martedì, luglio 20, 2010

Da Aragonés a Del Bosque.

Quattro anni, due trionfi ascrivibili a uno stesso ciclo, ma anche due allenatori diversi e due concezioni diverse in dettagli non irrilevanti, pur all’interno dello stesso stile di gioco.
Nel ripercorrere il cammino e l’evoluzione della Spagna verso la vittoria mondiale, dobbiamo cominciare dalla premessa, da quello che aveva lasciato Luis Aragonés. “El Sabio” consegnava una squadra arrivata progressivamente a giocare a memoria, praticamente perfetta nelle ultime due gare dell’Europeo, ma non fu certo il risultato di una pianificazione rigida, bensì di tentativi in successione che a partire dalla miglior combinazione delle caratteristiche dei singoli hanno affermato un’identità riconoscibile e un sistema di gioco equilibrato.
Messo da parte il fallimento del mondiale 2006, nel quale la Spagna cercò di proporre un 4-3-3 sicuramente più offensivo di quello attuale ma anche più fragile, Aragonés puntò tutto sull’amalgama fra talenti del centrocampo simili ma compatibili. Il successo nacque proprio da questo particolare: nel mentre che ogni giocatore con la propria qualità rafforzava il discorso di fondo (il possesso-palla) non limitava le soluzioni complessive della squadra, che riusciva a coprire bene tutto il campo e ad affrontare una gamma di situazioni di gioco differenti.
Personalmente credo sia proprio questo il modo migliore di costruire una squadra: di solito invece si tende a pensare al contrario, in termini di opposizioni rigide, per cui se voglio avere una squadra equilibrata da un lato devo avere un palleggiatore e dall’altro un rubapalloni, un terzino che spinge e uno che difende e basta (magari un centrale adattato… moda atroce…), un attaccante bravo di testa e uno piccolo, e così via… Il rischio in questo modo è avere una squadra dove globalmente non si fa bene né l’una né l’altra cosa. Meglio invece radunare più giocatori possibili adeguati a tradurre l’idea di fondo che deve ispirare la squadra (che può essere il possesso-palla come nel caso della Spagna ma anche un altro migliaio di stili di gioco diversi), e solo una volta stabilito questo terreno comune, accogliere possibili apporti alternativi (per cui ti può far sì comodo una torre alla Llorente, ma solo partendo dalla premessa che sappia interpretare il tikitaka).
Comunque Aragonés in Austria prima di approdare a questo esito dovette passare per gare indubbiamente poco brillanti come quelle del girone. La Spagna dell’Europeo partì con un 4-4-2 nel quale a centrocampo Senna e Xavi fungevano da centrali (ma in fase di possesso Xavi si staccava nettamente dal brasiliano), Villa e Torres erano le punte e, dettaglio da non trascurare, sugli esterni, Iniesta (destro) e Silva (mancino) partivano rispettivamente da destra e da sinistra.
Qualcosa è cominciato a cambiare a partire dal quarto con l’Italia, per completare la mutazione nella splendida semifinale con la Russia: Iniesta e Silva si erano già scambiati la fascia, mentre l’infortunio di Villa nel corso del primo tempo produsse l’entrata di Cesc Fabregas. Ecco la Spagna di Aragonés. Ecco il tourbillon in mezzo al campo.
La presenza di Iniesta e Silva sulla fascia inversa rispetto al piede preferito portò i due ad accentrarsi, come movimento naturale per andare alla rifinitura o più raramente al tiro. La presenza di Cesc offrì un punto d’appoggio in più alla manovra del centrocampo, e così la Spagna trovò il suo fattore principale di superiorità e anche di equilibrio. La progressiva sincronizzazione dei movimenti dei falsi esterni e delle mezzeali permise un costante dominio in mezzo senza che per questo l’azione si facesse troppo asfittica centralmente. Senna era l’unico a rimanere un po’ bloccato a protezione della difesa, mentre da Xavi in poi era una continua rotazione, finalizzata a un progressivo avanzamento nella metacampo avversaria. Il fatto che a Xavi si aggiungessero centralmente Iniesta e Silva (più Cesc), senza pestarsi i piedi, permetteva di avere quasi sempre assicurata la superiorità rispetto a schieramenti avversari non solo di due centrocampisti centrali ma anche di tre. E nonostante questo non sguarniva le fasce, perché attirando avversari al centro apriva spazi lateralmente alle sovrapposizioni di Ramos e Capdevila, fermo restando che sia Silva che Iniesta rimanevano capaci di offrire il riferimento largo al portatore di palla e propiziare situazioni di superiorità numerica contro i terzini avversari.
Insomma, tentativo per tentativo, quella Spagna arrivò a un’occupazione razionale degli spazi e a un dominio esemplare dei tempi di gioco, alternando magistralmente più registri nel corso delle due partite finali dell’Europeo (passando dall’attacco a difesa schierata al contropiede e mantenendo una notevole disciplina nei ripiegamenti difensivi).
Subentrato alla guida della nazionale, Vicente Del Bosque chiarì nella prima conferenza stampa i propri capisaldi: mantenere l’ossatura e la filosofia di gioco ereditata da Aragonés, ma aggiungendo qualche ritocco, poco ingombrante ma comunque personale. Il primo, dichiarato, quello di ampliare le alternative offensive chiamando esterni di ruolo e ali.
Proposito che ha trovato una realizzazione piuttosto limitata in questo biennio: Vicente se la tenta già nella prima gara di qualificazione, l’1-0 casalingo alla Bosnia, ma Diego Capel è un pesce fuor d’acqua, un sassolino nell’ingranaggio del tourbillon dei vari Xavi, Silva, Iniesta & C.. Del Bosque ci ha poi riprovato nella Confederations Cup dell’estate 2009, quando l’assenza di Iniesta consentì un inserimento di Albert Riera (comunque più portato di Capel a fornire appoggi anche in zone interne) nell’undici titolare. L’undici più “rivoluzionario” scelto dal CT spagnolo in questa competizione è quello contro l’Iraq: Mata e Cazorla esterni, un 4-4-2 classico, simmetrico. Il risultato è scialbo: 1-0 al minimo sindacale, linee di passaggio sin troppo leggibili per il catenaccio iracheno, qualche traversone scontato di troppo, rinuncia al rimescolamento di posizioni e alla superiorità fra mediana e trequarti.
Esiti deludenti, almeno sul piano del gioco, che verranno ripetuti nella finale terzo-quarto posto della Confederations, contro il Sudafrica. Anche qui 4-4-2 simmetrico, Cazorla e Riera sulle fasce, altra prestazione banale, al di là del contesto scarsamente competitivo che indubbiamente invitava a un certo rilassamento.
Tolti questi due tentativi poco fruttuosi, la Spagna della Confederations Cup generalmente si sistema con un 4-4-2 asimmetrico: Villa e Torres di punta, ma l’esterno a destra è più falso di Giuda, si chiama Cesc Fabregas (Silva in panchina invece, già si preannuncia l’ostracismo del mondiale) e aiuta costantemente Xavi e Xabi Alonso nel creare superiorità in mezzo. Ecco, Xavi e Xabi Alonso: Del Bosque parte con loro due centrali, sostanzialmente la formula già di Aragonés, con Xavi che si stacca in fase di possesso e il basco che invece rimane come riferimento più basso. Ma la finale terzo-quarto posto presenta una novità che sembra dettata da semplice turnover ma invece avrà importanti sviluppi futuri: Xavi riposa in panchina, al centro ci sono Xabi Alonso e Busquets. Nessuno li staccherà più.

Il 5-0 al Belgio, a settembre, e il 2-1 nell’amichevole con l’Argentina, nel novembre 2009, rappresentano le due partite più belle dell’era Del Bosque, e sono già delineate alcune delle soluzioni poi sposate al mondiale, dal trio Busquets-Xavi-Xabi Alonso in mediana (sia contro il Belgio che contro l’Argentina) a Villa largo a sinistra in un tridente contro i belgi (con l’Argentina invece sarà la punta centrale, dato il ritorno di Iniesta nell’undici e l’assenza dell’infortunato Torres). Soluzioni in comune con il mondiale, ma anche differenze sostanziali, su tutte la presenza di Silva come falso esterno destro, presenza coincisa non a caso con due partite così brillanti.
La formazione schierata nell’esordio mondiale contro la Svizzera è esattamente uguale a quella dell’amichevole con l’Argentina (Silva-Xavi-Busquets-Xavi-Iniesta), ma l’esito ben diverso ne determinerà il seppellimento. Ripensandoci a mente fredda, non era tutto da buttare in quella Spagna vista contro la Svizzera: a tratti aveva mostrato un controllo sicuramente superiore a quello delle gare successive del girone o del quarto col Paraguay. Molti appoggi, molta densità in mezzo, possibilità di avanzare in blocco, in maniera compatta. Il problema venne dalla mancanza di verticalità nei movimenti offensivi, dalla scarsità di opzioni per concludere nell’area avversaria e anche da una certa leziosità frutto forse della convinzione di aver la strada già spianata.
Contro l’Honduras Del Bosque cerca una scossa, cambia la formazione per non far sentire nessuno al sicuro e per dare un messaggio più offensivo. Un 4-3-3 dove Torres gioca dall’inizio, si vede per la prima volta nel mondiale Villa a sinistra, e dove spunta Navas, all’unica presenza da titolare. Ovviamente il problema non è l’Honduras, liquidato in un inizio convincente per ritmo e voglia, ma quello che si intravede oltre la partita contro l’Honduras, che si nota nel secondo tempo e si concretizza appieno nella partita col Cile, brutta, soffertissima (finchè sono 11 contro 11, gli uomini di Bielsa danno lezione di calcio) ma sbrigata grazie anche a una buona dose di fortuna. Contro il Cile non c’è più Navas, ma Iniesta che parte teoricamente da destra, però il problema rimane lo stesso: in seguito ai cambi di formazione, la Spagna sembra aver smarrito quella compattezza attorno al pallone che caratterizza le sue migliori prestazioni.
Villa risolve più individualmente che altro, in un contesto di squadra poco favorevole. Cominciano a emergere gli effetti indesiderati del centrocampo Busquets-Xabi Alonso-Xavi. Busquets e Xabi Alonso sono un punto fermo probabilmente perché Del Bosque non ritiene nessuno dei due individualmente capace di surrogare il lavoro del Senna dell’Europeo, e quindi si sente più comodo con due giocatori un po’ più bloccati a palla persa 8la differenza con Aragonés è che quest’ultimo affiancava Xabi Alonso a Senna in un doble pivote soltanto a vantaggio già acquisito, quando già si aprivano gli spazi per il contropiede).
Così facendo però la Spagna non sembra più equilibrata, sembra anzi perdere le distanze e le gemetrie consuete, e inoltre forza i suoi talenti del centrocampo in mansioni non del tutto congeniali: nessuno dei tre gioca male, però Xabi Alonso si trova spesso in una posizione di mezzala sinistra che lo costringe a ricevere in zone e situazioni non ideali, spalle alla porta o comunque oltre la linea della palla (quando invece la sua situazione prediletta è partire vertice basso per ricevere lo scarico delle mezzeali o degli esterni e rigiocare subito, magari con uno dei proverbiali suoi cambi di gioco); anche Xavi, in più di un’occasione relegato in un’equivoca posizione di trequartista, si trova costretto spalle alla porta, ma non solo, non è mai protagonista come vorrebbe, viene coinvolto troppo poco perché escluso dalle prime fasi della manovra, quelle in cui può toccare più palloni e dettare i tempi. Ci si deve accontentare di apparizioni più sporadiche, della capacità del catalano di trattenere palla senza farsela sottrarre, della sua capacità di palleggio nello stretto, ma mai del Xavi che ha pieno controllo del gioco.
Risulta troppo appesantito l’inizio della manovra, con due se non tre giocatori che proprio per indole vengono a prendere palla molto bassi, schiacciando troppo indietro la squadra. Non solo i palleggiatori in mediana, ma anche Piqué, forse il difensore centrale più dominante del calcio mondiale, risulta limitato: l’assembramento di centrocampisti subito davanti al blaugrana funziona di fatto come uno specie di tappo che impedisce a Piqué, talvolta in un certo imbarazzo al momento di valutare le opzioni di passaggio, di costituire un fattore determinante per la fase offensiva della propria squadra. L’”effetto Piquénbauer”, quello che permette a tutta la squadra di guadagnare metri nella metacampo avversaria quando a portare palla è il catalano, non si è mai visto in questo mondiale, e non è un caso che il mondiale di Piqué sia stato buono ma sensibilmente inferiore alle sue massime, enormi possibilità.
Nella squadra riveduta e corretta da Del Bosque dopo il tonfo con la Svizzera, i collegamenti fra il blocco arretrato esposto sopra e i due attaccanti+Iniesta sono irregolari, e senza punti d’appoggio facili la squadra fatica a distendersi. Affidandosi agli uno contro uno dalla metacampo in su (eccellente il mondiale di Ramos anche per questo motivo: ha dovuto sobbarcarsi tutta la fascia spesso senza contare sull’effetto sorpresa, dovendo portare palla in mancanza dei tempi e degli spazi per andare senza in sovrapposizione: compito alla portata di pochissimi terzini) e persino a qualche lancio lungo di troppo, tende a perdere palla prima che centrocampo e attacco possano avvicinarsi a dovere. In questo spazio, l’avversario può giocare palla più comodamente (come fatto ad esempio dal Cile, ma lo avrebbe potuto fare anche l’Honduras con un livello tecnico decente), trasformando quindi un problema di possesso-palla in un problema anche di equilibrio difensivo, anche se la Spagna comunque subisce sempre pochi tiri in porta, dato uno spessore intrinseco sempre superiore a quello avversario.
La separazione fra i due blocchi si attenua nella gara contro il Portogallo, dove Iniesta gioca stabilmente accentrato in una sorta di quadrilatero molto stretto con Xavi (l’altro vertice alto) e Xabi Alonso e Busquets (vertici bassi). La manovra tuttavia pecca ancora di agilità, e nel successivo quarto con il Paraguay arriva la prestazione forse peggiore di una Spagna sfilacciata e priva del controllo che desiderebbe.
Questo spinge Del Bosque a ricorrere per la semifinale con la Germania alla mossa più azzeccata del suo mondiale, il mattoncino personale di Don Vicente sulla vittoria finale: Pedro. Per accorciare un po’ la squadra, il CT rinuncia alle due punte, escludendo un Torres fuori forma per dare spazio al giocatore del Barça. La cosa sorprendente è che quest’ultimo, di ruolo un’ala, viene impiegato in realtà in una posizione ibrida sulla trequarti, sul centro-destra, mai coperta prima, che richiama più l’interpretazione di Silva che quella del Pedrito del Barça. Fatto sta che il blaugrana risulta determinante, fra le linee propizia una situazione di incertezza fra Khedira e Schweinsteiger e libera un po’ Xabi Alonso e Xavi per giocare di fronte. È la partita in cui la Spagna tiene meglio il campo, quella che giustifica la vittoria finale del torneo.
Arrivata al traguardo, la Spagna di Del Bosque propone un sistema di gioco che definirei “offensivo castrato”. Cioè, il principio di fondo rimane quello ereditato da Aragonés, avanzare col possesso-palla alla ricerca di spazi nella difesa avversaria schierata, ma diminuiscono le opzioni per rifinire e finalizzare dalla trequarti in su. La composizione del centrocampo titolare tende a diradare i giocatori che si muovono oltre la linea della palla, e ancora di più diminuiscono i giocatori portati ad attaccare l’area avversaria con gli inserimenti. La mossa-Pedrito poi, se da un lato è stata importante per recuperare densità sulla trequarti, ha costretto a rinunciare all’altra positiva intuizione di Del Bosque in questo mondiale, ovvero Villa a sinistra. Con Torres in panchina il Guaje è tornato a fare l’unica punta, al centro: lo può fare, lo ha fatto in tutti questi anni al Valencia cavandosela anche a difesa avversaria schierata, ma deve comunque avere garantita la possibilità di svariare verso le fasce o qualche metro fuori dall’area, deve poter ricevere e puntare fronte alla porta sapendo che c’è qualcuno subito pronto ad occupare gli spazi che “svuota” con questi movimenti. Ma non era il caso di questa nazionale, con tanti centrocampisti bravissimi ad elaborare ma come visto portati a stazionare bassi: Villa così si è trovato in più di un momento a lottare spalle alla porta, a fare quasi da boa, inevitabilmente soffrendo.
Scelte transitorie comunque, e pure vincenti: c’è da pensare che col ritorno in piena forma di Torres, con la provata flessibilità tattica di Del Bosque, e magari con qualche nuovo nome, vedremo un’altra versione ancora della Spagna, come se non bastassero le mille varianti che abbiamo già visto in questi quattro anni. I quattro anni che sconvolsero il calcio spagnolo.

