazione con l’Under 21, ma le sue qualità e l’ottima stagione disputata potrebbero garantirgli da subito una maglia titolare. Centrale o anche terzino sinistro, una delle rivelazioni della Liga 2008-2009 (anche se in calo nella seconda metà della stagione), cercato da Real Madrid e Villarreal, Marcano è un difensore in prospettiva piuttosto completo, che ha fisico, senso della posizione, gioco aereo e anche discreta agilità e rapidità a dispetto della stazza. Senza essere la sua specialità poi sa proporsi coi tempi giusti in sovrapposizione, mostrando un tocco di palla pulito.
L’altro posto nel mio pronostico vede favorito Torrejón su Chico: più esperto, più concreto e più continuo l’espanyolista rispetto al giocatore dell’Almería, più elegante ma anche tendenzialmente più morbido nella marcatura.

Nel 4-2-3-1 di López Caro, dovrebbero essere in tre a lottare per le due maglie del doble pivote. Javi García è una presenza fissa di tutte le nazionali giovanili, ma la frustrante esperienza nel suo club ne sta compromettendo le prospettive, in origine ottime. Gli altri concorrenti sono Raúl García e Javi Martínez: il primo parte con buone chances, visto anche il finale di stagione in crescendo nel proprio club. Dei tre centrocampisti centrali è quello più completo, può giocare mezzala con libertà d’inserirsi a sostegno dell’attacco ma anche restare bloccato davanti alla difesa, ha senso tattico, un buon destro, fisico e visione di gioco, anche se è un po’lento nell’esecuzione e carente di creatività.
Javi Martínez ha notoriamente doti ragguardevoli, soprattutto un atletismo senza confronti nel panorama spagnolo, ma il suo è uno stile di gioco che potrebbe anche stonare nel contesto di questa nazionale. Centrocampista da un’area all’altra, all’inglese, più a suo agio nel corre con la palla che nel farla correre, un po’carente sul piano della visione di gioco, potrebbe non rappresentare la pedina più adatta per il “fútbol de toque” che prevedibilmente dovrebbe caratterizzare questa nazionale. Mario Suárez, già campione d’Europa Under 19 nel 2006 in coppia con Javi García, dovrebbe partire più defilato nelle gerarchie di López Caro: discrete doti di regia, ma qualche limite di personalità.

Sulla trequarti la scelta è ricchissima. I due elementi cardine dovrebbero essere Granero e Jurado, quelli che più di tutti dovrebbero dare spessore qualitativo, personalità e idee al possesso-palla. Granero al centro, Jurado a sinistra: il primo come “calamita” per i palloni, punto di riferimento attorno al quale il resto della squadra possa salire in blocco; il secondo come socio prediletto del getafense e catalizzatore della manovra col suo passo rapido e leggero, ideale per verticalizzare a ridosso dell’area di rigore.
A completare il terzetto sulla destra Pedro León, eccellente tecnica, destro potente e tagliato (insidiosissimo sui cross e i calci piazzati), uno contro uno anche se non ha proprio il passo classico dell’uomo di fascia, soprattutto sui primi metri (in progressione invece recupera terreno). Molto più rapido sul breve è Sisi, il classico “puffo”, esterno di grande dinamismo e vivacità, rapido, tenace, abile anche nel dialogo sullo stretto. La vera riserva (almeno in partenza) di lusso è però Diego Capel: un po’decaduto negli ultimi mesi al Sevilla anche per la contemporanea esplosione dell’argentino Perotti, per l’andaluso comincia a profilarsi un bivio. Diventare giocatore vero, ora o mai più: non bastano lo spunto nel dribbling, la sfrontatezza e quel gioco naïf, quando ostinatamente continua a remare in direzione contraria rispetto ai propri compagni e compromette una volta sì e l’altra pure la fluidità di manovra. Urge un deciso salto di qualità, nel mentre comunque resta una carta importantissima a disposizione di López Caro per scompigliare certi match, magari a partita in corso (non è cosa da poco la sua capacità di forzare cartellini gialli come fossero noccioline).

L’attacco sarà Bojan, Bojan e ancora Bojan. Un appuntamento davvero importante nella maturazione del blaugrana questa manifestazione. Negli ultimi mesi si è notata una crescita da parte di Bojan nella partecipazione alla manovra, pare un giocatore più presente nel gioco, particolarmente abile nel ritagliarsi gli spazi fra i centrali avversari, talentuoso sottoporta e più a suo agio anche nel dialogo coi centrocampisti; tuttavia continuano a mancargli un po’di forza d’urto e di cattiveria (al tiro e nei duelli coi difensori) per incidere fino in fondo, soprattutto considerando che si trova a giocare da unica punta.
Bojan titolare indiscusso, ma non vanno snobbate le altre opzioni, a cominciare da Adrián López (5 gol nel Mondiale Under 20 del 2007): i 3 gol stagionali non hanno proprio rubato le copertine, ma la stagione in prestito al Málaga potrebbe aver rappresentato un trampolino importante per lui. Attaccante che tende un po’a estraniarsi per lunghi minuti, ha tuttavia fiuto, un repertorio relativamente completo e accelerazioni palla al piede interessantissime. La prossima stagione al Depor, chissà, lui e Lassad potrebbero sorprendere più d’uno.
Jonathan Pereira dato il 4-2-3-1 di base potrebbe entrare in ballo più come alternativa per la trequarti che per l’attacco. Seconda punta o ala destra, nanetto ipercinetico e incredibilmente rapido ma spesso anche piuttosto confusionario, crea scompiglio col costante movimento senza palla e il dribbling ma che con troppa frequenza si perde al momento del dunque, pagando qualche controllo sbagliato e l’eccessiva frenesia (gli manca quella “pausa” che rappresenta un concetto molto gettonato presso la critica e il pubblico spagnolo) oltre alla debolezza e la scarsa freddezza nelle conclusioni. Anche lui comunque può essere una buona carta a gara in corso, entra in partita con molta facilità.
Xisco, forse il meno dotato dei 23, dovrebbe partire ultima scelta: coinvolto nel naufragio del Newcastle (toh, eccolo là un altro pollo, come José Enrique), è un centravanti “stile-bisonte”, buone conclusioni d’istinto e di potenza, molto combattivo e a suo agio soprattutto nelle progressioni in campo aperto.

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