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martedì, novembre 04, 2008

Doc-El sueño de la Eurocopa.

Di seguito vi propongo un documentario di mezzora circa sulla vittoria spagnola all'Europeo del Giugno scorso, trasmesso nel corso del programma "Informe Robinson" su Canal+. Spero risulti comprensibile lo spagnolo e che risulti anche a voi interessante come lo è stato per me. Con le voci dei protagonisti e anche immagini e particolari inediti dal campo, il programma segue il cammino della nazionale spagnola verso la vittoria finale. Un po' sullo stile del nostro "Sfide".

PRIMA PARTE



SECONDA PARTE



TERZA E ULTIMA PARTE


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domenica, luglio 06, 2008

EURO 2008: le pagelle dei campioni.

Un bell' Europeo, ma non è stato in realtà l' Europeo delle individualità, quello che ha brillato è stato il gruppo, discorso più che mai valido per la squadra campione. Di seguito le valutazioni dei 23 di Aragonés, prima di me però lascio che a presentarveli sia lo "speaker" Pepe Reina:




1. Casillas
Sebbene sia stato il portiere meno impegnato della manifestazione (si confronti con le 29 parate di Lehmann o le 35 di Akinfeev), merita con Senna il voto più alto come premio alla sua caratura di miglior giocatore spagnolo, forse unico fuoriclasse di una rosa dal livello medio pure altissimo, e al ruolo decisivo rivestito nell’ occasione più delicata di questa Eurocopa, ovvero la partita con l’ Italia, non solo per i rigori ma anche per i due magnifici interventi, per tecnica e per riflessi, su Camoranesi (di piede e in controtempo) e Di Natale (colpo di reni e pallone tolto da sotto la traversa) e in generale per la soddisfazione di aver vinto il confronto diretto con Buffon.
Da manuale anche l’ intervento sul tiro a girare di Pavlyuchenko in semifinale, per il resto poco sollecitato ma non per questo privo di merito nell’ ordinaria amministrazione: la sensazione molto viva è che abbia trasmesso sicurezza a chili a tutto il reparto arretrato nella gestione dell’ area piccola, andando anche contro quel proprio punto debole tradizionale che sono le uscite alte (perfetto nella finale, ha contribuito in gran parte a limitare quel gioco aereo che costituiva uno dei pochi punti a favore della Germania). In questo senso l’ Europeo è servito a restituire un’ immagine completa da grande portiere, non più solo il “San Iker” che si esalta nei bombardamenti cui lo hanno troppe volte costretto certi squilibri del Madrid negli ultimi anni, ma un estremo difensore completo e di personalità.

Partite: 5. Titolare: 5. Minuti: 480. Km.percorsi: 16. Gol subiti: 2. Parate: 9. Rigori parati: 2. Tiri fra i pali: 1. Passaggi: 142 (78% utili). Falli subiti: 1 Falli commessi: 0. Cartellini gialli: 1. VOTO: 8.


15. S. Ramos
Inizio molto difficile, non sembra esserci con la testa e prende critiche pure da Aragonés (anche per motivi disciplinari interni). Nelle prime due gare e nella mezzora iniziale con l’ Italia la zona di sua competenza sembra il punto debole della Spagna, quello che tutti gli avversari sanno di dovere attaccare se vogliono fare male: fuori posizione, svagato, impreciso e avventato negli interventi, spesso autore anche di leggerezze rischiosissime nei disimpegni palla al piede. Nel corso dei quarti con gli azzurri però corregge il tiro, finendo col disputare una gara molto seria e concentrata, attento a non scoprire mai la propria fascia (gioca totalmente bloccato per evitare i potenziali contropiedi italiani in quella zona) e utilissimo anche in appoggio ai due centrali nel gioco aereo e nelle diagonali. A partire dalle semifinali si sblocca del tutto: contro la Russia fa pesare tutto il suo straripante atletismo, chiude ogni spiraglio a Zhirkov, si esalta in un paio di recuperi e libera pienamente il proprio potenziale offensivo, evitando conduzioni di palla eccessive e sovrapponendosi con puntualità e grande esplosività. In finale comincia con una distrazione che rischia di mandare Klose in porta, ma poi si mantiene su alti livelli di quantità e qualità.

Partite: 5. Titolare: 5 Minuti: 480. Km.percorsi 54. Gol: 0. Tiri: 8. Tiri in porta: 3. Passaggi: 337 (83% utili). Assist: 0. Falli subiti: 8 Falli commessi: 15. Cartellini gialli: 0. VOTO: 6,5.


5. Puyol
Arrivato con qualche dubbio all’ Europeo, non certo per il suo valore assoluto ma per la stentata stagione col Barça, si è ritrovato in condizioni splendide, pilastro incrollabile della difesa (a parte qualche lieve incertezza nella finale). Il Puyol di sempre, semplicemente esaltante per agonismo, concentrazione e reattività su ogni pallone, migliorato col tempo anche nel posizionamento. Brilla in solitario nella partita d’ esordio, nella quale la Spagna mostra ancora una certa mancanza di coordinazione fra i reparti e nei movimenti difensivi, esce anzitempo per infortunio nella seconda con la Svezia, poi a partire dai quarti affina sempre più l’ intesa con Marchena (del resto compagno d’ avventure sin dai tempi dell’ Under 20) e Sergio Ramos nelle coperture reciproche.

Partite: 5. Titolare: 5. Minuti: 413. Km.percorsi: 38. Gol: 0. Tiri: 0. Tiri in porta: 0. Passaggi: 164 (86% utili) Assist: 0. Falli subiti: 6. Falli commessi: 4. Cartellini gialli: 0. VOTO: 7.


4. Marchena
Se Puyol era accompagnato da qualche dubbio, lui era arrivato all’ Europeo accompagnato da una marea di certezze, ma di fallimento. Non si sapeva davvero cosa avrebbe potuto combinare il giocatore legnoso e scomposto visto in quest’ ultima stagione al Valencia, parso ormai più spendibile da centrocampista difensivo piuttosto che da difensore centrale, ruolo nel quale l’ autorevolezza mostrata ai tempi di Benitez sembrava ormai lontano ricordo. Invece, altra scelta tenacemente difesa e assolutamente azzeccata da Aragonés (che lo ha sempre considerato un intoccabile): l’ inizio con la Russia fa venire qualche brivido, fra titubanze ed interventi a vuoto, poi con la Svezia cominciano i progressi, e a partire dai quarti praticamente non sbaglia più un intervento e una lettura, fondendosi in un giocatore solo con Puyol. Se il blaugrana è il mastino che affronta di petto l’ avversario, lui copre con grande puntualità in seconda battuta.
Luis pare lo abbia preso da parte prima dell’ inizio del torneo, raccomandandogli di limitare al minimo falli e rudezze varie (uno dei suoi punti deboli: macchinoso, quando gli prendono il tempo sul breve non trova altra soluzione; una certa propensione alla provocazione vigliacca dell’ avversario poi lo espone ancora di più dal punto di vista disciplinare), e lui ha risposto con grande diligenza ed esperienza, nascondendo le sue carenze di rapidità con uno sfruttamento esemplare del senso della posizione e dell’ intelligenza tattica. Intuisce e anticipa gli sviluppi degli attacchi avversari, si fa trovare sempre al posto giusto per chiudere, e questo vantaggio gli permette interventi raramente in affanno, spesso puliti e persino eleganti, utili anche a rilanciare l’ azione e consegnare palloni subito giocabili al centrocampo.

Partite: 5. Titolare: 5. Minuti: 480. Km. percorsi: 45. Gol: 0. Tiri: 1. Tiri in porta: 0. Passaggi: 238 (88% utili). Assist: 0. Falli subiti: 4. Falli commessi: 8. Cartellini gialli: 1. VOTO: 7.


11. Capdevila
Il meno dotato dell’ undici titolare, ma anche elemento di affidabilità provata. Non ha una corsa sciolta né un passo rapido sul breve, ma sa tenere la posizione, rinculare ed accorciare sul portatore di palla col giusto criterio, raramente si fa trovare fuori posizione. Spinge pochissimo, nelle prime 3 gare praticamente non lo fa mai (si caratterizza più che altro per i due rilanci alquanto involontari che avviano l’ azione del vantaggio nel 4-1 alla Russia e il prodigio di Villa allo scadere con la Svezia), poi in semifinale porta via l’ uomo a Iniesta nell’ azione del vantaggio di Xavi e nella finale si propone anche con una certa continuità (e tempi di sovrapposizione azzeccati, un punto di forza di un giocatore in generale non proprio di grande profondità) nel primo tempo, prima che Torres peschi il jolly decisivo.
Uomo spogliatoio umile e consapevole dei propri limiti (bella un’ intervista rilasciata a “El Pais”, dove simpaticamente confessa che, durante gli allenamenti, vedendo certi suoi compagni di squadra, gli è più volte venuto da chiedersi: “ma cosa ci faccio io qui?”).

Partite: 5. Titolare: 5. Minuti: 480. Km. percorsi: 53. Gol: 0.Tiri: 2. Tiri in porta: 0. Passaggi: 300 (81% utili). Assist: 1. Falli subiti: 6.Falli commessi: 2. Cartellini gialli: 0. VOTO: 6.


6. Iniesta
Anche lui ha faticato ad inizio torneo, arrivato in condizioni non ottimali e affetto da una gastroenterite che gli ha fatto perdere 4 chili. Inoltre la posizione di partenza sulla fascia destra, riducendogli l’ angolo per rientrare sul destro e rifinire, risulta decisamente scomoda per il tipo di gioco che lui ama realizzare. Spaesato contro Russia (nonostante ispiri con una bella azione il raddoppio di Villa) e Svezia, contro Grecia ed Italia torna nella più congeniale posizione sulla sinistra (nel quarto con gli azzurri Aragonés opera un’ inversione fra lui e Silva, e rimarrà la consegna prevalente fino a fine torneo), ma non è ancora lui, tiene palla ma manca lo spunto incisivo. Il momentaccio sembra proseguire nel primo tempo confusionario ed impreciso della semifinale, poi nel secondo tempo si sblocca diventando uno dei protagonisti principali dell’ esibizione sublime della sua squadra. Molto positivo anche in finale, uno dei più intraprendenti e fastidiosi per i tedeschi, manca un po’ solo al momento di finalizzare l’ azione, volendo in qualche momento un po’ esagerare coi ricami anche già dentro l’ area avversaria.

Partite: 6. Titolare: 6. Minuti: 415. Km. percorsi: 48. Gol: 0. Tiri: 7. Tiri in porta: 2. Passaggi: 216 (76% utili). Assist: 2. Falli subiti: 10. Falli commessi: 5.Cartellini gialli: 1. VOTO: 6,5.


19. Senna
Il miglior giocatore “di movimento” dell’ Europeo. Anche qui devo confessare un errore: ho sempre apprezzato questo giocatore, ma alla vigilia dell’ Europeo non lo vedevo così imprescindibile come poi si è rivelato (addirittura non ritenevo indispensabile convocarlo), pur avendolo sempre ritenuto un centrocampista di qualità e quantità, discretamente completo e tatticamente saggio, non avrei mai immaginato sinceramente una tale monumentale interpretazione alla Mauro Silva.
Nel Villarreal ha un ruolo più chiaro e libero di costruzione (assistito dal Josico o Eguren di turno), in questa occasione invece le responsabilità principali di copertura ricadevano tutte su di lui. Piazzato davanti alla difesa col divieto quasi assoluto di oltrepassare la metacampo, è stato l’ ombrello attorno al quale i vari “jugones” Xavi, Iniesta, Cesc e Silva hanno potuto esprimere al meglio il loro talento. Perno strategico per gli equilibri della squadra, fenomenale nell’ accorciare verso la difesa, formidabile senso della posizione, a un dispendio atletico senza pari nella sua squadra (guardate il chilometraggio) ha aggiunto impressionante lucidità e pulizia in ogni sua azione. Ridotti al minimo indispensabile i falli, in ogni caso mai scomposti, ha aspirato palloni su palloni con perizia chirurgica e favolosa continuità d’ azione, rigiocandoli senza sprecarne uno, sempre ed immancabilmente con l’ eleganza e la proprietà di palleggio di chi soltanto in una squadra con questa concorrenza a centrocampo può finire col trovarsi costretto al “lavoro sporco”.

Partite: 5. Titolare: 5. Minuti: 480. Km. percorsi: 55. Gol: 0. Tiri: 8. Tiri in porta: 5. Passaggi: 307 (90% utili). Assist: 0. Falli subiti: 14. Falli commessi: 15. Cartellini gialli: 0. VOTO: 8.


8. Xavi
Non condivido il titolo di miglior giocatore della competizione assegnatogli dalla Uefa, che comunque in lui non a torto ha visto un efficace simbolo dello stile di gioco manovrato e dell’ amore per la “pelota” di questa nazionale. Decisione sulla quale ha influito grandemente la splendida prestazione in finale del blaugrana, presentatosi in “edizione deluxe” per gli ultimi novanta minuti, magistrale nel gestire a piacimento i ritmi del gioco e nell’ orchestrare i movimenti dei suoi compagni, ora venendo incontro, nascondendo e addormentando, ora combinando a uno-due tocchi alla costante ricerca dello spazio e del momento giusto per innescare la verticalizzazione profonda.
Gran cervello, serenità, controllo totale della sfera e delle opzioni disponibili, non è un caso che abbia brillato nella finale e nelle due gare con la Russia e sia invece andato così così contro Svezia e Italia: in queste ultime due gare ha giocato prevalentemente bloccato vicino a Senna (peraltro sacrificandosi degnamente in fase di non possesso), mentre nelle altre, rivelatasi una frottola l’ incompatibilità (anche se il termine dovrebbe essere molto più sfumato) con Cesc da me temuta, ha goduto nel 4-1-4-1 (o 4-4-1-1) di quella maggiore libertà di movimento che ha sempre prediletto, da giocatore che non ama ripiegare nella propria metacampo ma che preferisce di gran lunga stazionare in quella altrui preoccupandosi di tessere i fili del gioco con licenza fino alla trequarti avversaria (un ruolo piuttosto diverso da quello che ricopriva a suo tempo Guardiola, solo giornalisticamente suo predecessore), magari anche inserendosi a sorpresa come nel gol che ha sbloccato la semifinale.

Partite: 5. Titolare: 5. Minuti: 364. Km. percorsi: 48. Gol: 1. Tiri: 6. Tiri in porta: 3. Passaggi: 316 (90% utili). Assist: 2. Falli subiti: 5. Falli commessi: 1. Cartellini gialli: 0. VOTO: 7.


21. Silva
Impreciso e nervosetto nella finale (rischia pure un’ espulsione, Luis saggiamente lo cambia), per il resto è stato il più continuo dei “jugones” del centrocampo. Ha impressionato il suo mettersi al servizio della squadra, il subordinare con gioia le proprie dimostrazioni di classe al risultato collettivo (anzi si può dire che nella mentalità del giocatore una giocata di classe non è tale se ad essa non si accompagna questo preciso scopo). Ha macinato chilometri in aiuto alla squadra in fase di non possesso, ha lavorato palloni su palloni col suo mancino-calamita, più di tutti è stato il giocatore che ha garantito i collegamenti fra i centrali di centrocampo e la trequarti, offrendo l’ appoggio a Senna e Xavi e creando i presupposti per quel felice tourbillon fra le linee.
Si può dire che ha fatto un salto di qualità in termini di determinazione e “cattiveria”: ha mostrato le idee più chiare al momento di scegliere la giocata, coniugando audacia e funzionalità e prendendosi anche più responsabilità nel tiro da fuori rispetto alle proprie abitudini (probabilmente consigliato da Aragonés, che ha sollecitato i suoi palleggiatori a non cercare sempre e soltanto il passaggio), strada che deve continuare a percorrere perché ha nelle corde una conclusione secca molto interessante. Lo spostamento sulla destra nelle ultime partite ha stimolato ulteriormente la sua creatività, oltre ad essere più utile ad Aragonés nei ripiegamenti su terzini come Grosso, Zhirkov e Lahm rispetto a quanto potesse esserlo Iniesta.

Partite: 5. Titolare: 5. Minuti: 440. Km. percorsi: 53. Gol: 1. Tiri: 13. Tiri in porta: 5. Passaggi: 274 (78% utili). Assist: 1. Falli subiti: 9. Falli commessi: 11. Cartellini gialli: 0. VOTO: 7.


10. Cesc
Il suo status di “dodicesimo uomo” rischiava di essere la patata bollente, invece in quest’ Europeo in cui tutto ha girato anche la sua staffetta, generalmente con Xavi, ha funzionato, fino all’ infortunio di Villa che fra semifinale e finale ha tolto ogni problema ad Aragonés, il quale aveva rinunciato al 4-1-4-1 e alla titolarità di Fabregas solo per le strepitose condizioni del Guaje.
Ingresso determinante per riportare sotto controllo il centrocampo e “matare” la partita nella prima contro la Russia, partecipazione molto poco influente con la Svezia, nel vivo del gioco con la Grecia, molto aggressivo contro l’ Italia (quando la stanchezza delle due squadre allunga il campo lui si concentra quasi esclusivamente nell’ azione a rimorchio delle due punte), graziosamente devastante quando subentra all’ infortunato Villa in semifinale, vivo e partecipe anche se non primattore nella finale.
La sua funzione di sostituto è stata quella di “stappare” le partite (ma, come detto, nella partita d’ esordio ha avuto anche una funzione “sedativa”), sfruttando negli spazi inevitabilmente crescenti la propensione a verticalizzare e la spettacolare capacità di ribaltare il fronte con un solo passaggio. Centrocampista che si muove con una naturalezza e maturità prodigiose, nato per giocare a calcio, dalla visione di gioco panoramica e dallo stile essenziale, quando si è trovato di partenza nel 4-1-4-1 non ha nemmeno accusato quei problemi di scarsa compatibilità con Xavi che le amichevoli di preparazione facevano temere, anzi in un contesto nel quale la Spagna a fine torneo aveva ormai acquisito la giusta fluidità l’ uno ha fatto la forza dell’ altro.

Partite: 6. Titolare: 2. Minuti: 340. Km. percorsi: 46. Gol: 1. Tiri: 5. Tiri in porta: 3. Passaggi: 303 (79% utili). Assist: 2. Falli subiti: 8. Falli commessi: 7. Cartellini gialli: 0. VOTO: 7.


9. Torres
Alla fine è stato anche il suo Europeo, in finale ha messo il marchio su un torneo che fin lì per lui era stato abbastanza accidentato, rispecchiando pregi e limiti del giocatore, frenetico e generoso, un grattacapo costante per gli avversari, ma anche confusionario e approssimativo in troppi momenti. Apre con una gara efficace ed altruista a sostegno del mattatore Villa (ma solo per una cinquantina di minuti, Luis lo cambia giustamente con Cesc e lui mornora un po’), prosegue con la Svezia aggiungendo a tutto questo il gol, si sfianca su tutto il fronte dell’ attacco contro Italia e Russia mancando però del tutto di lucidità al momento di affondare.
La sua forza è la velocità, la falcata che lo rende difficile da contrastare negli spazi ampi e la tenacia con cui contende sempre ogni pallone. Importantissimo per il movimento senza palla sia in profondità che allargandosi sulle fasce per aprire varchi ai tagli centrali dei centrocampisti esterni, son state sicuramente più congeniali al suo tipo di calcio quelle fasi di partita nelle quali la Spagna ha avuto a disposizione il contropiede, soffrendo molto di più quando invece gli spazi si restringevano e occorreva cercare un palleggio più fitto, situazione nella quale Torres in maniera ricorrente si è intestardito alla ricerca di slalom stretti francamente non del tutto all’ altezza del suo poco entusiasmante controllo di palla. Quando deve finalizzare non sempre mostra l’ adeguata misura e sensibilità di tocco (splendida eccezione proprio il gol della finale), e in generale si fa prendere da una eccessiva frenesia che compromette situazioni favorevoli il più delle volte da lui stesso abilmente propiziate.

Partite: 5. Titolare: 5. Minuti: 369. Km. percorsi: 38. Gol: 2. Tiri: 18. Tiri in porta: 9. Passaggi: 88 (49% utili). Assist: 1. Falli subiti: 12. Falli commessi: 11. Cartellini gialli: 1. VOTO: 7.


7. Villa
Bomber della manifestazione, titolo conservato nonostante l’ infortunio muscolare che gli ha impedito di disputare tutta la finale e gran parte della semifinale. Il suo Europeo non ha fatto che confermare la credenza in me consolidata da tempo che si tratti del miglior attaccante spagnolo. Minore fisicità e minore impatto mediatico rispetto a Torres, ma maggiore completezza e funzionalità tattica: non ha l’ allungo del Niño, ma oltre ad essere un temibilissimo contropiedista ha l’ abilità sullo stretto che il suo compagno non ha, che lo rende giocatore letale anche in spazi e tempi ridottissimi, oltre a un tocco di palla più pulito, un calcio a rete più preciso e maggiore freddezza in zona-gol. Tecnico, rapido, astuto, anche lui molto mobile e abile a cercarsi lo spazio propizio su tutto il fronte dell’ attacco, oltre allo show con la Russia nella prima partita (il terzo gol esemplifica le qualità sopra citate) e al capolavoro di destrezza che regala allo scadere la vittoria insperata con la Svezia (in una partita nei cui minuti precedenti aveva azzeccato pochissimo), ha offerto un contributo considerevole anche in fase di non possesso, ripiegando qualche metro dietro Torres per aiutare la mediana (in più di un’ occasione coprendo le zone esterne che Iniesta o Silva non facevano a tempo a riguadagnare dopo le loro escursioni sulla trequarti), per poi offrirsi come raccordo utile a decongestionare l’ azione del centrocampo garantendo un immediato sbocco in verticale (per questo sembravano imprescindibili le due punte, ma nel finale di torneo la Spagna ha dimostrato di aver trovato comunque la sintonia giusta al di là della formula tattica di partenza). Non brilla nella partita con l’ Italia, come Torres molto attivo ma in pari misura testardamente impreciso.

Partite: 4. Titolare: 4. Minuti: 333. Km. percorsi: 36. Gol: 4. Tiri: 18. Tiri in porta: 12. Passaggi: 94 (73% utili). Assist: 0. Falli subiti: 13. Falli commessi: 15. Cartellini gialli: 1. VOTO: 7,5.


12. Cazorla
Sorpresa dell’ ultima ora fra i convocati, convince Aragonés tanto da diventare il tredicesimo uomo, il cambio in corsa obbligato subito dopo Fabregas, in sostituzione alternativamente dei due esterni Iniesta e Silva. Ruolo cui si presta particolarmente per le caratteristiche morfologiche, la rapidità e la vivacità che lo fanno entrare facilmente in partita; ruolo svolto ottimamente nella gara d’ esordio con la Russia, un po’ meno bene con la Svezia (lui non è mai stato un esterno che cerca il fondo, ma con gli scandinavi tutti chiusi la sua testardaggine nell’ accentrarsi sempre e comunque toglie ulteriore respiro alla manovra), in maniera impalpabile con l’ Italia (fatica a trovare la posizione e ad entrare nel gioco, però il suo rigore nella serie finale lo batte perfettamente), con eccellenti risultati nella finale, quando il suo ingresso al posto di un nervoso Silva contribuisce (insieme all’ inserimento di Xabi Alonso che stabilizza il centrocampo) a riportare con più frequenza la Spagna nella trequarti avversaria allontanando dalla porta di Casillas le poco credibili velleità tedesche e assicurando una gestione relativamente tranquilla dei minuti finali.

Partite: 5. Titolare: 0. Minuti: 180. Km. percorsi: 22. Gol: 0. Tiri: 2. Tiri in porta: 2. Passaggi: 113 (85% utili). Assist: 0. Falli subiti: 6. Falli commessi: 2. Cartellini gialli: 1. VOTO: 6,5.


14. Xabi Alonso
La sua non-titolarità è un altro dato che testimonia in maniera eloquente a favore del livello medio del centrocampo spagnolo. Parte nei piani iniziali come alternativa più strettamente “di regia” al vertice basso Senna, ma l’ evidente indispensabilità dell’ ispano-brasiliano cristallizza per forza di cose la sua condizione di supplente. Condizione che esercita con praticità in quei frangenti di partita (contro Italia e due volte Russia) nei quali Aragonés, a vantaggio già acquisito, vuole rinsaldare il centrocampo affiancandolo a Senna in un doble pivote più stabile rispetto al disegno del 4-1-4-1; per la gloria personale rimane l’ esibizione spettacolare contro la Grecia, unica gara da titolare, nella quale esalta la visione del campo a 360 gradi e l’ impressionante facilità di calcio nei cambi di gioco (con le ciliegine di un palo che ancora oggi sta tremando e di un quasi-gol da metacampo, storico vezzo personale).

Partite: 4. Titolare: 1. Minuti: 155. Km. percorsi: 19. Gol: 0. Tiri: 6. Tiri in porta: 2. Passaggi: 123 (87% utili). Assist: 0. Falli subiti: 1. Falli commessi: 2. Cartellini gialli: 0.. VOTO: 6,5.


22. De la Red
Un altro che potrebbe figurare tranquillamente come titolare in molte altre nazionali. Qui, nell’ Eden dei centrocampisti, si deve invece accontentare dei 90 minuti con la Grecia (gioca mezzala con Cesc nel 4-1-4-1, molto spesso muovendosi a ridosso dell’ unica punta Güiza), nei quali si toglie la soddisfazione del bel gol dell’ 1-1 e ribadisce la personalità positiva di chi vuole stare sempre nel vivo dell’ azione, dalla sua area fino a quella avversaria, seppure nella partita in questione accusi qualche piccolo errore di misura nei passaggi.

Partite: 1. Titolare: 1. Minuti: 90. Km. percorsi: 11. Gol: 1. Tiri: 7. Tiri in porta: 1. Passaggi: 69 (86% utili). Assist: 0. Falli subiti: 0. Falli commessi: 1.Cartellini gialli: 0. VOTO: 6.


16. Sergio García
Sorpresa dell’ ultima ora assieme a Cazorla, solo Grecia pure per lui. Alla vigilia mi aspettavo qualche minuto in più perché mi sembrava una carta potenzialmente interessante, uno dei pochi giocatori della rosa portati a conquistare il fondo (anche se si tratta di un attaccante adattato solo ultimamente a posizioni di fascia e per giunta portato spesso alla diagonale verso l’ area avversaria). Novanta minuti non troppo convincenti, buona vivacità (e il cross preciso per il “cabezazo” del 2-1 di Güiza) ma troppi tagli in zona centrale che danno la sensazione di non aggiungere granchè a ciò che i titolari sanno già fare meglio di lui.

Partite: 1. Titolare: 1. Minuti: 90. Km. percorsi: 10. Gol: 0. Tiri: 4. Tiri in porta: 1. Passaggi: 51 (76% utili). Assist: 1. Falli subiti: 5. Falli commessi: 0. Cartellini gialli: 0. VOTO: S.V.


13. Palop
L’ unico a non aver disputato nemmeno un minuto, quando la Spagna attenderà altri 40 anni per vincere un trofeo potrà comunque dire ai nipotini di esserci stato.


23. Reina
Con la Grecia raccoglie un pallone in fondo al sacco, poco impegnato per il resto. Pienamente e positivamente consapevole del suo ruolo di supplente, a leggere i resoconti un elemento importante per l’ armonia dello spogliatoio.

Partite: 1. Titolare: 1. Minuti: 90. Km. percorsi: 4. Gol subiti: 1. Parate: 1. Rigori parati: 0. Tiri fra i pali : 1. Passaggi: 25 (68% utili). Falli subiti: 0. Falli commessi: 0. Cartellini gialli: 0. VOTO: S.V..

18. Arbeloa
Chiamato come riserva di Ramos, come suo solito poco appariscente ma diligente nel cammeo contro la Grecia.

Partite: 1. Titolare: 1. Minuti: 90. Km. percorsi: 10. Gol: 0. Tiri: 0. Tiri in porta: 0. Passaggi: 36 (81% utili). Assist: 0. Falli subiti: 2. Falli commessi: 3. Cartellini gialli: 1. VOTO: S.V..


20. Juanito
Della coppia di centrali di riserva sperimentata con la Grecia convince più lui di Albiol: prestazione attenta e sicura.

Partite: 1. Titolare: 1. Minuti: 90. Km.percorsi: 9. Gol: 0. Tiri: 1. Tiri in porta: 0. Passaggi: 39 (97% utili). Assist: 0. Falli subiti: 0. Falli commessi: 2. Cartellini gialli: 0. VOTO: S.V.


2. Albiol
Subentra all’ infortunato Puyol nel primo tempo con la Svezia, giocando senza sbavature ma impostando dalle retrovie in maniera francamente orrenda (aspetto del suo gioco che non mi è mai piaciuto); contro la Grecia non è concentratissimo, ha le sue responsabilità sul gol di Charisteas. Nelle mie tante previsioni fallite sarebbe dovuto subentrare a Marchena nel corso della manifestazione, per una questione di valori assoluti e anche per l'’importanza dei suoi centimetri nel gioco aereo, ma il rendimento sempre crescente di “Kaiser Carlos” (vabbè, si scherza…) gli ha chiuso ogni possibile spiraglio.

Partite: 2. Titolare: 1. Minuti: 157. Km. percorsi: 17. Gol: 0. Tiri: 0. Tiri in porta: 0. Passaggi: 73 (88% utili). Assist: 0. Falli subiti: 0. Falli commessi: 1. Cartellini gialli: 0. VOTO: 6.


3. F. Navarro
“Mister Regolarità” trascorre senza sussulti anche i 90 minuti-omaggio con la Grecia. Elemento per me superiore a Capdevila, avrà futuro con la nazionale (ancora di più dopo essere stato acquistato dal Sevilla: ennesima operazione intelligente degli andalusi, l’ erede perfetto di David Castedo è bello che pronto), anche se la Seleccion necessiterebbe un elemento con un po’ più di spinta su questa fascia.

Partite: 1. Titolare: 1. Minuti: 90. Km. percorsi: 9. Gol: 0. Tiri: 0. Tiri in porta: 0. Passaggi: 62 (89% utili). Assist: 0. Falli subiti: 2. Falli commessi: 5. Cartellini gialli: 0. VOTO: S.V..


17. Güiza
Esordisce nella partita delle riserve con la Grecia, mostrando una certa ansietà e goffaggine ma togliendosi almeno lo sfizio del gol in nazionale. Quanto basta ad Aragonés per considerarlo una carta valida da spendere a partita in corso nelle sfide successive: contro l’ Italia continuano i pasticci (e rischia pure di mandare a monte tutto sbagliando il suo rigore nella serie finale), contro la Russia si vede finalmente anche in nazionale il finalizzatore glaciale ed elegante di Getafe e Mallorca (gran bel gol, non solo per l’ assist di classe di Cesc), in finale dà il cambio a Torres disimpegnandosi discretamente nelle ultime fasi del match. Buona carta a partita in corso e con spazi più larghi, soprattutto per le rinomate capacità di contropiedista, l’ abilità nell’ allungare le difese e nel dettare il passaggio in profondità: anche se in tutta sincerità il suo livello non è completamente all’ altezza di certi palcoscenici, si può tranquillamente dire che la sua pietra nell’ edificio del successo finale l’ ha posta.

Partite 4. Titolare: 1. Minuti: 164. Km. percorsi: 19. Gol: 2. Tiri: 9. Tiri in porta: 4. Passaggi: 46 (56% utili). Assist: 1. Falli subiti: 4. Falli commessi: 4. Cartellini gialli: 1. VOTO: 6.

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lunedì, giugno 30, 2008

FINALE: GERMANIA-SPAGNA 0-1


La conclusione più logica, la squadra più talentuosa e (insospettabilmente) solida si aggiudica una delle vittorie meno discutibili nella storia recente delle manifestazioni internazionali. La stessa statistica viene in soccorso issando la Spagna in testa praticamente a tutte le classifiche riguardanti gli aspetti del gioco: la squadra con più gol fatti e quella ad averne subiti meno dopo la Croazia, quella con più tiri all’ attivo, sia nello specchio che fuori, quella che ha costretto ad intervenire meno il proprio portiere e, passando dai dati oggettivi alle sensazioni (solo fino a un certo punto) soggettive, la squadra più sicura, completa, continua, matura ed autorevole.
È stato una specie di romanzo di formazione quest’ Europeo per la Spagna: una squadra partita con l’ obiettivo tremendamente generico ma anche tremendamente pressante del “saper competere”, abbastanza scoordinata, insicura e discontinua nel gioco nelle prime partite del girone, è cresciuta progressivamente fino a consolidare e ad affermare in maniera rotonda una propria identità e credibilità: la gara con l’ Italia è stata la prova più difficile, un esame di maturità nel quale la Spagna ha dimostrato di aver saputo apprendere dalle ingenuità del passato e di saper interpretare con la giusta attenzione e prudenza una gara ad eliminazione diretta; sconfitta la psicosi dei quarti di finale, la semifinale con la Russia ha rappresentato invece la tesi di laurea, una dimostrazione di padronanza che ha avuto in uno spettacolare secondo tempo il punto più alto di quest’ Europeo spagnolo; la finale di stasera con la Germania è stata invece l’ approdo relativamente sereno dopo che gli scogli più duri erano stati superati, una sorta di certificazione ufficiale di quanto la Spagna aveva seminato in precedenza.
Addentrandoci nel dettaglio, in questo romanzo di formazione è inclusa anche una visibile e progressiva crescita in quelli che sono gli aspetti tecnico-tattici più rilevanti. Partita come una formazione che aveva nel pallone il suo migliore ed unico amico, con grossissimi interrogativi che riguardavano la fase di non possesso (le transizioni difensive: come e dove recuperiamo il pallone appena perso?), la linea difensiva (specialmente sulle palle alte) e le transizioni offensive (toque-toque-toque… e poi quando verticalizziamo?), a fortissimo rischio di prevedibilità e monodimensionalità, come le convocazioni di Aragonés facevano temere (un esercito di centrocampisti propensi a calcare le zone centrali e a chiedere palla sui piedi invece che andare ad attaccare lo spazio; spinta sulle fasce ridotta al minimo; attaccanti un po’ simili fra di loro, anche se niente affatto uguali), si è ritrovata col passare delle partite a dominare tutti questi aspetti con una crescente autorevolezza.
La sua identità è sempre rimasta legata prevalentemente al possesso-palla, utile anche solo per sfiancare e tenere lontano dalla propria area l’ avversaria (vedi anche l’ esemplare gestione di questi ultimi 10 minuti) ma ha saputo completare questo aggiungendo tanto altro, esprimendo quelle caratteristiche indispensabili per vincere: concentrazione e sacrificio in fase di non possesso (enorme la crescita della linea difensiva nel corso del torneo, ha finito col risultare quasi impeccabile persino nella difesa delle palle alte e dei calci piazzati), e capacità di alternare con maestria fasi manovrate corali nella metacampo avversaria (concetto decisamente arrugginito nelle prime partite, ma che ha avuto una splendida applicazione nell’ occasione del vantaggio di Xavi in semifinale) a contropiedi micidiali per la verticalità e la scioltezza nel tocco di palla di tutti i giocatori. Significativo che questa Spagna abbia chiuso l’ Europeo nella stessa maniera in cui lo aveva iniziato con la Russia, sfogandosi proprio nell’ azione di rimessa.
In ultimo, non può che avere il massimo rilievo la figura di Luis Aragonés: se i giocatori sono vincitori, lui è stra-vincitore. Ha saputo forgiare un gruppo, gestendolo con la massima personalità (credo passeranno alla storia di quest’ Europeo le sue sostituzioni, apparentemente “spregiudicate” ma quasi sempre lungimiranti) e avendo ragione fino in fondo, se ne va gonfio di orgoglio per aver sbugiardato una critica spesso inaccettabile nei mesi precedenti l’ Europeo perché quasi mai effettuata a partire da argomentazioni tecniche ragionate, in alcuni casi di cattivo gusto e intellettualmente disonesta perché incentrata non sul bene della nazionale ma su questioni di campanile travestite quasi da innegoziabili interessi di Stato (mi riferisco ai quotidiani sportivi di Madrid e alla snervante campagna pro-Raúl).
Per quanto riguarda la Germania, una finale di palese anonimato: approccio giusto alla partita, ma poi si è disunita e non ha saputo più dire nulla di significativo, soprattutto una volta passata in svantaggio. Possiamo pure abusare con la retorica e la mitologia ricordando che “non mollano mai”, che “sanno vincere giocando male”, che “son sempre tedeschi” etc., ma oltre certi limiti qualitativi non puoi andare, quando non sai proporre nulla oltre a un mucchio di traversoni scontati e quando come extrema ratio improvvisi Metzelder alla Beckenbauer, beh, allora è già un grandissimo risultato aver raggiunto la finale…

Abbiamo detto approccio giusto della Germania: nei primi quindici/venti minuti Loew dimostra di averla pensata e preparata al meglio questa partita, intuendo dove fare male a una Spagna che risulta decisamente spiazzata da quest’ impostazione. La Germania mantiene il baricentro alto come non aveva fatto l’ Italia, cercando di inardidire il gioco spagnolo alla fonte, direttamente sulla trequarti ad inizio azione, e, almeno, in queste fasi iniziali, mantiene le distanze giuste fra i reparti che erano mancate nella titubante Russia della semifinale. Risultato: imbarazzi grossi per le Furie Rosse quando devono cominciare l’ azione, Sergio Ramos rischia pure di combinarla grossa con una delle sue leggerezze in disimpegno, mancano quei primi due passaggi che danno poi l’ innesco al tourbillon fra le linee, i favoriti della vigilia faticano a trovare gli appoggi per distendersi, sono contratti e ricorrono più frequentemente del solito al pallone lungo e frettoloso verso l’ attacco, situazione nella quale la Germania, per accompagnare il pressing alto, rischia la difesa alta, probabilmente pensando che con l’ assenza di Villa i pericoli in profondità si dimezzino.
La Germania ha il dominio territoriale e il controllo del pallone, cerca l’ unica situazione offensiva veramente rimarchevole nel suo Europeo, ovvero il sovraccarico sulla fascia destra avversaria, con Klose o Ballack che vengono incontro e a turno si allargano sulla sinistra per combinare con Podolski, creando da qui i presupposti per la sovrapposizione del terzo uomo (generalmente Lahm), attirando in zona la difesa avversaria e preparando il taglio a sorpresa in area di Schweinsteiger dal lato opposto (quello che si è visto contro Portogallo e Turchia). Una situazione che la Spagna può soffrire, si intuisce, ma che al di là di un traversone insidioso di Ballack, la Germania non fa a tempo a sfruttare in maniera adeguata, perché la partita ormai sta girando dall’ altra parte, e le cose non cambieranno più.
Cominciano a formarsi crepe nella barriera tedesca, il pallone inizia a scorrere negli spazi che pian piano si aprono fra i reparti, la Spagna trova la continuità che desidera nella circolazione del pallone e questo costringe la Germania a perdere campo, brutto segno. Nella Spagna che acquisisce confidenza e prende le misure al match a salire in cattedra è un sontuoso Xavi Hernández Creus, il più raziocinante e lungimirante dei 22 giocatori in campo, maestro nel gestire i tempi del gioco e scegliere di volta in volta la migliore opzione: il blaugrana scuote i suoi innescando la prima azione pericolosa, un geniale passaggio che tagliando la difesa avversaria smarca Capdevila sulla sinistra e avvia l’ azione successivamente conclusa in angolo dopo una pericolosa deviazione di Metzelder su cross di Iniesta sventata da Lehmann.
La partita è girata, e la Spagna riesce ora a distendersi, a fraseggiare e a coinvolgere più uomini nelle sue manovre. Ad esempio Sergio Ramos mette la testa fuori, e su un suo cross ben calibrato Torres si eleva sopra Mertesacker (1,98, ricordiamolo), indirizza al meglio ma trova il palo a fermarlo. Più che demoralizzare questo fa capire alla Spagna di avere ormai in pugno la partita, e ancora Xavi illumina il cammino: il modulo a 5 centrocampisti aiuta il blaugrana, che scambiando la posizione con Cesc può muoversi con più libertà nella metacampo avversaria (quello che ama, detesta ripiegare e non è mai stato un “4” che gioca davanti alla difesa come Guardiola o Xabi Alonso), leggere le situazioni e cercarsi gli spazi giusti, come quello che al 33’ trova fra la difesa e il centrocampo tedesco, e dal quale imbuca un perfetto pallone verticale per la corsa di Torres: Metzelder e Lahm son piazzati male, c’è spazio ed il terzino del Bayern è in ritardo nella copertura, il controllo a seguire del Niño è un po’ largo, ma con la falcata potente Torres prende la posizione a un morbidissimo Lahm e fa in tempo ad anticipare l’ uscita di Lehmann con un tocco sotto risolutore.
Partita in cassaforte per la Spagna, che può gestire i ritmi e il contropiede, già da subito dopo il vantaggio, quando Silva sciupa malamente una ripartenza rifinita con classe da Iniesta. Partita in cassaforte anche perché la Germania ha poco o nulla da offrire contro una difesa schierata, fa una fatica mostruosa a far transitare la palla fra i reparti, tanto che con sempre maggiore costanza si comincia a vedere Metzelder cercare la zingarata palla al piede, fatto insolito che denuncia improvvisazione e mancanza di idee.
La Spagna affronta il secondo tempo (nel quale Lahm non c’è più, mandato dietro la lavagna in favore di Jansen) proprio con l’ idea di cedere il pallone ai tedeschi, evidenziarne la debolezza e poi ripartire. Gli uomini di Aragonés non soffrono per la modestia dell’ avversario e anche perché andando avanti in quest’ Europeo hanno sempre più imparato a difendersi e sacrificarsi come blocco, sebbene la loro gestione del pallone in alcuni tratti denoti un po’ più ansietà e meno limpidezza rispetto alle scorse partite.
Ci sono comunque 5-6 minuti di fluidità, nei quali la partita sembra potersi anche riaprire, quei minuti dopo che Loew inserisce la seconda punta, Kuranyi (il tecnico tedesco capisce che l’ unica via è cercare una pressione più diretta sui centrali spagnoli, sennò in porta non ci si arriva mai) e nei quali la Spagna sta perdendo un po’ le distanze fra Senna e Cesc e Xavi, i quali cominciano a faticare a recuperare le loro posizioni dietro la linea della palla, creando anche migliori premesse per gli spostamenti di Schweinsteger in zona centrale. Una situazione nella quale la Germania crea la sua occasione più pericolosa, un tiro da fuori di Ballack sull’ esterno della rete dopo un pasticcio in disimpegno di Puyol, una situazione alla quale Aragonés decide di mettere mano con prontezza: ad uscire stavolta è Cesc, perché Xavi è quello più in partita, entra Xabi Alonso per costituire un doble pivote più saldo con Senna davanti alla difesa trasformando il modulo in un 4-2-3-1. Entra anche Cazorla, che sostituisce un Silva a forte rischio espulsione (fa il teppistello con Podolski, una mezza testata che Rosetti non vede).
Una ristrutturazione che beneficia la Spagna, che ritrova stabilità a centrocampo e che anzi col passare dei minuti si trova a difendere più nella metacampo avversaria col pallone fra i piedi che a sgomitare al limite della propria area. Mentre la Germania pur avendo un sacco di giocatori d’ attacco fa fatica a creare proprio per la separazione fra Ballack, Podolski, Schweinsteiger, Klose (poi Gomez), Kuranyi e l’ altra metà della squadra dove Mertesacker si trova sempre più spesso ad iniziare l’ azione con a disposizione poche opzioni di passaggio sparpagliate alla meglio, la Spagna vede aumentare gli spazi per il contropiede manovrato e per una gestione del pallone relativamente tranquilla. Potrebbe anche raddoppiare, se non fosse per qualche solito eccesso di frenesia di Torres nel condurre gli attacchi, per le parate di Lehmann su un colpo di testa di Sergio Ramos e su due conclusioni ravvicinate di Iniesta (una di queste, su azione da calcio d’ angolo, la salva anzi Frings appostato sul primo palo) smarcato in area, e per il ritardo al tap-in di Senna sulla sponda aerea di Güiza (neo-entrato, al posto di Torres, ovviamente!) dopo traversone dalla sinistra di Cazorla.
Paradossalmente, i minuti finali, quelli in cui secondo copione chi è in vantaggio dovrebbe stringere i denti e secondo tradizione i tedeschi “mai domi” dovrebbero essere più pericolosi che mai, sono i minuti nei quali la Spagna soffre meno, tiene su palla e allontana l’ avversario dalla propria porta, garantendosi un successo relativamente tranquillo.

Migliore in campo Xavi, accanto a lui il solito flemmatico equilibratore Senna, un Torres sempre vagamente caotico ma decisivo, un Marchena ancora una volta senza sbavature stavolta espressosi meglio del non sempre preciso Puyol di quest’ occasione.
Nella Germania deludono i migliori talenti: il solito passivo Ballack, un Podolski timido e impacciato quelle poche volte che gli si è presentata l’ occasione per incidere, un Schweinsteger che ha lasciato soltanto intravedere freschezza e ispirazione ma che a conti fatti non ha lasciato tracce. Il migliore Frings, l’ elemento di maggior spessore tattico.

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domenica, giugno 29, 2008

NO, NON È PIÙ TABÙ! SPAGNA CAMPIONE D' EUROPA!




Arriva il momento del trionfo. In queste righe eccezionalmente vesto i panni del tifoso, che generalmente riservo allo spazio più appartato dei commenti.
Da quando nell' ormai lontano 2000 mi appassionai al calcio spagnolo aspetto questo momento, la gioia più grande che posso dire di aver vissuto da quando sono appassionato di calcio.

Al di là del gioco non entusiasmante (ma sicuramente migliore di quello dell' avversario) offerto in questa finale, la Spagna è l' unica squadra possibile ed immaginabile ad aver potuto meritare questo Europeo.
La squadra che statisticamente ha fatto più tiri, in porta e fuori dallo specchio, quella che ha costretto il proprio portiere ad intervenire meno, quella che ha fatto più gol e quella che ne ha subito meno dopo la Croazia), quella che ha occupato la metacampo avversaria con più costanza.
Una squadra serena, di personalità e di classe, che ha reso omaggio al pallone trattandolo sempre con cura e grazia, che ha fatto capire che la tecnica non è una cosa per nostalgici, ma che resta un ingrediente fondamentale anche in questo calcio ultra-fisico che attorno a questa prerogativa ha costruito la propria identità ma che per vincere doveva e ha infine saputo aggiungere concretezza, attenzione ai dettagli, concentrazione ed equilibrio crescenti, fino ad arrivare a gestire e adattarsi alle diverse fasi del gioco quasi impeccabilmente, tanto nella linea difensiva (sempre più sicura anche sui palloni alti che dovevano essere il punto debole) quanto nell' azione di rimessa, che molti non accreditavano a una squadra fino a poco fa nota più per palleggiarsi addosso che per altro.

Un grazie a Luis Aragonés, il più vincitore di tutti i vincitori: da queste (si fa per dire) pagine non gli sono state risparmiate critiche, mi aveva indispettito, per una semplice questione etica, il fatto che fosse rimasto dopo aver promesso di andarsene ove non avesse raggiunto le semifinali al Mondiale, ma le critiche rivoltegli ho sempre cercato di focalizzarle su aspetti tecnici puntuali, evitando (almeno spero) la presunzione e cercando di argomentare per quanto potevo.
Questa è la maniera in cui credo debba essere giudicato ogni professionista, non costruendogli contro campagne denigratorie ad hoc per questioni campanilistiche, come fecero insopportabilmente i giornali di Madrid per la questione-Raúl. Il loro interesse non era la nazionale, era vendere copie e salvaguardare la propria parrocchietta.
Dopo questa campagna spesso scaduta nel cattivo gusto Aragonés ha guadagnato il mio sostegno convinto (nonostante convocazioni che in parte mi avevano fatto storcere il naso), e soprattutto, cosa ben più importante, il sostegno della squadra. Luis ha saputo creare un gruppo unito come non mai, la squadra di tutta la Spagna, gestendo ogni decisione con la massima... decisione, spesso vedendoci giusto nei cambi e non guardando in faccia nessuno, da Torres a Fabregas, da Xavi a Iniesta.
Ora se ne va con la testa altissima e l' orgoglio alle stelle, troppo tardivi i tentativi per trattenerlo di una Federazione che ha fatto poco per proteggerlo. Onore al Sabio.

P.S.: Oltre al da poco defunto medico storico della nazionale Genaro Borrás, credo che questa vittoria vada dedicata anche alla memoria di Antonio Puerta: era entrato da poco nel giro della nazionale, se quel maledetto giorno non ce lo avessero portato via, probabilmente anche lui sarebbe diventato Campione d' Europa in questa magnifica notte.

A DOMANI PER L' ANALISI DELLA PARTITA

FOTO: elpais.com

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venerdì, giugno 27, 2008

La tesi di laurea.

Massì, mettiamola alla prova questa teoria di Lineker: il calcio dopo domenica resterà quel giochino in cui alla fine vincono sempre i tedeschi, o succederà che a risultare vincitrice sarà semplicemente la squadra migliore di questo Euro 2008? La squadra migliore nell’ opinione di molti, me compreso, era stata finora la Russia, ma dopo l’ esibizione di stasera la Spagna non può che subentrare nel ruolo con sbalorditiva autorevolezza. Dopo un primo tempo equilibrato (con leggera preferenza per gli iberici), il gol rompighiaccio di Xavi mette in discesa una ripresa nella quale gli uomini di Aragonés a momenti hanno dato l’ impressione di toccare la perfezione calcistica.
Una squadra che al di là delle etichette non aveva entusiasmato per il gioco nelle partite precedenti la Spagna, ma che partita dopo partita è cresciuta nella maturità e nella capacità di occupare razionalmente il campo, fino a questo secondo tempo di sbalorditiva padronanza nel quale l’ avversario sulla carta di maggior esuberanza possibile è stato letteralmente cancellato dal campo. Stavolta a differenza della prima partita del girone la sorte non ha indirizzato la partita, si è trattato perciò a conti fatti di pura e semplice superiorità tecnica applicata fino in fondo.
Da applausi la personalità, da applausi la concentrazione del blocco difensivo che (con l’ aiuto di Senna) ha isolato Arshavin, da applausi la qualità di palleggio, da applausi la capacità di alternare sapientemente (e in certi momenti direi quasi sadicamente) le varie fasi del gioco, non subendo mai la corrente del match ma anzi imponendo le proprie priorità in ogni momento, ora rallentando ora accelerando, ora congelando col possesso-palla e facendo salire la squadra in cerca di spazi, ora lanciando contropiedi fulminanti che in due-tre passaggi trovano la via della porta avversaria. Tutto questo coniugando allegria e disciplina, mantenendo le posizioni giuste una volta persa palla e riuscendo a togliere alla Russia il punto forte delle verticalizzazioni, senza mai spendere falli vistosi.
Tolta la possibilità di distendersi, per la Russia, vista francamente un po’ indecisa fra il pressing alto e il ripiegamento nella propria metacampo (col risultato che nessuna delle due strategie è stata applicata veramente, e la Spagna ha sempre trovato sia il tempo per iniziare l’ azione che gli spazi da percorrere nella trequarti), si è trattato di correre dietro al palleggio dell’ avversario, rivelatosi alla lunga incontrollabile dopo l’ ingresso di Cesc (causa infortunio a Villa nel corso del primo tempo: Il Guaje salterà la finale) e il passaggio ai cinque centrocampisti, i quali hanno dilagato negli spazi sempre più ampi apertisi dopo il vantaggio.

In avvio, approccio migliore della Spagna, che sa di più cosa vuole rispetto a una Russia che nei primi venti minuti soprattutto denuncia una certa indeterminatezza. La squadra di Hiddink non arretra in massa nella sua metacampo, mantiene abbastanza alti i suoi elementi offensivi suggerendo l’ intenzione di voler continuare anche in questa partita a coinvolgere molti uomini nelle sue trame corali, ma al tempo stesso non pressa minimamente l’ inizio dell’ azione spagnola. Non c’è ostruzionismo, i palleggiatori di Aragonés hanno il tempo per giocare e in una partita dall’ andamento fluido possono chiaramente far pesare la loro superiorità tecnica, arrivando con una certa facilità al limite dell’ area avversaria.
Come detto, non esiste una prima linea di pressing fra i russi, gli attaccanti però in assenza di questo non ripiegano nemmeno a fare densità, il centrocampo viene preso in mezzo perché non sa se accorciare verso l’ attacco o la difesa (e si trova in ricorrente inferiorità numerica quando Iniesta e Silva, presto invertiti da Aragonés, tagliano verso il centro), la Spagna rispetto al match con l’ Italia porta avanti anche Ramos impegnando Zhirkov e lasciando così i due centrali russi, Ignashevich e V. Berezutsky, in balia di Villa e Torres, i quali hanno un passo differente e, allargandosi e attirando i centrali avversari verso l’ esterno, creano spazi l’ uno per l’ inserimento centrale dell’ altro. Questa relativa facilità di gioco da parte spagnola si traduce in due-tre pericoli per la porta di Akinfeev ad inizio partita (un cross di Xavi sul quale non arriva Sergio Ramos nell’ area piccola, una combinazione Villa-Torres conclusa male dal Niño davanti ad Akinfeev, un tiro da fuori insidioso di Villa).
Nel cuore del primo tempo la partita però si riequilibra, la Spagna perde continuità e ritmo fra centrocampo e attacco, la mediana russa ha modo di salire e, anche se Arshavin resta disattivato, Pavlyuchenko trova un maggiore coinvolgimento. Rispetto ad Arshavin i difensori spagnoli fanno più fatica a controllare la fisicità del centravanti dello Spartak Mosca. Fisicità e anche buone maniere dal punto di vista tecnico, come dimostra l’ elegante destro a girare (visto anche nelle precedenti partite, evidentemente è un colpo che va molto a genio al buon Roman) sventato con un gran tuffo da Casillas, non rilevato dall’ arbitro che non assegna il calcio d’ angolo. Pochi minuti dopo di nuovo Pavlyuchenko fa valere la sua stazza quando in area si smarca fra Marchena e Capdevila un po’ disattenti, stoppa di petto un pallone a spiovere dalla trequarti di Zhirkov ma, disturbato dagli avversari, svirgola a lato di sinistro.
Nella fase in cui la Russia sta guadagnando più campo, per la Spagna si aggiunge poi lo scossone dell’ infortunio di Villa, al quale Aragonés reagisce decidendo con la consueta nettezza vista finora in quest’ Europeo: entra Fabregas, il che vuol dire lasciare una sola punta.
Rispetto al 4-1-4-1 delle amichevoli è più un 4-4-1-1, col giocatore dell’ Arsenal trequartista e Xavi sulla linea di Senna, però i problemi posti sul tavolo da questa mossa rimangono gli stessi: si sentirà di più la mancanza di un’ altra punta a fornire sbocchi in profondità oppure peserà maggiormente il più stabile controllo della mediana offerto dal centrocampista in più? Il secondo effetto si vede da subito, Cesc più i due centrali più i due esterni che si accentrano tornano a mettere in mezzo il centrocampo della Russia, sempre indecisa fra l’ opzione del pressing alto e della densità nella propria metacampo, in difficoltà ancora maggiore trovandosi contro un avversario che fa scorrere il pallone a uno-due tocchi con la massima precisione (“first touch”, “first touch”, ripeteva Hiddink nelle interviste a fine partita).
Ma rimane per la Spagna il problema di coprire l’ area avversaria, di arrivare alla conclusione possibilmente con più giocatori del solo Torres, e così i giocatori di Aragonés passano le fasi finali del primo tempo più che altro a registrare e assimilare il cambio di formazione, con scarsa profondità e in qualche momento andando troppo a chiudersi e a rallentare l’ azione nel centro della trequarti.

La ripresa comincia con il fatidico gol del vantaggio spagnolo, che testimonia un altro piglio e una maggior scioltezza degli uomini di Aragonés rispetto al primo tempo: la costruzione è magistrale, parte da un palleggio insistito e uno scambio di posizioni costante fra Senna, Xavi, Silva e Cesc che libera infine uno spazio tra le linee (solito problema di distanze fra centrocampo e difesa russo, problema che a mio avviso parte dalla passività degli attaccanti in fase di non possesso) per Xavi; il blaugrana trova l’ accompagnamento di tutta la squadra in un’ azione di grande coralità, dove Capdevila porta via l’ uomo in sovrapposizione liberando lo spazio per il tiro-cross di Iniesta, non proprio ortodosso ma efficace nel favorire la deviazione a rete di Xavi, bravo a seguire l’ azione fino in fondo e inseritosi centralmente fra lo sconcertante disinteresse dei centrali russi, vero punto debole della squadra di Hiddink in tutto l’ Europeo, sia che la coppia fosse Shirokov-Kolodin, sia che fosse Ignashevich-Kolodin o Ignashevich-V. Berezutsky come stasera.
Gol che d’ altro canto dimostra come la Spagna abbia saputo rispondere positivamente ai dubbi sorti dopo l’ ingresso di Cesc: non solo il centrocampista in più assicura il pieno controllo del centrocampo, ma l’ area avversaria viene coperta ottimamente dagli inserimenti a turno dei centrocampisti, molto più partecipi in tal senso rispetto a quelle amichevoli nelle quali l’ azione ristagnava paurosamente a metacampo.
Dopo il gol si vede sul serio quel tipo di squadra sognato da Aragonés e che, al di là di certe valutazioni un po’ superficiali, non si era ancora apprezzato compiutamente nel corso della manifestazione: una squadra che gode a possedere il pallone e si organizza armoniosamente attorno ad esso, sfiancando l’ avversario e tenendolo così lontano dalla propria porta (non è un caso che statisticamente Casillas sia il portiere meno impegnato del torneo: non è una questione di sola difesa, è una questione di filosofia di gioco e di identità che dà i suoi frutti), tagliando il campo con un flipper di passaggi a uno-due tocchi e finalmente dando anche un po’ di ampiezza, soprattutto a destra dove uno spettacolare Sergio Ramos prende la moto e scappa in più occasioni, aiutato dalla mancanza di supporto patita da Zhirkov in fase difensiva (mai un raddoppio quando veniva messo in mezzo da Ramos e dal Silva o Iniesta di turno che andava ad appoggiare).
In più la Spagna ha poi un Cesc Fabregas che vede calcio come pochi, che non appena vede lo spazio verticalizza a velocità supersonica (non nel senso che corre lui, è la palla quella che suda), ancora di più con una Russia che inevitabilmente tende ad allungarsi e ad accrescere il suo sbilanciamento (Hiddink non cambia il modulo ma si gioca cambi di maggior propensione offensiva come Bilyaletdinov e Sychev, il quale resta però larghissimo e ininfluente come Saenko). Le Furie Rosse potrebbero anche raddoppiare prontamente, ma stonano nel loro terminale, un Torres che litiga col pallone, duella in goffaggine coi centrali russi e spreca pure un ghiottissimo invito sottoporta di Ramos dalla destra con una improbabile deviazione di ginocchio.
Qui interviene di nuovo Aragonés: il doppio cambio riproposto ancora una volta sa vagamente di scaramantico (a quanto si sa, l’ uomo non è proprio alieno alle superstizioni…), Xavi potrebbe ancora restare in campo, ma Güiza per Torres ci sta tutto. In una situazione nella quale la Spagna può sempre più sfruttare il contropiede, il maiorchino è il più bravo di tutti gli attaccanti spagnoli nel dettare il passaggio in profondità, e rispetto al dispersivo Torres offre un punto di riferimento più certo (e più fresco) per allungare la difesa avversaria.
E Güiza paga subito: la Russia si sbilancia e prende un contropiede avviato da Fabregas che serve Güiza allargatosi sulla destra seguito da Berezutsky; Güiza cede a Ramos arrivato in appoggio, taglia verso il centro dell’ area mentre Berezutsky si addormenta, il resto lo fa il magistrale pallonetto filtrante di Cesc concluso da Güiza con quella freddezza ed eleganza nell’ uno contro uno col portiere avversario che, spesa in quantità industriale negli ultimi due anni coi club, era finora mancata in quest’ Europeo, sostituita da timidi balbettii ed errori a tratti dilettanteschi.
Ormai non ci son più freni, la Russia non ci crede più, si sfilaccia e arriva anche il terzo: Anyukov perde palla in un’ avanzata, torello dei centrocampisti spagnoli, verticalizzazione di Iniesta (un altro uomo dopo il gol del vantaggio) lungo la fascia sinistra, dove Ignashevich scala catastroficamente e lascia via libera a Cesc, il quale non deve far altro che servire Silva smarcatosi a centro area per concludere con freddezza quest’ altro esemplare contropiede.

Per quanto riguarda la Russia, direi che ha cominciato a perdere la partita nella sua linea offensiva: non perché Arshavin sia stato annullato (brutto segnale in termini di personalità, ma non possono essere separate le sue colpe da quelle del resto della squadra), non perché sia mancato Pavlyuchenko, che anzi è risultato l’ unico pericolo vero per la Spagna, ma perché a certi livelli non si possono regalare all’ avversario due-tre uomini (ci metto anche Saenko) oltre la linea della palla in questo modo: va bene, non vuoi pressare alto, allora ripiega e fai mucchio nella tua metacampo, e invece non è avvenuto nemmeno questo, sicchè il centrocampo russo si è trovato abbandonato e sempre preso in mezzo, spesso in inferiorità numerica, indeciso (perché di fatto impossibilitato a decidere) se accorciare verso l’ attacco o verso la difesa, col risultato che la Spagna ha avuto gli spazi che desidera fra le linee e ha fatto tutto il male di questo mondo a una difesa la cui debolezza nei due centrali ha costituito come ricordato sopra un po’ un filo conduttore di quest’ Europeo russo.


LE PAGELLE

Casillas: Fa da spettatore per gran parte del match, la tendenza della sua squadra a soggiornare per lungo tempo col pallone nella metacampo avversaria e la disciplina della linea difensiva gli tolgono pressione, ma Iker ribadisce comunque la sua classe in un paio di interventi: splendido quando sullo 0-0 nel primo tempo si stira per mandare in calcio d’ angolo (non ravvisato dall’ arbitro) il destro a girare a fil di palo di Pavlyuchenko, un po’ meno decisivo ma comunque di qualità l’ intervento su colpo di testa ravvicinato di Sychev a fine partita, già sul 3-0. VOTO: 6,5.
Sergio Ramos: Fa davvero piacere vedere un giocatore reagire in questa maniera alle critiche, farne tesoro per migliorarsi. La prestazione del madridista è stata di una perfezione che lascia allibiti, gambe e testa al servizio della causa comune. Il suo era uno dei compiti più delicati, coprire la zona dove passava il tifone-Zhirkov (che già lo aveva messo in grosse difficoltà nella partita del girone) e dove non di rado incrocia Arshavin, ed è stato svolto con una concentrazione raramente vista nel giocatore, attentissimo nel non perdere la posizione, e, una volta guadagnato questo, determinante nel respingere ogni tentativo avversario sfruttando le proprie doti atletiche da privilegiato. Il fisico di Zhirkov non ha retto il corpo a corpo, Arshavin ha girato a largo, e il madridista ha avuto modo di esaltare la sua esuberanza in una serie di recuperi e ripartenze chioma al vento davvero impressionanti. Oltre all’ attenzione difensiva, ci ha messo anche un’ intelligenza maggiore nellle avanzate: senza abusare della conduzione di palla e lasciando da parte le frivolezze, è risultato uno dei fattori di dominio della Spagna con le sue efficaci e impetuose sovrapposizioni. VOTO: 7,5.
Puyol: Non sorprende più ormai il suo stato di forma, sensibilmente e sorprendentemente superiore a quello della stagione appena conclusa col club (aiuta anche una squadra che in campo si muove molto più razionalmente, che diciamo?). Reattivo, puntuale in ogni anticipo e in ogni chiusura, autorevole e brillante, c’è anche molto di suo nella brutta partita di Arshavin. Non sbaglia una virgola, poco altro da appuntare. VOTO: 7.
Marchena: Il valenciano comincia a diventare preoccupante, ma nel senso esattamente opposto che si temeva ad inizio Europeo. Ormai sguazza come un pesce nell’ acqua, con Puyol c’è grande intesa e lui sa sempre dove piazzarsi e come intervenire in copertura, frena le iniziative avversarie con l’ intuizione e il senso della posizione e senza fare uso delle rudezze alle quali sarebbe abituato (pare che Aragonés prima dell’ Europeo gli abbia fatto un discorso a quattr’ occhi chiedendogli di frenarsi coi cartellini), oltrettutto rigiocando sempre il pallone per i centrocampisti con perizia (in un’ occasione però ad inizio secondo tempo rischia troppo, volendo giocarla a tutti i costi circondato da tre russi sulla sua trequarti). VOTO: 7.
Capdevila: Va bene, non è proprio il giocatore più determinante o appariscente su questa terra, però la miglior partita della Spagna è stata anche la sua miglior partita. Come al solito molto disciplinato nel tenere la posizione e nell’ accorciare sull’ avversario quando opportuno, stavolta offre anche un leggerissimo ma incisivo contributo alla fase offensiva. È bravo se non altro a sovrapporsi coi tempi giusti e portare via l’ uomo al compagno, come nell’ azione del gol di Xavi dove gli possiamo attribuire un 10% di merito. VOTO: 6,5.
Iniesta: A destra ci gioca solo i primi 5 minuti massimo, poi gravita prevalentemente sulla fascia opposta, anche se con una tendenza ancora più pronunciata rispetto alla partita con l’ Italia ad accentrarsi tra le linee (c’è più spazio, mica per altro). Il primo tempo sembra la degna prosecuzione di un Europeo giocato fino a ieri come se un gatto gli avesse appena attraversato la strada: timidezza, insoliti errori di misura, uno addirittura comico quando Xavi gli serve un perfetto pallonetto smarcante in profondità, lui lo stoppa alla meglio di nuca e poi cicca grossolanamente il destro… La svolta della sua partita è il gol del vantaggio, che ispira con un assist (assist un po’ atipico), e dopo il quale gioca con scioltezza e ricopre il ruolo di maggior protagonismo dopo Cesc nell’ organizzare il palleggio e le sfuriate in contropiede. VOTO: 6,5.
Senna: Non disumano come con l’ Italia, ma nella norma di livelli che di questi tempi per lui sono altissimi. Aiuta davanti alla difesa nell’ isolare Arshavin, spezza e rilancia con maestria ogni pallone che tocca, la sua partita fluisce ordinata, lucida e serena. Come per Puyol, una certezza sulla quale non vale più la pena di spendere tante parole. VOTO: 7.
Xavi: Partita di grande spessore, da uomo di esperienza, classe e intelligenza tattica. Come Ramos, era uno dei potenziali punti deboli che poteva attaccare la Russia, perché soffrendo dal punto di vista atletico e dinamico il blaugrana poteva non coprire al meglio quegli spazi al limite dell’ area che la Russia avrebbe potuto attaccare con gli inserimenti dei centrocampisti. La partita invece si è svolta su ben altri binari: non solo Xavi è stato impeccabile nel posizionarsi in fase di non possesso, ma coi suoi compagni ha dettato legge in quella di possesso, gestendo il gioco con più qualità rispetto alla prova un po’ banale con l’ Italia. Mette in cassaforte la palla, alterna il triangolo corto a qualche intelligente verticalizzazione, facendo sempre la cosa giusta (un seguace di Spike Lee). Nell’ occasione del gol, e in tutta l’ azione di preparazione, ribadisce di saper leggere benone il gioco. VOTO: 7. (dal 24’ s.t. Xabi Alonso: Entra con Güiza ma ha inevitabilmente meno occasioni per mettersi in mostra del maiorchino. Si limita a gestire davanti alla difesa, troppo poco per un giudizio. VOTO: S.V.)
Silva: Meno trascinatore che con l’ Italia, ma solo perché stavolta, soprattutto nel secondo tempo, il trascinatore è il collettivo. Ciò non altera la sua inerzia nettamente positiva, importante in particolare, più di Iniesta, nell’ accentrarsi in appoggio a Senna, Xavi e Fabregas e creare situazioni di superiorità numerica nei confronti del terzetto di centrocampo russo gettato in pasto ai leoni da Arshavin, Pavlyuchenko e Saenko, dalle quali si innescano poi le vantaggiose situazioni tra le linee che hanno beneficiato la Spagna. Sempre abbagliante la sua tecnica cristallina al servizio del collettivo, chiude i conti in contropiede. VOTO: 7.
Villa: La nota negativa della serata il suo infortunio, potrebbe essere una assenza gravissima in finale (finale in preparazione della quale la UEFA per me ha dato troppi pochi giorni alla Spagna) visti i difensori centrali della Germania. Parte in maniera interessante, ma quando calcia una punizione si procura l’ infortunio muscolare che provoca la sua uscita anzitempo. VOTO: S.V. (dal 34’ p.t. Cesc Fabregas: Hombre del partido, entra e consegna definitivamente le chiavi del centrocampo alla sua squadra, disegnando poi traiettorie in profondità da genio assoluto. Quando riparte e vede lo spazio può metterti in un amen davanti al portiere avversario, col suo sublime stile minimalista, che riduce all’ osso i tocchi e i fronzoli per andare alla sostanza del calcio. Una meraviglia il colpo sotto ad ispirare il 2-0 di Güiza. VOTO: 8)
Fernando Torres: Continua a non essere il suo Europeo, in una nazionale che non si potrà mai adattare pienamente al suo stile di gioco. Il movimento e la velocità impegnano sempre i due centrali russi, ma entrato in contatto col pallone o conclude debolmente oppure fa una confusione pazzesca: sembra un cacciatore che insegue mille lepri, il pallone scappa come una saponetta, lui balla come un tarantolato e spesso va a sbattere contro i tutt’ altro che sicuri centrali russi. Francamente non riesco a capire com’è che comunemente gli si attribuisca una grande tecnica. VOTO: 5,5. (dal 24’ s.t. Güiza: L’ “Arciere” raddrizza la mira, torna freddo e risolutivo come con Mallorca e Getafe. Il tocco sull’ uscita del portiere è un colpo familiare, per il resto offre un riferimento almeno ieri sera più credibile di Torres nel ribaltare l’ azione. VOTO: 6,5)

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lunedì, giugno 23, 2008

Ora sono maggiorenni.

La Spagna passa i quarti di finale, lo fa il 22 Giugno e lo fa ai rigori, contro i campioni del mondo. Abbattute tutte le maledizioni e i complessi possibili, al termine di una partita sostanzialmente equilibrata (soprattutto a partire dal secondo tempo, nei primi 45 minuti l’ Italia non aveva intenzione di giocare), dove l’ Italia ha avuto le due occasioni più ghiotte con Camoranesi e Di Natale, ma dove d’ altro canto la squadra di Aragonés senza entusiasmare ha prodotto una mole di gioco maggiore e proposto una qualità e un’ autorevolezza complessivamente superiori, calcando le zone in prossimità di Buffon con maggiore costanza e convinzione, pur nell’ ambito di una partita nella quale il rispetto reciproco è stata la variabile dominante.
Rispetto reciproco ma declinato diversamente dalle due squadre: in troppi momenti è stato un rispetto eccessivo da parte dell’ Italia, mentre da parte spagnola si è trattato di un rispetto dettato dalla sana volontà di non commettere ingenuità e di curare i dettagli, fondamentali in un’ eliminazione diretta, pur senza rinunciare a fare la partita. In questo senso, al di là dell’ aleatorietà dei calci di rigore, si può dire che le Furie Rosse hanno offerto la prestazione più completa e matura del loro Europeo, presentando i requisiti giusti per sedersi al Tavolo dei Grandi.



Il primo tempo è piuttosto lento e bloccato, seppure sotto il chiaro controllo spagnolo. L’ approccio degli uomini di Aragonés è quello giusto, proporre il proprio calcio di possesso con personalità ma sempre mantenendo la necessaria prudenza e conservando le giuste distanze, ponendosi con uguale attenzione il problema di cosa fare con la palla fra i piedi e di come organizzarsi subito dopo averla persa, senza dare adito al contropiede avversario.
La coordinazione fra i reparti e il posizionamento della squadra son più corrette rispetto a quella delle partite con Russia e Svezia, Xavi gioca più vicino a Senna in fase di non possesso evitando buchi nel mezzo, la condotta della linea difensiva è più che positiva, perché i quattro dietro si intendono meglio rispetto alle scorse gare, si muovono in blocco con criterio, accorciano, alzano la linea coi tempi giusti riuscendo nell’ obbiettivo di allontanare Toni dall’ area di rigore, depotenziando l’ arma della palla lunga da parte italiana e obbligando il bomber del Bayern Monaco a mostrare i suoi limiti di rapidità e tempismo sul filo del fuorigioco.
Da parte italiana c’è invece una passività abbastanza deprimente, una voglia di impedire di giocare più che di giocare sin troppo accentuata per essere una semplice e rispettabile scelta strategica. Va detto poi che si tratta più di paura pura e semplice che di un’ organizzazione tattica razionale. Gli azzurri neanche lontanamente abbozzano un pressing sull’ inizio dell’ azione spagnola, tendono ad affondare nella loro metacampo abbastanza disordinatamente, ammucchiandosi senza coprire gli spazi tra le linee e senza preparare degli appoggi e delle vie di fuga credibili per lanciare il contropiede. Toni resta isolato, il centrocampo romanista fallisce del tutto (imbarazzante la prova di Aquilani) sia nel compito di avviare le transizioni offensive (direi che è appena appena mancato Pirlo…) sia nel sostegno a Toni dalla seconda linea, completamente inesistente.
Ci sarebbe Cassano col suo delizioso trattamento del pallone, lo svagato Sergio Ramos di inizio partita (in seguito il madridista si rimboccherà le maniche e baderà finalmente al sodo) lo soffre anche parecchio nell’ uno contro uno, ma il problema è che il baricentro italiano è troppo arretrato, il barese è schiacciato spesso in una posizione di terzino aggiunto e quando deve ripartire i metri da percorrere sono troppi, ingrato pretendere la luna da un talento ingabbiato in queste condizioni, condizioni fra le quali figura il divieto quasi assoluto di assistere centralmente Toni come seconda punta.
La Spagna ha l’ indiscusso monopolio del possesso-palla, ma offre una scarsa sensazione di pericolo perché troppo lineare nei primi 20-25 minuti. Le cose migliorano quando Aragonés introduce in corsa quello che Quique Sánchez Flores in un’ intervista su “As” alla vigilia aveva definito “disordine offensivo”, indicandolo a ragione come il maggior punto di forza di questa nazionale: con ciò si denota la grande mobilità dalla trequarti in su, la capacità di abbandonare le proprie posizioni di partenza per proporre diagonali fra le linee nel caso dei falsi centrocampisti esterni e tagli in profondità o dal centro verso le fasce nel caso di Villa e Torres, anomalo tandem di seconde punte.
Con Silva a sinistra e Iniesta a destra, entrambi sulle fasce corrispondenti al piede preferito, le traiettorie del 4-4-2 di inizio partita erano troppo canoniche; giusto invertirli come fa Aragonés da metà primo tempo, giusto investire tutto sulle loro inclinazioni al ricamo sulla trequarti invece che sprecarli in un’ illusoria ricerca dell’ ampiezza. Non è che la Spagna crei il finimondo, ma è più credibile ora perché trova appoggi e possibilità di sfondamento in zona centrale con le triangolazioni strette fra Iniesta, Silva e i due attaccanti, sempre molto bravi a cercarsi lo spazio per allargare o allungare la difesa italiana a seconda delle situazioni e aprire la via per le conversioni in zona centrale soprattutto di Silva, brillante e intraprendente partendo da destra, situazione che peraltro offre il vantaggio di bloccare in una certa misura Grosso, una delle più pericolose armi offensive italiane.
Silva spara anche una fucilata di poco a lato, ma la migliore occasione, o meglio la miglior quasi-occasione del primo tempo è dell’ Italia, col colpo di testa a botta sicura di Toni respinto in maniera un po’ goffa da Marchena davanti a Casillas.
Dalla ripresa in poi la partita vive una maggiore fluidità: comincia forse a pesare il caldo, e cominciano le squadre ad allungarsi. La Spagna non esercita più quel “dominio placido” del primo tempo, qualche variabile comincia a sfuggire al suo controllo, la partita rischia di mettersi su un piano nel quale attacchi e contrattacchi possono susseguirsi nell’ instabilità generale. Le Furie Rosse non organizzano più i loro attacchi con la stessa prudenza, si portano avanti un po’ disordinatamente e scoprono qualche spazio, Villa e soprattutto Torres si intestardiscono in azioni personali nello stretto invece che finalizzare le giocate nei pressi dell’ area avversaria, forzano perdite di palla pericolose davanti alle quali la Spagna non si mostra tanto pronta a recuperare le posizioni difensive.
Di fronte si pone poi un’ Italia ora un po’ più dignitosamente propositiva, disposta anche ad accompagnare di più coi terzini (soprattutto Grosso, da destra invece non si prova proprio, fascia del tutto sprecata, si vocifera che in quella zona risiedesse tale Capdevila). Il nuovo quadro induce Donadoni al cambio fra l’ inesistente Perrotta (non si è capito francamente quali fossero la sua posizione e le sue reali funzioni) e Camoranesi, sicuramente più consigliato ora che la Spagna più lunga offre qualche spazio in più per giocare la palla tra le linee come sa fare l’ argentino. A questo risponde Aragonés addirittura con un doppio cambio, non convincentissimo perché rischiosamente prematuro e un po’ scontato, una meccanica ripetizione di quelli delle gare precedenti operata su due quarti di un centrocampo fin lì più che sufficiente: comunque la staffetta Xavi/Cesc era da mettere in conto, Cazorla per Iniesta rischia invece di deprimere ulteriormente il talento blaugrana, che fatica a ritrovare la miglior condizione, mentre Cazorla al di là dell’ impegno non offrirà grande incisività, faticando a trovare la posizione come contro la Svezia, sia partendo da destra che da sinistra (però il nano del Villarreal tirerà un rigore esemplare).
Comunque passa un quarto d’ ora difficile la Spagna, nel quale perde il controllo del centrocampo e mette in pericolo i collegamenti con gli attaccanti. Aumentano le palle perse, e la difficoltà nel recuperare le posizioni dopo queste costringe la difesa spagnola a rinculare invece che a accorciare, attirando gli attacchi italiani nella propria area. Qui si nota il peso di Toni (al di là dell’ orrendo rapporto col gol in questo Europeo), dal quale nasce l’ azione più pericolosa di tutta la partita, una situazione di confusione nell’ area piccola spagnola conclusa da Camoranesi e respinta da un Casillas meraviglioso nel non farsi prendere in controtempo con l’ intervento di piede.
È la fase di sofferenza più acuta per la Spagna, che riesce progressivamente ad uscirne riequilibrando la situazione col possesso-palla. Donadoni si gioca anche Di Natale, che forse era l’ opzione preferibile alla vigilia per attaccare lo spazio nella zona di Ramos, ma l’ udinese andrà spesso a destra a cercare le combinazioni con Camoranesi.
Intanto si nota nelle fila spagnole il rilevante mutamento tattico apportato dall’ ingresso di Fabregas: il giocatore dell’ Arsenal agisce molto più avanzato di quanto non facesse Xavi, quasi a disegnare un 4-1-3-2, praticamente si disinteressa dei ripiegamenti, accresce gli spazi da coprire per Senna unico “pivote” e cerca costantemente di appoggiare gli attaccanti e inserirsi a rimorchio. I pro sono rappresentati da una verticalità e un ritmo sicuramente superiori a quelli offerti da Xavi in un contesto nel quale la stanchezza sta allungando le squadre e accrescendo gli spazi, i contro invece si concentrano in un centrocampo ad occhio sempre più sguarnito, nel quale Camoranesi può trovare campo per rifinire. L’ idea cui molti (quorum ego) cominciano a pensare è l’ ingresso di un centrocampista, magari Xabi Alonso, al posto di Torres, in modo da frenare un po’ questi emergenti squilibri.
Aragonés esita, perché tutti sanno che togliere le due punte significa togliere profondità (oltre a gioco sulle fasce, perché gli spostamenti sulle fasce di Villa e Torres devono surrogare anche la spinta dei terzini, ridotta a zero dall’ atteggiamento più prudente del solito imposto dalla delicatezza del match), e finalmente, dopo che Buffon rischia di combinarla grossa su un tiro dalla lunga distanza di Senna (remake del Pagliuca del ’94), si decide al cambio: Güiza per Torres è un cambio che inizialmente fa sobbalzare sulla sedia, ma che ragionandoci sopra ha un suo perché.
Probabilmente “El Sabio” pensa che cercare di pareggiare i conti a centrocampo con uno Xabi Alonso non produrrebbe poi granchè in una fase in cui ormai la stanchezza ha portato le squadre a giocare definitivamente lunghe, quindi opta per giocarsela fino in fondo questa “lunghezza”, consapevole probabilmente che le transizioni offensive della sua squadra possono essere più veloci, profonde e insidiose rispetto a quelle dell’ Italia senza Pirlo e col pesante Toni a sgomitare davanti (un po’ il Kienast dei ricchi ieri): rimangono così sempre due o tre giocatori pronti a ribaltare l’ azione oltre la linea della palla, i due attaccanti che cercano la profondità e aprono gli spazi a rimorchio per Cesc, il quale cerca insistentemente la verticalizzazione ogni volta che c’è da rilanciare l’ azione.
La sensazione di pericolo c’è, si vede quando in apertura di ripresa Silva tira di poco a lato al termine di un azione in cui proprio Cesc era riuscito ad inserirsi nello spazio creato dai due attaccanti (conclusione respinta), ma dall’ altra parte c’è l’ orgoglio dell’ Italia che quelle poche occasioni che crea le crea davvero pericolose: è il caso del colpo di testa di Di Natale, simile a quello di Zidane nei supplementari della finale dell’ ultimo Mondiale, solo che stavolta a levare prodigiosamente il pallone da sotto la traversa c’è San Iker e non San Gigi.
Nei supplementari gli spazi per attaccare da entrambe le parti sono più ampi che mai, solo che ormai la stanchezza ha la meglio e la lucidità è ai minimi termini: l’ Italia a parte qualche iniziativa individuale di Camoranesi fa la solita fatica a trasportare il pallone verso l’ attacco, la Spagna arriva sicuramente con più scioltezza ai limiti dell’ area avversaria, ma si perde al momento dell’ ultimo tocco (Villa sbaglia un controllo ed è costretto ad allargarsi sull’ uscita di Buffon che lo chiude in calcio d’ angolo) oppure si arena su Güiza, più presente negli ultimi metri rispetto a Torres e prezioso nel movimento fra i due centrali, ma anche abbastanza maldestro nelle finalizzazioni. Donadoni nel secondo tempo supplementare si gioca l’ ultima carta, Del Piero per Aquilani, presumibilmente più nell’ intento di avere un grande rigorista che di sfruttare il suo uno contro uno negli spazi così ampi (con uno spudorato senno di poi Alex sarebbe potuto entrare anche prima, vista la buona ispirazione mostrata in un paio di giocate).
L’ ultima emozione la regala allo scadere un diagonale di Cazorla dalla sinistra, a metà fra il traversone e il tiro in porta, con l’ accorrente Villa a disperarsi, addirittura consolato da Buffon. Ecco i rigori: ci sarà pure San Paolino, ma si battono sotto la curva dei tifosi spagnoli, particolare da non trascurare, il resto lo fa lo straordinario Casillas, un Di Natale forse un po’ timidino e la perizia di tutti i tiratori spagnoli meno Güiza (chi scrive era matematicamente certo del suo errore).


PAGELLE

Casillas: L’ uomo-copertina. Meno sollecitato quanto a pura quantità di interventi rispetto a Buffon, compie tuttavia i due interventi più impegnativi e di maggior qualità del match, decisivi e spettacolari in pari misura. Fenomeno in controtempo su Camoranesi, felino su Di Natale, ai rigori completa l’ opera. Nettamente vinto il confronto con Buffon disegnato alla vigilia. VOTO: 8.
Sergio Ramos: Personalmente vedevo nella sua fascia il punto potenzialmente più scoperto della Spagna, l’ avvio è stato da brividi, tanto per gradire in una delle prime azioni un’ incomprensibile uscita fuori dalla sua zona di competenza costringe addirittura Villa a un ripiegamento affannoso, poi svagatezze, interventi fuori tempo, un paio di falli evitabili, le solite leggerezze nei disimpegni, sofferenza su qualche dribbling di Cassano (che pure era il tipo di avversario migliore per lui, uno che viene incontro a chiedere palla e sul quale si può giocare in anticipo invece che uno come Di Natale più propenso ad attaccare lo spazio senza palla). Passata la mezzora però ha avuto l’ intelligenza di correggere il tiro, drizzando le antenne, evitando ogni rischio e rimanendo bloccatissimo come le esigenze della partita suggerivano (non a caso il sottoscritto alla vigilia invocava Arbeloa…). Cresce col passare dei minuti, e si dimostra sempre più attento nella diagonale sui traversoni dalla fascia opposta, migliorando l’ intesa coi due centrali e dando un bell’ aiuto con la sua fisicità sia sui palloni alti che nei raddoppi e nelle chiusure. VOTO: 6.
Puyol: Eccellente, non sbaglia nulla, mescola ardore, concentrazione e tempismo come nelle sue migliori versioni. Accorcia coi tempi giusti, anticipa, sventa il pericolo con decisione, soffre poco sui palloni alti perché Toni resta lontano dalla zona calda per gran parte del match, praticamente non perde un contrasto e in un paio di occasioni sfodera tackle e recuperi marca de la casa. VOTO: 7.
Marchena: Se Puyol non sorprende, per lui il discorso è diverso, e va registrata una crescita evidentissima rispetto alla prima partita con la Russia. Qualche piccolo segnale di miglioramento c’era stato già con la Svezia, ieri è stato praticamente impeccabile. Forse come Puyol è stato anche impegnato poco da un’ Italia che faceva tremenda fatica a distendersi, però si è fatto sempre trovare al posto giusto, dei marchiani errori di posizionamento di altre volte neanche l’ ombra, migliore intesa con Puyol per salire compatti, tenere la linea sufficientemente lontana da Casillas e anticipare. Concentratissimo su ogni pallone, provvidenziale quello che nel primo tempo supplementare sottrae all’ accorrente Toni su un taglientissimo traversone di Grosso dalla sinistra. VOTO: 7.
Capdevila: Spettatore non pagante, non per colpa sua, ma perché l’ Italia non attacca quasi mai da quella fascia e perché le consegne di Aragonés ai terzini sono chiaramente quelle (a mio avviso condivisibili) di rimanere bloccati, anche se una cosa è Sergio Ramos e un’ altra è lui che fra Perrotta ed Aquilani qualche margine in più per andare in sovrapposizione l’ avrebbe. VOTO: 6.
Iniesta: Non riesce ad essere il suo Europeo. Parte da destra, e per lui è un esilio, lo abbiamo detto, in una zona dove tra l’ altro non è garantito il suo eventuale aiuto a Sergio Ramos su Grosso e Cassano. Quando Aragonés inverte la sua posizione con quella di Silva ritrova i suoi movimenti preferiti, ma quello che manca è lo spunto e l’ ispirazione, abbozza qualche triangolazione stretta, tiene qualche pallone ma individualmente non riesce ad aprire nessuna fessura nello schieramento italiano. Comunque la sostituzione, oltre a non essere così necessario Cazorla, potrebbe essere stata una mossa non azzeccatissima da parte di Aragonés dal punto di vista psicologico. VOTO: 5,5. (dal 59’ Cazorla: Cambio di non grande successo, Aragonés cerca più vivacità rispetto all’ Iniesta che non decolla, ma come contro la Svezia il simpatico Santi fatica a trovare una posizione utile al di là della buona volontà e delle buone doti, passando un po’ inosservato. VOTO: 5,5)
Senna: Straordinario, pilastro del centrocampo. I meriti sono ancora maggiori se si pensa che ciò che gli si chiede in nazionale è anche abbastanza diverso da ciò che è solito fare nel Villarreal. Là è lui prevalentemente a dettare i tempi del gioco con a fianco uno scudiero che l’ anno scorso era Josico e quest’ anno è stato Eguren, qui gli si accollano responsabilità grossissime, perché spesso quasi esclusive, di chiusura davanti alla difesa, e in questa mansione si sta affermando come un irrinunciabile elemento d’ equilibrio. Una lettura delle situazioni sempre perfetta, interventi decisi e al tempo stesso pulitissimi, porta a termine una partita difensivamente enorme riducendo al minimo i falli e le sbavature, tranquillizza chi gli sta attorno e fa sempre la cosa più intelligente e pratica, una sicurezza anche col pallone fra i piedi, ragiona e non perde mai la bussola, provando pure la sassata quando è il caso. VOTO: 7,5.
Xavi: Prestazione disciplinata, si stringe più vicino a Senna rispetto alle scorse partite e aiuta nella sua metacampo, in fase di possesso è come sempre il riferimento principale, gestisce con la padronanza che gli è propria dando continuità alla manovra, anche se difetta di rapidità nel far circolare la palla. Quando gli spazi da coprire si fanno più ampi, Aragonés ricorre al più dinamico Cesc. VOTO: 6. (dal 59’ Cesc: Gioca una partita totalmente diversa da quella di Xavi, in un contesto tattico differente e con mansioni radicalmente diverse. Gioca più vicino alle punte che a Senna, si disinteressa abbastanza delle copertura, gioca con una libertà e su ritmi simili a quelli dell’ Arsenal, quando le squadre cominciano ad allungarsi e lui in questi spazi cerca ossessivamente di apportare dinamismo e verticalità, cercando subito le punte in profondità come prima soluzione e cercando costantemente l’ inserimento a rimorchio dentro l’ area avversaria. Glaciale sul rigore decisivo, meriterebbe il posto da titolare. VOTO: 6,5).
Silva: Il suo Europeo è convincente, sta garantendo molta continuità ai suoi sforzi creativi, corre parecchio oltre a inventare. Lo vedi sempre attivo e in partita, probabilmente un giocatore anche in crescita sul piano della determinazione. A differenza di Torres, Villa e Iniesta, quando prende palla non si fa assediare da mille idee contemporaneamente finendo per non attuarne nemmeno una, ha obiettivi chiari ed è incisivo nel perseguirli, ha ispirazione e un passo brillante. Convince soprattutto quando Luis lo sposta a destra, da lì converge, crea panico e prova anche la conclusione dalla distanza con più assiduità di quanto non faccia di solito, sfiorando il gol in un paio di occasioni. Sfuma un pochino alla distanza, ma la prestazione è di spessore indubbio. VOTO: 7.
Torres: Generosissimo, bravo a cercare di aprire gli spazi sugli esterni, tiene sempre sul chi vive i difensori con la sua velocità e la Premier gli ha insegnato a non darsi per vinto su ogni pallone, però non mancano nemmeno le solite sbavature. Lascia spesso perplessi quando viene a prendere palla sulla trequarti e parte solo contro il mondo, sia perché si tratta in molti casi di scelte irrazionali, che coi compagni in piena proiezione offensiva rischiano di scatenare il finimondo a palla persa, sia perché il gioco in spazi strettissimi non è il pezzo forte del suo repertorio, anche se lui non pare avere molto presente questo fatto. Quando il suo gioco si sta facendo troppo dispersivo e di poca utilità per il collettivo, arriva il cambio. VOTO: 6. (dal 85’ Güiza: il suo ingresso ha ragioni tattiche anche comprensibili, mentre Torres aveva perso un po’ di utilità per il collettivo i suoi movimenti fra i due centrali tengono di più sulla corda la difesa italiana e favoriscono anche la creazione di qualche spazio per i rifinitori che arrivano dalla seconda linea, ma chiamato a finalizzare il maiorchino tradisce ancora una volta la sua inadeguatezza a certi livelli, su tutti un bagher in area di rigore per stoppare la palla e un tentativo dal vertice destro con l’ uomo davanti che non c’ entrava proprio nulla. Molto brutto il rigore infine. VOTO: 5,5).
Villa: Se la partita è rimasta bloccata sullo 0-0 nonostante un riconoscibile predominio territoriale spagnolo, è anche per via della poca lucidità sua e di Torres al momento di scegliere la giocata negli ultimi metri. Movimenti pungenti anche per lui, ma quando entra in possesso del pallone, anche nella sua zona prediletta, il vertice sinistro dell’ area di rigore, balbetta giocate assai poco produttive, in alcuni casi scivolando o dribblandosi da solo di fronte agli ottimi difensori italiani che non abboccano alle sue mezze finte poco convinte. La quantità c’è, la qualità affiora raramente (solo in due colpi di tacco a smarcare Fabregas, uno dei quali da cartone animato, sdraiato da terra). VOTO: 6.

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